di Michele Dolz
Tratto da La Bussola Quotidiana il 22 dicembre 2010

A cosa serve la stesura di un diario spirituale? E’ la domanda che sorge rileggendo  la catechesi che papa Benedetto XVI ha dedicato lo scorso 15 dicembre a Santa Veronica Giuliani: cinquant’anni di clausura nel monastero di Città di Castello.

Una vita tutt’altro che piatta o noiosa, se ha prodotto oltre ventimila pagine di diario che raccoglie continui episodi di ardente amore di Dio e di grazie mistiche straordinarie.

A quale scopo dunque la stesura del diario? Sogni di fama? Esibizionismo spirituale? No. La vera ragione sta in un atteggiamento oggi così svalutato da risultare poco comprensibile: obbedienza. Le venne comandato di mettere per iscritto le sue esperienze da padre Girolamo Bastianelli in accordo con il vescovo diocesano Antonio Eustachi. E ciò perché questi considerarono che le esperienze spirituali di Veronica potevano essere istruttive e stimolanti per molte altre anime.

La richiesta di scrivere il proprio vissuto spirituale è una costante tra i grandi santi, specialmente tra le donne. Per rifarci a un esempio molto famoso, santa Teresa di Gesù inizia così il racconto della sua vita: «Mi hanno imposto e data ampia licenza di scrivere il mio modo di orazione e le grazie che Dio mi ha fatto. Mi sarebbe stato di gran conforto se altrettanta me n’avessero data nel narrare minutamente e con chiarezza i grandi peccati della mia vita». Sembra quasi insofferente, ma da allora continuiamo ad abbeverarci a questa fonte.

Trecento anni dopo, santa Teresa di Lisieux scrive tre quadernetti sempre su richiesta delle superiori. E tanto poco, le ha valso il titolo di Dottore della Chiesa. In altre parole, le esperienze della sua breve vita claustrale sono un tesoro di dottrina per tutti i cristiani. Lo stesso si potrebbe dire di santa Faustina Kowalska (addirittura il suo diario ha dato origine a una festa liturgica) e, andando indietro nel tempo, Angela da Foligno, Brigida, Caterina da Siena e tante altre.

Si desume che le grazie apparentemente «private» sono in realtà della Chiesa. Per questo confessori e superiori si sentono autorizzati a ordinare di scriverle. Il caso del confessore va capito: egli non potrà dire alcunché su quanto ascoltato in confessione in ordine all’assoluzione, ma sull’esperienza spirituale può chiedere al penitente un resoconto, se utile alla Chiesa. Oggi comunque difficilmente si imporrebbe come un obbligo, ma solo  si suggerirebbe come un invito.

La vita nascosta di tanti santi e sante non è vita «privata» né la cura della propria anima è un esercizio solipsistico. Santa Teresa di Lisieux anelava a una vita missionaria finché scoprì che la carità, l’amore per Gesù e per le anime tutte, la rendeva pienamente missionaria tra le mura del convento. Similmente Veronica Giuliani scriveva: «Noi non possiamo andare predicando per il mondo a convertire anime, ma siamo obbligate a pregare di continuo per tutte quelle anime che stanno in offesa di Dio… particolarmente con le nostre sofferenze, cioè con un principio di vita crocifissa».