da Baltazzar | Nov 3, 2010 | Chiesa, Controstoria, Testimonianze
Afferma che i nazisti volevano eliminare poi i cattolici
NEW YORK, martedì, 2 novembre 2010 (ZENIT.org).- Un ebreo ha testimoniato come suo padre sia stato salvato dalla furia dei nazisti venendo nascosto in Vaticano da Papa Pio XII.
La testimonianza è l’ultima raccolta dalla Pave the Way Foundation, che sta raccogliendo documenti
e informazioni sulle azioni di Papa Pacelli durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il testimone, come ha annunciato Gary Krupp, presidente della Fondazione, è Robert Adler, membro della Commissione per l’Olocausto dell’Alabama (Stati Uniti).
Adler ha ricordato che suo padre Hugo venne portato in Vaticano nel 1941 e vi rimase nascosto per cinque settimane. Durante quel periodo, incontrò in molte occasioni Pio XII.
Hugo venne poi inviato attraverso una rete vaticana in Francia, Spagna e da lì a Sosua, nella Repubblica Dominicana.
Nella sua testimonianza, Robert ha detto di aver saputo attraverso delle ricerche che i nazisti volevano eliminare prima gli ebrei e poi i cattolici, e ha osservato che per questo motivo il Pontefice compì gli sforzi di salvataggio in segreto.
Se Pio XII non fosse intervenuto, ha concluso, suo padre sarebbe morto.
Krupp ha espresso gratitudine per la testimonianza di Adler, affermando che “presentando questo ricordo così rilevatore ha pagato un enorme debito nei confronti di tutti coloro che hanno rischiato la propria vita per riuscire a salvare le vittime della Shoah”.
La Fondazione ha posto circa 40.000 documenti, insieme a testimonianze video, sulla sua pagina web per fornire prove sul ruolo di Papa Pio XII nel secondo conflitto mondiale.
Elliot Hershberg, presidente del Consiglio d’Amministrazione della Fondazione, ha osservato che “questo sforzo è stato un’impresa molto costosa e difficile [per la Pave the Way Foundation], ma ne è valsa la pena”.
“In base alla nostra missione, se possiamo aiutare a illuminare questo periodo controverso, che è stato fonte di discordia tra ebrei e cattolici per più di 45 anni, avremo aiutato a cambiare il corso della storia e a migliorare le relazioni in momento in cui questo è così necessario”.
Per ulteriori informazioni, http://www.ptwf.org/.
da Baltazzar | Ott 25, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
di padre Renato Zilio*
LONDRA, lunedì, 25 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Arrivano a frotte ogni settimana, il mercoledì mattina, con qualsiasi tempo anche freddo o piovigginoso, come spesso accade. È la loro giornata sociale al Centro Scalabrini a Londra Brixton Road. Messa cantata, pranzo conviviale, animazioni varie… Dispersi nei quattro punti cardinali di una metropoli inglese, i nostri italiani ormai in età di pensione amano ritrovarsi insieme. È sempre qualcosa che li rigenera. Ed è un ritrovare la propria gente, la propria lingua, la stessa storia di migranti.
Osservo a tavola accanto a me Antonio e Concetta, tutti e due da quasi cinquant’anni in questa terra in mezzo al mare. Provengono da una Sicilia ormai forse dimenticata – in verità, così intimamente nascosta da confondersi con l’anima – e assaporano il vino come fosse un viatico. Sì, il cibo della propria terra ha sempre qualcosa di sacro. Per chi se ne va via lontano da casa.
I nostri emigranti hanno, così, combattuto la buona battaglia, hanno conservato la fede e ormai si direbbe che… attendano il premio! Il tempo è passato, i figli sono cresciuti, i grandchildren, i nipotini sono sempre al centro dei loro discorsi quando si ritrovano. La vita continua e rifiorisce, anche se diversamente. E per consolarli della loro età Cicerone non mancherà di ricordare:“Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno!”.
