da Baltazzar | Gen 6, 2010 | Testimonianze
di Nirmala Carvalho
Pandit Dharam Prakash Sharma è figlio di due eroi dell’indipendenza dell’India. All’età di 17 anni legge il Discorso della montagna, che gli fa incontrare Gesù. Dopo 20 anni di ricerca, una carriera nel cinema, negli affari e nella politica, la conversione e il battesimo. Solo Cristo “spezza la catena del peccato e trionfa sulla morte”.

New Delhi (AsiaNews) – Per la prima volta all’età di 17 anni, mentre leggeva il Discorso della montagna di Gesù, ha sentito una voce che gli diceva: “Sono Io, sono Colui che stai cercando sin dall’infanzia”. Queste parole lo hanno accompagnato per più di 20 anni, fino alla conversione al cristianesimo avvenuta nel 1976. La storia di Pandit Dharam Prakash Sharma, un bramino, figlio unico di due eroi dell’indipendenza dell’India, nato in carcere e cresciuto sotto l’ala protettrice del Mahatma Gandhi, è un cammino di fede che lo ha spinto a seguire le orme di Cristo, la “luce” che vince “l’oscurità”, colui che “ci libera dai peccati”.
“In una sera del 1954, quando ero ancora studente – racconta ad AsiaNews – mi sono imbattuto in un testo in lingua inglese che riportava il Discorso della montagna. L’ho letto tutto d’un fiato. Ha ispirato la vita e l’opera di Gandhi e di tutto il movimento per l’indipendenza indiano. È stato un momento memorabile: all’improvviso ho sentito una voce che mi diceva ‘Sono Io, sono Colui che stai cercando sin dall’infanzia’ e il mio cuore ha provato una improvvisa sensazione di pace…”.
Egli racconta di aver letto più volte il Discorso, con una preghiera sulle labbra e la sensazione di una presenza attorno a sé: “Dio, puoi rispondermi – si domandava – Ci sei?”.
Pandit Dharam Prakash Sharma (nella foto con la corrispondente di AsiaNews) è nato il 23 dicembre 1937 nel carcere di Fatehpur, nell’Uttar Pradesh, figlio unico di uno dei più importanti leader religiosi di Pushkar – nel Rajastan – una città santa per gli indù e meta di continui pellegrinaggi. Il padre Pandit Sohan Lal Sharma e la madre, Gyaneshwary Devi, sono due figure di primo piano del movimento di indipendenza e hanno più volte sofferto la prigionia.
All’età di cinque anni è stato accolto nell’ashram di Pavanar, vicino a Nagpur, ed è cresciuto sotto la guida amorevole e attenta del Mahatma Gandhi. Dharam ha intrapreso una brillante carriera cinematografica, poi è passato agli affari, fino alla nomina parlamentare: dal 1969 al 1973 ha ricoperto un seggio nel Rajya Sabha, il Senato indiano. Egli ha rassegnato le dimissioni il 1 gennaio 1977, dopo aver abbracciato il cristianesimo, nonostante le pressioni dell’allora premier Indira Gandhi. Durante gli anni di prigionia l’ex Primo Ministro si rivolse proprio a Dharam, chiedendogli di “pregare Dio” per la sua salvezza.
Il cammino che ha portato Pandit Dharam Prakash Sharma alla conversione, testimonia la ricerca profonda avviata sin dalla prima giovinezza e che solo in età adulta ha trovato pieno compimento. Dopo aver letto il Discorso della montagna di Gesù, egli si è rivolto al suo professore di inglese, che non seppe però soddisfare la sua sete di ricerca. Quindi l’incontro con un sacerdote di origini italiane, che prima di rispondere alle sue domande esigeva la conversione e il battesimo.
Dharam, però, non era ancora pronto ad abbracciare il cristianesimo, perché associava la religione agli invasori inglesi, fonte di sofferenze e dolori per la famiglia. “Odio l’idea di diventare cristiano” affermava deciso, mentre la ricerca di una risposta sull’incontro con Gesù si faceva sempre più forte.
La conversione al cristianesimo arriva molti anni più tardi, nel 1976, mentre si trova in missione diplomatica nel Gujarat. Dharam incontra il cristiano evangelico Bakht Singh – figura conosciuta in tutta l’Asia del Sud – e con lui trascorre otto giorni approfondendo lo studio della Bibbia e delle Sacre Scritture. Il 16 maggio riceve il sacramento del battesimo, portando a compimento il cammino di fede “verso il vero Dio e la sua grazia”.
Una conversione coltivata anche negli anni di matrimonio – Dharam ha sposato una cristiana – e che ha spinto i genitori, in età avanzata, a seguire l’esempio del figlio. Dieci giorni prima di morire il padre, Pandit Sohan Lal Sharma, gli confessa: “Figlio mio per dieci anni ho osservato la tua vita, i cambiamenti e la pace che hai raggiunto. Sei sulla strada giusta. Il tuo Dio è il mio Dio”.
A chi gli chiede come si raggiunge il Moksha, la piena realizzazione spirituale che nella religione indù porta alla liberazione dal ciclo vita/morte, egli risponde: “In un momento in cui tutto era buio, è apparsa una luce argentata nel cielo… e l’Altissimo si è fatto uomo nella persona di Gesù Cristo… per spezzare la catena del peccato e trionfare sulla morte”.
da Baltazzar | Dic 29, 2009 | Chiesa sofferente, Testimonianze
Berlanty, costretta dagli israeliani a tornare nell’enclave: «Dovevo laurearmi E qui vengo insultata per la mia fede»
di Luigi Geninazzi
Tratto da Avvenire del 27 dicembre 2009
Doveva essere il suo Natale più bello, da festeggiare a Betlemme con le amiche dell’università. Invece eccola qui col muso imbronciato, seduta sul divano di casa e intenta a sfogliare nervosamente gli appunti per un esame che non potrà più dare. Ancora non si dà pace Berlanty Azzam, 22 anni, studentessa di Gaza all’Università cattolica di Betlemme. Due mesi fa, mentre stava andando a Ramallah per un colloquio di lavoro, è stata fermata da una pattuglia israeliana che l’ha arrestata. Subito dopo è stata caricata, bendata e incappucciata, su un blindato militare e rispedita a casa sua. Da tre anni infatti Gaza è completamente isolata dal resto dei Territori palestinesi e tutti i cittadini che risiedono nella Striscia non possono recarsi da nessun’altra parte, neppure in Cisgiordania.
