Fine vita – Nathanson: io, “padre” dell'aborto Usa, oggi dico che va contro la nostra libertà

Tratto da Il Sussidiario.net il 7 marzo 2011

Il dottor Bernard Nathanson, famoso ginecologo di New York, può essere considerato tra i padri della legge che liberalizzò l’aborto negli Stati Uniti.

Nel 1968 partecipò alla fondazione del National Abortion Rights Action League, in sostegno del diritto alla “libertà e privacy”. Diresse il Centro di Igiene Riproduttiva e Sessuale di New York, una delle cliniche più grandi nel mondo per la pratica dell’aborto, e contribuì al perfezionamento delle tecniche di aborto e alla diffusione di questa conoscenza in campo medico.

Nel 1979, applicando le tecniche ecografiche durante un intervento, rimase profondamente sconvolto dall’orrenda realtà dell’aborto. Da allora, Nathanson non praticò più aborti e divenne un testimone della battaglia per la vita, partecipando a conferenze in tutto il mondo, e attraverso la pubblicazione di libri su questo soggetto. Il grande pubblico lo conosce per un film, crudo e sconvolgente, dal titolo The Silent Scream, la registrazione dell’aborto di un feto di 11 settimane dopo il concepimento. Il dottor Nathanson era un ebreo non praticante, ma si convertì al cattolicesimo e ricevette il battesimo nel 1996 dalle mani del Cardinale John O’Connor. La sua autobiografia, La Mano di Dio, racconta il suo viaggio dalla morte alla vita.

In questa intervista, realizzata qualche tempo prima della sua morte avvenuta il 21 febbraio scorso, ci ha spiegato perché, dopo aver effettuato più di 75mila aborti, decise di difendere la vita dal concepimento. Lo incontrammo nel suo appartamento a Manhattan, nell’Upper West Side. Aveva l’aspetto di un uomo anziano, in pace, con gli occhi pieni di meraviglia e curiosità. Mentre parlava dolcemente, quasi sussurando, noi potevamo sentire il peso delle sue parole, e apprezzare il suo sforzo di comunicare con noi.

Abbiamo letto nel suo libro (The Hand of God, Regnery Publishing, Inc., 1996) del suo radicale cambiamento e ne siamo rimasti affascinati. Ci può dire qualcosa di come è avvenuto questo cambiamento?
Non è stata un’epifania. È stato un processo molto lento. È successo nel giro di diversi anni e mi ha richiesto uno sforzo significativo in termini di pensiero e di sentimento e tale processo non si è ancora concluso. Devo ancora lavorarci su. Questo processo è infinito, non ha fine. L’inizio è diverso per ciascuno di noi, ma alla fine tutte le strade ci portano all’unica meta – almeno noi ci tentiamo.

Cos’è la verità per lei?
Non sempre ho cercato la verità. L’ho fatto solo nell’ultima parte della mia vita. Ho vissuto la prima metà di essa sotto l’influsso di motivi edonistici. Poi ho cambiato. La filosofia è la ricerca della verità, ma la verità giace al fondo di un abisso senza fondo. Sembrerebbe che la verità non è assoluta, come se ci fosse “la mia verità e la tua verità”. Ma c’è tuttavia una verità profonda ed eterna: la vita stessa.

Lei direbbe che il fatto che ogni essere umano è destinato ad amare e ad essere amato è una verità universale?
Sì, questo è certamente universale. Noi siamo mancanti come esseri umani, il nostro modo di sentire e pensare la realtà è difettoso. E potrebbe anche succedere che arriviamo al punto di annientarci prima di riuscire ad amarci gli uni gli altri.

