«È vita vera quella di mio figlio intubato»

L’accorata lettera del papà di un bimbo di 7 anni, costretto all’immobilità dalla nascita, tracheotomizzato nei giorni in cui in tv dilagavano i predicatori del «diritto di morire»
Tratto da Avvenire del 6 gennaio 2011

Caro direttore, so che sono fuori tempo ma ho indugiato prima di inviarle questa lettera. Volevo rivolgermi tramite Avvenire a chi giudica ‘indegne’ le vite come quella di mio figlio. Per questo ho pensato di scrivere questa lettera aperta a Roberto Saviano. Per dirgli: giù le mani da mio figlio!

Mentre in tv, caro Saviano, scioglievi parole morbide e vellutate in un fluido racconto mesto e pacatamente avvincente, ricco di gravi imprecisioni, io tenevo – e ancora tengo – la manina debolissima di mio figlio di sette anni, intubato da 23 giorni, sedato con 5 ml/h di non so quale medicina, ventilato 24/24h mentre un infermiere gli aspirava le secrezioni bronchiali ogni 2 ore, alimentato in via enterale, con le mani legate al letto per evitare che potesse tirarsi via aghi, fili e il tubicino della ventilazione, ogni mezz’ora un macchinario gli misurava la pressione, la febbre sempre sotto controllo. Lo stesso giorno, poche ore prima che tu t’improvvisassi profeta dell’ideologia moralistica, con piena coscienza di poter usare un microfono per tirare la linea tra il bene e il male senza concedere a nessuno il contraddittorio dovuto a un buon arbitro di linea, il mio primario mi disse che non c’era altra via che la tracheotomia: mio figlio non respirava più da solo.

Pensi che non pianga lacrime stanche per quel piccolo che da sette anni è legato piedi, bacino e spalle a una carrozzina a scorrazzare tra ricoveri e farmacie, a fare lunghe file davanti agli ambulatori e a passare prima di tutti nelle corse in ambulanza a sirene spiegate, a curare il dolore con il cortisone e le canzoncine dello Zecchino? Pensi che non mi feriscano le tue parole irripetibili, di chi difende cause di giustizia senza aver avvicinato il dolore, senza averlo preso in braccio, senza averlo messo nel suo cuore, mentre io sto le ore nelle corsie degli ospedali a bagnare le guance del mio bambino con il pianto della mia impotenza?

Mi fai sentire banale in questo continuo credere che ciò che sto guardando è vita, vita a tutti gli effetti e con tutti i diritti. Mi fai sentire sprecato in questo continuo correre come un matto a spezzettare il mio tempo tra mille figli di cui uno attaccato al fiato artificiale di una macchina? Mi fai sentire fallito in questo quotidiano sacrificio del mio corpo, della mia stanchezza, della mia mente, ma anche dei miei figli, della vita con la mia sposa, delle passeggiate, della Messa quotidiana, dei miei familiari, sull’altare della condivisione che mi ha fatto padre di un bimbo disabile che altri non hanno potuto crescere in famiglia?

Tu usi il linguaggio dell’ideologia, io pretendo il linguaggio del cuore.

Quella che tu chiami assistenza per me è prendersi cura. Quella che tu chiami sorveglianza per me è contemplazione. Tu parleresti di emergenza, io la chiamo paura. Tu diresti previsione, io la chiamerei speranza. Quella che tu chiami giustizia io la chiamo vita. Per te ogni malato è il titolare di un diritto, per me sono tutti testimoni di una vita vera, non importa se debole o forte; la qualità non toglie la natura! Seppure debole, la vita è vita e il malato una persona. Non oso mettere la linea che segna la differenza tra ciò che merita di essere vissuto e ciò che non lo merita. Mio figlio non ha mai parlato né sorriso e se nessuno avesse mai provato a cantare una canzoncina lui sarebbe sembrato spesso assente, addormentato, e tutti avremmo nutrito dubbi sul suo stato di coscienza. Eppure mia moglie gli ha cantato Il pulcino ballerino e lui si è svegliato, e le canzoncine le vuole ascoltare anche con la respirazione assistita, anche con quella tracheotomia che ti ha fatto inorridire come la condanna più oscena della qualità della vita umana, mentre io benedicevo il mio primario che tirava fuori dal suo cilindro una nuova speranza di riportare il mio piccolo nella stanza da letto a dormire affianco al lettone.

E allora me ne convinco sempre di più: giù le mani da mio figlio, Saviano!

Quando vorrai riprendere il microfono in mano, prima di parlare di eutanasia visita le nostre mura. Sta sicuro: non ritornerai con un reportage per una nuova narrazione che invoca giustizia straziando il cuore sensibile degli italiani. Quando ti avvicinerai a casa mia togliti i sandali, perché la tua non sarà una spedizione ma un vero pellegrinaggio da cui ritornerai convertito: avrai visto la vita in faccia! Una famiglia di grandi e bambini che nessuno avrebbe portato a casa sua e che i giusti come te avrebbero lasciato morire ai margini di questa vita solo perché affranti da un handicap grave, o mantenuti in vita da una macchinetta che pompa respiri cadenzati. Nella mia famiglia siamo tutti felici, anche quelli ‘attaccati alla spina’. Molti erano stati lasciati per strada, io e la mia sposa gli abbiamo dato il nostro matrimonio, la nostra casa, tutta la nostra vita. E questo mio figlio in lista d’attesa per la speranza di un respiro in più non è nato dalle nostre viscere ma dal nostro amore, perché nessun bambino merita di stare da solo in ospedale senza mamma e papà. Forse non è questa la giustizia per cui battersi?

A proposito, qui in ospedale c’è un bimbo abbandonato dai genitori: vieni a prenderlo! Forse non sarai più così ‘giusto’, ma certamente lui sarà felice. E tu pure.

