da Baltazzar | Lug 2, 2010 | Chiesa, Cultura e Società, Testimonianze
Pubblichiamo l’omelia pronunciata a Stresa dal cardinale arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana nella celebrazione per il 155 ° anniversario del “dies natalis” del beato Antonio Rosmini.
di Angelo Bagnasco
È la prima volta che mi trovo in questo luogo splendido per la natura, testimone della vicenda umana e sacerdotale di una grande anima, nonché sede di intensa attività spirituale e culturale. Mi è caro portare alla Congregazione e a tutti gli amici la stima grata dei vescovi italiani, insieme all’incoraggiamento a continuare a percorrere la via dell’incontro e del dialogo con la modernità, dialogo che – auspicato dal concilio Vaticano ii – è ispirato da molte luci e aspirazioni comuni, ma che si è rivelato anche irto di ostacoli e precomprensioni non piccole e radicate.
Ma, come era ben chiaro al Nostro, l’incontro con la modernità è un appuntamento non solo ineludibile ma desiderato dalla Chiesa, così come testimonia anche il magistero di Benedetto XVI, che declina sapientemente la fede e la ragione parlando ai cattolici e a coloro che non si riconoscono tali. Il suo esporre il vangelo di Gesù – che rivelando il vero volto di Dio svela pienamente l’uomo a se stesso – è profondo e semplice, capace di parlare alla fede, alla ragione, al cuore. È questo il sentiero da percorrere – la fede, la ragione, il cuore – per poter arrivare alla vita dell’uomo contemporaneo. Ed è ciò che ha voluto fare Rosmini attraverso un lungo e costante, esaltante e sofferto, itinerario di riflessione e di studio, ma innanzitutto di preghiera e di vita. La preghiera, infatti, ci espone alla luce di Dio, Verità somma ed eterna, e la vita coerente alla sua luce la fa diventare esperienza e la consolida in noi.
L’esperienza di Rosmini suggerisce un’ulteriore condizione per colui che crede, pensa e dialoga: l’umiltà. La sua vicenda è stata segnata anche da sofferenze e umiliazioni non piccole proprio da parte di coloro che egli amava nella fede. Attesta una umiltà profonda che si tradusse nella più completa obbedienza d’amore. Tutto accettò con fiducia, fino al pieno riconoscimento dei suoi scritti, tanto da far esclamare a Pio ix: “Sia lodato Iddio, che manda di quando in quando di questi uomini per il bene della sua Chiesa”.
Sappiamo che l’umiltà di Rosmini non nasceva da una scarsa consapevolezza di sé, ma da una vita che aveva un centro e da quel centro non si mosse mai, neppure nelle circostanze più difficili: il centro era Gesù, la consapevolezza che Lui guidava la sua vita sempre, anche quando i sentieri apparivano incomprensibili e tortuosi. Se nella vita di un uomo vi è un centro, allora si stabilisce una gerarchia di valori, di peso, di importanza; allora l’anima vive di quel centro. Se poi il centro non è teorico, un’idea o un valore astratto, ma la persona di Dio, allora il cuore può anche sanguinare ma la pace dimora nell’anima: “Il pensiero che tutto ciò che accade è volontà di Dio, è così dolce che basta da sé solo a renderci pienamente tranquilli e contenti. Io non posso finire di ringraziare il Signore…”. La vicenda del profeta Amos, che abbiamo appena ascoltata, ci ricorda questo modus vivendi che dovrebbe essere proprio di ogni cristiano: in mezzo a difficoltà gravi, il profeta sta nella pace, certo che Dio lo tiene nelle sue mani.
Anche il santo vangelo ci aiuta a comprendere meglio la missione di Rosmini. Gesù, infatti, si presenta come colui che guarisce il paralitico dalla sua infermità, segno di una malattia più profonda e grave, quella dell’anima: “Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”. La malattia costringe quell’uomo a una vita immobile, di oscurità; e il peccato è sempre una oscurità spirituale, una tenebra che costringe a una vita confinata e ridotta rispetto alla libertà e alla gioia. È il male dello spirito, dunque, verso il quale Rosmini si sente mandato da Cristo, è l’oscurità dell’intelligenza che anela alla luce e cade spesso nelle tenebre, che abbraccia e si invaghisce dell’errore e lo esalta come verità. Verso questo anelito dell’intelligenza il Nostro si slancia con le doti di natura e di grazia che Dio gli ha dato e con la lucida consapevolezza delle luci e delle ombre del mondo moderno, ma anche con la certezza che Dio vuole gli uomini salvi e felici. Per questo ha mandato il Figlio unigenito per redimere l’umanità dal peccato attraverso la misericordia e il perdono che fluiscono incessantemente dal cuore squarciato di Cristo. È da quel cuore trafitto che scaturisce la salvezza e la verità di Dio che è amore. Ed è questo amore divino che Rosmini assume come chiave di lettura non solo della sua vita, ma della storia e del cosmo. Ed è alla luce di questa verità che si comprendono quelle tre parole confidate, sul letto di morte, all’amico Alessandro Manzoni: “Adorare, tacere, godere”! Se Dio è amore ed è il Destino ultimo, se è l’Amore che conduce misteriosamente il tempo, allora non resta che contemplare e adorare, ascoltare e tacere, ringraziare e gioire del Dio-Amore anche quando le tenebre sembrano sovrastare. Guidati dalla sua esperienza, siamo condotti nell’oceano della fede e in questo mare sentiamo che è dolce naufragare.