Tuttavia, guardandoli negli occhi, sembra di capire che proprio a loro il Cristo ha ripetuto con forza: ”Non abbiate paura!”. Sì, perchè loro – come tutti i migranti – hanno vinto le tre grandi paure nascoste in ogni essere umano. Chi mette, infatti, la sua vita come Abramo nelle mani di Dio e si mette in viaggio per altri mondi ha superato il sentimento della paura.
Così è per la più evidente, la paura di morire. La paura della morte, infatti, è ormai alle loro spalle. Abbandonando tutto – ogni certezza, ogni legame, ogni sicurezza – essi hanno messo la propria intera esistenza nelle braccia dell’avvenire, nei passi dei propri figli e nell’invito misterioso di Dio. “Esci dalla tua terra!”. Hanno compreso una verità bella ed inedita: morire può significare rivivere. In maniera più libera, più degna e significativa. Perché averne, allora, paura?
È strano, ma una paura ancora più grande può resistere nascosta nell’animo di ognuno di noi. Paradossalmente questa è – e non vi sembrerà vero – la paura di vivere. Sì, quella di vivere veramente, di respirare a pieni polmoni, di nutrirsi di valori veri. Di dare la propria vita interamente per un grande scopo. “Se vuoi essere grande sii intero!”, ripeteva uno scrittore portoghese. La vita in emigrazione non ha mancato spesso di educarli a questo: vivere una vita intensamente.
Ma nella loro esistenza, a volte tanto dura e perduta hanno saputo anche sconfiggere la terza paura, la più grande di tutte. Paura profonda, temibile e difficile da estirpare: la paura di amare. Perché amare è perdersi e perdere tutto. È nascere di nuovo, differenti, insieme a qualcuno. Così è stato per loro. Hanno imparato piano piano ad amare un altro mondo, un’altra cultura, un altro modo di essere uomini. Hanno scoperto dei volti, una lingua, dei valori nuovi e sconosciuti, in un paese che lentamente ha saputo accoglierli fino in fondo. Con il tempo hanno incontrato nell’altro la stima ed è nata la fiducia. Sì, straordinaria, invidiabile metamorfosi. Hanno saputo, in fondo, amare questa terra inglese come una loro seconda patria.
D’altronde, solo chi sa amare perdendo se stesso sarà grande un giorno. È questa la loro storia. Ma è anche, in fondo, la promessa di Dio.
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*Padre Renato Zilio è un missionario scalabriniano. Ha compiuto gli studi letterari presso l’Università di Padova, e gli studi teologici a Parigi, conseguendo un master in teologia delle religioni. Ha fondato e diretto il Centro interculturale di Ecoublay nella regione parigina e diretto a Ginevra la rivista “Presenza italiana”. Dopo l’esperienza al Centro Studi Migrazioni Internazionali (Ciemi) di Parigi e quella missionaria a Gibuti (Corno d’Africa), vive attualmente a Londra al Centro interculturale Scalabrini di Brixton Road. Ha scritto “Vangelo dei migranti” (Emi Edizioni, Bologna 2010) con prefazione del Card. Roger Etchegaray.
da Baltazzar | Ott 22, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
La star Susan Boyle: «Mia madre si rifiutò di abortire Allora le dissero che non avrei mai fatto niente di buono»
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 21 ottobre 2010
S e sua mamma non avesse giudicato «impensabile» il mettere fine alla sua nona gravidanza, oggi non avremmo il piacere di ascoltare una delle voci più splendide del panorama musicale internazionale. I Dreamed I Dream, il brano tratto dal musical Les Misérables ispirato al romanzo di Victor Hugo, non l’avrebbe resa celebre, nell’aprile 2009, se l’opinione dei dottori che avevano in carico sua madre avesse surclassato il desiderio materno di mettere al mondo un’altra figlia.