Luca Russo

Nigeria – Il vescovo: così ho convinto i miei giovani a non vendicare il massacro dei cristiani

intervista a Ignatius Kaigama
di Pietro Vernizzi
Tratto da Il Sussidiario.net il 29 dicembre 2010

Un sopralluogo nel centro di Jos, la città della Nigeria dove i cristiani sono stati braccati in chiesa dai musulmani proprio la vigilia di Natale. A condurre in esclusiva Ilsussidiario. net nel cuore di uno dei luoghi simbolo della persecuzione anti-cristiana è l’arcivescovo di Jos, Ignatius Kaigama, raggiunto telefonicamente proprio mentre visitava il centro della città devastato dagli attacchi alle chiese. Dopo tre giorni passati nascosto in casa per la paura di essere ucciso dagli estremisti islamici, ieri Kaigama è uscito per la prima volta recandosi in ospedale dove ha incontrato i feriti degli attentati degli estremisti islamici di Boko Haram. E sempre ieri si è saputo che le vittime degli attacchi della vigilia di Natale sono state in tutto 86. L’arcivescovo ha rivelato di avere dovuto convincere i giovani cristiani ad abbandonare la volontà di organizzare rappresaglie e a perdonare i musulmani. Ora nel Nord della Nigeria sta tornando la calma, per merito anche delle parole del Papa durante l’Angelus che hanno avuto ampia risonanza su tutti i quotidiani nazionali e sono state bene accolte dall’opinione pubblica nigeriana.

Arcivescovo Kaigama, com’è ora la situazione nel Nord della Nigeria?
A Jos le persone stanno ritornando a camminare per strada e a riprendere la loro vita come prima. Gli ultimi tre giorni sono stati molto difficili, ma ora la situazione è migliorata.

In quale contesto sono maturati gli attacchi musulmani alle chiese cristiane?
I rapporti tra musulmani e cristiani sono sempre molto problematici. La situazione non è facile perché ci sono stati episodi in cui i musulmani hanno attaccato i cristiani e altri casi in cui sono stati i cristiani ad attaccarli. Soprattutto nel Nord della Nigeria, basta un nulla a scatenare gli scontri. Tutt’ora a Maiduguri, nello Stato di Borno, ci sono tensioni provocate dal gruppo islamico Boko Haram, lo stesso che la vigilia di Natale ha attaccato le chiese a Jos. I cristiani sono molto arrabbiati e tristi, perché sono convinti che gli attacchi con le bombe abbiano distrutto le celebrazioni del Natale. I fedeli della mia arcidiocesi la vedono come un’offesa all’essenza e ai simboli più importanti del Cristianesimo. Al punto che alcuni di loro volevano vendicarsi per quanto è accaduto, anche se per fortuna non lo hanno fatto.

I cristiani in Nigeria sono discriminati da parte dei musulmani?
La situazione è diversa in base alle varie aree del Paese. Nella parte meridionale della Nigeria i cristiani sono la maggioranza della popolazione, al contrario del Nord dove i musulmani sono più numerosi. E negli Stati che rappresentano il nucleo della Nigeria del Nord, come Kano, Sokoto, Katsina e Kebbi, i cristiani non godono di pieni diritti. E questo soprattutto da quando è stata introdotta la Sharia come legge dello Stato, a causa della quale la libertà dei cristiani è stata calpestata. Ma da un punto di vista generale non si può affermare che in Nigeria tutti i cristiani siano attaccati o discriminati.

In molti hanno accusato la polizia di non avere difeso i cristiani dagli attacchi terroristici. E’ stato veramente così?
Di recente, quando i cristiani a Jos sono stati minacciati, la polizia ha cercato di difendere tutti i cittadini. Anche se in molti hanno sostenuto che in qualche modo la polizia sta consentendo ai militari di diventare di parte. Nel senso che agenti e soldati cristiani tendono a proteggere solo i cristiani, mentre i poliziotti musulmani proteggono solo i musulmani. Questa è l’accusa di alcune persone e io ritengo che se le cose stanno così questa situazione non è salutare. Voglio però credere che negli sviluppi di quanto accaduto il 24 dicembre, agenti e militari si mostrino imparziali e tentino di offrire protezione a tutti i cittadini e non solo di promuovere il gruppo cui appartengono. C’è un miglioramento nel senso che le forze dell’ordine stanno cercando di proteggere tutte le persone e non solo alcune.

Chi sono i gruppi radicali che fomentano l’odio in Nigeria?
Boko Haram è uno di questi. Ma ci sono anche altri gruppi di estremisti islamici, che vogliono promuovere e difendere la loro religione, anche se non si presentano con una sigla che li renda riconoscibili. Sono impazienti di sostenere l’Islam e di aumentarne il numero di membri. Alla minima provocazione o incomprensione, sono pronti a distruggere, uccidere o bruciare le proprietà.

Dopo quanto accaduto ritiene che la sua vita sia in pericolo?
Tutti in questo momento hanno paura, incluso me dal momento che sono un leader cristiano. E questo nonostante sia un buon amico di molti capi e personalità musulmane di spicco. Ma quando si scatenano gli attacchi ai cristiani sono i giovani a scendere nelle strade. Non sanno e non gli importa di sapere chi sei, si limitano a spararti senza farsi troppe domande. E quindi ovviamente sono preoccupato e devo prendere molto sul serio le misure di protezione personale. Per esempio da quando ci sono stati gli attacchi con le bombe a Jos, non sono mai uscito di casa. Oggi (ieri, ndr) è il primo giorno che visito la città.

