Censurano pure la mostra su Rolando Rivi

Censurano pure la mostra su Rolando Rivi

di Andrea Zambrano da www.lanuovabq.it

Tomba di Rolando Rivi

«Quella mostra infanga la Resistenza». Così la scuola elementare di Rio Saliceto (Reggio Emilia) ha dovuto sospendere le visite programmate alla mostra sul Beato Rolando Rivi esposta in questi giorni nei locali della parrocchia del comune della Bassa reggiana. Coincidenze: la scuola primaria di Rio è intitolata ad Anna Frank, una delle più cristalline martiri della furia omicida nazista.

E forse il simbolo dell’innocenza perduta della Seconda Guerra Mondiale. E Rolando Rivi è con Anna Frank un simbolo della violenza delle ideologie e dei totalitarismi del ‘900. Ma ci sono simboli e simboli. Al neo beato, ucciso dai partigiani comunisti sul finire della guerra e beatificato da Papa Francesco perché martire in odio alla fede, per farsi accettare dal mainstream culturale, deve servire più tempo.

Lo dimostra il fatto che nessuno si aspettava che la mostra voluta dal parroco don Carlo Castellini per celebrare la beatificazione di Rivi, suscitasse tanto scandalo. Sotto accusa il pannello «domani un prete di meno», nel quale la mostra raggiunge il suo clou con la narrazione, ad usum infante, dell’uccisione da parte dei partigiani comunisti.

La cosa non è piaciuta ad alcuni genitori che hanno visionato la mostra e l’hanno ritenuta non adatta all’educazione del propri figli. «Infanga la Resistenza e i partigiani». Così hanno così chiesto al parroco di togliere il pannello incriminato. Don Castellini ha opposto un netto rifiuto: la mostra è così, se non piace pazienza, ma non si può cambiare. La scuola però aveva già richiesto l’autorizzazione dei genitori a partecipare alla visita.

Una visita che si sarebbe dovuta svolgere anche in questi giorni all’interno dell’ora di religione, a scanso di equivoci e dunque filtrando già non tutta la popolazione scolastica, ma solo chi ha optato per l’insegnamento della religione cattolica.

Niente da fare: la protesta dei genitori, esternata alle maestre ha raggiunto il suo apice con l’interessamento della preside, che ha deciso di fermare tutto per poter visionare in prima persona i pannelli della mostra inaugurata al Meeting di Rimini da un’idea del biografo di Rolando Rivi, il giornalista e scrittore Emilio Bonicelli.

Delusi gli altri genitori che ora si sono sentiti discriminati e avevano accettato di buon grado l’idea di far vedere ai loro figli la storia per immagini del martirio di Rolando Rivi. La preside ha visionato la mostra è alla fine ha emesso il suo giudizio. Paradossale. «La visita alla mostra viene annullata per ragioni didattiche per l’impossibilità di contestualizzare dal punto di vista storico e didattico la mostra».

La dirigente al telefono con La Nuova Bussola Quotidiana ha anche aggiunto che «a studiare quel periodo storico le scuole elementari non arrivano». Paradossale e a tratti grottesco dato che la scuola è dedicata ad Anna Frank e che nelle scuole elementari la Seconda Guerra Mondiale è studiata ampiamente.

Ma evidentemente la paura di uscire dal seminato del politicamente corretto ha preso il sopravvento e gli strepiti di pochi genitori, alcuni dei quali eletti democraticamente nelle file del Pd locale, hanno avuto la meglio su una maggioranza silenziosa di genitori che ora si sentono presi in giro dalla scuola.

Resta il fatto che quella frase “domani un prete in meno” fa parte della storia ormai, essendo parte integrante della vicenda non solo storica di Rivi, ma anche giudiziaria, su cui una sentenza della Cassazione della Repubblica italiana ha messo la parola fine 50 anni fa attribuendo la sua uccisione ad opera di partigiani comunisti in odio alla fede.

La beatificazione e il culto sarebbero arrivati molto dopo. Così come le recenti richieste di perdono espresse dal presidente dei partigiani reggiani Giacomo Notari. Ma nell’Emilia rossa evidentemente certi aggiornamenti non sono ancora arrivati.

La vicenda mostra chiaramente come la scuola pubblica italiana stia rinunciando anche alla propria storia e al fondo alla propria identità.