Lei pensa che la discussione sull’aborto o su altre questioni relative al rispetto per la vita possano essere affrontate adeguatamente con un giudizio che viene esclusivamente dal punto di vista della ragione, senza tirare in ballo la religione?
Dobbiamo stare attenti a questo riguardo. Fino a cinque anni fa riuscivo a viaggiare e ho viaggiato tanto – Australia, Nuova Zelanda, Francia, Inghilterra e tanti altri posti. Dovunque sono andato ho voluto sottolineare che parlare dell’aborto è un argomento limitato per chi è interessato veramente alla vita in tutti i suoi aspetti. L’aborto è sbagliato, ovviamente, ma dobbiamo anche concentrarci su altri campi che sono nella penombra dell’aborto, come la clonazione, l’eutanasia, la fertilizzazione in vitro o il trapianto di tessuti. Tutte queste cose devono trovare delle risposte nel contesto del rispetto della vita. Ho realizzato due filmati. Il primo si chiamava The silent scream. Era scioccante. Se cerchi di dimostrare che l’aborto è una cosa sbagliata, questo filmato è perfetto. Vedi il feto strappato pezzo a pezzo dall’aspiratore. Quando l’ho fatto non avevo bisogno di convincermi che l’aborto era una cosa sbagliata, ma riconosco che era scioccante. Ho chiesto alla persona che ha inventato la metodica degli ultrasuoni di validare questo filmato perché un gruppo chiamato “Planned Parenthood” sosteneva che avevo manipolato le immagini. Ho anche risposto loro che potevano girare un filmato loro stessi per conferma, se avessero voluto. Ma non l’hanno mai fatto perché sapevano quello che si sarebbe visto. Il secondo filmato fu The eclipse of reason. Era un filmato di un aborto, ma questa volta ripreso col fetoscopio. Era un aborto fatto a 19 settimane di età gestazionale. Era terribile, ma le immagini erano molto potenti. L’aborto ha così tanto a che fare con la moralità e con la persona di Cristo che è difficile parlarne senza tirare in ballo la religione.

Molta gente dice che la Chiesa, in quanto entità religiosa che afferma l’esistenza di Dio, sarebbe contraria alla ragione, alla scienza e al progresso. Cosa dice lei al riguardo?
La Chiesa Cattolica ostacolerebbe un progresso che non è affatto un progresso! Progresso è la capacità degli esseri umani di amarsi l’un l’altro. La libertà è l’ambiente in cui noi possiamo imparare ad amarci gli uni gli altri. Senza libertà non c’è amore. Poi il progresso non è necessariamente misurato in dollari o in qualche altra unità di misura. Il progresso morale è un fenomeno statico. Se vogliamo aderire a una verità centrale e costruire intorno a essa, tale costruzione sarà più eterna di quella che potremmo ottenere spingendo una chiave di volta in qualsiasi direzione vogliamo. Il divorzio facile non è progresso, come del resto l’aborto o la contraccezione. Questo non è progresso. La parola “progresso” deve essere utilizzata con attenzione e parsimonia. Philip Wylie scrisse un libro (The Answer, 1963) dove racconta di una bomba ad idrogeno fatta esplodere senza preavviso in una isoletta del Pacifico. Gli abitanti dell’isola morirono tutti. Quando l’isola fu visitata dopo l’accaduto, trovarono una tavoletta d’oro che portava questa iscrizione “amatevi gli uni gli altri”. La dignità non è una cosa che si può perdere o guadagnare. Non puoi perderla.

Dottor Nathanson, cos’è la professione medica per lei?
Bisogna praticare la medicina con amore. I soldi sono importanti. Le assicurazioni per “malpractice”, soprattutto per certe categorie di medici come gli ostetrici-ginecologi, possono costare fino a 150 mila dollari all’anno. Io credo che il modo migliore per imparare a praticare la medicina con amore sia andare per un certo periodo in un Paese del Terzo mondo, per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione locale, perché la medicina è fatta di questo, alleviare le sofferenze. A dire la verità soffrire non è una cosa brutta. La sofferenza permette di scolpire il proprio carattere, come uno scultore scolpisce la statua dal blocco di pietra. Non possiamo eliminare la sofferenza coi soldi, le medicine o l’eutanasia. Dobbiamo fare sì che la sofferenza sia sopportabile. Ma non dobbiamo cercare di eliminarla totalmente, perché questo ci porterebbe a ucciderci gli uni con gli altri. Mi ricordo mio padre, era un ostetrico-ginecologo. Da un certo punto di vista era un uomo amabile, da un altro non lo era per niente. Lui era come ognuno di noi: complesso e incompleto. La condizione umana è troppo complessa per una soluzione finale delle nostre difficoltà.

(Elvira Parravicini, Veronica Bushman)

Fine vita – Nathanson: io, “padre” dell’aborto Usa, oggi dico che va contro la nostra libertà

Tratto da Il Sussidiario.net il 7 marzo 2011

Il dottor Bernard Nathanson, famoso ginecologo di New York, può essere considerato tra i padri della legge che liberalizzò l’aborto negli Stati Uniti.