Che cosa ne pensa delle parole che all’Angelus il Papa ha dedicato ai cristiani in Nigeria?
Il Papa ha molto a cuore i problemi della Nigeria. Ed è sempre molto in apprensione quando viene a sapere delle uccisioni dei cristiani e delle distruzioni delle chiese. Nel marzo scorso, quando a Jos si erano verificati analoghi attacchi ai cristiani, Benedetto XVI aveva inviato un cardinale da Roma per portarci le sue condoglianze. Mentre in questo momento a Jos come rappresentante del Papa c’è il Nunzio Apostolico, arcivescovo Augustine Kasujja, con cui sono continuamente in contatto. Il Papa desidera molto l’armonia e la coesistenza pacifica tra musulmani e cristiani in Nigeria. Sui giornali nigeriani ho letto diversi articoli dedicati alle dichiarazioni del Papa. E questo significa che il popolo nigeriano ha preso le sue parole molto sul serio e le ha accolte positivamente. Stiamo quindi camminando verso la pace lungo la linea tracciata da Benedetto XVI.

Ma il perdono è veramente possibile?
Non è facile per i cristiani porgere davvero l’altra guancia. Ma io continuo a insegnare il Vangelo del perdono, della riconciliazione e dell’amore a tutti i edeli della mia diocesi. Molti cristiani sono pronti ad ascoltare le parole di Gesù Cristo sul perdono, ma alcuni sono molto arrabbiati e offesi. Noi però continuiamo a predicare loro che il bene deve trionfare sul male, e non viceversa.

E questa può essere un’opportunità per l’intera Nigeria?
Sì, se ci perdoniamo a vicenda sarà possibile la pace in Nigeria. I cristiani dovrebbero quindi porgere la mano ai leader, ai giovani e alle donne islamiche, e i musulmani dovrebbero fare altrettanto. Questo è l’unico rimedio, non le bombe e i fucili.

Le rivelazioni private, tesoro per tutta la Chiesa

di Michele Dolz
Tratto da La Bussola Quotidiana il 22 dicembre 2010

A cosa serve la stesura di un diario spirituale? E’ la domanda che sorge rileggendo  la catechesi che papa Benedetto XVI ha dedicato lo scorso 15 dicembre a Santa Veronica Giuliani: cinquant’anni di clausura nel monastero di Città di Castello.

Una vita tutt’altro che piatta o noiosa, se ha prodotto oltre ventimila pagine di diario che raccoglie continui episodi di ardente amore di Dio e di grazie mistiche straordinarie.

A quale scopo dunque la stesura del diario? Sogni di fama? Esibizionismo spirituale? No. La vera ragione sta in un atteggiamento oggi così svalutato da risultare poco comprensibile: obbedienza. Le venne comandato di mettere per iscritto le sue esperienze da padre Girolamo Bastianelli in accordo con il vescovo diocesano Antonio Eustachi. E ciò perché questi considerarono che le esperienze spirituali di Veronica potevano essere istruttive e stimolanti per molte altre anime.

La richiesta di scrivere il proprio vissuto spirituale è una costante tra i grandi santi, specialmente tra le donne. Per rifarci a un esempio molto famoso, santa Teresa di Gesù inizia così il racconto della sua vita: «Mi hanno imposto e data ampia licenza di scrivere il mio modo di orazione e le grazie che Dio mi ha fatto. Mi sarebbe stato di gran conforto se altrettanta me n’avessero data nel narrare minutamente e con chiarezza i grandi peccati della mia vita». Sembra quasi insofferente, ma da allora continuiamo ad abbeverarci a questa fonte.

Trecento anni dopo, santa Teresa di Lisieux scrive tre quadernetti sempre su richiesta delle superiori. E tanto poco, le ha valso il titolo di Dottore della Chiesa. In altre parole, le esperienze della sua breve vita claustrale sono un tesoro di dottrina per tutti i cristiani. Lo stesso si potrebbe dire di santa Faustina Kowalska (addirittura il suo diario ha dato origine a una festa liturgica) e, andando indietro nel tempo, Angela da Foligno, Brigida, Caterina da Siena e tante altre.

Si desume che le grazie apparentemente «private» sono in realtà della Chiesa. Per questo confessori e superiori si sentono autorizzati a ordinare di scriverle. Il caso del confessore va capito: egli non potrà dire alcunché su quanto ascoltato in confessione in ordine all’assoluzione, ma sull’esperienza spirituale può chiedere al penitente un resoconto, se utile alla Chiesa. Oggi comunque difficilmente si imporrebbe come un obbligo, ma solo  si suggerirebbe come un invito.

La vita nascosta di tanti santi e sante non è vita «privata» né la cura della propria anima è un esercizio solipsistico. Santa Teresa di Lisieux anelava a una vita missionaria finché scoprì che la carità, l’amore per Gesù e per le anime tutte, la rendeva pienamente missionaria tra le mura del convento. Similmente Veronica Giuliani scriveva: «Noi non possiamo andare predicando per il mondo a convertire anime, ma siamo obbligate a pregare di continuo per tutte quelle anime che stanno in offesa di Dio… particolarmente con le nostre sofferenze, cioè con un principio di vita crocifissa».

Chiara Luce e gli altri “innamorati di Gesù”

Cresce sul web l’interesse dei giovani per gli ideali cristiani

di Renzo Allegri

ROMA, lunedì, 20 dicembre 2010 (ZENIT.org).- Il 26 settembre scorso, a Roma, è stata beatificata una ragazza italiana, Chiara Luce Badano, morta nel 1990, quando non aveva ancora compiuto 19 anni. La sua giovane esistenza è stata stroncata da un tumore alle ossa che ha trasformato l’ultimo anno della sua vita in un autentico martirio. La cerimonia della beatificazione si è tenuta al Santuario del Divino Amore vicino a Roma con un grande concorso di gente: oltre 25 mila persone, in gran parte giovani.

