da Baltazzar | Feb 3, 2010 | Famiglia, Testimonianze
2010-02-02 di ITALIA BRONTESI
BRESCIA —LA SPESA al supermercato, le medicine tanto più necessarie quando i figli sono piccoli, il cappotto, i libri di scuola. E il mutuo, quando si è appena comprata casa. È difficile arrivare a fine mese, quando in famiglia si è in tanti, ma anche quando i figli sono solo due. Come per Sergio Ventura, 41 anni, un bambini di 9 anni, una femminuccia di 5. «Lavoravo in una ditta di impianti telefonici, eravamo in 13, le cose hanno cominciato a non andare tanto bene, così io e due amici ce ne siamo andati e adesso abbiamo cominciato a fare da soli, manutenzione di impianti».
C’è il mutuo da pagare, le spese per la famiglia. «Prima si arrivava anche se tirati alla fine del mese, adesso si fa fatica ad arrivare al 20 senza le tasche vuote. Anche mia moglie ha cominciato a lavorare: pulizie o cose simili».
IN CASA CRUCITTI, sono in 10. La sveglia suona alle 5 e papà e mamma cominciano la giornata dividendosi i lavori di casa. Non potrebbe essere altrimenti visto che ogni giorno devono prendersi cura di 8 figli. Papà Antonello prepara la colazione per tutti, mamma Angela pensa a prepare i vestiti e tutto quel che occorre per la scuola. Tempo un’ora e la sveglia suona anche per i ragazzi, tre maschi e cinque femmine. Domenico, 13 anni, è il maggiore, Debora e Simona, due gemelline, le più piccole, 4 anni. I Crucitti sono una delle 490 famiglie numerose di Brescia, quelle che di figli ne hanno quattro o più e che in tutta la provincia sono 2.200. E avere tanti figli vuol dire pagare anche 90 euro al mese solo per l’energia elettrica, sopportare costi salati anche per le altre utenze. Eppoi sostenere spese che si moltiplicano per i figli che crescono e pagare l’affitto per una casa che non può essere mini-appartamento. Antonello e Angela Crucitti sono arrivati a Brescia tre anni fa dalla Calabria.
«PROBLEMI di lavoro e di salute e così ci siamo trasferiti al Nord», raccontano. Lui 41 anni, insegnante con un contratto a tempo determinato in un centro professionale; 36 anni, impiegata come collaboratrice scolastica in un istituto di Borgosatollo lei. Per loro avere tanti figli è stata una scelta: «Certo, con due stipendi che non sono alti è dura, ma ringraziamo il Signore perché non ci manca niente. Da vent’anni facciamo un cammino neocatecumenale, la fede aiuta tantissimo». I due figli più grandi, 13 e 12 anni, vanno a scuola a piedi, ad accompagnare gli altri ci pensa il padre che li carica tutti su un furgoncino, un’auto non basterebbe.
I CRUCITTI hanno trovato un appartamento a Sanpolino, il nuovo quartiere ad edi-lizia agevolata nella periferia sud-est della città: centro metri quadrati, affitto equo. In casa il tavolo è lungo tre metri. Un lusso? Piuttosto una necessità, se vuoi che tutti e dieci i componenti della famiglia possano mangiare insieme. I vestiti? Passano di figlio in figlio. «Ce li scambiamo anche con i vicini, ci si aiuta l’uno con l’altro». I ragazzi Crucitti non pretendono la felpa o le scarpe firmate, ma non solo perchè peserebbero troppo sul bilancio familiare: «Non li vorrebbero neppure se potessimo permettercelo, non crescono con questo tipo di valori», dice con orgoglio il padre.