Nel 1968 partecipò alla fondazione del National Abortion Rights Action League, in sostegno del diritto alla “libertà e privacy”. Diresse il Centro di Igiene Riproduttiva e Sessuale di New York, una delle cliniche più grandi nel mondo per la pratica dell’aborto, e contribuì al perfezionamento delle tecniche di aborto e alla diffusione di questa conoscenza in campo medico.

Nel 1979, applicando le tecniche ecografiche durante un intervento, rimase profondamente sconvolto dall’orrenda realtà dell’aborto. Da allora, Nathanson non praticò più aborti e divenne un testimone della battaglia per la vita, partecipando a conferenze in tutto il mondo, e attraverso la pubblicazione di libri su questo soggetto. Il grande pubblico lo conosce per un film, crudo e sconvolgente, dal titolo The Silent Scream, la registrazione dell’aborto di un feto di 11 settimane dopo il concepimento. Il dottor Nathanson era un ebreo non praticante, ma si convertì al cattolicesimo e ricevette il battesimo nel 1996 dalle mani del Cardinale John O’Connor. La sua autobiografia, La Mano di Dio, racconta il suo viaggio dalla morte alla vita.

In questa intervista, realizzata qualche tempo prima della sua morte avvenuta il 21 febbraio scorso, ci ha spiegato perché, dopo aver effettuato più di 75mila aborti, decise di difendere la vita dal concepimento. Lo incontrammo nel suo appartamento a Manhattan, nell’Upper West Side. Aveva l’aspetto di un uomo anziano, in pace, con gli occhi pieni di meraviglia e curiosità. Mentre parlava dolcemente, quasi sussurando, noi potevamo sentire il peso delle sue parole, e apprezzare il suo sforzo di comunicare con noi.

Abbiamo letto nel suo libro (The Hand of God, Regnery Publishing, Inc., 1996) del suo radicale cambiamento e ne siamo rimasti affascinati. Ci può dire qualcosa di come è avvenuto questo cambiamento?
Non è stata un’epifania. È stato un processo molto lento. È successo nel giro di diversi anni e mi ha richiesto uno sforzo significativo in termini di pensiero e di sentimento e tale processo non si è ancora concluso. Devo ancora lavorarci su. Questo processo è infinito, non ha fine. L’inizio è diverso per ciascuno di noi, ma alla fine tutte le strade ci portano all’unica meta – almeno noi ci tentiamo.

Cos’è la verità per lei?
Non sempre ho cercato la verità. L’ho fatto solo nell’ultima parte della mia vita. Ho vissuto la prima metà di essa sotto l’influsso di motivi edonistici. Poi ho cambiato. La filosofia è la ricerca della verità, ma la verità giace al fondo di un abisso senza fondo. Sembrerebbe che la verità non è assoluta, come se ci fosse “la mia verità e la tua verità”. Ma c’è tuttavia una verità profonda ed eterna: la vita stessa.

Lei direbbe che il fatto che ogni essere umano è destinato ad amare e ad essere amato è una verità universale?
Sì, questo è certamente universale. Noi siamo mancanti come esseri umani, il nostro modo di sentire e pensare la realtà è difettoso. E potrebbe anche succedere che arriviamo al punto di annientarci prima di riuscire ad amarci gli uni gli altri.

Lei pensa che la discussione sull’aborto o su altre questioni relative al rispetto per la vita possano essere affrontate adeguatamente con un giudizio che viene esclusivamente dal punto di vista della ragione, senza tirare in ballo la religione?
Dobbiamo stare attenti a questo riguardo. Fino a cinque anni fa riuscivo a viaggiare e ho viaggiato tanto – Australia, Nuova Zelanda, Francia, Inghilterra e tanti altri posti. Dovunque sono andato ho voluto sottolineare che parlare dell’aborto è un argomento limitato per chi è interessato veramente alla vita in tutti i suoi aspetti. L’aborto è sbagliato, ovviamente, ma dobbiamo anche concentrarci su altri campi che sono nella penombra dell’aborto, come la clonazione, l’eutanasia, la fertilizzazione in vitro o il trapianto di tessuti. Tutte queste cose devono trovare delle risposte nel contesto del rispetto della vita. Ho realizzato due filmati. Il primo si chiamava The silent scream. Era scioccante. Se cerchi di dimostrare che l’aborto è una cosa sbagliata, questo filmato è perfetto. Vedi il feto strappato pezzo a pezzo dall’aspiratore. Quando l’ho fatto non avevo bisogno di convincermi che l’aborto era una cosa sbagliata, ma riconosco che era scioccante. Ho chiesto alla persona che ha inventato la metodica degli ultrasuoni di validare questo filmato perché un gruppo chiamato “Planned Parenthood” sosteneva che avevo manipolato le immagini. Ho anche risposto loro che potevano girare un filmato loro stessi per conferma, se avessero voluto. Ma non l’hanno mai fatto perché sapevano quello che si sarebbe visto. Il secondo filmato fu The eclipse of reason. Era un filmato di un aborto, ma questa volta ripreso col fetoscopio. Era un aborto fatto a 19 settimane di età gestazionale. Era terribile, ma le immagini erano molto potenti. L’aborto ha così tanto a che fare con la moralità e con la persona di Cristo che è difficile parlarne senza tirare in ballo la religione.