«Il Vaticano sapeva degli ebrei rifugiati nei conventi»

«Il Vaticano sapeva degli ebrei rifugiati nei conventi»

A Gerusalemme, nella mostra dedicata ai 50 anni dei “Giusti” tra le nazioni, continua il percorso iniziato con la revisione del pannello su Pio XII

GIORGIO BERNARDELLI
da Vatican Insider

In una mostra in corso a Gerusalemme, lo Yad Vashem (il Museo dell’Olocausto), torna ad affrontare il tema del rapporto tra il Vaticano e la Shoah. E – confermando il risultato del dibattito storiografico che ha portato nel 2012 alla riformulazione del contestato pannello dedicato a Pio XII nel percorso museale – il Museo della Shoah afferma espressamente che il Vaticano era a conoscenza  del fatto che conventi e monasteri aprirono le porte agli ebrei. La mostra in questione è quella allestita in occasione dei cinquant’anni dall’istituzione dei Giusti tra le nazioni – il riconoscimento che a Gerusalemme viene assegnato a quanti durante la Shoah misero a rischio la propria vita per salvare quella di alcuni ebrei – avvenuta nel 1953. Inaugurata qualche settimana fa si intitola «Sono io il custode di mio fratello», con un chiaro riferimento biblico (ma volutamente senza il punto di domanda che accompagna la domanda di Caino).La mostra ripercorre alcuni nodi e alcune storie emblematiche tra quelle degli ormai quasi 25 mila Giusti riconosciuti dallo Yad Vashem. E una delle sue sezioni è dedicata specificamente agli uomini delle Chiese cristiane (di tutte le confessioni) che compirono questo gesto eroico.

Intitolata «Sotto le ali della Chiesa», questa parte della mostra, pur ribadendo in maniera chiara il punto di vista della storiografia ebraica, tiene comunque presente le obiezioni suscitate dalle polemiche sul pannello dedicato a Pio XII. «Il comportamento dei cristiani durante l’Olocausto continua a rappresentare una sfida per il mondo cristiano anche nel XXI secolo – si legge nell’introduzione della versione on line -. Di fronte allo sterminio degli ebrei, molti leader delle Chiese e sacerdoti rimasero in silenzio e alcuni persino collaborarono. Alcuni – di tutte le confessioni cristiane – rischiarono la propria vita per salvare gli ebrei ed alzarono la voce contro il loro sterminio». Sul tema del rapporto tra i pregiudizi antiebraici e l’antisemitismo nazista, la mostra sostiene che «anche se l’antisemitismo razzista dei nazisti fu un fenomeno diverso rispetto al tradizionale antigiudaismo cristiano, si fondò comunque sui pregiudizi esistenti».  Quanto infine all’atteggiamento specifico della Chiesa cattolica si dice che «la mancanza di una presa di posizione aperta e inequivocabile da parte del Vaticano lasciò ai responsabili delle istituzioni cattoliche la decisione di intraprendere il salvataggio degli ebrei. Alcuni superiori di conventi e monasteri – continua il testo – aprirono le porte ai fuggitivi ebrei e talvolta il Vaticano ne era informato. In alcuni casi i vescovi e altri leader cattolici chiesero al loro clero e ai fedeli di aiutare gli ebrei».

Infine si specifica che «alcuni Giusti tra le nazioni manifestarono un rispetto profondo per la fede dei loro protetti; non salvarono solo le loro vite, ma li aiutarono anche ad aderire ai loro precetti religiosi – celebrando le festività, pregando e seguendo le regole religiose ebraiche – mentre erano nascosti». Nel complesso, dunque, pur trasparendo la diversità di giudizio sull’operato di Pio XII (peraltro in questo caso non citato espressamente), la mostra sui Giusti offre comunque al visitatore dello Yad Vashem alcuni elementi nuovi che possono aiutare a comprendere i termini di un dibattito che – nel pannello rivisto nel 2012 – per forze di cose resta solamente enunciato.

Terra piatta? Ius primae noctis? Falsità contro il medioevo

Terra piatta? Ius primae noctis? Falsità contro il medioevo

Lentamente tutte le bufale sui cosiddetti “secoli bui”, ovvero il Medioevo, stanno crollando grazie all’onestà intellettuale di molti storici. Per quanto riguarda l‘”Inquisizione medioevale“, ad esempio, è stato dimostrato che in realtà il fenomeno si diffuse nel Rinascimento e maggiormente in ambito protestante anzi, lo storico Christopher Black ha osservato che quella romana era decisamente “meno oscura di quanto si pensi”, anzi fu più umana e con poche condanne.

In questi giorni ha voluto smontare ancora una volta la leggenda dei “secoli bui” lo storico Alessandro Barbero, ordinario di Storia Medievale presso l’Università degli Studi del Piemonte Orientale. Scrivendo su “La Stampa” ha osservato accennando a George Orwell: «Al popolo si insegna che nel brutto, lontano passato esistevano creature malvage chiamate i capitalisti, che opprimevano il popolo con le pretese più infami. Il procedimento immaginato da Orwell, creare un’immagine tenebrosa del passato allo scopo di esaltare il presente, è stato praticato davvero in Europa, dal Rinascimento fino all’Ottocento: vittima designata, il Medioevo. Umanisti e artisti rinascimentali orgogliosi della loro nuova cultura, riformatori del XVIII secolo in lotta contro il feudalesimo, positivisti dell’Ottocento intenti a celebrare il progresso e combattere la superstizione, si sono trovati tutti d’accordo a dipingere con le tinte più nere il millennio medievale. Sono nate così alcune istantanee, chiamiamole così, che tutti visualizziamo facilmente, tanto sono inseparabili dall’immagine popolare del Medioevo».