MATTEO, Marta, Simone, Anna… «Papà guarda che ti sbagli, prima c’è Paolo…». Richiamato all’ordine da uno dei più piccoli, Franco Sangiorgi ride e ricomincia daccapo ad elencare in ordine di età i nomi dei figli. Undici in tutto, da Matteo che ha 26 anni fino a Pietro, 3 anni e mezzo. I Sangiorgio abitano a Collebeato, appena fuori Brescia e l’estate scorsa sono riusciti a trovare una casa più grande. Undici figli, un record anche tra le famiglie numerose bresciane, tutti desiderati e voluti, a costo di sacrifici. «Per noi ogni figlio è una gioia, ci spinge la fede, cristianamente e serenamente andiamo avanti, ma diciamo che di aiuti alle famiglie numerose ce ne sono troppo pochi. Adesso Matteo lavora, Marta a giugno si sposa e anche Simone si mantiene. La loro grande soddisfazione è stata quella di poter comprare i pantaloni a me e un paio di scarpe alla mamma». Franco Sangiorgi lavora in un’azienda di servizi, Iole, la moglie, è rimasta in casa. «Io fortunatamente ho un lavoro, mentre oggi anche a Brescia sono tante le persone che l’hanno perso. Adesso i tre più grandi si mantengono da soli. Ma le difficoltà ci sono: vai in rosso a giugno e rientri a Natale, non è facile avere prestiti dalle banche, faticano le piccole imprese ma anche le famiglie, soprattutto quelle numerose».
LE ISTITUZIONI? «Non investono sulla famiglia ed è come non investire sul futuro. I giovani, i nostri figli ,sono persone che domani produranno reddito, pagheranno le tasse, contribuiranno a maandare avanti questa società. La famiglia è un input, un caposaldo, su cui basare il futuro».
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da Baltazzar | Feb 3, 2010 | Bioetica, Testimonianze
di Giovanni Gennari
Tratto da Il Giornale del 2 febbraio 2010
Leggo a pagina uno de «il Giornale» di oggi, 1º febbraio 2010, un titolo che mi fa pensare al 1º aprile: un pesce d’aprile mascherato… No. Roba seria: «Lasciate morire i ragazzi in coma».
Forse il titolo è messo apposta per sorprendere, ma ho un brivido nella schiena. L’autrice, leggo, è una parlamentare del Pdl e medico, e parla senza mezzi termini partendo dalla vicenda di Eluana Englaro e altre di cronaca. Caspita che sorpresa! Sì, ma io che c’entro? Leggo e capisco oggi, 2010, che debbo solo ringraziare il cielo di non aver incontrato un medico così, e di non averlo incontrato ai tempi in cui il Parlamento era ben diverso da quello di oggi. Infatti io c’entro. Agosto 1956, 53 anni orsono, sedicenne mi ammalo e i medici diagnosticano «tifo». Dopo qualche giorno di febbre altissima e vaneggiamenti un medico amico dei miei, Virgilio Maccone, capita per caso a casa mia, e da tisiologo esperto – era primario al Forlanini di Roma – intuisce che in realtà è meningite tubercolare, malattia allora mortale o devastante per sempre. Trasportato d’urgenza in ospedale, al San Camillo di Roma, il primario, professor Pennacchio, non vorrebbe accogliermi – «mi portate un morto!», dice, ma allora non poteva rifiutare il ricovero – non c’era ancora, come non c’è finora, una legge alla Melania Rizzoli – e mi fa entrare giocoforza e a malincuore, ordinando per puro scrupolo una iniezione al giorno di streptomicina, e qualche puntura lombare che doveva servire a far uscire il liquido encefalorachideo infetto che premeva sulle meningi. In attesa di un ricovero nel reparto del Forlanini – per ragioni burocratiche servivano documenti particolari – mia madre mi cura di nascosto, su ordine del professor Maccone, con supplemento di due iniezioni al giorno, e per questo «ruba» letteralmente di nascosto le siringhe bollite – allora non c’erano quelle sterili in vendita – sotto gli occhi delle