Chiara faceva parte del Movimento dei Focolari, movimento che ha una enorme diffusione in tutto il mondo ed erano giunte delegazioni di giovani da 57 Paesi, dei quattro continenti. Un vero evento. In genere, però, passata la festa, tutto torna nel silenzio. Non è così per Chiara Luce. Intorno a lei si è acceso un interesse che continua ad aumentare. Non sostenuto e facilitato dei mezzi di comunicazione, che se ne sono interessati al momento della beatificazione ma neppure con grande entusiasmo. E’ un interesse che vive soprattutto di “passa parola”, e a tre mesi dalla beatificazione è così eclatante da costituire un caso.

“E’ veramente incredibile la simpatia che questa ragazzina sta suscitando tra i giovani in tutto il mondo”, dice Carla Cotignoli, responsabile dell’Ufficio informazioni del Movimento dei Focalari. “Ogni giorno riceviamo e-mails, SMS, lettere, telefonate. Ma sono soprattutto i canali della rete, quelli tipici dei giovani a dare le misura di quanto sta accadendo. Per esempio, su ‘GloriaTV’, sito internet internazionale su cui vengono caricati video di argomento cattolico, sono pubblicati 38 video che parlano di Chiara Luce e della sua Beatificazione, visualizzati complessivamente quasi 90.000 volte. Su Youtube sono più di 300 i video concernenti la figura di Chiara Luce, visualizzati circa 540.000 volte. Su FACEBOOK si trovano 7 pagine a lei dedicate, in italiano, inglese, greco, sloveno, serbo, con 27200 iscritti. Innumerevoli i siti, i blog dove si parla di lei, e il tutto è in continuo aumento”.

Nata a Sassello, in provincia di Savona e diocesi di Acqui, Chiara era figlia di un camionista e di una operaia, cattolici ferventi, che avevano trasmesso alla bambina la loro fede religiosa, semplice ma vissuta. A nove anni, Chiara conosce il Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich, e ne resta affascinata. Entra a far parte del settore “Gen3”, una sezione del Movimento riservata a ragazzi e ragazze dai 9 ai 17 anni, e scopre il mondo della spiritualità, del Vangelo. Con l’aiuto dei genitori e del movimento dei Focolari, inizia un percorso spirituale spontaneo e straordinario, guidata soprattutto da ispirazioni della Grazia Divina. Chiara Lubich percepisce la bellezza interiore di quell’adolescente e la segue con particolare affetto. Fu lei ad aggiungere al nome di battesimo, Chiara, quello di Luce, per indicare l’intensa luminosità che si irradiava dall’animo di quella bambina, nome che le è rimasto, e tutti la conoscono come Chiara Luce.

Il percorso verso la maturità spirituale è stato breve. A 17 anni, Chiara Luce viene colpita da un osteosarcoma che trasforma la sua esistenza in un tremendo calvario. Le certezze spirituali che aveva assimilato diventano la luce immensa che la sostengono nella bufera delle sofferenze e le fanno accettare la croce della morte come un dono d’amore per Gesù crocifisso. In genere, quando sentiamo parlare di una ragazza che è vissuta da santa, ci immaginiamo una persona lontana nel tempo, timida e riservata, tutta presa da preghiere e opere pie, totalmente estranea alla vita normale della gente, da risultare quasi una entità di fantasia. In questo caso, invece, si tratta di una ragazza del nostro tempo. Una di quelle che vediamo per la strada, all’uscita dalle scuole, felici e chiassose. Prima di essere colpita dalla malattia, Chiara Luce era un terremoto di vitalità e uno schianto di bellezza. Sportiva scatenata, amava la montagna, il mare, il nuoto, il tennis, i pattini a rotelle, la musica, il ballo, le canzoni.

“Possedeva una vitalità contagiosa”, dice Mariagrazia Magrini, vice postulatrice della causa di beatificazione di Chiara Luce. “Incantava i suoi coetanei, soprattutto i ragazzi che rimanevano affascinati dalla vitalità, dal suo sorriso e dalla luminosità del suo sguardo. Ma, nonostante l’incontenibile voglia di divertirsi, Chiara aveva anche un comportamento gioiosamente legato ai valori religiosi e nessuno è mai riuscito a distrarla da quei suoi ideali. Era lei, invece, che attirava a sé chi le stava attorno”.

“Chiara è un esempio che rivela l’esistenza di una meravigliosa realtà purtroppo quasi sconosciuta al grande pubblico”, dice monsignor Giuseppe Maritano, il vescovo che cresimò Chiara Luce, che la seguì spiritualmente nei momenti difficili della malattia e che fu il promotore della sua causa di beatificazione. “Il mondo d’oggi è succube dei mezzi di comunicazione. I quali sono morbosamente attenti ai comportamenti trasgressivi, ai fatti scandalistici, alle espressioni superficiali e negative della vita. Divertimento, sesso, denaro, droga, libertà sfrenata, egoismo, indifferenza ideologica e religiosa, sono le tematiche che fanno notizia per i media del nostro tempo. E vengono trattate con enfasi, con ossessione martellante al punto da far pensare che non esista altro nel mondo d’oggi. Ma non è così. Per fortuna, c’è anche un mondo diverso, una gioventù diversa, che segue ideali diversi e straordinari. Lo veniamo a scoprire di tanto in tanto, quando certi fatti di cronaca si impongono all’opinione pubblica e quindi i media sono costretti a interessarsene”

“Sembra quasi impossibile”, dico a monsignor Maritano “che una ragazza così giovane sia una santa”. “La santità non è riservata a persone adulte, ad appartenenti a ordini religiosi e cose del genere”, risponde monsignor Maritano. “La santità consiste nella perfetta unione con Cristo. La grazia di Dio chiama tutti gli uomini alla santità, ma diverse sono le risposte che le persone sanno dare. Chiara Luce ha risposto alla chiamata con generosità eroica, anche se era ancora una ragazzina”.