Benedetto XVI, fin dall’inizio del suo pontificato, ha affermato che il problema principe dell’ora presente in Occidente è la questione di Dio. E questo vale innanzitutto per i credenti: che cosa la fede cambia nella vita di una persona e di una società? Che cosa aggiunge la fede a una vita onesta? Ebbene, l’esempio del Rosmini, qui appena accennato, ci mostra che la fede muta la vita alla radice: non toglie responsabilità, pesi e croci, ma tutto illumina di senso e salva con la misericordia e con l’amore. Nessuno è più solo, Dio si prende cura di noi, ogni situazione diventa luogo di incontro e di grazia, si carica di eternità e di infinito, di redenzione per sé e per il mondo. Il presente si tinge di futuro e guarda la terra con gli occhi di Cristo: si riempie di speranza. L’uomo si scopre non condannato a morte ma destinato alla vita, non vagabondo verso il nulla ma pellegrino verso il tutto dell’amore e della felicità.
Nella luce del Vangelo odierno, possiamo dire dunque che la missione intellettuale del Rosmini è un riflesso di quel miracolo: liberare dalle oscurità dell’errore mostrando la luminosità e la bellezza della verità che è Cristo. Egli, infatti, affronta un nodo che la modernità sentiva e tuttora sente in modo particolarmente acuto: il rapporto tra fede e ragione: “Il passo fatto dal Concilio verso l’età moderna – affermava Benedetto XVI in occasione del 40° anniversario del Vaticano ii – (…) appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta sempre in forme nuove”.
Sembrava anche allora che queste fossero prospettive opposte, approcci inconciliabili, tanto da confinare i credenti e i non credenti su due fronti muti e sordi tra loro. Che questo sia un punto nevralgico anche ai nostri giorni, non significa che l’opera di Rosmini non abbia segnato la storia del nostro tempo, ma semplicemente che i pregiudizi sono duri a morire; che è necessario parlarsi con animo ben disposto, bonificato dai luoghi comuni; che bisogna applicarsi al pensiero. In modo significativo, il Papa, nell’ultima enciclica, faceva sua l’affermazione di Paolo vi: “Non possiamo dimenticare, inoltre, che la modernità sembra essere entrata in una nuova fase dai confini più incerti, fino al dubbio sulla capacità stessa della ragione come facoltà del vero e del bene”. Coerente alla continua Tradizione della Chiesa, il Nostro non ha dubbi sulla forza della ragione, dono del Creatore, e si dedica a elaborare una filosofia capace di raggiungere il fondamento della realtà, una metafisica che pone attenzione anche al soggetto conoscente senza cadere nel soggettivismo che allontana e distorce il reale.
Egli non solo intende pensare la fede, ma vuole pensare nella fede, convinto che se da un lato la filosofia non deve essere “mescolata con i misteri della religione”, d’altro lato una “filosofia sana” non può che giungere a “conseguenze favorevoli alla religione” (cfr. A. Rosmini, Epistolario completo, Casale Monferrato, vol. iii, pag. 53). Se all’origine dell’essere creato, infatti, vi è Dio Creatore, allora le vie della conoscenza non si oppongono tra loro, ma si completano. La ricerca dell’uomo, seppur distinta per ambiti, non dovrebbe mai perdere di vista la totalità come orizzonte, pena la frantumazione non solo del sapere, ma dell’uomo stesso, punto di partenza e d’arrivo del conoscere. E la filosofia ha, per eccellenza, questo scopo: essa conduce fino alla soglia del mistero, fino alle domande fondamentali alle quali soccorre la fede in Gesù Cristo, senso fondamentale, salvatore e fine di ogni cosa.