infermiere. Dopo un mese vengo trasferito al Forlanini, e seguono nove mesi di degenza, i primi sei di incoscienza totale, in cui sopravvivo con fleboclisi e 240 lombari di streptomicina e cortisone. La terribile malattia mi porta prima a pesare 24 chili e dovrebbe lasciare segni permanenti, ma passa. Poi la ripresa e la vita. Una fortuna la mia! Se ci si fosse fermati? Se con la pietosa ricetta dell’onorevole Rizzoli avessero «lasciato morire» questo “ragazzo in coma”? Qualcuno può anche pensare che sarebbe stato meglio, ma sarà permesso dissentire di persona, e democraticamente? Del resto, cara onorevole Rizzoli, negli anni successivi, e per ragioni tutte mie, ho avuto una lunga esperienza di vicinanza ai malati terminali. Oltre a quelli in coma ho assistito una cinquantina di morenti, fino alla fine, e mai nessuno ha chiesto di morire. Tutti – tutti! – hanno chiesto di star loro accanto. Una frase tornava sempre, più o meno identica: «Se mi tieni la mano non ho paura». Quanto alle vicende Englaro, Welby e Crisafulli, da cui parte la Rizzoli, sicuro che serve una legge, che aprirebbe la via a tutti i «professor Pennacchio» del San Camillo, quello che 53 anni orsono mi aveva giudicato «morto», e non voleva curarmi? Casi ciascuno diverso. A ciascuno, da medici e famigliari, una risposta diversa, e nessuna – almeno per legge! – che voglia togliersi l’impaccio di una vita detta «inutile».
da Baltazzar | Feb 3, 2010 | Chiesa, Testimonianze
Il vescovo: «Ha pianto sangue davanti a me» Proviene da Medjugorje, Wojtyla la venerava
di Andrea Tornielli
Tratto da Il Giornale del 2 febbraio 2010
«Ho tra le mani le cartelle cliniche di una donna, guarita istantaneamente da un cancro ai polmoni e mi ha sempre colpito anche il caso di un importante sceicco musulmano, che ha portato in dono un gioiello dopo che la moglie aveva ricevuto una grazia… Ma a quindici anni di distanza dalle lacrimazioni della Madonnina – dice il vescovo emerito Girolamo Grillo – ciò che davvero mi commuove sono i veri miracoli, i frutti spirituali, evidenti anche a me nelle ore che passo qui a confessare».
Sono passati esattamente quindici anni da quando a Pantano, una frazione alla periferia di Civitavecchia, una Madonnina di gesso proveniente da Medjugorje versò lacrime di sangue. Per alcuni giorni migliaia di persone passarono per il giardino di Fabio Gregori, l’operaio dell’Enel proprietario della statuina. Tanti, tantissimi i testimoni delle lacrimazioni: tra di loro anche il comandante dei vigili urbani, dichiaratamente agnostico. Alla Madonnina venne fatta una Tac e non fu trovato alcun trucco al suo interno. Senza esito l’inchiesta della magistratura, sgonfiate le denunce per abuso della credulità popolare, nessuna truffa emersa dalle indagini. Oggi, archiviato il clamore, mentre la Chiesa ufficialmente si mantiene prudente e sospende il giudizio – ma è noto e documentato con tanto di firma autografa papale che Giovanni Paolo II credeva alle lacrimazioni e volle venerare personalmente la Madonnina facendosela portare in Vaticano – a non fermarsi è il flusso di pellegrini. Provengono da tutto il mondo, ma cresce il numero dei polacchi. Monsignor Girolamo Grillo, vescovo emerito, è stato direttamente coinvolto negli eventi accaduti tra febbraio e marzo 1995. Inizialmente incredulo, richiesto di cambiare atteggiamento da una telefonata del principale collaboratore di Papa Wojtyla, l’allora Segretario di Stato Angelo Sodano, si è ritrovato ad essere personalmente testimone dell’ultima lacrimazione, la quattordicesima, avvenuta sotto i suoi occhi, in casa sua. «Ho rischiato l’infarto» dice oggi con un sorriso di gratitudine sulle labbra.