Susan Boyle, la 49enne inglese, nuova star della musica pop internazionale, ha rivelato in una recente biografia che il personale medico aveva suggerito a sua madre di non farla nascere e di ricorrere all’aborto. Motivo: la gravidanza era a rischio. Ma Bridget Boyle, immigrata irlandese a Blackburn, paesino nel West Lothi, a quel tempo già mamma di 8 figli, rifiutò categoricamente tale possibilità «perché era una cattolica devota». E così diede alla luce Susan la quale, al momento del parto, soffrì di asfissia perinatale, malanno che causò alla bambina un leggero danno celebrale. Ma ciononostante, dopo una vita passata a subire scherni e derisioni (non ultima, quella dello show della presentatrice Usa Oprah Winfrey), la bimba che non doveva nascere è diventata una delle più grandi cantanti di oggi: perfino l’attrice Demi Moore è una sua fan sfegatata ed è entrata nel Guinnes dei primati per la sua rapidissima celebrità. SuBo, come l’hanno ribattezza i media inglesi, ha rivelato tutto questo nella sua autobiografia The Woman I Was Born To Be, appena pubblicata in Inghilterra (Bantam, 328 pp, £ 18. 99), pochi giorni dopo la performance dell’artista davanti a Benedetto XVI a Londra. Nel libro la cantante rivela che, al momento della sua nascita, i medici non salutarono la nuova arrivata con il tradizionale «Congratulazioni, una bellissima bambina!» rivolto alla madre, bensì in tutt’altra maniera: «I dottori mi guardarono in modo sprezzante, dal momento che sospettavano avessi avuto danni celebrali a causa di una mancata ossigenazione del cervello. Così dissero a mia madre: “Doveva darci ascolto. Adesso dovrà acccettare il fatto che Susan non diventerà mai niente di buono”». Mai profezia fu meno azzeccata visto che Susan è una star da 9 milioni di dischi venduti in sole 6 settimane. Ma lei non porta rancore. «Sono sicura che i dottori avessero le loro migliori intenzioni ma penso che non dovessero dire quelle cose dal momento che nessuno può prevedere il futuro. Quello che i medici non sapevano è che io sono una sorta di combattente e che durante tutta la mia vita ho cercato di dimostrare loro che avevano torto». E alla Bbc, qualche mese fa, Susan Boyle, di cui è conosciuta la profonda fede cattolica, spiegava: «La mia storia dimostra che non si deve guardare all’apparenza, ma bisogna considerare la persona nella sua interezza emotiva, fisica, mentale e spirituale. Spero che dicendo questo io riesca a dimostrare che i sogni non sono impossibili». Proprio nei mesi scorsi un altro cantante molto noto, Andrea Bocelli, aveva raccontato che a sua madre i medici avevano suggerito di abortire perché il bambino che portava in grembo avrebbe subito delle menomazioni a causa di un attacco di appendicite da lei subito. Sebbene completamente cieco, Bocelli è diventata una star della canzone pop e della lirica.
da Baltazzar | Ott 21, 2010 | Film, Testimonianze
Racconta Guido Chiesa che, da quando ha iniziato a lavorare al film
Io sono con te (in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma e nelle sale dal 19 novembre), una delle domande che gli è stata rivolta più spesso è: «Ma chi te l’ha fatto fare?». A rivolgergliela «erano persone chi mi conoscevano e sapevano che, fino a qualche anno fa, un film del genere per me sarebbe stato impensabile». Perché Chiesa, già regista de
Il partigiano Johnny e della serie tv
Quo Vadis, Baby?, non avrebbe mai immaginato di realizzare un film dedicato a Maria di Nazareth e, soprattutto, alla sua maternità, al suo modo di essere madre di Gesù, il figlio di Dio: «Diciamo che provenivo da un ambiente poco interessato a queste questioni. Così come mia moglie, Nicoletta Micheli, che ha scritto con me il film».
Cosa le ha fatto cambiare idea?
Un giorno mia moglie mi ha raccontato un suo incontro. Quello con una mamma, come lei, che le ha parlato di Maria come nessuno aveva mai fatto prima. Per lei è stata quasi una folgorazione tanto che, tornata a casa, ne ha parlato subito con me.
E lei cos’ha pensato?
Ho pensato, come oggi molti credono di me, che fosse un po’ “impazzita”. Invece quello era solo il primo passo di un percorso che abbiamo iniziato insieme e che ci ha portato, tra l’altro, a pensare e realizzare Io sono con te.
Vuol dire che avete trovato la fede?