Sono molte queste leggende e il prof. Barbero le affronta smontandole: «Le folle atterrite che riempiono le chiese negli ultimi giorni prima dell’anno Mille, nella certezza che il mondo sta per finire; i dotti, in realtà ignorantissimi, che credono che la Terra sia piatta, o comunque non osano insegnare il contrario per paura di essere puniti dalla Chiesa; e naturalmente lo ius primae noctis evocato da Orwell, la legge infame per cui il signore del villaggio ha diritto alla verginità di tutte le ragazze, e biecamente riscuote quel che gli è dovuto la sera di ogni festa di nozze». Niente di tutto questo è vero e gli storici lo sanno. Anzi, lo storico, ha spiegato Babero, «si sente un po’ un guastafeste quando, dopo lunghe e accurate verifiche, gli tocca sentenziare che tutte queste immagini così pittoresche sono false, e che nulla di tutto ciò è mai accaduto davvero. Eppure è proprio così: se si va a controllare si scopre, con non poco stupore, che di queste cose nel Medioevo non si parlava affatto, e che sono tutte state inventate dopo».

Per quanto riguarda il presunto terrore della fine del mondo nell’anno Mille, secondo alcuni teorizzato dalla Chiesa, occorre sottolineare che «il 31 dicembre 999 il papa Silvestro II confermava i privilegi di un monastero per molti anni a venire a patto che in futuro ogni abate, quando veniva eletto dai monaci, si facesse consacrare dal Papa». Lo si evince dal foglio dell’Apocalisse di San Severo, manoscritto francese dell’XI secolo…è evidente che il Pontefice non aveva affatto in mente che il mondo stesse per finire.

Vogliamo parlare della terra piattaSecondo il poco scientifico Alessandro Cecchi Paone fu Galileo Galilei a dimostrare che aveva una forma sferica, attirandosi così le ire della Chiesa. Eppure chiunque nel Medioevo dava per scontato che la Terra fosse sferica, proprio come oggi, tant’è che «ogni imperatore medievale si faceva raffigurare con in mano il simbolo del suo potere sul mondo: un globo sormontato dalla croce» ha commentato lo storico.

Ed infine, ultimo esempio, si parla della menzogna dello “ius primae noctis” (diritto della prima notte), la legge per cui ogni feudatario aveva il diritto di trascorre, in occasione del matrimonio di un proprio servo della gleba, la prima notte di nozze con la sposa. Eppure non vi sono testimonianze di una sua diffusione nell’Europa medievale e le fonti storiche non rintracciano direttive né da parte delle autorità laiche (re, imperatori), né da parte di quelle ecclesiastiche. Anche per questo, ha spiegato lo storico Barbero, «non lo incontriamo mai, se lo cerchiamo dove ci aspetteremmo di trovarlo. Il Medioevo ci ha lasciato un’infinità di novelle come quelle del Boccaccio, in cui si parla di sesso con grande franchezza», eppure «non c’ènemmeno un autore medievale che abbia pensato di trarre profitto da uno spunto così succulento come lo ius primae noctis, di cui oggi sceneggiatori del cinema e autori di romanzi storici si servono continuamente». Si è cominciato a parlarne dopo il ’500, in pieno Rinascimento, «secondo uno schema preciso e che è sempre il medesimo: come qualcosa che capitava ai brutti vecchi tempi […] nella fantasia di eruditi creduloni che descrivono un passato leggendario, che comincia a circolare questa storia incredibile: quel passato era così barbaro che i signori pretendevano addirittura di godersi le spose dei loro servi nella notte delle nozze».