«Spesso – confida al Giornale – mi viene rivolta la seguente domanda: perché non parla più della Madonnina, come faceva un tempo? Io rispondo: ora non sono più io il responsabile della diocesi di Civitavecchia, ma non avrei parlato egualmente, perché mi sono accorto che, in seguito al mio silenzio, l’iniziativa di proporsi alle anime è stata presa direttamente dalla stessa Madonna. È lei a chiamare, è lei a bussare al cuore di tante anime».
Grillo ogni domenica trascorre due ore e mezza nel confessionale della chiesa di Sant’Agostino, a Pantano. «La soprannaturalità di un fenomeno religioso non la si potrà mai dimostrare – spiega – con la sola ragione. In questo campo, infatti, di enorme rilevanza sono i frutti: un albero è buono soltanto quando i frutti sono buoni. Ecco perché la Chiesa, quando si tratta di questi fenomeni, non ha mai alcuna fretta di pronunciarsi». Il vescovo snocciola l’elenco di questi «frutti»: «Innanzitutto le continue grandi conversioni, da parte di persone che, ad esempio, ignoravano il sacramento della confessione anche da quaranta o cinquant’anni. Padre Everardo, che ha confessato qui per cinque anni, mi ha confidato di aver contato, durante tutto quel periodo, una grande conversione al giorno».
Monsignor Grillo ricorda che c’è poi tanta gente che riscopre la preghiera e l’adorazione eucaristica. Ma la Madonnina di Civitavecchia appare «specializzata» nell’aiutare i giovani a uscire dal tunnel della droga, nel ricomporre i matrimoni in crisi, nell’aiutare le coppie senza figli ad averne uno. «Tra gli ex voto – confida – ci sono le siringhe degli ormai ex tossicodipendenti, ci sono molti anelli, segno delle unioni che si ricompongono. E sono davvero tanti i bambini concepiti dopo che i genitori, senza figli da molti anni, sono venuti qui a pregare». Il vescovo emerito accenna al collier regalato alla Madonnina da un facoltoso sceicco musulmano, un petroliere. «Ha chiesto una grazia per la moglie gravemente ammalata, e lei è guarita». Ma ciò che più conta è che «i fedeli che accorrono a Civitavecchia da tutte le parti del mondo sono convinti di trovarsi di fronte a un fatto soprannaturale».
Entrando nella chiesetta c’è un registro, che viene cambiato mediamente due volte al mese: «Commoventi sono le preghiere dei piccoli: credo sia questo, in effetti, il linguaggio che la Madonna preferisce. Non per nulla, del resto, la prima testimone del pianto della Madonnina è stata la piccola Jessica Gregori, che all’epoca aveva appena cinque anni e mezzo».
da Baltazzar | Gen 28, 2010 | Testimonianze
L’esperienza e la testimonianza di uno dei più conosciuti e impegnati «preti online»
di Don Fortunato Di Noto
Tratto da Avvenire del 26 gennaio 2010
Il simbolo che utilizzavo nelle prime chat nel lontano 1989 era «0+».
Venivo indicato così dagli hacker che in maniera del tutto casuale incontravo durante le prime navigazioni online: 20 anni fa. Si impressionavano della presenza di un prete online. Un tempo relativamente breve, ma un era per il mondo digitale. Mi sento già ‘nonno’ tra i nuovi ‘nati digitali’.
Sono molto più esperti di me, molto più versatili, e spesso faccio fatica a trovare qualcuno disposto a chattare per ore intere.
Tutto è istantaneo, velocizzato, frammentario.
Devo confessarvi che a volte, solo a volte, la solitudine prende il sopravvento anche se ho su facebook circa 2mila amici, che neanche ti dicono ciao quando ti scorgono online. Non lo faccio nemmeno io. Capita che qualcuno ti scorge per ‘strada’, ma scorgere qualcuno è sempre un dono.