Berlanty se n’era andata nel 2005 per frequentare un corso di economia all’università di Betlemme e si era ben guardata dal tornare a Gaza. Non immaginava di essere espulsa così brutalmente. «È stata una beffa atroce: mi manca solo un esame ed avrei dovuto laurearmi il mese prossimo», dice scuotendo la testa con aria desolata. Il suo caso ha fatto il giro del mondo, ci sono state proteste non solo da parte delle autorità accademiche e degli studenti di Betlemme ma anche di organismi internazionali. La Corte suprema israeliana ha però confermato il provvedimento d’espulsione messo in atto dall’esercito. È intervenuta anche la Santa Sede che, tramite il Nunzio vaticano a Gerusalemme, monsignor Antonio Franco, ha presentato un “affidavit” in base al quale si faceva garante del rientro a Gaza della studentessa una volta terminati gli studi.
Niente da fare, le autorità israeliane si sono mostrate inflessibili e sorde ad ogni appello. Ma per questa ragazza, dolce e minuta, i guai non sembrano avere fine. «Israele mi tratta come una terrorista e qui a Gaza vengo insultata per la mia fede cristiana», si sfoga Berlanty. È abituata a uscire per strada senza il velo, contrariamente alla maggior parte delle sue coetanee di Gaza che sotto il potere di Hamas sta diventando sempre più islamizzata. «Io sono cristiana e non porterò mai il velo musulmano» ribadisce con fierezza.
Ha coraggio da vendere la piccola Berlanty, anche se sua madre, credente ortodossa, si mostra molto preoccupata. Qualche giorno fa, mi racconta, hanno tirato dei sassi contro le finestre di casa. «Sì, abbiamo paura» ammettono i genitori davnati a queste manifestazioni d’intolleranza. A Gaza i cristiani (poco più di duemila persone di cui trecento cattolici) soffrono per le privazioni della vita quotidiana come tutti. Ma hanno un problema in più. Ce lo dice chiaramente padre Jorge Hernandez, giovane sacerdote argentino del Verbo Incarnato che da sei mesi ha preso il posto del vecchio parroco, don Manuel Musallam.
«Godiamo della libertà di culto e siamo rispettati dalle autorità locali. Con il governo di Hamas i rapporti, a livello ufficiale, sono abbastanza buoni. Ma sentiamo crescere attorno a noi un clima di ostilità». Rihan è un’amica di Berlanty e da qualche tempo non porta più la croce al collo. «Derisioni, battutacce, intimidazioni. Alla fine mi sono rassegnata a toglierla», racconta. Berlanty invece è decisa a resistere. «Non metterò mai il velo, devono rispettare la mia identità. E intendo assolutamente finire l’università, è un mio sacrosanto diritto». Mi saluta con un abbraccio, forte come la sua voglia di combattere. E mi consegna il suo appello disperato al mondo: «Vi prego, fatemi uscire dalla prigione di Gaza!».

da Baltazzar | Dic 25, 2009 | Testimonianze
“tante persone che ho conosciuto durante la mia esperienza non esprimevano la voglia di morire, ma gioia di vivere e di combattere contro il male”
Buon giorno a tutti, sono una giovane studentessa di infermieristica e volevo condividere con voi la mia breve esperienza di tirocinante a stretto contatto con i pazienti in fase terminale. Questi malati sono delle persone, che purtroppo, per le loro condizioni cliniche non hanno grandi speranze di una certa guarigione, ma che rimangono comunque persone (meritevoli di cura ed amore) finché la morte naturale non sopraggiunge (purtroppo molte volte i mass-media tendono a dimenticare che pur nella sofferenza nessuno dovrebbe considerarsi giudice sulle loro vite).
La mia impressione di questi mesi di lavoro, è molto in contrasto con quanto alcuni casi famosi hanno cercato di comunicare al grande pubblico. Infatti queste persone, pur nella sofferenza vivono sempre nella speranza di guarigione o almeno in un alleviamento delle loro quotidiane sofferenze. Esse desiderano vivere giorno per giorno, cercando l’amore delle loro famiglie (moltissime volte ricambiata, quanti parenti ho visto darsi il cambio per poter essere vicino al proprio caro giorno e notte) e affidandosi pienamente alle cure del personale ospedaliero. Questi turn-over garantiscono un’assistenza continua al malato, al fine di provvedere a tutti i suoi bisogni. Bisogni che non sono solo soddisfatti dai farmaci e dai quotidiani controlli, ma che rivestono (molti sostengono che la laurea infermeristica è più una materia umanistica che scientifica) anche l’aspetto psicologico. Per questo motivo oltre a cercare di alleviare (con apposite terapie) il dolore si cerca in tutti i modi di creare un ambiente sereno e confortevole, in modo che la persona possa vivere i suoi ultimi giorni quasi come fosse a casa (circondato da persone che gli vogliono bene) cercando anche di non essere troppo rigidi nelle cure e magari di soddisfare qualche “vizietto” (un dolcetto per i più golosi e una sigaretta per i patiti del tabacco). Mi pongo dunque come obbiettivo quello di offrire al malato tutto il possibile, ricordandomi che la vita è una sola e che tutte hanno il medesimo valore (seppur malati e magari in stato di incoscienza non devo in nessun modo mancargli di attenzione o magari avere un atteggiamento troppo freddo). Naturalmente, sono state molte le volte che sono tornata a casa piangendo. La sofferenza è tanta e molti sono quelli che settimanalmente ci lasciano. Ognuno di essi rappresenta una storia ed una vita, ognuno di essi nel momento del ricovero rappresenta per me un nuovo amico, con cui cerco di instaurare un vero rapporto di fiducia e confidenza. Cosi, come ogni vero amico, ogni volta che qualcuno mi lascia, provo un continuo senso di vuoto e di tristezza. Le mie colleghe mi han detto che ci si abitua.. ma vi posso giurare che è davvero difficile abituarsi a tutti quegli angeli che si addormentano eternamente. Anche perchè, probabilmente, non siamo più abituati alla morte, non è una faccenda quotidiana, sembra un qualcosa di molto ma molto distante…
Parecchie volte la televisione maschera queste persone terminali come persone tristi piene di solitudine che si chiudono in se stesse e che non vogliono più né vedere né parlare con nessuno; invece non è così per tutti… tante persone che ho conosciuto durante la mia esperienza non esprimevano la voglia di morire, ma gioia di vivere e di combattere contro il male, affidandosi a Dio speravano fino alla fine di guarire.