Sì, Rosmini si colloca sulla linea della più viva e feconda Tradizione, quella di avvertire la carità intellettuale come una delle forme più urgenti di carità, non meno necessaria di altre forme pur necessarie. Egli è consapevole che la fede in Gesù, proprio perché attiene la verità tutta intera e l’amore che salva, non riguarda solo i sentimenti personali e la dimensione del privato, ma interpella l’intelligenza e la libertà dell’individuo e della società. Per questo può parlare all’uomo di sempre, anche all’uomo moderno; può incontrare e fecondare ogni società e cultura.
A noi tutti, che abbiamo la grazia della fede, tocca questa responsabilità di testimoni e messaggeri intelligenti e lieti, facendo nostre le parole che Rosmini nel 1851 rivolse ad alcuni fratelli alla vigilia dei voti: “Consentiamo insieme alla carità di Dio in noi di espandersi secondo le sue dimensioni in altezza verso il sommo bene, in larghezza con l’abbraccio di tutti gli uomini, in lunghezza perché l’amore è fedele, in profondità fino al dolore della croce”.
(©L’Osservatore Romano – 2 luglio 2010)
da Baltazzar | Giu 26, 2010 | Chiesa, Cultura e Società, Testimonianze
La sera del 24 giugno del 1950, in piazza San Pietro, “dinanzi una sterminata moltitudine” – come sottolineò allora “L’Osservatore Romano” – Pio XII proclamava santa Maria Goretti, la ragazzina che il 5 luglio del 1902, a soli 11 anni, fu uccisa nei pressi di Nettuno a seguito di un tentativo di stupro. La figura di Maria Goretti, che in punto di morte arrivò a offrire il suo martirio affinché anche il suo carnefice – Alessandro Serenelli – potesse godere del perdono di Dio, resta cara a tanti fedeli che continuano a renderle omaggio nel santuario a lei dedicato. Maria Goretti non è però solo l’icona di una fede popolare. Oggetto anche di dibattiti culturali talvolta aspri – basti ricordare, nel 1985, il libro provocatorio di Giordano Bruno Guerri dal titolo “Povera santa, povero assassino” – è diventata nel tempo il simbolo di una coerenza da custodire fino alle estreme conseguenze. Un simbolo non solo religioso: il giovane Enrico Berlinguer, allora segretario della federazione che riuniva i giovani comunisti, arrivò a indicare ai propri militanti la piccola contadina Maria Goretti come esempio di testimonianza rigorosa. In occasione dell’anniversario, pubblichiamo il discorso che al termine della solenne canonizzazione fu pronunciato da Pio XII.
Venerabili Fratelli e diletti figli,
Per un amoroso disegno della Provvidenza divina l’esaltazione suprema di una umile figlia del popolo è stata celebrata in questo vespro luminoso con una solennità senza pari e in forma sin qui unica negli annali della Chiesa: nella vastità e nella maestà di questo luogo di mistero, fatto tempio sacro, cui è volta il firmamento che canta le glorie dell’Altissimo; da voi così bramata, prima che da Noi disposta; con un concorso di fedeli numerosissimo, quale non videro mai eguale le altre canonizzazioni; e soprattutto quasi così imposta dall’abbagliante fulgore e dalla inebriante fragranza di questo giglio, ammantato di porpora, che or ora con intimo gaudio abbiamo ascritto all’albo dei Santi, la piccola e dolce Martire della purezza: Maria Goretti.
Perché, diletti figli, siete accorsi in così sterminato numero alla sua glorificazione? Perché, ascoltando o leggendo il racconto della sua breve vita, così somigliante a una limpida narrazione evangelica per semplicità di linee, per colore di ambiente, per la stessa fulminea violenza della morte, vi siete inteneriti fino alle lacrime? Perché Maria Goretti ha conquistato così rapidamente i vostri cuori, fino a divenirne la prediletta, la beniamina? Vi è dunque in questo mondo, apparentemente travolto e immerso nell’edonismo, non soltanto una sparuta schiera di eletti assetati di cielo e di aria pura, ma folla, ma immense moltitudini, sulle quali il soprannaturale profumo della purezza cristiana esercita un fascino irresistibile e promettente: promettente e rassicurante.
Se è vero che nel martirio di Maria Goretti sfolgorò soprattutto la purezza, in essa e con essa trionfarono anche le altre virtù cristiane. Nella purezza era l’affermazione più elementare e significante del dominio perfetto dell’anima sulla materia; nell’eroismo supremo, che non s’improvvisa, era l’amore tenero e docile, obbediente ed attivo verso i genitori; il sacrificio nel duro lavoro quotidiano; la povertà evangelicamente contenta e sostenuta dalla fiducia nella Provvidenza celeste; la religione tenacemente abbracciata e voluta conoscere ogni dì più, fatta tesoro di vita e alimentata dalla fiamma della preghiera; il desiderio ardente di Gesù Eucaristico, ed infine, corona della carità, l’eroico perdono concesso all’uccisore: rustica ghirlanda, ma così cara a Dio, di fiori campestri, che adornò il bianco velo della sua prima Comunione, e poco dopo il suo martirio.