«0+» significava «uomo con la croce». Un segno che ho sempre utilizzato con passione e con la chiara identificazione di uno dei (forse) pochi preti al mondo che utilizzavano 20 anni fa questo straordinario mezzo che è Internet. Una nuova e straordinaria forma di comunicazione, Internet. E il Papa ci incita a farne uso. Per me è già terra di missione, occasione per annunciare con fedeltà al Vangelo e alla Chiesa un affascinante mistero d’amore per tutto il creato. Attraverso Internet, la misericordia di Dio si è manifestata nel concreto aiuto di giovani che volevano suicidarsi, di bambini che venivano violati, di ascolto e ricevimento di richieste di aiuto non virtuale ma reale. Internet è stato un terreno fertile di grandi opportunità per evangelizzare un nuovo uomo carico e ricco di umanità, di profonda ricerca di sé, d’insaziabile desiderio di comunicare. È stato anche il luogo dove si è manifestata la bellezza dell’uomo, ma anche il suo degrado, un degrado fatto di schizofrenia, di oscurità, di criminalità e malaffare. Di violenza e di sfruttamento di minori. Di pornografia e di orrore. Ecco noi sacerdoti, ora dobbiamo pensare di stare anche in questi luoghi, pur senza dimenticare che il virtuale non sostituirà mai la ‘carne’ dell’uomo. L’uomo nella sua totale integrità.
Ecco allora che, con lungimirante e significativa presenza, la Chiesa si immerge ad ascoltare e accompagnare l’uomo che cerca Dio, quest’uomo che in internet vuole ‘sopravvivere’ alla dimensione del silenzio assordante delle voci inadeguate e inutili. Vuole annunciare che Dio, anche nell’epoca di Internet, non ci ha dimenticato.
«0+» l’uomo con la croce non si è stancato, non ha abbandonato questo luogo perché ha una certezza: Chi ha portato la croce, Chi ha offerto all’uomo il volto umano della vita e la speranza che in essa c’è, non abbandona nessuno. Nuove sfide? Credo solo una vivace e creativa presenza nel testimoniare che il Vangelo è e continuerà ad annunciare, nei deserti virtuali, l’amicizia di Dio con l’uomo. Virtuale o reale che sia.
da Baltazzar | Gen 27, 2010 | Testimonianze
di Magdi Cristiano Allam
Quando incontrai per la prima volta Rita a Bologna, in compagnia della sua mamma Marta, me ne innamorai immediatamente. Era il 16 giugno 2009, un martedì. L’appuntamento per gli iscritti e i simpatizzanti del movimento “Protagonisti Per l’Europa Cristiana” era alle ore 19 presso la chiesa dell’Istituto Salesiano in via Jacopo della Quercia, nei pressi della Stazione Centrale.
L’occasione era la partecipazione a unamessa di ringraziamento per il buon successo alle elezioni europee svoltisi il 6 e 7 giugno, che mi hanno consentito, nella veste di presidente del movimento e candidato indipendente nella lista dell’Udc per il Nord-Ovest, di conquistare un seggio al Parlamento Europeo, così come hanno registrato un buon esordio sulla scena politica della nostra Elena Rizzi che ha concorso sempre come indipendente nella lista dell’Udc per la Circoscrizione del Nord-Est. Rita mi ha colpito subito per la sua straordinaria vitalità. E’ a tal punto ricca dentro che la sua vitalità è straripante, incontenibile, inevitabilmente contagiosa. Mi ha cercato prima ancora che mettessi piede dentro la chiesa, mi ha fissato con lo sguardo ancorandomi alla sua persona in una stretta avvincente, si è presentata evidenziando l’essenza positiva e costruttiva che dimora in lei: il dono sublime di una fede cristiana solida che lei testimonia con un amore sconfinato per la verità assoluta e trascendente, fino a elevarla a ragione stessa della sua esistenza terrena percepita esclusivamente come una dimensione interiore, dove la libertà autentica si traduce nell’essere pienamente se stessi. In questo contesto del tutto singolare Rita è una giovane che spiritualmente vive con la schiena dritta e a testa alta, a dispetto del