Posso fare un’osservazione queste persone hanno bisogno di tanto affetto ed amore, di compagnia, di poter parlare con qualcuno, di essere ascoltati e capiti.
Un ruolo veramente fondamentale dell’infermiera e delle altre figure professionali è di saper ascoltare chi si trova davanti e saper soddisfare i suoi desideri. Probabilmente questa assistenza ha un costo elevato e sopratutto rappresenta un vero e proprio peso per le famiglie, ma vi posso assicurare, che se date le opportune cure e sopratutto le giuste attenzioni, nessuna di queste persone chiederà di voler morire (chiederebbero di morire se lasciate sole in mano al dolore), dunque, credo, che la nostra società per essere davvero umana e sopratutto moderna deve investire in assistenza e volontariato al fine di poter garantire a tutti i malati terminali una vera dignità.
A volte basta davvero un sorriso per rendere felice qualcuno.
da Baltazzar | Dic 24, 2009 | Chiesa, Testimonianze
Un ex anglicano descrive la gioia di celebrare la Messa
di padre John Jay Hughes
ST. LOUIS, mercoledì, 23 dicembre 2009 (ZENIT.org).- “I sacerdoti a cui piace essere sacerdoti sono tra le persone più felici al mondo”. Queste parole di Andrew Greeley, sacerdote e sociologo di Chicago, mi fecero sobbalzare sulla sedia quando le lessi qualche anno fa. “Andy, hai ragione – gli scrissi –. Posso confermarlo per esperienza”.
Figlio e nipote di pastori della Chiesa episcopaliana, sono cresciuto in un mondo in cui il culto pubblico e la preghiera privata formavano parte della vita quotidiana come il mangiare e il dormire. Sin dai nove anni facevo parte del coro della cattedrale di St. John the Divine di New York, allora una sorta di versione americana della cattedrale di Canterbury o di York in Inghilterra. Cantavamo i salmi nei Vespri quotidiani e la domenica gli inni e le parti musicali della liturgia eucaristica. Mi piaceva molto.
A dodici anni, mi resi conto che volevo essere pastore. Quando entrai in collegio, mi chiesero di scrivere un tema su “ciò che avrei voluto fare nei prossimi venti anni”. Scrissi sull’essere missionario in Africa. Questa idea a cui non avevo dedicato in precedenza neanche un pensiero passeggero, mi deve essere venuta dal cappellano della scuola, un pastore dell’Ordine anglicano della Santa Croce, che era stato in missione in Liberia.
Ogni volta che aiutavo a servire la Messa pensavo: “un giorno starò lì. Indosserò quegli abiti. Dirò quelle parole”. L’idea di una vocazione missionaria presto svanì. Ma quella del sacerdozio mai. Ero attratto da quell’obiettivo come un chiodo a una calamita, finché, dopo dodici anni, l’ho raggiunto. Dopo la mia prima Messa, il 4 aprile 1954, ero così contento che ho recitato l’intero “Te Deum” a voce alta nella sacrestia.
Per i primi sei felici anni di ministero parrocchiale, sentivo di aver trovato tutto ciò a cui aspiravo, e anche di più. La mia religione personale era “Cattolicesimo senza il Papa”. I miei studi mi avevano insegnato che le moderne rivendicazioni papali alla giurisdizione universale e all’infallibilità erano illegittime aggiunte alla fede dell’antica Chiesa cattolica. Gli opuscoli cattolici in cui si presenta il Papa come una sorta di oracolo “che ci dà la risposta a ogni domanda” (una caricatura dell’autentica fede cattolica) confermavano il mio rifiuto dell’infallibilità del Papa così definita. Durante quegli anni ho visitato innumerevoli chiese cattoliche sulle due sponde dell’Atlantico. Ho trovato le Messe silenziose e frettolose, in cui il latino (quando si riusciva a sentire) era così farfugliato e ingarbugliato che avrebbe potuto essere cinese: uno spettacolo avvilente rispetto alla solenne liturgia che amavo, con grande partecipazione dei fedeli, con inni pieni di fervore che continuano a mancarmi anche oggi.
Ho sempre considerato l’Anglicanesimo come un castello di carte teologico. Ma era pur sempre il “mio” castello. Era lì dove il Signore mi aveva posto. Non si lascia il luogo che Dio ti ha assegnato, senza motivazioni molto serie. E questo si verificò quando scoprii, durante un lungo viaggio in Europa, nel 1959, che la Chiesa cattolica aveva un volto diverso da quello che avevo conosciuto negli Stati Uniti. Iniziò allora un tormentato periodo di studio e di riflessione, accompagnato da lunghe preghiere quotidiane. Per quasi un anno, le questioni sulla Chiesa e sul mio dovere di coscienza, non lasciavano la mia mente per più di due ore di veglia consecutive.
La mia decisione finale, presa nella Pasqua del 1960, fu di lasciare la Chiesa anglicana che amavo (mi aveva accompagnato dal fonte battesimale all’altare) e di entrare in un mondo estraneo, che esercitava ancora poca attrattiva su di me. Fu la cosa più difficile che io abbia mai fatto. Ma guardando indietro, anni dopo (e solo allora), riconobbi che era stata la cosa migliore.
Ero diventato sacerdote per una ragione molto semplice: per poter celebrare la Messa. È stato meraviglioso la prima volta, quasi 56 anni fa, ed è – se possibile – ancora più meraviglioso oggi. Celebrare la Messa e nutrire il popolo santo di Dio con il pane della vita è un privilegio che va al di là di ogni merito umano. In preparazione alla Messa, da anni dedico mezz’ora alla meditazione in silenzio su ciò che Dio disse a Mosè dal roveto ardente: “Togliti i sandali dai piedi, poiché il luogo dove tu stai è terra santa” (Esodo 3,5).
Il sacerdozio ha anche altre ricompense. C’è la gioia di proclamare il Vangelo: nutrire il popolo di Dio dalla tavola della sua Parola. Un inno evangelico definisce il compito del predicatore in questo modo: “Raccontami l’antica, antica, storia / Di Gesù e del suo amore”. Il Vangelo di Giovanni lo dice in modo più sintetico, nelle parole una volta affisse nella parte interna dei pulpiti, visibile dal predicatore: “Signore, vogliamo vedere Gesù” (Giovanni 12,21). La storia di Gesù e le sue parole ci sostengono quando siamo deboli, ci rimproverano quando sbagliamo, e ci aprono la bocca al sorriso e ci sciolgono la lingua in canti di gioia (per dirla con il salmista) quando la luce dell’amore di Dio risplende su di noi.