Così questo sacro rito si svolge spontaneamente in un’accolta popolare per la purezza. Se alla luce di ogni martirio fa sempre amaro contrasto la macchia di una iniquità, dietro a quello di Maria Goretti sta uno scandalo, che all’inizio di questo secolo parve inaudito. A distanza di quasi cinquant’anni, tra la spesso insufficiente reazione dei buoni, la congiura del malcostume, valendosi di libri, di illustrazioni, di spettacoli, di audizioni, di mode, di spiagge, di associazioni, tenta di scalzare in seno alla società e alle famiglie, a danno principalmente della fanciullezza anche tenerissima, quelli che erano i presidi naturali della virtù.
O giovani, fanciulli e fanciulle dilettissimi, pupille degli occhi di Gesù e dei Nostri, – dite – siete voi ben risoluti a resistere fermamente, con l’aiuto della grazia divina, a qualsiasi attentato che altri ardisse di fare alla vostra purezza?
E voi, padri e madri, al cospetto di questa moltitudine, dinanzi alla immagine di questa vergine adolescente, che col suo intemerato candore ha rapito i vostri cuori, alla presenza della madre di lei, che, educatala al martirio, non ne rimpianse la morte, pur vivendo nello strazio, ed ora s’inchina commossa ad invocarla, – dite – siete voi pronti ad assumere il solenne impegno di vigilare, per quanto è da voi, sui vostri figli, sulle vostre figlie, affine di preservarli e difenderli contro tanti pericoli che li circondano, e di tenerli sempre lontani dai luoghi di addestramento alla empietà e alla perversione morale?
Ed ora, o voi tutti che Ci ascoltate, in alto i cuori! Sopra le malsane paludi e il fango del mondo si stende un cielo immenso di bellezza. È il cielo che affascinò la piccola Maria; il cielo a cui ella volle ascendere per l’unica via che ad esso conduce: la religione, l’amore di Cristo, la eroica osservanza dei suoi comandamenti.
Salve, o soave e amabile Santa! Martire sulla terra e angelo in cielo, dalla tua gloria volgi lo sguardo su questo popolo, che ti ama, che ti venera, che ti glorifica, che ti esalta. Sulla tua fronte tu porti chiaro e fulgente il nome vittorioso di Cristo (cfr. Apocalisse, 3, 12); sul tuo volto virgineo è la forza dell’amore, la costanza della fedeltà allo Sposo divino; tu sei Sposa di sangue, per ritrarre in te l’immagine di Lui. A te, potente presso l’Agnello di Dio, affidiamo questi Nostri figli e figlie qui presenti e quanti altri sono a Noi spiritualmente uniti. Essi ammirano il tuo eroismo, ma anche più vogliono essere tuoi imitatori nel fervore della fede e nella incorruttibile illibatezza dei costumi. A te i padri e le madri ricorrono, affinché tu li assista nella loro missione educativa. In te per le Nostre mani trova rifugio la fanciullezza e la gioventù tutta, affinché sia protetta da ogni contaminazione e possa incedere per il cammino della vita nella serenità e nella letizia dei puri di cuore. Così sia.
(©L’Osservatore Romano – 24 giugno 2010)
da Baltazzar | Giu 25, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
di padre Piero Gheddo*
Tratto dal sito ZENIT, il 23 giugno 2010
Il 14 giugno scorso (alla sera c’era la partita di calcio Italia-Paraguay per il Campionato mondiale in Sud Africa) vado dall’occhialaio a ritirare un paio di occhiali.
Li provo, vanno bene, pago con uno sconto e dico:
“Grazie e auguri”.
“Auguri anche a lei, che le vada sempre bene”.
“Ma io le facevo gli auguri per un altro motivo”.
“Che questa sera vinca l’Italia?”.
“Sì, ma è scontato”.
“E allora, per cosa?”.
“Che Dio la benedica e sia sempre con lei e la sua famiglia”.
“Ha ragione, ne abbiamo proprio bisogno”.
Il negozio è deserto, sono le tre e un quarto del pomeriggio. Segue un’amichevole chiacchierata con sue domande e mie risposte sul valore della preghiera che “dà una marcia in più nella vita, perché quando io prego sento in me la forza e il calore di Dio che ci vuole bene, perché è Padre di tutti noi. Quando si prega, si vive meglio”.