fatto che l’avversità fisica la costringe a restare immobile sulla carrozzina. Rita ti cattura con la sua passione per noi persone create a sua immagine e somiglianza del Creatore, una passione che lei manifesta con l’abbraccio, il pensiero, le parole e soprattutto la scrittura. Rita sente dentro di sé un’irrefrenabile voglia di rappresentarci il suo animo ricco e bello tramite la scrittura. Per lei è il segno tangibile della sua testimonianza cristiana concepita tra noi e per noi. Fu così che mi parlò subito di questo libro che stava ultimando, chiedendomi di poterle dedicare poche righe come “invito alla lettura”. Me lo domandò con l’afflato di chi esprime il desiderio della vita, un modo di porsi che travalica il contenuto apparente e acquisisce un valore superiore, che si traduce sostanzialmente nell’aspirazione a unire i nostri due animi per l’eternità. Ho spontaneamente accolto con gioia la sua richiesta. Lei era euforica perché percepiva di aver legato la sua vita a quella dell’ “eroe cristiano del nostro tempo”, come mi definì. Le risposi che ero io a nutrire nei suoi confronti una profonda gratitudine perché tramite la sua testimonianza riscoprivo il fascino assoluto del mistero della vita. E’ lei l’incarnazione della sacralità della vita dal concepimento alla morte naturale. Rita ti riempie dentro con il suo amore per Gesù Cristo, il Dio che si è fatto uomo scegliendo il sacrificio della croce per redimere l’umanità e donare a tutti noi la vita eterna. Un amore in cui lei si identifica in modo integrale, fino a considerare la propria croce come un dono divino. Al punto che io rimasi sconvolto, ammirato ed estasiato quando rivolgendosi a me disse: “Se oggi il Signore mi facesse la grazia della guarigione, io non lo vorrei. Perché grazie alla mia condizione io ho conosciuto la realtà profonda del rapporto vivo con Gesù Cristo”. Parole che ho ritrovato proprio nella conclusione di questa commovente e affascinante autobiografia: “Io rimango sulla mia carrozzina, con la mia sofferenza ma una vita piena di ricchezza, una vita che mi da la felicità, molta più di quella che probabilmente avrei come persona sana, ma soprattutto resto con Te nella sofferenza. Il mio cammino mi ha portato a questo, questa è la mia scelta, di vedere Te nel mio corpo e di non desiderare altro che non sia Te sulla croce con me vicino, mio Signore e mio Dio”. Carissima Rita, noi ti saremo infinitamente grati per la tua straordinaria testimonianza di una vita vissuta autenticamente come realizzazione di ciò che si considera essere l’essenza della nostra esistenza terrena. Tu, che il Destino ha prescelto per mettere alla prova la tua fede riservandoti il sacrificio di chi non può liberamente e totalmente disporre del proprio corpo, stai insegnando a noi persone apparentemente fortunate perché possiamo camminare e anche correre ovunque vogliamo, che la felicità autentica è nell’essere e non è nell’avere. Ma soprattutto che la vita è un dono che si testimonia con l’amore genuino di chi si offre gratuitamente al prossimo per scaldare i cuori gelidi e illuminare le menti disorientate. Sì, vi invito convintamente e fortemente a leggere l’autobiografia di Rita. Più persone la leggeranno ed accoglieranno il suo messaggio, più la vita di Rita sarà tutt’altro che il volo di una farfalla: resterà la testimonianza di una vittoria morale che vivrà eternamente.

da Baltazzar | Gen 25, 2010 | Testimonianze
da Filippo Baglini da Italoeuropeo.it
Questa e’ una storia, nata tanto e tanto tempo fa’. Una di quelle storie che fanno commuovere, ma che alla fine ti lasciano un sorriso nel cuore . Una storia che ci insegna a non mollare mai i nostri sogni, anche se qualcuno fa di tutto per distruggerli. Un’insegnamento, che ci ricorda che nella vita c’e sempre un qualcosa per cui lottare, per cui dare la vita stessa.