C’è poi anche la gioia del ministero pastorale. Come ogni sacerdote sono stato testimone dei miracoli della grazia di Dio nella gente che ho servito. Meno di dieci anni fa, era entrato nel mio confessionale un uomo ferito e dolorante a causa di un fallimento matrimoniale. Allora era un cattolico “solo Pasqua e Natale”, mentre oggi si comunica tutti i giorni e si confessa regolarmente. Ogni sacerdote ha storie come queste, molte anche più drammatiche.
Sono stati tutti felici i miei quasi 56 anni di sacerdozio? Certamente no. Ma questo è così per qualsiasi vita. Una vedova, parlando del matrimonio, mi disse: “Padre, quando si sale all’altare il giorno del matrimonio, non si vedono le Stazioni della Via Crucis”.
Il sacerdozio mi ha portato sia gioia che sofferenze. Per sette anni sono rimasto senza incarico e letteralmente disoccupato. Sottoposto a un vescovo tedesco, pur essendo residente a St. Louis, ero come un ufficiale dell’esercito distaccato dal suo reggimento. La struttura ecclesiale non sapeva cosa fare con me. La Chiesa per la quale avevo sacrificato tutto sembrava non volermi. Sono sopravvissuto solo grazie alla preghiera. Ma a chiunque mi chieda se mi sono mai pentito della decisione di farmi prete, rispondo subito e con sincerità: mai, neanche un singolo giorno.
Scrivendo, nell’aprile 2005, al mio ex professore di dottorato a Münster, in Germania, Joseph Ratzinger, per esprimere la mia gioia per la sua elezione al Soglio Pontificio, e assicurargli le mie preghiere, ho concluso la lettera “nella gioia del nostro comune sacerdozio”. Cosa si può dire di più? Sin dall’età di dodici anni, il sacerdozio è stato tutto ciò che ho sempre voluto. Se dovessi morire oggi, morirei da uomo felice.
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* Sacerdote dell’Arcidiocesi di St. Louis e storico della Chiesa, padre John Jay Hughes è autore di dodici libri e centinaia di articoli. Questo articolo è tratto dalle sue memorie, “No Ordinary Fool: a Testimony to Grace” (Ed. Tate). Chi vuole può scrivergli all’indirizzo: jaystl@sbcglobal.net.
da Baltazzar | Dic 20, 2009 | Controstoria, Testimonianze
di Enrico Miscia
L’eroica testimonianza del card. Stepinac contro il totalitarismo comunista è ricostruita da Enrico Miscia in un ampio inquadramento storico. L’apostolo della Croazia è stato beatificato da Giovanni Paolo II nel 1998.
[Da «Studi Cattolici», n. 531, maggio 2005, pp. 364-369]
Il cardinale Alojzije Stepinac è una figura relativamente poco conosciuta in Italia (1). Quando, il 3 ottobre 1998 durante la sua seconda visita in Croazia, Giovanni Paolo II lo proclamò beato, riaffiorarono le polemiche e ci fu chi contestò nuovamente il suo operato durante la seconda guerra mondiale (2). A quell’epoca, la Croszia aveva ottenuto un’effimera indipendenza e fu governata da Ante Pavelich, leader degli ustaša. La documentazione e le testimonianze prodotte per la causa di beatificazione che ora é possibile consultare, gettano nuova luce non solo su Stepinac, ma anche sull’intera vicenda dello Stato indipendente croato dal 1941 al 1945 (3).
Per orientarci un po’ fra le intricate vicende balcaniche di quegli anni, può essere utile un breve inquadramento storico. Senza andare troppo lontani nel tempo, ricordiamo che alla fine della prima guerra mondiale una delle conseguenze della scomparsa dell’impero austro-ungarico fu la creazione del «Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni» (Jugoslavia dal 1929). Favorito dalla volontà delle potenze vincitrici per poter contenere un eventuale ritorno dell’espansionismo tedesco e contrastare quello sovietico più recente, il nuovo regno fu però frutto di un affrettato accordo tra le varie nazionalità slave. Vennero presto alla luce i diversi obiettivi che si proponevano soprattutto i serbi e i croati: per questi ultimi, e anche per gli sloveni, il nuovo Stato avrebbe dovuto essere una federazione, con un ampio decentramento e nella quale ogni popolo avrebbe potuto mantenere le proprie istituzioni e le proprie tradizioni culturali. I serbi invece, che avevano pagato a caro prezzo la guerra contro l’Austria-Ungheria e si sentivano perciò moralmente autorizzati a porsi a capo del nuovo Stato, pensavano all’unione degli stati del sud con il suo centro a Belgrado e come la realizzazione della Grande Serbia.
Sparatoria in Parlamento
Questi contrasti si manifestarono ben presto e determinarono una forte instabilità politica, nella quale comunque il potere fu saldamente nelle mani dei serbi che mantennero il pieno controllo dell’esercito e dell’amministrazione pubblica. La polemica tra il regime di Belgrado e i croati raggiunse il culmine quando, il 20 giugno 1928, un deputato appartenente al partito radicale serbo, Puniša Račich, dopo un alterco in Parlamento con un deputato croato, si mise a spanare all’impazzata e uccise due deputati croati, ferendone altri tre. Tra questi c’era il leader del partito contadino croato, Stjepan Radich, che morì pochi giorni dopo.
A quel punto il re, Alessandro Karadjordjievich, pensò di risolvere ogni problema con la dittatura personale: abolì la Costituzione, mise fuori legge i partiti e diede una nuova struttura amministrativa al regno, dividendolo in nove regioni (banovine). Soprattutto cercò di fomentare un patriottismo jugoslavo, per favorire l’unità della nazione. Questo tentativo di omologazione culturale, che nascondeva in realtà un consolidamento del potere nelle mani dei serbi, provocò la reazione delle comunità minacciate e la radicalizzazione dei movimenti nazionalisti.