Se mi capita l’occasione, cerco sempre di richiamare in modo naturale la presenza di Dio, di Gesù, della Madonna, dei santi nella nostra vita. Il nostro mondo secolarizzato ci porta a vivere “come se Dio non esistesse”, mentre sono convinto che la grandissima maggioranza degli italiani conservano un forte senso religioso ma non lo manifestano. Il problema è che di Dio e della preghiera non si parla mai, nemmeno in famiglia, tra amici, sui mass media, nelle scuole.
Parlare di Dio, della preghiera, di Gesù Cristo, è un tema tabù, mentre dovrebbe essere uno degli argomenti fondamentali nell’educazione dei giovani e nella nostra vita di adulti e di anziani. In fondo, è quello che conta davvero, e più vai avanti negli anni e più te ne accorgi.
Ecco perché chi ha avuto la fortuna di ricevere e conservare la fede ha anche l’impegno di trasmetterla agli altri. Senza fare prediche o essere importuni, ma in modo naturale, perché la situazione in cui ci troviamo lo richiede.
“Quello che gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente datelo”, dice Gesù. Se questo vale per i soldi, infatti se uno non dà mai niente diciamo che è un egoista, perché non dovrebbe valere per la fede?
*Padre Piero Gheddo (www. gheddopiero. it), già direttore di Mondo e Missione e di Italia Missionaria, è stato tra i fondatori della Emi (1955), di Mani Tese (1973) e Asia News (1986). Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente scrivendo oltre 80 libri. Ha diretto a Roma l’Ufficio storico del Pime e postulatore di cause di canonizzazione. Oggi risiede a Milano.
da Baltazzar | Giu 24, 2010 | Carismi, Chiesa, Testimonianze
Riportiamo la risposta di padre Piero Gheddo a una lettera inviatagli da don Michele Tronchin, missionario fidei donum in Tanzania e rettore di un seminario, a commento dell’articolo “Al PIME undici nuovi missionari ma nessun italiano” (cfr. ZENIT, 7 giugno 2010).
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 22 giugno 2010
Carissimo p. Piero, sono un sacerdote diocesano di Roma (ma originario di Treviso), missionario fidei donum in Tanzania. Ho letto con piacere, come sempre, il tuo articolo sull’assenza di sacerdoti italiani tra i nuovi ordinati del Pime e lo condivido in tutto. Venendo la mia vocazione dal Cammino Neocatecumenale, mi chiedo: possibile che tanti ordini religiosi non si rendano conto della bellezza straordinaria delle nuove realtà ecclesiali? Possibile che ci sia ancora (dopo decenni) un così generale rifiuto da parte di tanta Chiesa ufficiale? Possibile che non si vedano i frutti e non si accolgano? Non sarebbe ora di riconoscerli nei fatti come dono dello Spirito Santo che può fecondare istituti religiosi e diocesi? Eppure, a fronte di tante vocazioni che producono le nuove realtà ecclesiali, e il Cammino tra queste, sono praticamente snobbate. Poco male, ci sarebbe da dire, se altrove le cose andassero bene. Ma le cose tanto bene non vanno.
Ti faccio un esempio: nel mio piccolo paesello in provincia di Treviso (Santrovaso di Preganziol), dove fino a qualche tempo fa ancora esisteva un seminario del Pime, ora venduto, in cui da ragazzino andavo a fare i “Congressini missionari”, la mia parrocchia conta, dopo quasi 30 anni di presenza del Cammino Neocatecumenale, 4 nuovi sacerdoti e 4 seminaristi in procinto di diventarlo e uno stuolo di ragazzi con 3, 4, 5, 8, 9 fratelli che si stanno preparando per entrare in seminario non appena l’età lo consenta… Io stesso sono secondogenito di 8 figli e ho un altro fratello già ordinato sacerdote presso il Seminario ‘Redemptoris Mater’ di Varsavia.
Questo per dire semplicemente che la risposta alla crisi demografica, almeno all’interno della Chiesa, c’è eccome… E così tante famiglie di altre nuove realtà della Chiesa… E perché non dire chiaramente che dal ’68 in poi anche tanti preti hanno letteralmente tradito il magistero della Chiesa sull’apertura alla vita, consigliando di limitare le nascite senza motivi e insegnando i metodi naturali con modalità contraccettive?