Molta gente dice che la Chiesa, in quanto entità religiosa che afferma l’esistenza di Dio, sarebbe contraria alla ragione, alla scienza e al progresso. Cosa dice lei al riguardo?
La Chiesa Cattolica ostacolerebbe un progresso che non è affatto un progresso! Progresso è la capacità degli esseri umani di amarsi l’un l’altro. La libertà è l’ambiente in cui noi possiamo imparare ad amarci gli uni gli altri. Senza libertà non c’è amore. Poi il progresso non è necessariamente misurato in dollari o in qualche altra unità di misura. Il progresso morale è un fenomeno statico. Se vogliamo aderire a una verità centrale e costruire intorno a essa, tale costruzione sarà più eterna di quella che potremmo ottenere spingendo una chiave di volta in qualsiasi direzione vogliamo. Il divorzio facile non è progresso, come del resto l’aborto o la contraccezione. Questo non è progresso. La parola “progresso” deve essere utilizzata con attenzione e parsimonia. Philip Wylie scrisse un libro (The Answer, 1963) dove racconta di una bomba ad idrogeno fatta esplodere senza preavviso in una isoletta del Pacifico. Gli abitanti dell’isola morirono tutti. Quando l’isola fu visitata dopo l’accaduto, trovarono una tavoletta d’oro che portava questa iscrizione “amatevi gli uni gli altri”. La dignità non è una cosa che si può perdere o guadagnare. Non puoi perderla.

Dottor Nathanson, cos’è la professione medica per lei?
Bisogna praticare la medicina con amore. I soldi sono importanti. Le assicurazioni per “malpractice”, soprattutto per certe categorie di medici come gli ostetrici-ginecologi, possono costare fino a 150 mila dollari all’anno. Io credo che il modo migliore per imparare a praticare la medicina con amore sia andare per un certo periodo in un Paese del Terzo mondo, per cercare di alleviare le sofferenze della popolazione locale, perché la medicina è fatta di questo, alleviare le sofferenze. A dire la verità soffrire non è una cosa brutta. La sofferenza permette di scolpire il proprio carattere, come uno scultore scolpisce la statua dal blocco di pietra. Non possiamo eliminare la sofferenza coi soldi, le medicine o l’eutanasia. Dobbiamo fare sì che la sofferenza sia sopportabile. Ma non dobbiamo cercare di eliminarla totalmente, perché questo ci porterebbe a ucciderci gli uni con gli altri. Mi ricordo mio padre, era un ostetrico-ginecologo. Da un certo punto di vista era un uomo amabile, da un altro non lo era per niente. Lui era come ognuno di noi: complesso e incompleto. La condizione umana è troppo complessa per una soluzione finale delle nostre difficoltà.

(Elvira Parravicini, Veronica Bushman)

«Quando non c'è più nulla da fare, noi rendiamo la vita più intensa»

di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 7 marzo 2011

«Inguaribile non significa incurabile. Un paziente che non può guarire ancora di più ha bisogno di essere curato, anzi, quando non rimane più nulla da fare è lì che bisogna fare il lavoro più grosso, che non solo allevi il dolore del paziente, ma che prenda per mano e accompagni la persona nel cammino più difficile della propria vita».

Sono le parole del dottor Marco Maltoni. Forlivese, 53 anni, sposato con tre figli, è specializzato in oncologia ma oggi dirige l’Unità Cure Palliative del Dipartimento Oncologico dell’AUSL di Forlì.

