Cardinale Dionigi Tettamanzi : “lascia” la Diocesi Milanese il prossimo 14 marzo?

In questi giorni nei mass media si parla della successione del Cardinale Dionigi Tettamanzi Arcivescovo della Diocesi più grande d’Italia, il cui Servizio Pastorale resta sempre, comunque, non solo nel cuore dei milanesi.

Mi permetto di ricordare brevemente il “cammino” dell’Arcivescovo.

Nato a Renate in provincia di Milano undicenne entra nel Seminario Diocesano di Severo San Pietro, dove iniziò gli studi, completati poi nel Seminario di Vengono Inferiore, dove frequentò i corsi istituzionali di teologia, fino alla Licenza ottenuta nel 1957 e viene ordinato Sacerdote dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini ed inviato a Roma, dove frequenta la Pontificia Università Gregoriana conseguendo il dottorato in Sacra Teologia.

Rientrato in Diocesi insegna come professore di discipline teologiche nei Seminari minori di Masnago e Severo San Pietro fino al 1966, a Vengono Inferiore insegna Teologia Morale, svolgendo trattati del matrimonio e delle penitenza al Seminario di Milano e all’Istituto Regionale Lombardo di Pastorale sotto il profilo dogmatico-morale e teologia pastorale.

Consultore del Pontificium Consilium pro Familia, nell’insegnamento si rivelò di una complessa veridicità molto aderente alla realtà per la limpidità del pensiero, ma con una semplicità incisiva nell’esposizione, nella convinzione del Magistero della Chiesa affrontando problemi morali nel campo della vita culturale e sociale.

Autore di numerose pubblicazioni su varie tematiche di morale generale e speciale, ma gli argomenti principali, fra altri, che sempre ha particolarmente“seguito”, sono 1.) sulla famiglia, (matrimonio, accoglienza dei nascituri, rapporto con i figli; 2.) ; sulla bioetica ( vita, fecondazione in vitreo, eutanasia) e sul mondo della sofferenza, ha reso noto numerosi scritti di alto livello teologico- pastorale e sociale.

Sulla bioetica ed in particolare sulla possibile introduzione dell’eutanasia, il Porporato nel suo libro  che mi ha donato,“Eutanasia, l’illusione della buona morte”, la definisce essere “una esperienza umana tra le più complesse ed inquietanti”, “ perché opprime e comprime la morale cristiana e sociale”.

Preconizzando i tempi, espone molto chiaramente l’indicazione della tendenza futura ad abbandonare al loro destino per lo più ammalati anziani, disabili psico-fisici, malati terminali,  “situazione” che in pratica dopo molti anni ho riscontrato e definito nel 2009 budget del ricoverato, una autentica eutanasia “fuori” (per ora a.d. 2011 !) dall’ordinamento giuridico italiano e che considero omissione di soccorso, “oggetto” di mancata risposta da parte del Parlamento Italiano di una mia specifica Petizione (n. 911 al Senato della Repubblica e n.787 alla Camera dei Deputati), che non può più fingere di ignorare e con la massima urgenza di far conoscere la verità.

 

Vedere sito internet:

la interessantissima intervista compiuta argutamente in maniera magistrale a Castiglione di Sicilia (CT) in data 4 giugno 1987, a Mons. Dionigi Tettamanzi da don Salvatore Treffiletti Sacerdote della Diocesi di Acireale :

http://www.youtube.com/watch?v=WrfMz5Gguoc

http://www.youtube.com/watch?v=9hntmII5A5M

 

I Suoi scritti, come detto sopra, sono pervasi di grande umanità ed al servizio della persona nella sua totalità, soprattutto verso le coppie e le famiglie che possono conoscere, apprezzare e vivere il messaggio risplendente sui valori e sulla responsabilità dell’amore coniugale.

Il Comitato Permanente della Conferenza Episcopale Italiana il 16 aprile 1978 lo nominò Consulente Ecclesiastico della Confederazione dei Consultori di Ispirazione Cristiana ed ebbi il privilegio e l’onore di conoscere questo grande Sacerdote colpendomi il Suo “cammino” di proficuo intenso lavoro pastorale e sociale “mirato” alla “nuova evangelizzazione”, soprattutto, di tematiche sociali.

Sul piano prettamente pratico l’uomo Pastore e Teologo, di coerente linearità, attira l’apprezzamento e la simpatia della gente comune, perché guidato da una visione pienamente umana nella realtà quotidiana in una sintesi di una non comune umiltà molto espressiva.

Nel 1987 fu chiamato a reggere il Pontificio Seminario Lombardo a Roma ed il 1° luglio 1989 dal S:Padre Giovanni Paolo II° viene eletto Arcivescovo Metropolita di Ancona – Osimo.

Nel 1991 ricopre l’incarico di Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana e nel 1995 nominato Arcivescovo Metropolita di Genova, finché nel 1998 viene nominato dal Santo Padre Giovanni Paolo II° Cardinale di Santa Romana Chiesa per poi diventare Arcivescovo di Milano.