Da queste leggende è difficile sbarazzarsi, «non importa se da cent’anni nessuno storico serio le ripete più, e se grandi studiosi come Jacques Le Goff hanno insistito tutta la vita a parlare della luce del Medioevo», ha concluso laconico lo storico Barbero. «Nel nostro immaginario è troppo forte il piacere di credere che in passato c’è stata un’epoca tenebrosa, ma che noi ne siamo usciti, e siamo migliori di quelli che vivevano allora».

da http://www.uccronline.it

Dall’Inquisizione al sesso, un libro fa piazza pulita delle balle sulla Chiesa, «la grande meretrice»

Dall’Inquisizione al sesso, un libro fa piazza pulita delle balle sulla Chiesa, «la grande meretrice»

di Bruno Forte da www.tempi.it

Sette donne, storiche di professione e di diverse estrazioni religiose, ristabiliscono un po’ di verità in merito a luoghi comuni e leggende nere sulla Chiesa cattolica

Beatus-Facundus-grande-meretrice-Apocalisse-1047-Madrid-Biblioteca-NazionaleArticolo tratto dall’Osservatore Romano – Dieci questioni, intorno a cui un’opinione diffusa e “politicamente corretta” chiama la Chiesa a giudizio davanti al tribunale della storia: la sua infedeltà rispetto alle origini del movimento cristiano, l’imposizione del celibato ecclesiastico, i tribunali dell’Inquisizione, l’arretratezza cattolica rispetto al progressismo evangelico, l’antisemitismo, la sessuofobia, l’anti-scientismo, la svalutazione della donna, il dolorismo. Sette donne, storiche di professione, di diversa estrazione religiosa, si confrontano con questi stereotipi senza pregiudizi, con un linguaggio ampiamente accessibile, mai rinunciando al rigore storico-critico delle affermazioni.

Ecco tema e autrici di un volume a dir poco “intrigante”, esposto a toccare sensibilità acute e a suscitare reazioni di segno diverso, e tuttavia utile e illuminante, perché capace di dar a pensare a chiunque lo legga senza preclusioni di sorta: La grande meretrice. Un decalogo di luoghi comuni sulla storia della Chiesa è il titolo del libro in questione, introdotto e curato da Lucetta Scaraffia, autrice ella stessa di due fra i saggi più stimolanti (“Sul celibato ecclesiastico” e “I protestanti sono più moderni”). L’intento dichiarato è di servire la verità storica, rettificando quei «luoghi comuni che ormai sembrano avere sostituito la realtà per quanto riguarda la storia della Chiesa, e che quindi hanno anche contribuito a deformarne l’identità pubblica» (p. 3): una rettifica che non ha nulla di meramente apologetico, che anzi non risparmia ammissioni di limiti e di ritardi nella bimillenaria vicenda ecclesiale e, proprio così, risulta convincente e feconda di incontri possibili con chi sia aperto a cercare la verità al di sopra di tutto.

L’approccio femminile, poi, riesce a spingere lo sguardo a quella ricchezza vitale di emozioni e sentimenti, sottesa ai fatti e decisiva per la vita, che spesso un certo razionalismo interpretativo è incapace di cogliere. La destinazione del testo a un vasto pubblico motiva non solo il suo stile discorsivo, spesso arricchito di narrazioni, ma anche la scelta dei luoghi comuni su cui far riflettere: «i più diffusi, quelli che generano il maggior numero di incomprensioni» e che, proprio per questo, è importante chiarire prima di iniziare un qualunque confronto teorico.

Il titolo del volume rende bene l’intreccio costante di prospettive che lo animano: come mostra efficacemente Sylvie Barnay nel primo dei dieci saggi, il tema della Chiesa santa e meretrice muove già dalla testimonianza biblica, in particolare dell’Apocalisse. Esso ritorna nei Padri della Chiesa come una sorta di canto fermo, non per denigrare la comunità dei fedeli, ma per stimolarla al bene nel continuo confronto fra ideale e reale.

Ricordo l’attenta riflessione che a esso dedicammo nel gruppo di lavoro della Commissione teologica internazionale, incaricato di approfondire le motivazioni e il senso della richiesta di perdono che il beato Giovanni Paolo II volle pronunciare a nome di tutta la Chiesa durante il Giubileo del 2000. In un memorabile incontro che avemmo con lui, ebbe a dirci una frase che ben rende il senso e l’importanza del tema: «Coraggio! Siate una Commissione coraggiosa! La verità ci farà liberi!».

L’applicazione delle parole di Gesù in Giovanni, 8, 32 alla testimonianza attuale della Chiesa è in realtà la chiave interpretativa fondamentale per comprendere come il riconoscimento sincero dei limiti e delle colpe faccia ancor più risplendere la santità e il bene di cui il popolo di Dio ha riempito l’universo nei tanti secoli del suo cammino. È questa anche la chiave di lettura del documento Memoria e riconciliazione che accompagnò poi il gesto profetico del Papa nell’anno giubilare. «Che l’istituzione, la Chiesa terrena, sia stata protagonista di pagine non edificanti e anche odiose — scrive nel suo bel saggio Sandra Isetta — è un dato inalienabile, fatalmente connesso alla natura umana».