Dottore quale è il Suo lavoro di ogni giorno?
Dirigo la rete delle cure palliative dell’azienda di Forlì quindi lavoro in due Hospice che sono di fatto due strutture dedicate alla cura dei pazienti, oncologici e non solo, che sono in una fase avanzata della malattia e si trovano in una condizione di inguaribilità. Noi pratichiamo le cosiddette cure palliative ossia tutte quelle terapie che non concorrono di fatto alla guarigione ma alleviano dolori e sofferenza agendo sui sintomi ma soprattutto ci prendiamo cura in modo completo del paziente. Quando non rimane più nulla da fare dal punto di vista medico, ecco che per noi inizia un grande lavoro…

Come ci si prende cura di chi sta attraversando l’ultimo scorcio di vita, per giunta nel dolore?
Accogliendo la persona. Non si tratta solo di intervenire sui sintomi e alleviare il dolore, ma prendersi cura dell’organismo, sostenere la persona anche all’interno delle relazioni familiari. Noi ci prendiamo cura dell’intero mondo che gravita attorno ai pazienti, per questo sono convinto che le cure palliative dovrebbero essere parte integrante di diversi settori della medicina, non solo parte della fase terminale delle malattie gravi.

Quando si sente la parola Hospice ci si immagina spesso un luogo silenzioso, magari nella penombra, dove il protagonista è indiscusso è il dolore che precede la morte…
L’Hospice moderno nasce dall’intuizione dell’infermiera britannica Dame Cicely Saunders che descrive l’Hospice come “luogo di vita”. Certo che il dolore c’è, ma proprio perché noi lo affrontiamo il nostro reparto diventa un luogo dove la vita anzi, viene vissuta nella sua forma più intensa. Mi vengono in mente le vicende di due coppie. La prima è quella di Matteo e Maura. Maura è arrivata da noi in coma, il marito era distrutto. Una volta sistemata nella stanza sono arrivate le infermiere che, come sempre, hanno salutato Maura sorridendo, le hanno parlato e mentre la cambiavano e la accudivano spiegavano cosa facevano, si scusavano per i movimenti bruschi, Matteo è rimasto stupefatto, lui non aveva più parlato alla moglie da quando era in coma, da allora ha ricominciato a farlo con la naturalezza che aveva sempre avuto. Poi c’è la storia di Manuel e Daniela, che si sono sposati nel nostro reparto, prima che lei morisse, una storia che abbiamo vissuto tutti quanti e che ci ha commosso tantissimo. Manuel prima di andarsene mi disse “Dottore, lei non ci crederà ma qui dentro abbiamo passato i nostri giorni più belli”. Ecco, accompagnare i pazienti e i loro familiari significa anche questo, lavorare sulle loro relazioni, la sofferenza spesso lascia emergere un’incredibile capacità di accogliere.

Che cosa risponde a chi dice che non ha senso curare, se non si può guarire…
Be’ innanzitutto dico che allora dovremmo lasciar perdere tutte le malattie moderne, specie quelle croniche. Poi dico che l’essenza della medicina è proprio il prendersi cura, dimenticarlo, o addirittura censurarlo significa snaturare la figura del medico e privare la terapia della parte di relazione, che invece è una componente fondamentale. Io lo vedo nel lavoro di ogni giorno, ma ci sono studi scientifici che raccontano di come spesso la qualità delle relazioni dei pazienti nella fase finale della vita sia notevolmente più intensa di come fosse prima della malattia.

Questo però non cancella la paura di fronte alla morte…
Certo che no. Tutto si gioca all’interno di due estremi: c’è il paziente che comunque vorrebbe posticipare il momento della morte il più a lungo possibile, c’è chi invece vorrebbe che quel momento giungesse velocemente. Sta a noi rispondere nel modo giusto a questi desideri. In ogni caso noi li aiutiamo a non scappare dalla paura e dal dolore.

Quando ha deciso di fare il medico avrebbe mai immaginato di trovarsi a lavorare con questi pazienti?
No, io ero un semplice oncologo, lottavo contro i tumori, lavoravo con i farmaci. La vita mi ha colto di sorpresa con un percorso diverso, che è stato la mia fortuna e la mia salvezza perché mi ha arricchito come medico e come persona. Essere in contatto con situazioni estreme e insieme così intensamente vive mi ha portato ad una presa di coscienza della vita e della professione che altrimenti non avrei avuto.