Abbiamo scoperto che non è vero che fede e ragione devono necessariamente entrare in collisione quando si parla di certi argomenti. Le faccio un esempio, visto che stiamo parlando di Maria: una delle questioni sempre aperte riguarda la sua verginità. Scientificamente è inspiegabile, su questo siamo tutti d’accordo. Ma anche l’effetto placebo lo è, eppure nessuno mette in dubbio che esista veramente. Quello che voglio dire è che il mio essere diverso rispetto al passato sta nell’accettare che non tutto debba necessariamente essere spiegato. La scienza lo sa che non tutte le risposte sono possibili. Il premio Nobel per la fisica Max Planck, quando gli chiesero cosa ci fosse prima del tempo minimo calcolabile, rispose: «Prima c’è Dio»
Che cosa significa trovare la fede a cinquant’anni?
È una Fede diversa da quella nata in tenera età che io, devo ammetterlo, invidio. Gesù stesso lo dice: «Il Regno dei Cieli è per i bambini», diciamo che «i sapienti» fanno più fatica.
Perché ha deciso di fare un film su Maria?
Per raccontare lo «scandalo» del Cristianesimo: che alla sua origine ci fosse una donna. Fino ad allora la donna era rappresentata da Eva, era considerata impura, non poteva parlare nelle assemblee. Maria è un fatto straordinario. Il Cristianesimo è l’unica, tra le grandi religioni del mondo, a identificare in una donna il principio positivo della salvezza, a vedere nella madre il cardine dell’intera vicenda umana. E straordinaria è la narrazione della nascita di Gesù. Solo il cristianesimo ci parla dell’infanzia del suo fondatore. Di Maometto o di Buddha bambini non sappiamo quasi nulla, di Gesù sappiamo con precisione dove e come è nato.
Ed è questo che racconta il suo film «Io sono con te»?
Nel film ripercorriamo quella parte della vita di Gesù che va dal suo concepimento ai dodici anni, quando i genitori lo ritrovarono nel tempio. Ma Io sono con te è, prima di tutto, il racconto di una maternità. Il ritratto di una madre e della relazione con il proprio figlio, sostenuta dalla presenza discreta di Giuseppe che «si fa da parte», rinunciando al primato maschile caratteristico dell’epoca. I fatti sono quelli raccontati nei Vangeli, in particolare quello di Luca: il concepimento, la visita di Maria ad Elisabetta, la nascita, l’incontro con i Re Magi, la «scomparsa» di Gesù dodicenne. Gli unici elementi che si avvicinano agli apocrifi sono il nome della madre di Maria e la condizione di vedovo con figli di Giuseppe.
Dove è stato girato il film?
Nelle campagne della Tunisia, dove abbiamo trovato un ambiente culturalmente e antropologicamente il più vicino possibile alle condizioni di vita della Palestina di duemila anni fa. Per la stessa ragione abbiamo scelto attori locali, spesso non professionisti, a partire proprio da Maria. Questo scenario arcaico, patriarcale, caratterizzato da gerarchie socio-familiari millenarie, fa apparire ancora più sorprendente la parabola di Maria e di suo figlio Gesù che, da semplici e umili, hanno rivelato al mondo la Via della Salvezza.
A chi si rivolge «Io sono con te»?
La sfida è cercare di parlare a pubblici diversi. Alle donne, in prima battuta, per le domande sollevate nel film su questioni come il nascere, il crescere, l’educare i figli in una prospettiva decisamente femminile. Poi ai genitori e a tutti quelli interessati a certi temi. Credenti e non, che possano considerare il film un possibile argomento di discussione.