Un caso eccezionale.

Monsignor Maritano: “Niente affatto. Ce ne sono tanti, che restano sconosciuti all’opinione pubblica, ma sono reali e concreti. All’apparenza, Chiara era una ragazza normalissima. Uguale alle sue coetanee. Ma è stata la sua risposta a Dio ad essere eccezionale. Chiara era figlia di persone umili, e riservate, cattoliche, che mettevano in pratica la loro fede nella vita di ogni giorno. Pregavano insieme e si sforzavano di amare Dio e il prossimo. Chiara è cresciuta in questa famiglia, ha assimilato i valori cristiani dei genitori, ma poi, è stata lei, per sua libera scelta, a volerli praticare con grande dedizione. Sta in questa ‘libera scelta’ la sua santità”.

Che genere di educazione ha avuto?

Monsignor Maritano: “Fin da bambina ha imparato a pensare a Dio come a un ‘vero’ padre, a Gesù come un amico, un fratello. Il suo motto, fin da piccola era: ‘Se Gesù lo vuole, lo voglio anch’io’. E’ stata fedele a questo principio anche quando il suo ‘sì’ ha richiesto un coraggio eroico”.

A scuola e tra i coetanei non si sentiva un pesce fuori d’acqua?

Monsignor Maritano: “A nove anni ebbe la fortuna di conoscere il Movimento dei Focolari di Chiara Lubich e volle farne parte. Quello dei Focolarini è un Movimento di famiglie laiche che si impegnano a vivere il Vangelo. La bambina è cresciuta in quel Movimento e certamente si sentiva, in un certo senso, protetta quando certi coetanei la prendevano in giro per la sua fede, soprattutto alle medie e al liceo. Ma, pur soffrendo a volte, non ha mai rinunciato a testimoniare le proprie convinzioni. E alla fine il suo comportamento leale e deciso ha conquistato la stima e la fiducia di tutti”.

Era una ragazza molto bella, simpatica, attraente. Aveva dei corteggiatori?

Monsignor Maritano: “Era un bella ragazza e aveva un carattere estroverso, vivace, simpatico. Il suo cuore di adolescente si infiammava, come quello di tutte le ragazze. Sentiva forte l’attrazione per qualche compagno. Dagli atti del processo risulta che ebbe dei piccoli flirt, ma trovandosi di fronte a richieste che contrastavano con le sue convinzioni morali, ebbe il coraggio, magari con le lacrime agli occhi, di troncare subito. Sognava il grande amore, il principe azzurro con il quale formare una famiglia e avere dei figli. E aspettava che arrivasse l’età e il tempo giusto per realizzare il suo grande sogno”.

Quando si è manifestata la malattia?

Monsignor Maritano: “Mentre frequentava il liceo. Un tumore alle ossa. Una malattia atroce che in due anni la portò alla morte. Il periodo della malattia fu quello della ‘grande prova’. In famiglia e nel Movimento dei Focolari aveva imparato la teoria del vivere cristiano. La malattia fu la ‘pratica’. E lei si comportò da grande campionessa. Quando le dissero che aveva un tumore maligno, certamente si spaventò, ma per poco. Rifletté, e poi ebbe il coraggio di dire come sempre: ìSe lo vuoi tu Gesù, lo voglio anch’io’.

La malattia fu dolorosissima. Quel tipo di tumore provoca spasmi lancinanti. Venne sottoposta a vari interventi chirurgici, a infiltrazioni, biopsie, analisi invasive, chemioterapie pesanti, con effetti collaterali distruttivi. Furono due anni di autentico martirio fisico e psichico ma Chiara non perse mai la calma, mai il sorriso. Era determinata a sopportare tutto per amore di Gesù. Sembrava immune al dolore ma il suo nascondere la sofferenza era solo un modo per tranquillizzare la famiglia. Ad un certo momento, la malattia paralizzò le sue gambe. Immobilizzata a letto, volgeva spesso lo sguardo verso l’immagine di Gesù che teneva sul comodino e da quel gesto si capiva che stava davvero soffrendo, che il male era in quel momento davvero insopportabile”.

Come era negli ultimi mesi di vita?

Monsignor Maritano: “Uno scrigno di forza e di fede esemplari. Il suo unico scopo in quei momenti tremendi era offrire il dolore che provava a Dio, certa che Lui avrebbe saputo come disporne. La sua totale fiducia nel mistero della sofferenza era immensa. Rifiutava la morfina perché diceva che le toglieva lucidità e le impediva di parlare con Gesù. E disse anche che non avrebbe più chiesto a Dio di venire a prenderla per portarla in Paradiso perché poteva sembrare che lei non volesse più soffrire. Diceva: ‘Se adesso mi chiedessero se voglio camminare, direi di no perché così sono più vicina a Gesù’. Le fu proposto di andare a Lourdes a chiedere la guarigione alla Madonna. Non volle. ‘Non credo che la mia guarigione rientri nel piano di Dio’, ripeteva”.

Ho letto che riceveva amici e parenti sempre con il sorriso.

Monsignor Maritano: “E’ vero. Nonostante la sofferenza insopportabile, Chiara era sempre sorridente e aveva una parola di incoraggiamento per chiunque andasse a trovarla. Era lei, nel letto, demolita dalla malattia, a dare speranza alla famiglia e agli amici. Chi la avvicinava, riceveva qualche cosa da lei. Perfino alcuni medici, indifferenti verso la religione, cambiarono atteggiamento. Era incredibile la maturità spirituale che quella ragazzina di diciotto anni dimostrava. Un’altra, al suo posto, avrebbe cercato il conforto dei genitori e invece era lei a distribuire loro forza e coraggio. Diceva a sua madre: ‘Fidati di Dio. Quando io non ci sarò più, segui lui e troverai la forza per andare avanti’. E poi: ‘Gesù mi aspetta. Quando viene a prendermi, io sono pronta. Quando morirò non soffrirò più. Andrò in cielo dove vedrò Gesù e la Madonna. Sarò tanto, ma tanto felice'”.