È in questo momento che sorge il movimento ustaša (insorti) fondato da Ante Pavelich e si sviluppa quello nazionalista macedone dell’Orim (Organizzazione rivoluzionaria interna macedone) di Vančo Mihailov. Insieme misero in atto alcuni attentati, fino ad arrivare a uccidere lo stesso re Alessandro, il 9 ottobre 1934 a Marsiglia. Pavelich (insieme ad alcuni suoi collaboratori) fu condannato in contumacia dal tribunale francese come mandante dell’assassinio. Poiché il figlio di Alessandro, Pietro II, aveva solo undici anni, le funzioni di reggente vennero esercitate dal principe Paolo. Questi cercò, con l’aiuto del primo ministro Milan Stojadinovich, di rinnovare la politica jugoslava tentando di raggiungere un compromesso con i croati. Per favorire questo avvicinamento, firmò un concordato con la Santa Sede per regolarizzare i rapporti con la Chiesa cattolica. Ma, al momento della ratifica da parte del parlamento, il vecchio establishment serbo e la Chiesa ortodossa in particolare insorsero violentemente. Ci furono manifestazioni e scontri con la polizia a Belgrado e in altre città della Serbia. Il santo Sinodo della Chiesa ortodossa scomunicò i membri della skupština (il parlamento) e del governo che avevano votato a favore della ratifica. Stojadinovich capì che la battaglia era persa e non presentò più il concordato in senato per l’ultima ratifica. Visti i risultati deludenti delle elezioni del 1938, il principe Paolo decise di sostituire il primo ministro e chiamò al governo Dragiša Cvetkovich, che cercò subito di riprendere i colloqui con il leader del partito contadino croato, Vladimir Maček. Finalmente il 26 agosto 1939, una settimana prima dello scoppio della seconda guerra mondiate, dopo estenuanti trattative si giunse a un accordo (sporazum): fu creata una banovina croata comprendente, oltre all’originario territorio croato, anche la Dalmazia e buona parte della Bosnia-Erzegovina con un’ampia autonomia. Se questo accordo fosse stato firmato due decenni prima, avrebbe probabilmente assicurato l’unità dello Stato jugoslavo; adesso, dopo vent’anni di divisioni in cui gli odi e l’insofferenza reciproci erano cresciuti, non soddisfece nessuno e attirò le critiche dei nazionalisti di entrambe le parti. Inoltre, soprattutto a causa della guerra, la situazione economica peggiorò, frustrando le aspettative di miglioramento che i croati speravano.
L’indipendenza della Croazia
Dope la sconfitta della Francia e l’adesione al Patto tripartito (Germania, Italia e Giappone) di Romania, Bulgaria e Ungheria, la Jugoslavia si trovò accerchiata e, non potendo resistere alle pressioni tedesche, il 25 marzo 1941 aderì anch’essa al Patto. La reazione interna all’accordo fu immediata: ispirati da agenti inglesi, la notte tra il 26 e il 27 marzo, i militari guidati del generale Mirkovich, rovesciarono il governo e la reggenza, mettendo sul trono il diciassettenne Pietro H. La folla in delirio festeggiò a Belgrado gli autori del colpo di Stato e le potenze occidentali interpretarono l’episodio jugoslavo come un duro colpo assestato al prestigio di Hitler. Ma il Führer, che voleva i Balcani sicuri nelle proprie mani prima di sferrare l’attacco alla Russia, ordinò l’invasione della Jugoslavia. Nel giro di pochi giorni, dal 6 al 13 aprile, la Jugoslavia fu conquistata e poi divisa tra la Germanja e i suoi alleati. Il 10 aprile fu proclamata l’indipendenza della Croazia e a capo del nuovo Stato venne insediato, con il consenso di Hitler e di Mussolini, Ante Pavelich (4), capo del movimento nazionalista ustaša. Vladko Maček, il leader del partito contadino croato che raccoglieva la grande maggioranza dei consensi tra la popolazione croata, aveva rinunciato all’invito fattogli dai tedeschi di essere lui il nuovo capo dello Stato. Il movimento ustaša aveva, ed ebbe sempre, una stretta base popolare: era un’organizzazione clandestina con caratteristiche paramilitari (5). Nonostante ciò, il popolo croato accolse con gioia l’indipendenza, a lungo aspettata e che segnava la fine dell’invadente regime serbo. Partecipe di questo giubilo fu anche la Chiesa cattolica croata, che aveva subito durante il regno jugoslavo una forte discriminazione rispetto alla Chiesa serbo-ortodossa. Discriminazione che si era manifestata in diversi modi: venivano costruite bellissime chiese ortodosse in centri storicamente e di fatto interamente cattolici; si favorivano in tutti i modi i matrimoni misti a danno della Chiesa cattolica; veniva ostacolata l’apertura di nuove scuole cattoliche e si cercava di far scomparire quelle già esistenti; era quasi impossibile per i cattolici accedere si gradi più elevati dell’amministrazione, dello Stato e dell’esercito (6). Le regioni cattoliche venivano sistematicamente colonizzate dagli ortodossi (7). Si calcola che la Chiesa cattolica, tra apostasia e matrimoni misti, abbia perso durante il regno jugoslavo circa 200.000 fedeli. Motivo di ulteriore umiliazione per i cattolici croati fu poi la mancata approvazione del concordato, di cui si è fatto cenno in precedenza. Anche l’arcivescovo di Zagabria gioì per l’indipendenza. Egli era sicuramente un sostenitore della causa autonomista del popolo croato e vedeva nell’indipendenza una maggiore libertà per la Chiesa, ma non approvò mai il nazionalismo. In un’omelia che rivolse agli studenti universitari di Zagabria il 27 marzo 1938 disse: «Se pertanto l’amore verso le nazionalità supera il confine del buonsenso, allora non è amore ma passione, non è utile e neppure di lunga durata […]. L’amore per la propria nazione non deve fare l’uomo una bestia feroce, ma nobilitarlo. Dopo essere stato ricevuto da Pavelich il 16 aprile 1941, nel suo Diario (8) è annotato: «[…] l’arcivescovo ha ricavato l’impressione che il Poglavnik [capo; ndr] sia un cattolico sincero e che la Chiesa avrà la libertà nelle sue azioni, anche se l’arcivescovo non si illude che tutto ciò possa avvenire senza difficoltà». Quindi gioia sì, ma unita a una buona dose di realismo che faceva dubitare che questa indipendenza ottenuta sotto la tutela delle potenze dell’Asse potesse essere reale. All’uscita dell’arcivescovado, quando le prime truppe tedesche entrarono a Zagabria, un gruppo di ragazzi manifestava la propria esultanza per la proclamata indipendenza. Stepinac si rivolse al sacerdote che era con lui e gli disse: «Proprio questa ragazzaglia conosce cosa sia le zoccolo prussiano! Chi più desideroso di me che ci sia una Croazia libera! Ma non me la posso aspettare dalla pagana Germania. Prima la fede, non il paganesimo e la persecuzione della religione! Oltre a questo, politicamente non credo che Hitler voglia aiutarci a conquistare l’indipendenza». Di fatto, il nuove Stato croato fu sempre sotto le dipendenze sia della Germania sia dell’Italia: a quest’ultima dovette cedere buona parte della Dalmazia, tedeschi e italiani si divisero il territorio croato in due zone di influenza, nelle quali, quasi sempre, esercito e amministrazione civile croati erano direttamente sotto il loro controllo. Ma le difficoltà vennero dallo stesso regime ustaša, che iniziò subito una campagna persecutoria contro la popolazione serba che si trovava nel territorio dello Stato indipendente croato. Deportazioni verso la Serbia, uccisioni di massa eseguite da bande più o meno comandate dal potere centrale e in più, soprattutto da settembre del 1941, una campagna di conversioni forzate alla Chiesa cattolica. Di questa persecuzione, indubbiamente, la propaganda serba prima e quella comunista poi hanno esagerato ampiamente le dimensioni, anche per nascondere così le stesse violenze che le bande cetniche (nazionalisti serbi legati al precedente regno jugoslavo) e i partigiani misero in atto durante la guerra contro la popolazionc croata cattolica e musulmana (9). Ma le persecuzionc ci fu e fu sanguinosa. Anche gli ebrei e gli zingari subirono quasi il totale annientamento delle loro comunità presenti sul territorio dell’allora Stato croato (10).