Ha ragione il Card. Bagnasco, ha totalmente ragione, ma tanti sacerdoti e Vescovi, in Italia e in Europa, dovrebbero andare dal Papa e chiedere perdono perché l’Humanae Vitae è rimasta assolutamente inascoltata, respinta e disprezzata proprio da chi la doveva difendere e diffondere. Mi hanno raccontato addirittura che nei decenni passati si organizzavano nelle nostre campagne incontri dell’Azione Cattolica (allora ancora solida e forte) per insegnare come non avere figli!!! E oggi purtroppo piangiamo sulla crisi demografica…
Non vorrei sembrarti un pessimista o risentito ma credo che la rigenerazione della Chiesa passi anche attraverso l’ammissione di questo tipo di colpe nei confronti di Pietro e nei confronti del popolo di Dio. Altrimenti continueremo a fare tanti dibattiti e a produrre tanti documenti ma le cose rimarranno tali e quali. Da parte mia sono semplicemente stupefatto delle meraviglie di vocazioni che vedo intorno a me (sono tra l’altro rettore di un piccolo seminario di 16 ragazzi) ma, come si dice dalle nostre parti, “mi piange il cuore” al vedere il mio caro Pime e altre gloriose istituzioni ridotte ai minimi termini, perlomeno in Europa.
Un abbraccio. Il Signore benedica la tua missione.
don Michele Tronchin, Dar es Salaam (Tanzania)
***
Carissimo padre Michele,
che gioia ricevere e leggere la tua lettera! Grazie della bella testimonianza che dai con queste parole. Conosco poco il Cammino Neo-catecumenale sebbene lì abbia visto ad esempio un 24-25 vocazioni sacerdotali e missionarie nel loro seminario teologico a Kaoshiung in Taiwan, dov’era rettore padre Antonio Sergianni del Pime, che ora è a Roma come consultore di Propaganda Fide per la Cina. Conosco abbastanza da vicino C. L. a Milano e vedo che anche loro raccomandano di avere molti figli, diverse famiglie cielline li hanno e, attraverso un’educazione seriamente cattolica in famiglia, le vocazioni sacerdotali e religiose con l’aiuto di Dio vengono.
Bisogna far conoscere queste realtà della Chiesa italiana e personalmente cerco di fare il possibile, anche se il discorso sui movimenti è abbastanza lungo e complesso. Ma nei miei articoli (vedi il sito www. gheddo. piero. it) li cito spesso. Proprio questa mattina mi ha scritto l’amico Antonio Gaspari di Roma, gli mando il Blog perché sia pubblicato su ZENIT nel giorno stessi del mio Sito internet, il quale mi segnala un’altra famiglia neo-catecumenale e romana con sei figlie giovani, che vanno a stabilizzarsi ad Hong Kong per lavoro e come missionarie.
I miei due Blog sulle poche vocazioni sacerdotali e missionarie in Italia (8 e 12 giugno) avevano appunto questo scopo. Di far riflettere i missionari e il “movimento missionario” in Italia, che anche il nostro carisma missionario può suscitare un “movimento” nella Chiesa, di entusiasmo della fede e di amore al Papa (e di vocazioni sacerdotali-religiose), se noi ci rendiamo conto di quel che potremmo essere, animando missionariamente la Chiesa italiana invece di fare campagne d’opinione pubblica sul debito estero, la vendita delle armi, la privatizzazione delle acque e altri temi che ci fanno perdere l’identità missionaria e le vocazioni dei giovani. Ciao, ti saluto con affetto
Dio ti benedica, tuo padre
Piero Gheddo
da Baltazzar | Giu 23, 2010 | Chiesa, Testimonianze
Il termine martire (dal greco μάρτυς – testimone) indica oggi colui che ha testimoniato la propria fede o ideale nonostante la persecuzione. Originariamente diffuso soprattutto in ambito giuridico stava a indicare semplicemente un testimone che garantiva la verità degli avvenimenti e che normalmente prendeva le difese dell’accusato. Col tempo il termine è stato usato anche in ambito filosofico (soprattutto in ambito stoico) di testimonianza della verità (che non includeva necessariamente la morte), per passare successivamente a un significato di testimonianza di una avvenimento religioso di cui il credente, con la sua vita e la sua predicazione era testimone. Il termine non è mai stato usato in ambito biblico, né giudaico, né cristiano nel significato odierno: di testimonianza fino alla morte. Solo nel cristianesimo primitivo, con l’avvento delle persecuzioni dei cristiani, il termine è stato riservato in modo …
… praticamente esclusivo alla testimonianza estrema fino alla morte. Il termine martire come testimone della fede è nato in ambito cristiano e indica i fedeli che hanno sacrificato la propria vita per testimoniare la religione cristiana. Si tratta in genere di cristiani vissuti in un contesto sociale ostile, che furono messi a morte in odio alla fede cristiana dalle autorità, dai tribunali, o uccisi da persone private. Il “martire” è il “santo” per eccellenza nella concezione della Chiesa antica e solo in seguito altre categorie di santi si sono aggiunte ai martiri. La lista dei martiri cattolici è riportata nel Martirologio.
LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 26.12.2007
<< All’indomani del Natale, la liturgia ci fa celebrare la “nascita al cielo” del primo martire, santo Stefano. “Pieno di fede e di Spirito Santo” (At 6,5), egli fu scelto come diacono nella Comunità di Gerusalemme, insieme con altri sei discepoli di cultura greca.
Con la forza che gli veniva da Dio, Stefano compiva numerosi miracoli ed annunciava nelle sinagoghe il Vangelo con “sapienza ispirata”.
Fu lapidato alle porte della città e morì, come Gesù, invocando il perdono per i suoi uccisori (At 7,59-60). Il legame profondo che unisce Cristo al suo primo martire Stefano è la Carità divina: lo stesso Amore che spinse il Figlio di Dio a spogliare se stesso e a farsi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2,6-8), ha poi spinto gli Apostoli e i martiri a dare la vita per il Vangelo.
Bisogna sempre rimarcare questa caratteristica distintiva del martirio cristiano: esso è esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori. Perciò noi oggi, nella santa Messa, preghiamo il Signore che ci insegni “ad amare anche i nostri nemici sull’esempio di [Stefano] che morendo pregò per i suoi persecutori” (Orazione “colletta”).
Quanti figli e figlie della Chiesa nel corso dei secoli hanno seguito questo esempio! Dalla prima persecuzione a Gerusalemme a quelle degli imperatori romani, fino alle schiere dei martiri dei nostri tempi. Non di rado, infatti, anche oggi giungono notizie da varie parti del mondo di missionari, sacerdoti, vescovi, religiosi, religiose e fedeli laici perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo e apostoli del Vangelo; a volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa.
Nella Lettera Enciclica Spe salvi (cfr n. 37), ricordando l’esperienza del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (morto nel 1857), faccio notare che la sofferenza è trasformata in gioia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede.
Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con Lui, “accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita” (Omelia a Marienfeld – Colonia, 20 agosto 2005). Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte.
Preghiamo per quanti soffrono a motivo della fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Maria Santissima, Regina dei Martiri, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo ai nemici con la forza disarmante della verità e della carità >>.
La definizione martire, dunque, ha preso, nel corso della storia dei credenti e del mondo laico, un uso comune ben differente dal suo significato iniziale. Martire infatti dal greco significa testimone. Ma testimone di che cosa? Volutamente abbiamo citato un’affermazione fondamentalista che, al pari di ogni visione opposta di carattere “lassista”, ha snaturato il significato autentico del martirio e talvolta del martirio cristiano. S. Stefano primo martire cristiano è così considerato per la sua aderenza e testimonianza fino alla fine della Signoria di Cristo. A questo punto molti sono i modi di essere “martire”, cioè testimoni non vittimistici di qualcosa o di qualcuno. Si può morire per un ideale, per un proprio caro; ma nessuno da la vita per i propri nemici.
Il cristiano, cioè colui che segue Cristo, non come ideale utopistico ma come persona viva e reale, si muove in questa direzione. Cristo ha dato la vita per i propri nemici, cioè noi. Il Suo amore per noi ci ha reso suoi amici, cioè importanti per Lui benché immeritevoli. Solo l’amore gratuito di Dio che si fa uomo poteva porre in evidenza questa logica che umanamente appare illogica.
Da che mondo e mondo un torto equivale ad un’ingiustizia e come tale necessita una riparazione. Così va il mondo e su questo si muove, per certi versi giustamente, il sistema civile e penale. Tuttavia la logica reale che regge il mondo non è questa ma è la gratuità. La gratuità è una logica che sfugge completamente sia ad i fondamentalisti che ai sostenitori di una ideologia laicista. Tale logica non è stata inventata da Cristo ma rivelata da Cristo. Logica che esisteva sin dall’inizio dei tempi per il cuore di Dio.
Come se Gesù avesse detto con la Sua vita, la Sua Passione-Morte-Resurrezione: “Uomo, Donna, il Padre da sempre ti ama così, gratuitamente, anche se il peccato ha obnubilato in te questa visione delle cose. Ed Io per Amore del Padre e per Amore Tuo ti mostrerò fino alla fine, e senza sconti, com’è la realtà delle cose!”
Il peccato dell’uomo, però, ha totalmente oscurato e assopito questa gratuità e ne ha deformato totalmente il significato. Anche per questo era importante l’avvento del Figlio. Perché rivelasse, la vera natura delle cose. Il vero volto di Dio, del Padre. E portasse a compimento realmente la rivelazione della gratuità che sostiene tutte le cose. Solo il figlio rivela il Padre. Solo il Figlio poteva, con se stesso e la sua vita, rendere inequivocabilmente manifesto, con la sua carne, il volto del Padre.