Come questo vada compreso e coniugato all’idea della Ecclesia sancta, lo spiega la grande sintesi di Agostino sulle “due città”, «quella di Dio e quella degli uomini, in qualche modo confuse e mischiate fra loro nello scorrere dei tempi», tali però che «solo formalmente i non meritevoli sono parte integrante della Chiesa» e «che vero corpo di Cristo è quello che vivrà eternamente con lui dopo il giudizio» (p. 56). Il no a ogni puritanesimo che pretenda di comprendere nella vicenda storica del popolo di Dio unicamente chi è senza colpa, si congiunge alla coscienza di una necessaria, costante lotta contro il male e il maligno, che avrà il suo coronamento vittorioso solo nel finale ritorno del Cristo.

la-grande-meretriceParticolarmente interessante è il saggio della storica ebrea Anna Foa, dedicato alla Chiesa, «madre di tutte le inquisizioni». Con singolare capacità narrativa e documentaria, l’autrice giunge a una conclusione tanto singolare, quanto efficace: «Vogliamo confessarlo alla fine? Se proprio dovessi scegliere da quale di questi temibili tribunali umani [quelli dei vari totalitarismi] preferirei essere processata per quello che penso o credo, non sceglierei mai un tribunale sovietico dell’epoca della grandi purghe staliniane. E nemmeno mi piacerebbe farmi processare dai tribunali laici dell’età dell’assolutismo. Sceglierei nonostante tutto l’Inquisizione, quella romana naturalmente. Sempre sperando che Dio me la mandi buona» (p. 111). Peraltro, è la stessa studiosa a notare — nel saggio dedicato all’antisemitismo — che «nell’insieme la protezione che la Chiesa svolge nei confronti della minoranza ebraica presente nel suo seno è una costante, almeno fino a che l’equilibrio tra Chiesa ed ebrei si mantiene intatto» (p. 143). Il rigore della ricerca storica si fonde qui con un non comune coraggio nel sostenere tesi che destabilizzano una certa “vulgata” e mostrano come nelle pieghe della complessità della storia la verità sia molto più ricca e variegata di ogni facile giudizio sommario di colpevolezza o di assoluzione!

A conclusioni analoghe su questioni diverse pervengono i saggi di Margherita Pelaja sull’«odio per il sesso» attribuito alla dottrina della Chiesa, senza alcuna considerazione del valore sacramentale da essa riconosciuto all’unione sponsale in una vera e propria esaltazione della corporeità, o di Giulia Galeotti sul tema della scienza, che mostra tanto la banalità di giudizi quali quello di Richard Dawkins sulla religione quale «malattia mentale che dovrebbe essere estirpata dai nostri cervelli», quanto la fondatezza di asserti come quello di padre Michael Heller sul fatto che «la scienza ci dà il sapere, la religione il significato».

La conclusione di Cristiana Dobner sul tema della sofferenza è suggello adeguato all’intero percorso del libro: tutt’altro che esaltazione del dolorismo, il cristianesimo è un costante inno alla vita e alla sua bellezza, che è tale anche nel tempo della prova e del dolore, se queste vengono assunte e trasfigurate dal di dentro con la forza dell’amore che ci viene del Figlio di Dio incarnato e con lui tutto offre per tutti. «Chi crede e vive con la Chiesa e nella Chiesa, sa che quello squarcio [della domanda sul dolore] è stato già, in antecedenza, colmato dal Padre che non solo è vicino a noi, ma soffre con noi e per noi» (p. 259). Qui la ricerca storica al servizio della verità si fa più cha mai proposta di vita, stimolo a sperimentare la bellezza di quanto la Chiesa può offrirci, al di là di ogni chiusura pregiudiziale che a essa si voglia opporre.

I dollari di Pio XII contro Hitler

“L’Osservatore Romano” rilancia una ricerca di Patricia McGoldrick: le carte dei National Archives britannici rivelano come Papa Pacelli abbia combattuto il nazismo anche attraverso investimenti negli Stati Uniti

ANDREA TORNIELLI
da Vatican Insider

Il Vaticano negli anni della Seconda guerra mondiale ha investito milioni di dollari nelle principali banche degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, con i quali sono state aiutate e Chiese e le popolazioni stremate. Lo ricostruisce M. McGoldrick, della Middlesex University di Londra, nell’articolo “New Perspectives on Pius XII and Vatican Financial Transactions during the Second World War”, pubblicato sull’ultimo numero della rivista trimestrale «The Historical Journal» edita dall’università di Cambridge. La ricerca è stata rilanciata questo pomeriggio da “L’Osservatore Romano” in un articolo a firma di Luca Possati.

Al centro della vicenda c’è una figura ben nota, quella di Bernardino Nogara, membro della direzione della Banca commerciale italiana, che nel 1929 viene chiamato da Papa Ratti – del quale era amico di famiglia – alla guida delle finanze della Santa Sede. Sarà sua la strategia finanziaria vaticana, che sotto la direzione dei vertici della curia contribuirà alla vittoria degli Alleati contro il nemico nazifascista.

