Pubblichiamo l’omelia pronunciata a Stresa dal cardinale arcivescovo metropolita di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana nella celebrazione per il 155 ° anniversario del dies natalisdel beato Antonio Rosmini.

di Angelo Bagnasco

È la prima volta che mi trovo in questo luogo splendido per la natura, testimone della vicenda umana e  sacerdotale di una grande anima, nonché sede di intensa attività spirituale e culturale. Mi è caro portare alla Congregazione e a tutti gli amici la stima grata dei vescovi italiani, insieme all’incoraggiamento a continuare a percorrere la via dell’incontro e del dialogo con la modernità, dialogo che – auspicato dal concilio Vaticano ii – è ispirato da molte luci e aspirazioni comuni, ma che si è rivelato anche irto di ostacoli e precomprensioni non piccole e radicate.
Ma, come era ben chiaro al Nostro, l’incontro con la modernità è un appuntamento non solo ineludibile ma desiderato dalla Chiesa, così come testimonia anche il magistero di Benedetto XVI, che declina sapientemente la fede e la ragione parlando ai cattolici e a coloro che non si riconoscono tali. Il suo esporre il vangelo di Gesù – che rivelando il vero volto di Dio svela pienamente l’uomo a se stesso – è profondo e semplice, capace di parlare alla fede, alla ragione, al cuore. È questo il sentiero da percorrere – la fede, la ragione, il cuore – per poter arrivare alla vita dell’uomo contemporaneo. Ed è ciò che ha voluto fare Rosmini attraverso un lungo e costante, esaltante e sofferto, itinerario di riflessione e di studio, ma innanzitutto di preghiera e di vita. La preghiera, infatti, ci espone alla luce di Dio, Verità somma ed eterna, e la vita coerente alla sua luce la fa diventare esperienza e la consolida in noi.