Tiziana Lupi da Avvenire
da Baltazzar | Ott 21, 2010 | Chiesa, Cultura e Società, Film, Testimonianze
Esce venerdì in Italia «Uomini di Dio», sui trappisti francesi martirizzati nell’Atlante: perfetto esempio di grande cinema affidato ai silenzi, agli sguardi, allo spirito. Come Bresson e Dreyer
di Alessandra De Luca
Tratto da Avvenire del 20 ottobre 2010
All’ultimo Festival di Cannes ha profondamente commosso il pubblico internazionale raccontando la vita quotidiana di un gruppo di monaci trappisti nell’Algeria degli anni Novanta. E non ha lasciato indifferente neppure la giuria presieduta da Tim Burton, che gli ha assegnato il prestigioso Grand Prix. Perché «Uomini di Dio» di Xavier Beauvois, fortemente voluto dal produttore cattolico Etienne Comar, nelle nostre sale dal 22 ottobre, è un perfetto esempio di come si possa fare grande cinema affidandosi, proprio come facevano Robert Bresson e Carl Dreyer, ai silenzi, agli sguardi, alla spiritualità e a temi che affrontano le grandi domande dell’uomo drammaticamente calato nell’arena della storia. Il film, opera profondamente religiosa, rievoca infatti la drammatica vicenda dei religiosi rapiti e assassinati a Tibhirine, sulle montagne dell’Atlante, nel marzo del 1996, ancora oggi al centro di una complessa indagine giudiziaria riaperta dopo il reportage del giornalista americano John Kiser. Se infatti la strage era stata inizialmente attribuita al Gia (Gruppo Islamico Armato), in una fase processuale successiva si è invece parlato di un «errore dell’esercito algerino». La verità è ancora da stabilire, ma il regista non si addentra nella controversia, evitando di fare del film un thriller politico su un intrigo internazionale; non mostra le teste ritrovate senza i corpi (anche per rispetto alle famiglie delle vittime l’atrocità della loro morte resta fuori campo e la storia si conclude con una scena ricca di emozione) e non fa dei protagonisti dei martiri da strumentalizzare. Non estraneo alle riflessioni sulla vita e la morte (N’oublie pas que tu vas mourir), Beauvois – che si è confrontato con religiosi e teologi trascorrendo un periodo nel convento cistercense di Notre-Dame de Tamié – si concentra piuttosto (come il bel documentario Il grande silenzio di Philip Gröning) sulla quotidiana vita monastica dei protagonisti, corpi immersi nella natura tra lavoro, preghiere, canti, pasti e impegno per il prossimo, secondo una ritualità capace di unire il cielo e la terra.
Perfettamente integrati in terra musulmana, i monaci guidati dal priore Christian de Chergé sono «fratelli» degli islamici di cui si prendono cura e con i quali recitano anche passi del Corano («Amen» è sempre seguito da «inshallah»), testimoniando con la propria vita un amore per l’umanità che va oltre le barriere culturali e religiose.
Una vocazione ben resa dal titolo originale del film, Des hommes et des dieux, e in parte tradita da quello italiano. Il 30 ottobre 1994 il Gia ordinò a tutti gli stranieri di abbandonare l’Algeria, ma quei monaci decisero di restare al fianco di chi aveva bisogno di loro, convinti di non poter tradire la loro fede e la fiducia in una comunità basata sulla tolleranza. «Non temo la morte, sono un uomo libero» dice Lambert Wilson nei panni di padre Christian.
La forza, il rigore e il coraggio del film stanno proprio in questo, nella decisione di riflettere sulla difficoltà di una scelta non priva di dubbi, angosce e tensioni. E di offrire a un pubblico abituato a velocità ed effetti speciali, adrenalina e 3D un mondo fatto di lentezza, contemplazione e popolato di persone capaci di un amore e una compassione straordinari, pronti all’estremo sacrificio pur di dedicare la propria vita agli altri. Ritiratisi per alcuni giorni nella pace del monastero prima dell’inizio delle riprese, gli attori hanno più volte dichiarato di aver sentito su di loro la protezione e la fratellanza dei religiosi a cui stavano per ridare vita. E non c’è bisogno di essere credenti per sentire in quei personaggi una verità che viene da lontano.
da Baltazzar | Ott 7, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
di Antonio Socci
Tratto da Libero del 3 ottobre 2010
Tramite il sito Lo Straniero, il sito web ufficiale di Antonio Socci
Questa è la storia di quaranta ragazze, fra i 25 e i 35 anni, che hanno consapevolmente accettato di morire – per di più con atroci sofferenze – per poter curare e (letteralmente) servire degli ammalati gravi che neanche conoscevano. Finora questo loro eroismo e il loro martirio, consapevolmente accettato, sono rimasti nell’ombra.