Nuovi documenti del servizio segreto britannico risalenti al periodo 1941-1943 e conservati nei National Archives britannici descrivono le attività delle principali istituzioni finanziarie vaticane: la Sezione straordinaria dell’Amministrazione dei Beni della Santa Sede (ASSS) e l’Istituto per le Opere di Religione (IOR). «Le carte rivelano – scrive l’Osservatore Romano – oltre alle regolari comunicazioni con le diocesi, le nunziature e gli istituti cattolici sparsi in tutto il mondo, anche vasti movimenti di denaro verso le grandi banche d’affari statunitensi».

Da tutto ciò viene documentato che all’inizio della seconda guerra mondiale il Vaticano spostò rapidamente i suoi titoli e le sue riserve auree dalle zone minacciate dall’occupazione nazista verso gli Stati Uniti, fece degli Usa il centro finanziario dal quale sostenere e amministrare la Chiesa universale investendo altri dieci milioni di dollari nell’economia americana.

Sin dai primi anni del mandato Nogara fu in grado di tessere una tela di relazioni e contatti, aprendo conti presso JP Morgan & Co., mentre lo IOR si serviva della National City Bank of New York. Mentre in Gran Bretagna l’ASSS aveva un conto in Morgan Grenfell, la banca sorella di JP Morgan, mentre lo IOR aveva rapporti con Barclays. Queste attività, scrive McGoldrick, «forniscono la chiara prova del fatto che il Vaticano inviava sistematicamente i suoi titoli via Lisbona, perfino quelli che erano stati registrati in Paesi sottoposti al blocco, per metterli al sicuro nella speciale custodia dei conti statunitensi, e, una volta ottenuta l’autorizzazione del dipartimento del Tesoro, poteva liberamente collocarli sui mercati americani».

All’inizio della guerra la Santa Sede decise dunque di muovere un’enorme quantità di denaro (titoli, riserve auree, rendite delle diocesi, donazioni, e così via) dai territori controllati dai nazisti verso gli Stati Uniti. E ciò avvenne con il beneplacito di Washington.

Che cosa aveva innescato questo movimento di denaro? «I tracciati britannici – riporta L’Osservatore Romano – informano su due aspetti fondamentali. Il primo è che nei conti americani del Vaticano erano raccolti specialmente i finanziamenti delle diocesi, i contributi dei fedeli e delle istituzioni religiose da tutto il mondo, nonché, ma in misura minore (circa il 20 per cento), i guadagni derivanti dai titoli e dagli investimenti. Gran parte di questo denaro era finalizzata a sostenere le Chiese in difficoltà, le missioni, le nunziature, i seminari e le diocesi in tutti i continenti» .

C’era un canale privilegiato per l’Europa, scrive la ricercatrice: «Per portare sollievo alle Chiese perseguitate durante l’occupazione nazista, dove scuole cattoliche, monasteri e chiese erano confiscati o chiusi, le organizzazioni giovanili e le pubblicazioni cattoliche soppresse, e numerosi preti e religiosi arrestati e internati nei campi di concentramento, lo IOR manteneva un conto separato presso la Chase National Bank di New York».

Quando il Governo britannico cercò di bloccare uno dei conti, «il Vaticano si appellò direttamente al Governo statunitense e lo fece con successo». I documenti dei National Archives rivelano anche finanziamenti per attività umanitarie in favore delle truppe alleate e delle popolazioni travolte dalla guerra. Come quando, nell’aprile 1944, Pio XII organizzò carichi di farina per la città di Roma, dove già aveva fornito oltre centomila pasti caldi al giorno, tentando anche di importare generi alimentari dall’Argentina e dalla Spagna verso l’Italia e la Grecia.

Ma c’è dell’altro. Dal 1939, come attestano i contatti di Nogara con Washington, il Vaticano investì ingenti somme in US Treasury Bills, nelle grandi aziende manifatturiere e tecnologiche, in compagnie come Rolls Royce, United Steel Corporation, Dow Chemical, Westinghouse Electric, Union Carbide e General Electric. Patricia McGoldrick parla addirittura di «un fiume di denaro dal Vaticano» utilizzato dall’industria bellica statunitense che contribuì a sconfiggere i nazisti.

Ma chi erano gli ebrei nascosti dai religiosi?