L’esperienza di Rosmini suggerisce un’ulteriore condizione per colui che crede, pensa e dialoga:  l’umiltà. La sua vicenda è stata segnata anche da sofferenze e umiliazioni non piccole proprio da parte di coloro che egli amava nella fede. Attesta una umiltà profonda che si tradusse nella più completa obbedienza d’amore. Tutto accettò con fiducia, fino al pieno riconoscimento dei suoi scritti, tanto da far esclamare a Pio ix:  “Sia lodato Iddio, che manda di quando in quando di questi uomini per il bene della sua Chiesa”.
Sappiamo che l’umiltà di Rosmini non nasceva da una scarsa consapevolezza di sé, ma da una vita che aveva un centro e da quel centro non si mosse mai, neppure nelle circostanze più difficili:  il centro era Gesù, la consapevolezza che Lui guidava la sua vita sempre, anche quando i sentieri apparivano incomprensibili e tortuosi. Se nella vita di un uomo vi è un centro, allora si stabilisce una gerarchia di valori, di peso, di importanza; allora l’anima vive di quel centro. Se poi il centro non è teorico, un’idea o un valore astratto, ma la persona di Dio, allora il cuore può anche sanguinare ma la pace dimora nell’anima:  “Il pensiero che tutto ciò che accade è volontà di Dio, è così dolce che basta da sé solo a renderci pienamente tranquilli e contenti. Io non posso finire di ringraziare il Signore…”. La vicenda del profeta Amos, che abbiamo appena ascoltata, ci ricorda questo modus vivendi che dovrebbe essere proprio di ogni cristiano:  in mezzo a difficoltà gravi, il profeta sta nella pace, certo che Dio lo tiene nelle sue mani.
Anche il santo vangelo ci aiuta a comprendere meglio la missione di Rosmini. Gesù, infatti, si presenta come colui che guarisce il paralitico dalla sua infermità, segno di una malattia più profonda e grave, quella dell’anima:  “Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”. La malattia costringe quell’uomo a una vita immobile, di oscurità; e il peccato è sempre una oscurità spirituale, una tenebra che costringe a una vita confinata e ridotta rispetto alla libertà e alla gioia. È il male dello spirito, dunque, verso il quale Rosmini si sente mandato da Cristo, è l’oscurità dell’intelligenza che anela alla luce e cade spesso nelle tenebre, che abbraccia e si invaghisce dell’errore e lo esalta come verità. Verso questo anelito dell’intelligenza il Nostro si slancia con le doti di natura e di grazia che Dio gli ha dato e con la lucida consapevolezza delle luci e delle ombre del mondo moderno, ma anche con la certezza che Dio vuole gli uomini salvi e felici. Per questo ha mandato il Figlio unigenito per redimere l’umanità dal peccato attraverso la misericordia e il perdono che fluiscono incessantemente dal cuore squarciato di Cristo. È da quel cuore trafitto che scaturisce la salvezza e la verità di Dio che è amore. Ed è questo amore divino che Rosmini assume come chiave di lettura non solo della sua vita, ma della storia e del cosmo. Ed è alla luce di questa verità che si comprendono quelle tre parole confidate, sul letto di morte, all’amico Alessandro Manzoni:  “Adorare, tacere, godere”! Se Dio è amore ed è il Destino ultimo, se è l’Amore che conduce misteriosamente il tempo, allora non resta che contemplare e adorare, ascoltare e tacere, ringraziare e gioire del Dio-Amore anche quando le tenebre sembrano sovrastare. Guidati dalla sua esperienza, siamo condotti nell’oceano della fede e in questo mare sentiamo che è dolce naufragare.
Benedetto XVI, fin dall’inizio del suo pontificato, ha affermato che il problema principe dell’ora presente in Occidente è la questione di Dio. E questo vale innanzitutto per i credenti:  che cosa la fede cambia nella vita di una persona e di una società? Che cosa aggiunge la fede a una vita onesta? Ebbene, l’esempio del Rosmini, qui appena accennato, ci mostra che la fede muta la vita alla radice:  non toglie responsabilità, pesi e croci, ma tutto illumina di senso e salva con la misericordia e con l’amore. Nessuno è più solo, Dio si prende cura di noi, ogni situazione diventa luogo di incontro e di grazia, si carica di eternità e di infinito, di redenzione per sé e per il mondo. Il presente si tinge di futuro e guarda la terra con gli occhi di Cristo:  si riempie di speranza. L’uomo si scopre non condannato a morte ma destinato alla vita, non vagabondo verso il nulla ma pellegrino verso il tutto dell’amore e della felicità.
Nella luce del Vangelo odierno, possiamo dire dunque che la missione intellettuale del Rosmini è un riflesso di quel miracolo:  liberare dalle oscurità dell’errore mostrando la luminosità e la bellezza della verità che è Cristo. Egli, infatti, affronta un nodo che la modernità sentiva e tuttora sente in modo particolarmente acuto:  il rapporto tra fede e ragione:  “Il passo fatto dal Concilio verso l’età moderna – affermava Benedetto XVI in occasione del 40° anniversario del Vaticano ii – (…) appartiene in definitiva al perenne problema del rapporto tra fede e ragione, che si ripresenta sempre in forme nuove”.
Sembrava anche allora che queste fossero prospettive opposte, approcci inconciliabili, tanto da confinare i credenti e i non credenti su due fronti muti e sordi tra loro. Che questo sia un punto nevralgico anche ai nostri giorni, non significa che l’opera di Rosmini non abbia segnato la storia del nostro tempo, ma semplicemente che i pregiudizi sono duri a morire; che è necessario parlarsi con animo ben disposto, bonificato dai luoghi comuni; che bisogna applicarsi al pensiero. In modo significativo, il Papa, nell’ultima enciclica, faceva sua l’affermazione di Paolo vi:  “Non possiamo dimenticare, inoltre, che la modernità sembra essere entrata in una nuova fase dai confini più incerti, fino al dubbio sulla capacità stessa della ragione come facoltà del vero e del bene”. Coerente alla continua Tradizione della Chiesa, il Nostro non ha dubbi sulla forza della ragione, dono del Creatore, e si dedica a elaborare una filosofia capace di raggiungere il fondamento della realtà, una metafisica che pone attenzione anche al soggetto conoscente senza cadere nel soggettivismo che allontana e distorce il reale.
Egli non solo intende pensare la fede, ma vuole pensare nella fede, convinto che se da un lato la filosofia non deve essere “mescolata con i misteri della religione”, d’altro lato una “filosofia sana” non può che giungere a “conseguenze favorevoli alla religione” (cfr. A. Rosmini, Epistolario completo, Casale Monferrato, vol. iii, pag. 53). Se all’origine dell’essere creato, infatti, vi è Dio Creatore, allora le vie della conoscenza non si oppongono tra loro, ma si completano. La ricerca dell’uomo, seppur distinta per ambiti, non dovrebbe mai perdere di vista la totalità  come  orizzonte,  pena  la  frantumazione non solo del sapere, ma dell’uomo stesso, punto di partenza e d’arrivo del conoscere. E la filosofia ha, per eccellenza,  questo  scopo:   essa  conduce fino alla soglia del mistero, fino alle domande fondamentali alle quali soccorre la fede in Gesù Cristo, senso fondamentale, salvatore e fine di ogni cosa.
Sì, Rosmini si colloca sulla linea della più viva e feconda Tradizione, quella di avvertire la carità intellettuale come una delle forme più urgenti di carità, non meno necessaria di altre forme pur necessarie. Egli è consapevole che la fede in Gesù, proprio perché attiene la verità tutta intera e l’amore che salva, non riguarda solo i sentimenti personali e la dimensione del privato, ma interpella l’intelligenza e la libertà dell’individuo e della società. Per questo può parlare all’uomo di sempre, anche all’uomo moderno; può incontrare e fecondare ogni società e cultura.
A noi tutti, che abbiamo la grazia della fede, tocca questa responsabilità di testimoni e messaggeri intelligenti e lieti, facendo nostre le parole che Rosmini nel 1851 rivolse ad alcuni fratelli alla vigilia dei voti:  “Consentiamo insieme alla carità di Dio in noi di espandersi secondo le sue dimensioni in altezza verso il sommo bene, in larghezza con l’abbraccio di tutti gli uomini, in lunghezza perché l’amore è fedele, in profondità fino al dolore della croce”.

(©L’Osservatore Romano – 2 luglio 2010)