Siamo cresciuti in un’Italia capace di trasformare in divi personaggi senza arte né parte, un’Italia capace di esaltare come eroi dei tipi tremendi (che hanno pure dei morti sulla coscienza).
Ma nessuno, nell’Italia che conta, che parla e scrive, sembra si sia mai accorto di queste giovani donne straordinarie.
Eppure è accaduto tutto alla luce del sole, addirittura in una istituzione pubblica di in una città importante e attenta ai valori civili (e alla “questione femminile”) come Bologna, dove queste ragazze sono vissute e morte fra 1930 e 1960.
A Bologna esiste “Viale Lenin”, la strada dedicata a un tiranno che ha fondato il regime dei Gulag dove sono stati massacrati moltitudini di innocenti inermi, fra cui migliaia di religiosi.
Ma non esiste alcun ricordo pubblico invece di quelle donne che hanno curato tanti sofferenti dando la loro stessa vita.
Erano religiose, cioè ragazze che avevano rinunciato a se stesse perché innamorate di Gesù Cristo e per suo amore erano diventate silenziosamente capaci di donare ogni loro giornata ai malati e anche di affrontare la morte.
Tutto accadde all’Ospedale Pizzardi di Bologna, oggi Bellaria, aperto nel 1930 per l’assistenza e la cura delle malattie polmonari, in particolari per tubercolotici.
La Tbc era una malattia mortale assai diffusa, soprattutto dopo la Grande guerra, ed era contagiosissima (si contraeva per via aerea, quindi era molto più contagiosa, per esempio, dell’Aids di oggi).
Fino agli anni Cinquanta, quando arrivarono dei farmaci capaci di debellare la malattia e abbatterne enormemente la mortalità.
Ebbene, aprendo l’Ospedale nel 1930 fu richiesta dall’amministrazione degli ospedali di Bologna la presenza delle “Piccole suore della Sacra Famiglia” per assistere come personale infermieristico i circa seicento malati.
Arrivarono subito 55 suore e poi, nel corso degli anni, il loro numero giunse fino a 95, con la qualifica di infermiere diplomate e infermiere generiche (in totale, dal 1930, hanno servito al Pizzardi 574 religiose).
Garantivano assistenza giorno e notte, a continuo contatto con i malati. A quel tempo le suore-infermiere provvedevano a tutto, pure a lavare i pavimenti dei lunghi corridoi, durante il turno della notte.
Erano tutte consapevoli di recarsi in un ambiente ad altissimo rischio. E infatti delle centinaia che hanno accettato e hanno servito lì, circa 40 hanno contratto la Tbc morendone (32 di loro sono decedute in età compresa fra 25 e 35 anni).
Si trattava di una morte dolorosa e drammatica. Erano giovani suore e oblate.
Nella convenzione che fu stipulata l’amministrazione degli ospedali, considerata la pericolosità della missione, si impegnava, fra l’altro, a “concedere visite mediche” e, in caso di contagio, a “fornire loro i medicinali e in caso di morte un modesto funerale”.
Oltretutto il loro lavoro fu reso molto duro dal fatto che i degenti erano in gran parte giovani e il clima spesso turbolento. Le proteste per il cibo erano all’ordine del giorno, perfino per il fatto che il personale addetto all’igiene dei letti e della biancheria si proteggeva con una mascherina (a quel tempo non esistevano lavatrici ed elettrodomestici).
Negli anni Quaranta e Cinquanta il clima era surriscaldato anche per motivi politici (si formò pure una “Commissione degenti”). Le suore dovevano moltiplicare i loro sforzi per mantenere un clima sereno, mentre soccorrevano i malati in tutte le loro sofferenze.
Il dottor Gaetano Rossini che lì lavorò e le vide all’opera ha lasciato scritto in una memoria conservata negli archivi:
“non meno grave era la emottisi, specie se soffocante, scioccante non solo per il malato, ma anche per chi doveva assistere e provvedere con gli scarsissimi mezzi disponibili. Terribile a vedersi e molto di più ‘intervenire’.