Se dovesse dire quale è la terapia essenziale per i suoi pazienti?
Nel “Quaderno delle Testimonianze” collocato nel salotto dell’Hospice, alcune frasi di pazienti e familiari rispondono a questa domanda: “di fronte al dolore altrui, qui nessuno è fuggito”; “siamo stati aiutati ad avere meno paura”; “sono state curate le ferite visibili e quelle invisibili”; “questo è stato difendere la vita e generare speranza”; “Giovanna mi ha lavato i capelli, Rubens mi ha fatto la barba”; “si può dimenticare il degrado del proprio corpo se lo sguardo altrui è carico di tenerezza”. Tornano alla mente le parole di Benedetto XVI “Lo sguardo che liberamente accetto di volgere all’altro decide della mia stessa dignità”.

«Quando non c’è più nulla da fare, noi rendiamo la vita più intensa»

di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 7 marzo 2011

«Inguaribile non significa incurabile. Un paziente che non può guarire ancora di più ha bisogno di essere curato, anzi, quando non rimane più nulla da fare è lì che bisogna fare il lavoro più grosso, che non solo allevi il dolore del paziente, ma che prenda per mano e accompagni la persona nel cammino più difficile della propria vita».

Sono le parole del dottor Marco Maltoni. Forlivese, 53 anni, sposato con tre figli, è specializzato in oncologia ma oggi dirige l’Unità Cure Palliative del Dipartimento Oncologico dell’AUSL di Forlì.

Dottore quale è il Suo lavoro di ogni giorno?
Dirigo la rete delle cure palliative dell’azienda di Forlì quindi lavoro in due Hospice che sono di fatto due strutture dedicate alla cura dei pazienti, oncologici e non solo, che sono in una fase avanzata della malattia e si trovano in una condizione di inguaribilità. Noi pratichiamo le cosiddette cure palliative ossia tutte quelle terapie che non concorrono di fatto alla guarigione ma alleviano dolori e sofferenza agendo sui sintomi ma soprattutto ci prendiamo cura in modo completo del paziente. Quando non rimane più nulla da fare dal punto di vista medico, ecco che per noi inizia un grande lavoro…

Come ci si prende cura di chi sta attraversando l’ultimo scorcio di vita, per giunta nel dolore?
Accogliendo la persona. Non si tratta solo di intervenire sui sintomi e alleviare il dolore, ma prendersi cura dell’organismo, sostenere la persona anche all’interno delle relazioni familiari. Noi ci prendiamo cura dell’intero mondo che gravita attorno ai pazienti, per questo sono convinto che le cure palliative dovrebbero essere parte integrante di diversi settori della medicina, non solo parte della fase terminale delle malattie gravi.

Quando si sente la parola Hospice ci si immagina spesso un luogo silenzioso, magari nella penombra, dove il protagonista è indiscusso è il dolore che precede la morte…
L’Hospice moderno nasce dall’intuizione dell’infermiera britannica Dame Cicely Saunders che descrive l’Hospice come “luogo di vita”. Certo che il dolore c’è, ma proprio perché noi lo affrontiamo il nostro reparto diventa un luogo dove la vita anzi, viene vissuta nella sua forma più intensa. Mi vengono in mente le vicende di due coppie. La prima è quella di Matteo e Maura. Maura è arrivata da noi in coma, il marito era distrutto. Una volta sistemata nella stanza sono arrivate le infermiere che, come sempre, hanno salutato Maura sorridendo, le hanno parlato e mentre la cambiavano e la accudivano spiegavano cosa facevano, si scusavano per i movimenti bruschi, Matteo è rimasto stupefatto, lui non aveva più parlato alla moglie da quando era in coma, da allora ha ricominciato a farlo con la naturalezza che aveva sempre avuto. Poi c’è la storia di Manuel e Daniela, che si sono sposati nel nostro reparto, prima che lei morisse, una storia che abbiamo vissuto tutti quanti e che ci ha commosso tantissimo. Manuel prima di andarsene mi disse “Dottore, lei non ci crederà ma qui dentro abbiamo passato i nostri giorni più belli”. Ecco, accompagnare i pazienti e i loro familiari significa anche questo, lavorare sulle loro relazioni, la sofferenza spesso lascia emergere un’incredibile capacità di accogliere.