Ricordate? Tempo fa scrissi un’articolo(UN ITALIANO IN CERCA DI SUO PADRE INGLESE UNA STORIA TOCCANTE ITALOEUROPEO SI IMPEGNA NELLA RICERCA), riguardo al Signor Perlini che mi contatto’ personalmente chiedendomi se potevo aiutarlo a ritrovare una persona scomparsa, un militare scozzese: suo padre. Rimasi affascinato dalla sua storia. Mi colpi la voce tremante ma decisa di un uomo che non voleva altro che fare luce sul suo passato. Lui che per 14 anni fu rinchiuso in un orfanotrofio, voleva solo sapere chi fosse suo padre. Come mi ha sempre detto lui:” …Da qualcuno devo pur essere venuto, non mi interessa se scopro che mio padre e’ morto, ma vorrei sapere da dove vengo, se ho dei parenti ..”.
Tutto iniziò nel lontano autunno del 1944, sua madre che viveva a Castiglione dei Pepoli (Bologna) conobbe e si innamorò di un soldato scozzese delle Scots Guards di nome David Jackson militare in missione in quelle zone, durante la seconda guerra mondiale. Pochi mesi dopo si accorse di essere incinta, ma del soldato amato non ebbe piu notizia. Scomparve nel nulla. Di lui se ne sono occupati anche la trasmissione Chi la Visto? , giornali locali e nazionali, ma nessuno era riuscito ad accendere una speranza nel signor Perlini.
Mi feci recapitare a Londra tutto quello che riguardava suo padre e cioe’: una foto, un vecchio ritaglio di giornale, una approssimativa data di nascita e un vecchio indirizzo di Londra, che il padre lasciò alla madre nei primi incontri di amore. Subito scoprii che a quell’indirizzo non esisteva più nessu Jackosn . Mosso dallo spirito della sfida, mi misi in cammino per seguire ogni traccia su questa vicenda, scavando negli archivi inglesi, da Scotland Yard, al National England Archives. A metà della ricerca, Raffaella Matera di Termoli (Campobasso) genealogista per passione, decise di aiutare me e il Sig. Perlini. Lo contattò e raccolse i dati, ma c’era bisogno di un riscontro, e quindi entrò in contatto con membri scozzesi del forum di http://www.rootschat.com/ trovando persone disponibili . Grazie anche all’aiuto dello staff del Lanark Library, è riuscita a risalire al luogo e data di nascita di David Jackson, nonché ricostruire la storia della sua famiglia in Scozia, a Carluke precisamente. L’input decisivo, l’idea vincente è venuta dal retro del ritaglio di giornale dell’epoca che David Jackson lasciò alla donna italiana. Si è risaliti fino al luogo di origine ed a ottenere l’articolo completo pubblicato sul Carluke Gazette edizione del 19 Maggio 1944, ricco di dati informativi che hanno permesso il progresso della ricerca fino al successo completo.
( foto che ritrae David Jackson nel 1944)
David Jackson è purtroppo morto nel dicembre del 1994 nell’area londinese.
Ma la cosa piu entusiasmante é stato conoscere che Davide Perlini ha una sorella inglese, ancora viva la quale è stata felice di sapere dell’esistenza di un fratello italiano. Per Il signor Perlini, che per 60 anni ha pensato di essere figlio unico di padre ignoto, conoscere questa realtà, sapere che ha una sorella maggiore, è stato un tuffo al cuore, come rinascere per una seconda volta. Per loro ci sarà un primo contatto a breve ed entrambi sono emozionatissimi.
Una vicenda nata sotto le bombe della seconda guerra mondiale e terminata oggi. Io, L’Italoeuropeo, Raffaella Matera e tutte le stupende persone incontrate nell’ambito di questa ricerca, siamo tutti contenti di consegnare questa storia all’Italia e all’Inghilterra.
Oggi per L’Italoeropeo e’ un giorno speciale che non dimenticheremo mai……