Fermezza dell’arcivescovo
L’arcivescovo Stepinac prese una posizione di ferma opposizione contro questa campagna persecutoria e si impegnò in tutti i modi per soccorrere coloro che ne vennero colpiti. L’ampia documentazione al riguardo e le numerose testimonianze le provano con sufficiente evidenza. Frequenti furono i suoi interventi presso le autorità del governo croato. Già il 14 maggio 1941, dopo aver avuto notizia del massacro di 260 serbi effettuato dagli ustaša a Glina, inviò una lettera a Pavelich, in cui scrisse: «Io so bene che i serbi hanno commesso gravi misfatti in questi venti anni di governo. Credo però mio dovere di Vescovo di alzare la mia voce e dichiarare che questo non è lecito secondo la morale cattolica; quindi, Vi prego di prendere le misure più urgenti in tutto il territorio dello Stato croato indipendente, affinché non venga ucciso nemmeno un serbo se non sia dimostrato il delitto per il quale merita la morte. Altrimenti non possiamo attendere la benedizione del Ciclo, senza la quale dobbiamo soccombere». Innumerevoli furono gli interventi a favore dei serbi. Uno dei primi fu quello per il vescovo ortodosso Dositej Vasich, che era stato arrestato dagli ustaša venne liberato a seguito dell’intervento di Stepinac. Il 16 maggio protestò contro la deportazione della popolazione serba di Kordun e si interessò della sorte dei deportati del distretto di Sisak. Il 21 luglio protestò contro il trattamento disumano riservato agli internati dei campi di concentramento e nello stesso mese riuscì a salvare 300 donne serbe catturate dagli ustaša e destinate a morte sicura. Un dato può essere significativo della grande opera di carità che svolse Stepinac durante la guerra: tra il 1942 e il l944, l’arcivescovo riuscì a salvare, facendoli ospitare in istituti religiosi o presso famiglie di Zagabria, 6.717 bambini, di cui circa 6.000 di famiglie ortodosse e partigiane, rimasti abbandonati dopo la battaglia di Kozara del 1942.I bambini arrivarono a essere circa 14.000 quando, nel 1943, se ne aggiunsero 3.000 e altri 5.000 dai campi di concentramento in Dalmazia.
A favore degli ebrei
Altrettanto numerosi furono gli interventi di Stepinac a favore degli ebrei. Già prima della guerra, l’arcivescovo aveva prestato aiuto si numerosi profughi ebrei che dalla Germania si erano rifugiati a Zagabria per sfuggire alle deportazioni ordinate da Hitler, creando un apposito «Comitato dei profughi», di cui si occupò personalmente. Contro le leggi e le disposizioni antiebraiche varate dal governo inviò, tra la primavera e l’estate del 1941, diverse lettere di protesta al ministro degli interni Artukovich e allo stesso Pavelich, riuscendo a far abrogare la norma che imponeva agli ebrei (anche quelli convertitisi al cristianesimo) di indossare sul braccio una fascia gialla con la stella di Davide e di non entrare nei luoghi pubblici. Di fronte a ulteriori rastrellamenti che si verificarono nel 1943, e sapendo che erano soprattutto le autorità tedesche a spingere in questa direzione, scrisse nuovamente al capo del governo croato: «Se c’è di mezzo qualche autorità estera che si immischia nei nostri affari interni, io non ho paura che questa parola di protesta sia portata a sua conoscenza. La Chiesa cattolica non teme davanti a nessun potere terreno, quando si tratta di difendere i più elementari diritti dell’uomo…». Tantissimi furono anche gli aiuti concreti che prestò alle persone appartenenti alla comunità ebraica e non è possibile riportarli qui. Le stesse autorità ebraiche lo attestarono. Il delegato in Turchia della commissione per l’aiuto agli ebrei europei, Dr. Weltmann, scrisse nel giugno del 1943 al delegato apostolico a Istanbul Angelo Roncalli: «Noi sappiamo che mons. Stepinac ha fatto tutto il possibile per alleviare la sorte infelice degli ebrei in Croazia» (11). Anche il grande rabbino di Zagabria Freiberger scrisse a Pio XII «per esprimerVi come grande rabbino di Zagabria e capo spirituale degli ebrei in Croazia la mia gratitudine più profonda e quella della mia congregazione per le genti che hanno mostrato i rappresentanti della Santa Sede e i capi della Chiesa verso i nostri poveri fratelli» (12).