Che cosa risponde a chi dice che non ha senso curare, se non si può guarire…
Be’ innanzitutto dico che allora dovremmo lasciar perdere tutte le malattie moderne, specie quelle croniche. Poi dico che l’essenza della medicina è proprio il prendersi cura, dimenticarlo, o addirittura censurarlo significa snaturare la figura del medico e privare la terapia della parte di relazione, che invece è una componente fondamentale. Io lo vedo nel lavoro di ogni giorno, ma ci sono studi scientifici che raccontano di come spesso la qualità delle relazioni dei pazienti nella fase finale della vita sia notevolmente più intensa di come fosse prima della malattia.

Questo però non cancella la paura di fronte alla morte…
Certo che no. Tutto si gioca all’interno di due estremi: c’è il paziente che comunque vorrebbe posticipare il momento della morte il più a lungo possibile, c’è chi invece vorrebbe che quel momento giungesse velocemente. Sta a noi rispondere nel modo giusto a questi desideri. In ogni caso noi li aiutiamo a non scappare dalla paura e dal dolore.

Quando ha deciso di fare il medico avrebbe mai immaginato di trovarsi a lavorare con questi pazienti?
No, io ero un semplice oncologo, lottavo contro i tumori, lavoravo con i farmaci. La vita mi ha colto di sorpresa con un percorso diverso, che è stato la mia fortuna e la mia salvezza perché mi ha arricchito come medico e come persona. Essere in contatto con situazioni estreme e insieme così intensamente vive mi ha portato ad una presa di coscienza della vita e della professione che altrimenti non avrei avuto.

Se dovesse dire quale è la terapia essenziale per i suoi pazienti?
Nel “Quaderno delle Testimonianze” collocato nel salotto dell’Hospice, alcune frasi di pazienti e familiari rispondono a questa domanda: “di fronte al dolore altrui, qui nessuno è fuggito”; “siamo stati aiutati ad avere meno paura”; “sono state curate le ferite visibili e quelle invisibili”; “questo è stato difendere la vita e generare speranza”; “Giovanna mi ha lavato i capelli, Rubens mi ha fatto la barba”; “si può dimenticare il degrado del proprio corpo se lo sguardo altrui è carico di tenerezza”. Tornano alla mente le parole di Benedetto XVI “Lo sguardo che liberamente accetto di volgere all’altro decide della mia stessa dignità”.

E' morto a Monaco Toni Spandri

E’ morto improvvisamente lunedì sera nella sua casa, a Monaco di Baviera, Toni Spandri, 67 anni, catechista itinerante del cammino neocatecumenale, lì presente con la famiglia dal 1974. Sposato con Bruna, era padre di 10 figli, di cui una oggi residente a Venezia. Membro della prima comunità di S. Maria Formosa a Venezia, laureato in legge, ha studiato teologia a Tubingen e Regensburg, avendo come professore l’attuale papa Ratzinger. Nei primi anni settanta, conosciuta l’esperienza nascente del cammino, si è adoperato per poter iniziare le catechesi anche nel Patriarcato. Con la moglie Bruna era responsabile delle comunità di Germania e da qualche anno anche dell’Olanda e seguiva la pastorale vocazionale dei seminari “Redemptoris Mater”.

Toni Spandri si può dire che abbia fatto conoscere il Cammino neocatecumenale a Joseph Ratzinger, verso la metà degli anni Sessanta. “Io ero professore a Túbingen – ricordava il futuro Benedetto XVI – e vennero da me alcuni neocatecumeni, tra cui Toni Spandri che è stato poi mio studente per molti anni e che adesso lavora a Monaco. Quei giovani erano toccati dalla scoperta che la Chiesa ha bisogno di un nuovo catecumenato post‑battesímale, che deve realizzare di nuovo l’appropriazione personale e comunitaria del Battesimo in un cammino comune”.
“Io, riflettendo sul Battesimo – continua il card. Ratzinger nel corso di un dialogo del 1999 con mons. Stanislao Rylko, Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici – mi ero accorto da tempo che il Battesimo è quasi il sacramento dimenticato nella Chiesa, mentre è il fondamento del nostro essere cristiani. Avendo studiato i Padri, in particolare, avevo appreso da loro come il sacramento si realizzi in un cammino di iniziazione e per questo fui felice che si desse un nuovo inizio di questa esperienza. Quello che il Cammino Neocatecumenale aveva compreso, infatti, era appunto che, anche se siamo battezzati da bambini, dobbiamo entrare nella realtà del nostro Battesimo, dobbiamo in tutta la nostra vita, in tappe diverse, naturalmente, entrare in questa iniziazione alla comunione con Cristo nella Chiesa. Fui felice, quindi, che si aprisse così un cammino di rinnovamento di questa esperienza fondamentale della Chiesa e questo soprattutto in un tempo in cui la famiglia e la scuola non erano già più, come in passato, luoghi di iniziazione alla fede e alla comunione con Cristo nella Chiesa”.
In Germania si era dedicato a tempo pieno all’evangelizzazione, viaggiando spesso per tutto il paese. Grazie a lui erano nate comunità anche nella Germania orientale, durante il regime comunista. Faceva parte del Collegio elettivo del Cammino neocatecumenale, organo previsto dallo Statuto per la nomina dell’équipe responsabile internazionale, in caso di scomparsa dei due iniziatori Kiko Argüello e Carmen Hernández.
I funerali avranno luogo venerdì 4 marzo alle 11.00 nella cattedrale di Monaco. Sono attese circa duemila persone.