Quali furono le sue ultime parole?

Monsignor Maritano: “Furono per la madre. Le disse ‘ciao’, come una qualsiasi ragazza in procinto di partire per un viaggio. ‘Ciao, mamma. Sii felice, io lo sono'”.

Chiara Luce non è un caso unico nel mondo giovanile di questo nostro tempo, apparentemente privo di valori religiosi e spirituali. Carla Cotignoli, la responsabile delle informazioni del Movimento fondato da Chiara Lubich, mi ha detto che ci sono altri cinque giovani che in vita militavano nel Movimento dei Focolari, dei quali è in corso il processo di beatificazione. Ecco i loro nomi:

Alberto Michelotti, genovese, morto nel 1980, a 22 anni. La sua vita fu caratterizzata da un grande amore per tutti, soprattutto per i meno fortunati e questo amore nasceva dal suo incontro con Gesù. Scrisse: “C’è Qualcuno che entra sempre più nella mia giornata, è Gesù”.

Carlo Grisolia, anche lui genovese, amico di Michelotti, morto nel 1980, a 20 anni, stroncato da un tumore fulminante. Poco prima di morire disse agli amici: “Siate pronti a dare la vita gli uni per gli altri. Offro la mia vita per tutti voi, ma soprattutto per tutti quelli che soffrono, per i ragazzi del mio quartiere, per la mia parrocchia e per il mondo unito”.

Daniela Zanetta, di Maggiara, in provincia di Novara, morta nel 1986, a 24 anni. Era affetta da una rarissima malattia che le provocava in tutto il corpo bolle e lacerazioni alla pelle con sofferenze terribili, e spesso doveva essere ricoverata in ospedale. Poco prima di morire scrisse in una lettera: “Vorrei gridare a tutti che la vita di ogni creatura è sacra e bella. Ho una seria malattia della pelle; ho perso i miei capelli, le mie unghie e ho dovuto farmi estrarre tutti i denti… Ma credo in Dio, lo amo intensamente e lo ringrazio per avermi donato la vita, perché ogni giorno che mi regala è un’occasione in più che ho per amarLo e per servirLo”.

Maria Orsola Bussone, torinese, morta nel 1970, a 16 anni. Pochi mesi prima di morire, scrisse: “Sarei disposta a sacrificare la mia vita, perché i giovani capiscano quanto è bello amare Dio!”.

Santa Scorese, di Bari, morta nel 1991, a 23 anni. Era una ragazza piena di vita, amava la musica, cantava a suonava la chitarra. Scrisse: “Tutto è amore perché Dio ci ama immensamente… Sarei disposta a sacrificare la mia vita, perché i giovani capiscano quanto è bello amare Dio!”

Una storia speciale è quella che riguarda un diciassettenne, che si chiamava Charles Moats. Era un afroamericano vissuto a Chicago al tempo di Martin Luther King e dei violenti scontri razziali in quella città e in tutti gli Stati Uniti negli anni Sessanta del secolo scorso. Charles aveva una difficile situazione familiare: non conosceva il padre e sua madre era alcolizzata. Viveva in uno dei quartieri-ghetto della città, segnato da violenza, povertà, emarginazione. Era destinato quindi a una esistenza traviata in tutti i sensi. Ma un giorno conobbe dei ragazzi del Movimento dei Focolari, che divennero suoi amici speciali e frequentandoli trovò il grande ideale: Gesù, l’amore per Gesù.

Nel suo cuore si sviluppò l’impegno concreto per l’unità tra gli uomini, secondo il messaggio evangelico, al di là e al di sopra di tutte le diversità sociali, razziali, religiose. Purtroppo, quegli ideali gli costarono la vita e un giorno venne assassinato. Ma il suo esempio è diventato una fiaccola che ancora arde e illumina, grazie a un gruppo artistico, che si chiama Gen Rosso, composto da 18 persone provenienti da 9 diverse nazioni, nato proprio al tempo della morte di Charles e diventato poi famoso in tutto il mondo. Questo gruppo, che fa parte del Movimento dei Focolari, ha trasformato la storia di Charles in un musical dal titolo “Streetlight”, e l’ha portata e continua a portarla con successo in giro per il mondo.

Un’altra storia emblematica è quella del francese Jacques Fesch. Un giovane che non apparteneva a nessun movimento spirituale, anzi rappresentava quella parte di giovani che vengono definiti “i perduti” la “gioventù bruciata”. Nato in Francia nel 1930, apparteneva a una famiglia cattolica e anche ricca, essendo suo padre un noto banchiere. A 17 anni, Jacques si ribella contro l’educazione ricevuta, abbandona la religione e inizia una vita sregolata. Sposa civilmente una ragazza che aveva messo incinta, ma poi abbandona moglie e figlia, ed ha un figlio da un’altra donna. Pensa di girare il mondo in barca, ma i suoi non gli danno i soldi per comperare la barca. E lui, nel 1954, per avere quella barca, tenta una rapina in banca e uccide un poliziotto. Viene arrestato, processato e condannato a morte. La sentenza fu eseguita il primo ottobre 1957, quando Jacques aveva soltanto 27 anni.

In seguito, si venne a sapere che, in carcere, Jacques si era convertito. Anche lui era stato folgorato dalla Grazia di Dio e negli ultimi tre anni aveva tenuto una condotta esemplare. Il suo Diario, poi pubblicato, e le lettere ai parenti e agli amici, sono un documento commovente e inconfutabile. Così importante da convincere il cardinale di Parigi, Jean-Marie Lustiger, ad aprire, nel 1993, il processo di beatificazione di questo giovane assassino. Il 2 dicembre 2009, anche Benedetto XVI ha citato, in piazza San Pietro, il nome di questo giovane.