Pavelich, soprattutto dopo i primi mesi di regime, pensò di risolvere il «problema serbo» costringendo la popolazione ortodossa a convertirsi al cattolicesimo. La motivazione era eminentemente politica: creare uno Stato unitario e omogeneo, così da sottrarre i serbi di Croazia all’influsso politico della Chiesa ortodossa. A questo scopo fu emanato dal governo una serie di decreti per regolare queste «conversioni» e impedire che passassero al cattolicesimo quegli ortodossi che appartenevano alle classi colte e più ricche, perché non si infiltrassero nel nuovo regime e continuassero a esercitare la loro influenza. Questa campagna rappresentava una vera e propria ingerenza dello Stato in un campo di esclusiva giurisdizione della Chiesa. Stepinac intervenne con decisione, sia protestando presso le autorità governative, sia inviando lettere circolari al clero per ricordare che «la fede è questione della libera coscienza e perciò nel decidersi ad abbracciarla devono essere esclusi tutti i motivi disonesti».
Niente conversioni forzate La posizione della Chiesa croata sulle «conversioni forzate» venne definita chiaramente nella riunione della Conferenza episcopale del novembre 1941, al termine della quale Stepinac inviò una lunga lettera a Pavelich contenente le risoluzioni prese dall’episcopato. In esse si ribadiva che «tutte le questioni riguardanti la conversione degli ortodossi alla religione cattolica sono esclusivamente di competenza della gerarchia della Chiesa» e che possono essere ricevuti nella Chiesa solo coloro che si convertono «senza alcuna costrizione, nella più completa libertà». Nella lettera si chiedeva che ai serbi «venissero garantiti ed effettivamente concessi tutti i diritti civili e particolarmente la libertà personale, il diritto di proprietà c si pronunciassero condanne solo dopo un processo regolare, uguale a quello degli altri cittadini. In primo luogo fosse punita con estremo rigore ogni iniziativa privata intesa a distruggere le loro chiese o cappelle o ad asportarne i loro beni». Il clima di sopraffazione e di violenza in cui si viveva costrinse Stepinac a fare un’eccezione alle leggi canoniche, quando in un’istruzione ai sacerdoti scrisse: «Quando vengono da voi persone di religione ebraica o ortodossa, che si trovano in pericolo di morte e desiderano convertirsi at cattolicesimo, accoglietele per salvare la loro vita. Non richiedete a loro nessuna particolare istruzione religiosa, perché gli ortodossi sene cristiani come noi e la religione ebraica è quella nella quale il cristianesimo ha le sue radici. L’impegno e il dovere del cristiano è in prime luogo quello di salvare la vita degli uomini. Quando sarà passato questo tempo di pazzia, resteranno nella nostra Chiesa coloro che si saranno convertiti per convinzione, mentre gli altri, passato il pericolo, ritorneranno alla loro fede». La campagna di conversioni non ebbe il successo che il governo sperava; varie furono le cause, tra queste anche l’opposizione della Chiesa.
Più volte Stepinac condannò nelle sue omelie il razzismo, sostegno ideologico delle azioni degli ustaša e degli occupanti nazisti, in un momento in cui pochi in Europa ebbero il coraggio di farlo. Particolarmente incisive furono le omelie pronunciate nelle feste di Cristo Re. In quella del 1941, dope aver condannate le «teorie e ideologie atee» che «sono riuscite ad infettare il mondo», ammonì: «Vi è il pericolo che perfino coloro che si gloriano del nome cattolico, per non dire addirittura della vocazione spirituale, divengano vittime della passione dell’odio e della dimenticanza della legge che è il tratto caratteristico e più belle del cristianesimo: la legge dell’amore». L’allusione agli ustaša e a quei sacerdoti (pochi in verità) che collaborarono con loro è chiara. Nel 1942 denunciò apertamente le leggi e le violenze dettate dell’odio razziale: «Ogni popolo è ogni razza provengono da Dio […] questa differenziazione non deve essere motivo di sterminio vicendevole […] ogni popolo e ogni razza, quale oggi esiste sulla terra, ha diritto a una vita degna dell’uomo e a un trattamento degno dell’uomo. Tutti, siano zingari o di altra razza […] hanno il diritto di dire: Padre nostro che sei nei cieli! […] Per questa ragione la Chiesa cattolica ha condannato e condanna anche oggi, ogni ingiustizia e violenza a nome della classe, della razza o della nazione». L’omelia non fu pubblicata, ma circolò clandestinamente, come altre di cui i partigiani diffondevano il testo e Radio Londra ne trasmetteva interi brani. Gli ustaša e i tedeschi iniziarono una campagna diffamatoria contro l’arcivescovo, accusandolo di essere un collaboratore dei comunisti. Nell’omelia in occasione della festa di Cristo Re, Stcpinac dichiarò: «Ora risponderemo a coloro che ci accusano di filocomunismo […] anche coloro che ci fanno un tale rimprovero, farebbero meglio, forse, a battere alla porta della propria coscienza e porsi una domanda come questa: non è grande il numero di coloro che si sono rifugiati nelle foreste, senza essere convinti della verità del comunismo, spinti invece molto spesso dalla disperazione, a causa dei metodi brutali di qualche individuo, che crede di poter fare ciò che vuole, come se non ci fosse per lui legge né umana, né divina?». La reazione delle autorità ustaša furono immediate: si vietò la pubblicazione dell’omelia e il ministro della cultura, Makanec, scrisse un articolo su Il popolo croato, nel quale attaccò I’arcivescovo «che recentemente, nelle sue prediche, ha oltrepassato i limiti della Sua vocazione per immischiarsi in affari in cui non è competente».
Un giudizio obiettivo
L’immagine di uno Stepinac collaboratore del regime di Pavelich o testimone inerte della pulizia etnica degli ustaša, che certa storiografia poco obiettiva ha voluto propinarci, non sembra quindi corrispondere a verità. Un interessante libro di uno storico americano (13) ci riporta la testimonianza di un emissario del governo jugoslavo in esilio, il tenente Rapotec, che nella prima metà del 1942 compì una missione segreta in terra croata per stabilire contatti tra l’opposizione in patria e quella all’estero. Arrivando a Zagabria, rimase stupito nel rendersi conto subito che l’arcivescovo era persona non grata al regime; le organizzazioni clandestine dei serbi e degli ebrei insistettero con lui affinché chiedesse al governo jugoslavo in esilio di fermare la compagna propagandistica contro Stepinac, perché l’arcivescovo li proteggeva. Alla domanda di Rapotec, perché non avesse rotto con il regime ustaša, l’arcivescovo rispose che se lo avesse fatto non avrebbe potuto più aiutare nessuno (i serbi, gli ebrei e gli oppositori che si trovavano nei campi di concentramento). La cosa più importante era salvare quello che poteva essere ancora salvato. I suoi contatti con le autorità erano esclusivamente formali. Esse avrebbero voluto liberarsi di lui, ma al tempo stesso volevano far vedere a tutti che le loro relazioni erano eccellenti. Lo spiavano e sapevano sempre dove andava, cosi che Pavelich, quasi per caso, appariva alla stessa cerimonia o gli capitava di passare nei pressi quando Stepinac stava per partire. Si salutavano e un’intera batteria di fotografi riprendeva il loro incontro per fini propagandistici.