da www.gvonline.it

E’ morto a Monaco Toni Spandri

E’ morto improvvisamente lunedì sera nella sua casa, a Monaco di Baviera, Toni Spandri, 67 anni, catechista itinerante del cammino neocatecumenale, lì presente con la famiglia dal 1974. Sposato con Bruna, era padre di 10 figli, di cui una oggi residente a Venezia. Membro della prima comunità di S. Maria Formosa a Venezia, laureato in legge, ha studiato teologia a Tubingen e Regensburg, avendo come professore l’attuale papa Ratzinger. Nei primi anni settanta, conosciuta l’esperienza nascente del cammino, si è adoperato per poter iniziare le catechesi anche nel Patriarcato. Con la moglie Bruna era responsabile delle comunità di Germania e da qualche anno anche dell’Olanda e seguiva la pastorale vocazionale dei seminari “Redemptoris Mater”.

Toni Spandri si può dire che abbia fatto conoscere il Cammino neocatecumenale a Joseph Ratzinger, verso la metà degli anni Sessanta. “Io ero professore a Túbingen – ricordava il futuro Benedetto XVI – e vennero da me alcuni neocatecumeni, tra cui Toni Spandri che è stato poi mio studente per molti anni e che adesso lavora a Monaco. Quei giovani erano toccati dalla scoperta che la Chiesa ha bisogno di un nuovo catecumenato post‑battesímale, che deve realizzare di nuovo l’appropriazione personale e comunitaria del Battesimo in un cammino comune”.
“Io, riflettendo sul Battesimo – continua il card. Ratzinger nel corso di un dialogo del 1999 con mons. Stanislao Rylko, Segretario del Pontificio Consiglio per i Laici – mi ero accorto da tempo che il Battesimo è quasi il sacramento dimenticato nella Chiesa, mentre è il fondamento del nostro essere cristiani. Avendo studiato i Padri, in particolare, avevo appreso da loro come il sacramento si realizzi in un cammino di iniziazione e per questo fui felice che si desse un nuovo inizio di questa esperienza. Quello che il Cammino Neocatecumenale aveva compreso, infatti, era appunto che, anche se siamo battezzati da bambini, dobbiamo entrare nella realtà del nostro Battesimo, dobbiamo in tutta la nostra vita, in tappe diverse, naturalmente, entrare in questa iniziazione alla comunione con Cristo nella Chiesa. Fui felice, quindi, che si aprisse così un cammino di rinnovamento di questa esperienza fondamentale della Chiesa e questo soprattutto in un tempo in cui la famiglia e la scuola non erano già più, come in passato, luoghi di iniziazione alla fede e alla comunione con Cristo nella Chiesa”.
In Germania si era dedicato a tempo pieno all’evangelizzazione, viaggiando spesso per tutto il paese. Grazie a lui erano nate comunità anche nella Germania orientale, durante il regime comunista. Faceva parte del Collegio elettivo del Cammino neocatecumenale, organo previsto dallo Statuto per la nomina dell’équipe responsabile internazionale, in caso di scomparsa dei due iniziatori Kiko Argüello e Carmen Hernández.
I funerali avranno luogo venerdì 4 marzo alle 11.00 nella cattedrale di Monaco. Sono attese circa duemila persone.

da www.gvonline.it