E’ difficile immaginare che cosa possa accadere nel profondo della coscienza di una persona. Quello è il luogo dell’incontro inevitabile con Dio. E, se appena la persona ascolta e si apre alla Grazia, tutto diventa possibile, sia che quella persona provenga da una famiglia credente, sia che abbia percorso le strade della perdizione. Chiara e gli altri giovani sulla vita della beatificazione sono la punta di un iceberg, costituito da innumerevoli ragazzi e ragazze del nostro tempo “innamorati” di Gesù. Un iceberg enorme, ma sconosciuto perché naviga in un mare strano, che lo ignora e fa di tutto perché nessuno ne parli. Ma, per fortuna, c’è, ed è ciò che conta.

Che papà Giovannino!

di Alessandro Gnocchi
Tratto da Il Giornale del 20 dicembre 2010

Com’era Giovannino Guareschi in famiglia? Per rispondere a questa domanda, che si sono sentiti rivolgere migliaia di volte, i figli Alberto e Carlotta hanno curato un volume in libreria in questi giorni La famiglia Guareschi. Racconti di una famiglia qualunque 1939-1952 (Rizzoli, pagg. 1428, euro 32).

Primo di due tomi, questo raccoglie gli scritti di ambientazione famigliare del papà di Don Camillo pubblicati in origine su Bertoldo, Candido e Corrierino delle famiglie. Molti non sono mai stati raccolti in volume.

Si parte con il Guareschi milanese, sono gli anni di Bertoldo. A Giovannino non sfuggono le opportunità della grande città, ove chiunque può almeno «sognare di diventare qualcuno». Ma egli non rinuncia a una sana ironia sugli aspetti comici di un mondo, quello delle lettere soprattutto, inutilmente pomposo. Si susseguono quindi appunti insieme leggeri e spietati. Come questo: «Oggi, capitato per errore in un celebre ritrovo di artisti e scrittori, ho assistito al colloquio di due fra i più potenti campioni della letteratura contemporanea. A un bel momento uno dei due ha esclamato: “Tu che hai tanta fantasia, perché non mi dai l’idea di una bella trama avventurosa? Devo scrivere le mie memorie e non so che dire”».

I fatti, anche quelli apparentemente piccoli, della famiglia Guareschi sono in fondo la biografia della famiglia italiana tout court. La «difficile» scelta della tappezzeria, le domande a bruciapelo dei bambini («Babbo, sei onesto?»), le preoccupazioni per i figli («La Carlottina… ha appena due anni e mezzo e ha già imparato a sputarmi in faccia. Ciò mi tranquillizza, è una bambina normale»). Il ruolo di padre è sempre complicato, si apprende cammino facendo. Guareschi insegna la coerenza senza troppe parole, anzi: col silenzio. Il diario famigliare infatti a un certo punto tace, si interrompe. Sono i giorni successivi all’8 settembre 1943. Guareschi è militare e sceglie di incamminarsi verso il lager in Germania. Una scelta dolorosa ma anche una bella (anche se atroce) lezione di vita.

Alcune pagine sono capolavori di umorismo. Quando nel luglio 1940 la moglie e i figli sfollano, Guareschi, rimasto solo, reagisce con un sorriso: «Entrerò in casa scivolando sul pavimento come sul ghiaccio, accenderò tutte le lampade, tutti i becchi del gas, il ferro elettrico, la caffettiera». Ah, la libertà di concedersi la massima trasgressione: «Mi pulirò le scarpe con le tendine delle finestre, tirerò fuori dal buffet il famoso servizio di gala e lo mettero nel gabinetto. Porterò il letto in mezzo alla stanza e dormirò a rovescia. Sputerò sul soffitto. Sarò finalmente padrone in casa mia». Quanta malinconia può nascondere un sorriso? Tanta. Perché in realtà Giovannino si trasferisce subito in un alberghetto dove lo prende il rimorso: «No, non potevo lasciare sola mia moglie, poveretta. Era egoismo».

Figli santi da una famiglia credente

Don Angelo Viganò sacerdote salesiano esemplare
di Francesco Cereda, Consigliere generale dei salesiani per la formazione
Tratto da L’Osservatore Romano dell’8 dicembre 2010

Capita ancora di poter raccontare di sacerdoti esemplari. Una storia esemplare è quella di don Angelo Viganò, salesiano morto a Bologna il 21 novembre, a pochi mesi dalla conclusione dell’Anno sacerdotale. La sua storia è strettamente intrecciata a quella della sua famiglia che ha donato alla Chiesa tre sacerdoti salesiani e una suora canossiana. Don Egidio Viganò, quinto di dieci figli, è stato rettor maggiore della congregazione salesiana dal 1977 al 1995; don Francesco, vivente, eminente figura di superiore, caratterizzato da una spiccata imprenditorialità a servizio dell’educazione dei giovani. E poi la sorella Dina, divenuta direttrice nelle comunità canossiane, morta in fama di santità, offrendo la sua vita per i fratelli sacerdoti. E, infine, don Angelo, nato a Sondrio il 31 marzo 1923, con una spiccata sensibilità a leggere i segni dei tempi. Si pensi alla prontezza con la quale nel 1986, consapevole dell’importanza del volontariato missionario e dell’associazionismo sociale, fonderà a Torino il Volontariato internazionale per lo sviluppo (Vis), organismo di cooperazione allo sviluppo che si ispira ai principi cristiani e al carisma di don Bosco, affiancando autonomamente, come organismo laico, l’impegno sociale dei salesiani nel mondo. Da un anno il Vis ha ricevuto dal consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite lo status di organismo consultivo nell’area dei diritti umani con la possibilità di partecipare alle sessioni del consiglio dei diritti umani delle stesse Nazioni Unite.