Monsignori e personalità diverse si fecero portavoce di Pio XII e del sostituto Montini • I nomi, gli indirizzi e le cifre per Roma e l’intero territorio italiano
di Grazia Loparco
Tratto da L’Osservatore Romano

Dieci anni di ricerca sugli ebrei nascosti presso le case religiose hanno portato alla luce diversi elementi riferiti ai clandestini, braccati dai nazifascisti a Roma e in tutta Italia durante la seconda guerra mondiale, in particolare dal 16 ottobre 1943 al 1945. Oltre alla documentazione inedita, molti articoli, testimonianze, saggi, studi, deposizioni dei “soccorsi superstiti” in occasione dell’attribuzione del titolo di Giusto fra le Nazioni a coloro che rischiarono la vita, consegnano una miriade di frammenti informativi. L’Associazione culturale Coordinamento Storici Religiosi (vedi in rete: www.storicireligiosi.it ) dal 2002 ha inteso ricostruire un mosaico un po’ più completo, iniziando da Roma. La capitale costituisce infatti un caso unico per diversi motivi, legati al numero degli ebrei residenti o arrivati in quegli anni in cerca di sicurezza (10. 000-12. 000), come pure all’elevato numero di case religiose, non di rado con la presenza di superiori generali o provinciali.

Sono così individuati gli indirizzi e i nomi degli istituti religiosi maschili e femminili interessati alla vicenda e presenti a Roma, che si sono potuti sin qui appurare. Si tratta di più di 220 case su circa 750 totali presenti in quegli anni nella capitale. Non è escluso che emergano ancora altre informazioni significative sia su quelle che cooperarono a nascondere ebrei e altri clandestini, correndo i rischi ben noti, sia sulle motivazioni di quelle comunità che invece non si aprirono volutamente all’emergenza drammatica.

È pure disponibile la bibliografia che concerne i diversi istituti, peraltro in continua evoluzione. Fermo restando che dalla ricerca si escludono per ora, per scelta metodologica, le parrocchie, le famiglie private, gli arcivescovadi, in questi anni ci ha accompagnato la domanda: oltre la capitale, in quante e quali località d’Italia furono nascosti ebrei da parte di religiosi e religiose? Si può tracciare una mappa per aree e regioni? Ci furono dei percorsi consolidati, delle traiettorie di spostamento nella ricerca della salvezza, verso la Svizzera, l’America, o semplicemente dalle città a località più isolate, o viceversa per entrare nell’anonimato? Quali furono i nodi e come funzionarono le reti di collegamento, sia in senso geografico, che istituzionale?

Le congregazioni religiose avevano a riguardo il vantaggio di un governo centralizzato e di una notevole diffusione sul territorio nazionale. In diversi casi – tra cui quello degli orionini (recentemente ricordato per il titolo di Giusto attribuito a don Gaetano Piccinini il 23 giugno 2011 a Roma) – la struttura istituzionale si rivelò una chance per trasferire, accompagnare su mezzi pubblici e nascondere in altre sedi persone note a livello locale e ricercate. Non di rado si trattava di apprezzati professionisti o noti commercianti.

Dopo aver identificato gli istituti religiosi rintracciati sulla base di documentazione certa, resta aperta l’altra domanda: ma chi erano realmente gli ebrei di cui si conosce non solo il nome, ma anche il cognome, a Roma e nelle altre sedi di cui si sa qualcosa? Diverse centinaia di nomi sono noti, alcuni elenchi sono pubblicati, ne appaiono continuamente qua e là, ma mancava un elenco unitario di quelli che sono stati accolti nelle case religiose.

Beninteso, siamo pienamente coscienti che l’elenco resterà del tutto incompleto perché non è rimasto documentato il nome della maggioranza degli ebrei nascosti per breve o lungo tempo, per ovvi motivi. Molti di essi diedero un nome falso; molti religiosi – specialmente giovani e dunque gli unici ancora oggi intervistabili – neppure sapevano chi fossero gli ospiti apparsi all’improvviso; molti furono identificati con pseudonimi. Alcuni furono registrati nelle cronache o in elenchi segreti, subito o dopo qualche tempo. Altri, che restarono in contatto con i religiosi per lungo tempo dopo l’emergenza, sono conosciuti.

Alcuni dopo decenni si sono decisi a testimoniare anche pubblicamente; altri sono tornati da soli o con le famiglie a rivedere le case, le soffitte, gli scantinati dove furono nascosti in mesi indimenticabili. Altri hanno scritto articoli, memorie, testimonianze. Per tante vie, dunque, un certo numero, ma sempre esigua minoranza, è uscita allo scoperto. Così qualcosa si può sapere. Si trattava di mettere insieme questi elementi, nella consapevolezza di rendere un servizio anche alla comunità ebraica, agli stessi clandestini di una volta che non raramente chiedono oggi se restano tracce della loro permanenza in una casa religiosa di cui ricordano vagamente il nome o l’ubicazione o un religioso o religiosa.