In quei momenti mi veniva di pensare: ‘oh sante suore, quale amore vi tiene inchiodate a quel letto di sofferenza inesprimibile pur di aiutare, salvare quel ‘prossimo’ che forse in altri momenti era stato poco riguardoso o indisciplinato!.
Le Suore non tenevano davvero conto del rischio personale o interesse umano alcuno; quante di loro riposano nel cimitero di Castelletto perché avevano contratto la malattia nell’adempimento del loro servizio”.
Quale amore, si chiede il dottor Rossini? Suor Arcangela Casarotti risponde: “Le suore inviate al ‘Pizzardi’ di Bologna avevano ben scolpito nella mente l’insegnamento dei Fondatori: ‘Se nei casi di epidemia… fosse necessario mettere in pericolo anche la vita, io mi immagino che anche al presente, com’è successo in altri tempi, le Suore del nostro istituto andrebbero a gara per offrirsi vittime della carità. Memori delle parole del Divino Maestro: Non v’è maggior carità che di dare la vita per i propri fratelli’ ”.
Le suore aiutavano centinaia di malati, perlopiù giovani, non solo nelle loro sofferenze fisiche, ma anche in quelle morali. Li aiutavano a non lasciarsi andare alla disperazione di una malattia gravissima e di una degenza molto lunga (talora vi furono suicidi).
Suor Arcangela sulla rivista dell’ordine ha pubblicato qualche memoria dei malati di allora. Liliana per esempio scrive:
“Ho passato tre anni molto belli al Pizzardi pur essendo lontano dalla famiglia perché ero ammalata. Le suore con noi malati avevano un rapporto molto familiare. Esse cercavano in ogni modo di aiutarci a mangiare e di alleviare le sofferenze. Quante volte le ho viste piangere di nascosto per le condizioni gravi dei malati! Io credo che la medicina fece molto per curarmi, ma molto contribuirono anche le parole di conforto e di incoraggiamento delle suore nei momenti più tristi”.
Fra i malati vi furono suore che testimoniarono l’ardore di quel loro Amore fino all’incredibile. Come suor Maria Rosa Pellesi, Francescana Missionaria di Cristo, che trascorse 27 anni in sanatorio di cui 24 proprio al Pizzardi, morta in fama di santità e oggi dichiarata “Serva di Dio”.
Dice il dottor Rossini: “fu, a mio modo di vedere, un miracolo vivente perché non aveva un organo sano, la tubercolosi aveva devastato il suo corpo. Svolse la sua missione in offerta a Dio per il bene di tutti gli uomini”.
La eroiche suore del Pizzardi appartengono all’ordine fondato da don Giuseppe Nascimbeni e da suor Maria Domenica Mantovani (entrambi beati), sono le Piccole Suore della Sacra Famiglia. che negli ospedali bolognesi hanno svolto un lavoro eccezionale e tuttora gestiscono la “Casa di Cura Madre Toniolo”.
Nessuno ha raccontato al mondo la storia delle suore martiri del Pizzardi e ne ha celebrato la grandezza. Di loro ho trovato qualche notizie solo in pubblicazioni dell’ordine e qualche rapido cenno in volumi celebrativi, a ristretta diffusione.
Forse perché, essendo suore, appartenevano – secondo i nostri criteri mondani – a una categoria umana di serie B? O a una categoria che è tenuta a sacrificare la propria vita per noi?
A volte, a considerare come il mondo tratta i cristiani, viene in mente la frase di san Paolo: “Siamo la spazzatura del mondo”.
Probabilmente anche in altre città e altri ospedali vi sono state simili storie di eroica carità cristiana che aspettano di essere conosciute.
Perché la presenza della suore e più ampiamente la presenza della Chiesa accanto ai sofferenti, per portare loro la carezza del Nazareno e per alleviare i loro dolori, è una storia immensa e tuttora misconosciuta.
Eppure parla, anzi grida più di tante parole. Annuncia al mondo quello che ogni essere umano cerca e aspetta: un amore incondizionato, gratuito e totale. Come dice una nota preghiera: “Tutta la terra desidera il Tuo volto”.