La famiglia di don Angelo era umile e povera, ma laboriosa e ricca di fede, unita e felice. Ce l’ha descritta lui stesso in quell’apprezzato e diffuso libro Storia di umile gente. Il papà Francesco venne a mancare presto e la mamma Enrichetta, donna saggia e forte, si assunse con coraggio la guida della famiglia. Insieme ai suoi fratelli Egidio e Francesco, Angelo cresce all’oratorio salesiano di Sondrio. Qui, come anche gli altri due fratelli, matura la vocazione alla vita salesiana.

Ordinato prete a Treviglio il 18 maggio 1950. Conseguì quindi la laurea in lettere e filosofia all’università Cattolica di Milano qualificandosi come giornalista. Dal 1950 al 1960, iniziando il suo ministero come giovane prete salesiano, sarà insegnante, catechista e consigliere a Chiari, Treviglio e Parma. Tutto egli ha vissuto per il Signore Gesù e per il suo Vangelo, senza risparmio: né fatiche né prove, né ostacoli né difficoltà lo hanno distolto dal suo impegno educativo e dalla missione evangelizzatrice; è stato disponibile a sopportare ogni cosa, come insegnava don Bosco, anche “il freddo e il caldo, la fame e la sete, le fatiche e il disprezzo, ogni volta che si tratti della salvezza della gioventù”. Per questo a don Angelo, capace e intelligente, vengono affidate responsabilità crescenti. Dal 1960 al 1966 è direttore a Milano “Sant’Ambrogio”. Erano i tempi in cui all’oratorio di Milano c’era il servo di Dio Attilio Giordani.

Dal 1966 al 1975, per nove anni, è direttore al Centro catechistico salesiano di Torino Leumann. È notevole l’apporto che egli ha saputo dare a questo Centro per una sempre più solida ed efficace organizzazione, come pure per una sempre più qualificata e molteplice azione. Sono gli anni del rinnovamento conciliare della catechesi in Italia, a cui partecipa con fervore per la redazione del cosiddetto Documento di base. S’impegna per la formazione di operatori pastorali e catechisti, anche con la costituzione del biennio di esperti in pastorale catechistica e le settimane catechistiche. È membro del consiglio dell’Ufficio catechistico nazionale della Conferenza episcopale italiana. Sono pure gli anni della pubblicazione da parte della Ldc del Catechismo olandese. La Ldc, sotto la sua guida, appoggia il movimento biblico con la pubblicazione dell’Enciclopedia biblica, del Messaggio della Salvezza, della traduzione interconfessionale della Bibbia. La Ldc contribuisce pure al rinnovamento liturgico; sviluppa la sezione audiovisivi. Forse sono gli anni migliori di questo Centro, attraverso il cui fervore di iniziative manifesta l’amore appassionato di don Angelo per la catechesi e per la Chiesa. A Torino in quel tempo egli è pure vicario episcopale per la vita consacrata. Ritornerà alla Ldc come direttore dal 1991 al 1997.

Dal 1975 al 1981 è ispettore dell’ispettoria lombardo-emiliana a Milano e dal 1985 al 1991 dell’ispettoria centrale a Torino. Nei suoi anni come ispettore egli soprattutto cura le vocazioni. E impegnato a sviluppare il progetto voluto dal fratello Egidio per l’Africa, di cui prende a cuore gli inizi in Etiopia e Kenya. Sua attenzione è inserire le comunità salesiane e l’ispettoria nella Chiesa locale. Per sei anni è anche presidente della Conferenza dei superiori maggiori italiani.

Nulla poteva fermarlo: l’amore di Cristo e il coraggio intrepido di don Bosco lo spingevano a una azione sempre nuova e concreta. Ma nell’estate del 1980 viene la prova: giunge improvviso un tumore all’intestino con gravi metastasi al fegato. Dopo un intervento chirurgico senza risultati, i medici di Niguarda dicono che non c’è più nulla da fare. Incomincia una preghiera fervente e assidua di tutta la Famiglia salesiana, che invoca l’intercessione dei servi di Dio monsignor Luigi Versiglia e don Callisto Caravario, oggi annoverati tra i santi martiri cinesi. Inaspettatamente, durante un secondo intervento chirurgico, le cose sembra volgano al meglio. Segue un anno di terapie e di cure. Visse gli anni seguenti come un dono gratuito di Dio, consapevole di avere ricevuto una grazia.

Nel settembre 1997 viene inviato a Bologna come direttore dell’associazione Opera salesiana del Sacro Cuore e della “Rivista del Sacro Cuore”. Qui può esercitare finalmente a tempo pieno la sua azione di giornalista e pubblicista; è interessato alla catechesi e all’evangelizzazione attraverso la stampa e internet. La spiritualità del Cuore di Cristo lo conquista; egli propone l’umiltà e la mitezza del Cuore di Gesù, ma anche il suo ardore e fuoco di amore per la salvezza delle anime. Nella primavera del 2009 viene portato nella infermeria ispettoriale di Arese (Milano), dove ha vissuto la sua precarietà di salute e i suoi ultimi giorni.

Da questa molteplice azione emerge la ricchezza e la profondità di un alto profilo spirituale e pastorale. Credeva in tutto ciò che gli veniva affidato come se fosse la cosa più importante; per questo non si risparmiava. Era animato da una forte spiritualità, dall’amore al Signore Gesù, a Maria Ausiliatrice, a don Bosco, alla Chiesa e alla congregazione. Amava i giovani e la comunità religiosa. La sua vita è stata concretezza di servizio e disponibilità incondizionata; nei vari progetti e iniziative sapeva coinvolgere ed entusiasmare.