Per questo si è appena pubblicato un contributo – Per carità e per giustizia. Il contributo degli istituti religiosi alla costruzione del welfare italiano, a cura di Tiziano Vecchiato (Padova, Fondazione Zancan, 2011, pagine 384) – che nomina sia gli ebrei nascosti presso le diverse congregazioni religiose a Roma, sia le città e i centri minori di cui resta qualche testimonianza sicura, con gli ebrei ivi soccorsi, sempre presso istituti religiosi maschili o femminili. Infine si elencano i religiosi e le religiose italiani o operanti in Italia cui è stato attribuito il titolo di Giusto fra le Nazioni, con l’indicazione della congregazione di appartenenza, anch’essi punta di iceberg, come gli ebrei riconosciuti.

Per dare volto a vicende che accorciarono improvvisamente le distanze, rivoluzionarono diverse consuetudini, modificarono le vite e le coscienze, ancor più che gli orari e i numeri dei pasti da racimolare ogni giorno. I risultati dell’indagine riguardano almeno 134 centri accertati, città o paesi di varie dimensioni, soprattutto del nord e centro Italia, centinaia di istituti religiosi e diversi monasteri di clausura, sottoposti a una severa disciplina canonica. Tutto questo movimento e la serie di trasgressioni rispetto alle consuetudini religiose non potevano sfuggire alla Santa Sede, che al contrario si servì dei canali ordinari di comunicazione per favorire l’aiuto dei religiosi, fermo restando la prudenza raccomandata e osservata. La documentazione concernente Roma menziona diversi monsignori e ufficiali degli uffici vaticani, conferenzieri o cappellani di case religiose femminili, o personalità di spicco che si facevano portavoce del Papa e del Sostituto monsignor Giovanni Battista Montini, senza dimenticare iniziative autonome di superiori e superiore che non attesero alcuna indicazione per agire con prontezza secondo le urgenze e il buon senso. Fuori Roma, specie per i monasteri, occorse almeno la conferma esplicita dei vescovi, muniti di speciali facoltà, a quanto stava avvenendo. I processi decisionali dei religiosi, a volte il loro cambiamento in seguito a direttive che apparivano chiare, possono illustrare meglio la relazione tra congregazioni, Chiesa locale e Santa Sede.

L’arrivo, la permanenza, le strategie di occultamento degli ebrei, le relazioni interpersonali e religiose sono abbastanza note, tuttavia dietro ogni nome c’è una storia, personale e familiare. Gli elenchi di singoli o di nuclei familiari, uniti o separati per sesso ed età e parentela, sono ben più che una catena di nomi. Più di 300 sono identificati fuori Roma e più di 600 nella capitale, alcuni solo per cognome per indicare l’intera famiglia, e dunque con un numero impreciso, ma sicuramente più elevato. Certamente si tratta di una percentuale, rispetto agli almeno 4. 500 ebrei di cui resta memoria spesso non identificata, che furono nascosti in vario modo nelle comunità religiose di Roma.

La valenza umana e sociale, motivata dalla carità cristiana a fondamento dei rischi da correre, rende ragione dell’inclusione di questo contributo nel volume che si inserisce nel concerto degli studi realizzati in occasione del centocinquantenario dell’Unità d’Italia.

Il testo si articola in diversi aspetti che delineano come un sondaggio sulla presenza religiosa di cui molto poco è studiata la reale incidenza nel tessuto dell’Italia in costruzione: “Educare, soccorrere, curare. La funzione sociale delle Dorotee a Vicenza dagli anni Trenta del Novecento al secondo dopoguerra” (Albarosa Ines Bassani); “Educandati in Italia” (Giancarlo Rocca); “Oratori per la gioventù nell’Italia unita” (Luciano Caimi); “I convitti per operaie. Le colonie agricole” (Giovanni Gregorini); “L’assistenza domiciliare” (Luigi Nuovo, Giancarlo Rocca); “La “Protezione della giovane” e le congregazioni religiose nel Nord Italia” (Andrea Salini); “Le cucine economiche delle suore di Maria Bambina” (Marina Carmela Paloschi); “L’assistenza alle persone disabili tra Ottocento e Novecento: gli istituti religiosi si raccontano” (Michela Carrozzino); “Percorsi storici dell’assistenza e dell’educazione dei sordomuti nell’Italia unita” (Elisa Mazzella); “La protezione degli ebrei nelle case religiose italiane (1943-1945). Mappa, reti di salvataggio, nomi” (Grazia Loparco); “Il contributo degli istituti religiosi a sostegno dell’emigrazione umana” (Vincenzo Rosato); “Uno sguardo al presente” (Elisabetta Mandrioli); “Gli istituti religiosi nelle opere della Chiesa italiana” (Maria Bezze).

Resta da notare che, come altri contributi, anche quello sugli ebrei non è esaustivo nell’informazione, ma rimanda a un’indagine più ampia che merita di essere completata.