L’opposizione a Tito
Alla fine della guerra, dopo la fuga di Paveich e del suo governo, Stepinac rimase al suo posto. I comunisti avevano già iniziato a perseguitare la Chiesa: nel marzo 1945, la Chiesa croata pubblicò una prima lista di sacerdoti uccisi, che comprendeva 149 nomi. Una volta preso il potere, Tito cercò di convincere l’arcivescovo a staccarsi da Roma e a fondare una Chiesa cattolica indipendente. Ma Stepinac si oppose con forza: «Nessun cattolico, anche a costo della vita, può eludere il suo foro supremo, la Santa Sede, altrimenti cessa di essere cattolico». La persecuzione si fece allora, ancora più dura: nella lettera pastorale dei vescovi cattolici jugoslavi del 21 settembre 1945, si riferiva che 243 sacerdoti erano stati uccisi, 89 erano scomparsi e 169 erano in prigione o in campi di concentramento. Il regime inscenò un processo farsa contro Stepinac, con l’accusa di aver collaborato con il regime ustaša. L’11 ottobre 1946 venne condannato a 16 anni di lavori forzati. Nel 1951 fu trasferito dalle carceri di Lepoglava al domicilio coatto presso la sua parrocchia di origine di Krašich, dove morì il 10 febbraio 1960. Sembra ormai accertato che venne ucciso con un veleno che gli veniva somministrato poco alla volta, come testimoniato da uno dei suoi carcerieri nel corso delta causa di beatificazione.
Nella difesa di fronte al tribunale jugoslavo, Stepinac disse: «Io dico questo: quando la situazione si normalizzerà e quando potranno essere pubblicati tutti i documenti, quando gli stessi potranno essere studiati in pace, quando tutti potranno esprimere liberamente la loro parola, senza paura, pienamente liberi, alla luce della pura verità, dal punto di vista sia politico sia morale, allora non si troverà nessuno che punterà il dito contro l’arcivescovo di Zagabria». È finalmente arrivato questo momento?
Enrico Miscia
(1) Sul cardinale Stepinac sono reperibili, con una certa difficoltà, le seguenti opere: F. Cavalli, Il processo dell’Arcivescovo di Zagabria, Roma 1947; R. Pattee, The case of cardinal Aloysius Stepinac, Milwaukee 1953; N. Istranin, Stepinac. Un innocente condannato, Vicenza 1982. Più recente: H. Barbour-J. Batelja, Luce lungo il sentiero della vita. Una biografa spirituale del Beato Luigi cardinale Stepinac, Zagabria 1998.
(2) Si può vedere I’articolo di Gad Lerner dal titolo Martire o protettore degli ustascia?, apparso su la Repubblica del 19 novembre 1999 che, nel suo apparente equilibrio, fornisce i contenuti di questa polemica.
(3) I brani delle lettere, del Diario e delle omelie di Stepinac citati in questo articolo, sono estratti dalla Positio della Causa di beatificazione.
(4) Durante gli anni Trenta, Pavelich e gli ustaša godettero della protezione e dell’appoggio del regime fascista. Mussolini pensò di utilizzare, soprattutto all’inizio degli anni Trenta, l’organizzazione clandestina croata per destabilizzare ii regno jugoslavo e poter estendere la sua influenza sull’altra sponda dell’Adriatico. Quando fu proclamato lo Stato indipendente croato, Pavelich si trovava in Italia.
(5) Afferma Ernst Nolte: «L’organizzazione ustaša […] appartiene fondamentalmente alle organizzazioni terroristico-segrete nazionalrivoluzionarie dei Balcani sul tipo della Mano Nera serba o della Imro macedone […]. Essendo organizzazioni segrete, esse non hanno ancora dimestichezza con l’elemento opinione pubblica, che viceversa ha costituito dovunque una radice vitale dei movimenti fascisti» (E. Nolte, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti, Bologna 1970, p. 234).
(6) Alcuni esempi: di 127 funzionari del ministero degli interni, 113 erano ortodossi serbi; di 117 generali dell’esercito, 115 erano ortodossi serbi e uno solo cattolico.
(7) Per esempio, delle terre comprese nella riforma agraria della Slavonia, il 96% venne attribuito a ortodossi e il 4% a cattolici.
(8) Questo Diario non è on giornale dell’anima, ma è piuttosto uno scritto di carattere officiale dove sono registrati tutti gli avvenimenti e le attività di Stepinac: dalle udienze alle visite, dalle cerimonie religiose a quelle civili, eccetera. È stato scritta da diverse persone: da Stepinac stesso, ma anche dai suoi segretari Salich c Lackovich, che scrivevano in base alle direttive e talvolta sotto dettatura dell’arcivescovo. Viene ampiamente citato nella Positio della Causa di beatificazione.
(9) Alcuni studi più recenti, sia serbi sia croati, hanno cercato di definire con maggiore obiettività l’entità delle perdite umane avvenute nel territorio jugoslavo dorante la seconda guerra mondiale. Si possono citare qui i lavori di V. Žerjavich, Population Losses in Yugoslavia, Zagreb 1997 e di B. Kočovich, Žrtve drugog svetskog rata u Jugoslaviji (Le vittime della seconds guena mondiale in Jugoslavia), London 1985.
(10) La legislazione antiebraica e lo sterminio degli ebrei in Croazia furono realmente soprattutto per la pressione tedesca sul governo di Pavelich. Molti ebrei riuscirono a salvarsi fuggendo nella zona sotto controllo italiano.
(11) Cfr Actes et documents du Saint Siege relatifs à la seconde guerre mondiale, 9, n. 226, p. 337.
(12) Ivi, 8, n. 441, p. 611.
(13) S. K. Pavlowitch, Unconventional perceptions of Yugoslavia 1940-1945, New York 1985.
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