Il perdono come dimensione di Amore gratuito che passa da Dio e attraversa l’uomo per diventare storia è sostanzialmente sconosciuta all’Islam, se non in alcune dimensioni mistiche o moderate. L’inevitabile condizione di porre Dio come assoluto verticistico sia nell’ebraismo e tanto più nell’Islam pone inevitabilmente le basi per non essere fecondi né culturalmente, né storicamente nello spiegarsi del tempo.
Carlo Di Pietro
da Pontifex.roma.it
da Baltazzar | Giu 21, 2010 | Chiesa, Testimonianze
Fu il primo prete afro-americano della Chiesa cattolica negli Usa A Chicago verso l’apertura dell’iter per il processo di beatificazione
di Giorgio Bernardelli
Tratto da Avvenire del 17 giugno 2010
I suoi genitori lavoravano come schiavi in una piantagione del Missouri; così sul registro di battesimo non figura nemmeno il suo nome, ma quello del padrone. E anche quando – anni dopo e a Guerra di secessione ormai finita – maturò la vocazione al sacerdozio, nel suo Paese non trovò un Seminario disposto ad accogliere un ragazzo nero. Solo a Roma, a Propaganda Fide, nel 1886 poté diventare padre Augustine Tolton, il primo prete afro-americano della Chiesa cattolica degli Stati Uniti. Una figura che presto potrebbe anche salire alla gloria degli altari.
L’arcivescovo di Chicago, il cardinale Francis George, ha infatti avviato le procedure per aprire la causa di beatificazione per padre Tolton. Una notizia accolta con gioia dalla comunità cattolica afro-americana. E che – per una coincidenza suggestiva – arriva proprio dalla metropoli di Barack Obama, il primo presidente nero della storia degli Stati Uniti.
È davvero una vicenda singolare quella di padre Augustine. Nacque nel 1854 a Brush Creek, nel Missouri, uno degli Stati schiavisti. Quando scoppiò la guerra di secessione il padre scappò dalla piantagione per andare al fronte a combattere (e morire) con le truppe unioniste di Abramo Lincoln; la madre – insieme ad Augustine e ai due fratelli – attraversò invece il Mississippi per raggiungere Quincy, nell’Illinois dove la schiavitù era stata abolita. Eppure non sarebbe stata lo stesso facile la vita per Tolton: gli riservò il lavoro fin da piccolo nella fabbrica di sigari, i pregiudizi duri a morire. Ma anche l’incontro con un parroco che volle far studiare quel ragazzo. E la scoperta di quella vocazione, ancora «troppo ardita» per gli Stati Uniti del 1870.
Di fronte alle porte chiuse dei Seminari, però, i sacerdoti di Quincy non si arresero. Fino a ottenere l’ammissione del giovane Tolton al Collegio Urbano, il Seminario di Propaganda Fide, la congregazione missionaria a Roma. Qui il figlio degli ex-schiavi studiò per sei anni, convinto che sarebbe stato destinato a partire per l’Africa. E invece subito dopo l’ordinazione – avvenuta in San Giovanni in Laterano la notte di Pasqua del 1886 – arrivò il colpo di scena: con una scelta straordinariamente profetica per quei tempi il cardinale prefetto di Propaganda Fide Giovanni Simeoni lo rimandò nella sua diocesi dicendogli: «Se gli Stati Uniti non hanno ancora visto un prete nero è tempo che ne vedano uno».
Non fu, però, una missione facile per padre Tolton. A Quincy era stata aperta nel frattempo una chiesa per la pastorale dei neri a cui il novello sacerdote si dedicò con entusiasmo. Ma presto in città arrivò un nuovo parroco. E ricominciarono le incomprensioni di sempre: gli disse che lui avrebbe dovuto occuparsi solo dei parrocchiani di colore. Alla fine la situazione divenne talmente insostenibile da spingere padre Augustine a cambiare diocesi: la sua fama cominciava a diffondersi nella comunità afro-americana e così l’arcivescovo di Chicago lo volle nella grande città. Con lui la chiesa di Santa Monica diventò la «parrocchia nazionale dei neri». Si spese senza riserve per i più poveri che già allora vivevano nei quartieri dormitorio delle periferie. E tra i suoi benefattori c’era anche Katharine Drexel, la figlia di un magnate che più tardi avrebbe lasciato le sue ricchezze per fondare la congregazione delle Suore del Santissimo Sacramento, al servizio degli ultimi. Padre Tolton morì a Chicago nel 1897, consumato dal suo ministero, a soli 43 anni. Volle essere comunque sepolto nel cimitero della parrocchia di Quincy. Là dove nella risposta al Signore che chiama, il figlio degli schiavi aveva trovato la libertà più grande.