Un altro grande merito sociale ha destato l’approvazione di tutta la comunità, quello che di fronte alla crisi economica nel 2008 il Cardinale Tettamanzi ha costituito il “Fondo-Famiglia- Lavoro” a favore delle famiglie in difficoltà a fronte della disoccupazione, tutt’oggi in piena applicazione.

Ricordo con gratitudine la Preghiera per i malati mentali che il Cardinale Tettamanzi ha scritto, dietro mia richiesta quando era a Genova alla guida della Diocesi, città dove ho trascorso molti anni della mia vita.

 

Vedi : http://digilander.libero.it/cristianiperservire sotto fotografia del Porporato.

 

Un impegno di vicinanza sociale, quella del Cardinale Tettamanzi, che ben merita la qualifica di Missionario e Grande Pastore e che nella Persona ricordo sempre con grande amichevole affetto per aver degnato sempre la mia modesta persona della Sua stima.

 

Nel formulare un personale fervido Augurio Eminenza Reverendissima e con la Comunità tutta, siamo certi che tutto quello che ha seminato darà copiosi, fecondi frutti e che il Signore La benedica unitamente a tutti noi.

 

Previte

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Come fare il banchiere ed essere cristiano

In “Al lavoro con Dio” Ken Costa spiega come conciliare fede e lavoro

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 9 marzo 2011 (ZENIT.org).- “Molti di noi faticano ad immaginare Dio come un creatore che lavora in maniera indefessa 24 ore al giorno. I più lo immaginano come un attore ritiratosi dalle scene e relegato ad uno spettacolo domenicale con pubblico in calo”.

“Per questo parlare di fede attiva nel luogo di lavoro può sembrare eccentrico. Ma se ci renderemo conto che il nostro lavoro è prezioso per Dio non faremo altro che portare la fede nel lavoro”.

A dire queste parole non è un sacerdote, un Vescovo, un religioso, ma un dirigente bancario di nome Ken Costa, il quale di recente ha scritto un libro dal titolo “Al lavoro con Dio” (edizioni Messaggero Padova) che sta suscitando un notevole scalpore.

Ken Costa è uno dei più importanti dirigenti bancari della nostra generazione, conosciuto per la passione, la creatività, la leadership e il pensiero strategico che porta nella sua vita professionale; egli è anche una persona di profonda fede cristiana.

Dopo aver studiato filosofia e diritto presso l’Università di Witwatersrand a Johannesburg (Sud Africa) e in seguito diritto e teologia presso l’Università di Cambridge, Ken Costa per almeno trent’anni ha svolto il ruolo di dirigente bancario nella City di Londra.

E’stato vicepresidente dell’istituto finanziario UBS Investment Bank come consulente dei clienti internazionali. Dal 2007 è presidente della banca d’affari Lazard International. È inoltre presidente di Alpha International che promuove gli “Alpha courses”, corsi di base per una iniziazione alla fede cristiana.

Nel suo saggio, l’autore prova a rispondere a domande quali: “Può un cristiano realizzarsi prestando il suo servizio nel mondo del lavoro? Come possono stare fianco a fianco ideali quali denaro, successo, ambizione e potere con le virtù cristiane di amore, di giustizia, compassione e servizio?”.

Costa racconta di leggere la Bibbia e il “Financial Times” quasi ogni giorno, e di dover sempre rispondere alla gente su come faccia a fare il banchiere ed essere cristiano.

E’ infatti opinione diffusa che Dio e gli affari non vadano d’accordo. Ma l’autore del libro spiega che “il Dio che ha creato e sostiene il mondo è anche il Dio del luogo di lavoro” e “se la fede cristiana non è rilevante nel luogo di lavoro, non è rilevante affatto”.

Nato in Sudafrica Ken Costa racconta che da giovane si sentì così offeso dal sistema dell’apartheid da diventare insensibile alla proposte cristiane e di aver abbracciato il pensiero comunista di Marx, come quello che avrebbe potuto liberare la gente dalla disumanità del regime razzista.

Poi, però, continuando gli studi nell’università di Cambridge, in Inghilterra, Ken Costa realizzò che “al centro della fede cristiana c’era non tanto un sistema di pensiero, quanto piuttosto una persona, Gesù Cristo, la cui vita, crocifissione e risurrezione ha causato la sola vera libertà che si possa mai trovare”.

Racconta Ken Costa che, una sera mentre leggeva il Vangelo di Marco, vide in Gesù “la persona più libera che sia mai vissuta”.

Partendo dalla lettura del Vangelo, Costa si convinse che “il capitalismo democratico, a dispetto di tutti i suoi difetti, fosse il sistema economico che meglio serviva il bene comune e che meglio rifletteva i principi neotestamentari di giustizia, di libertà individuale e di responsabile assunzione dei rischi”.

“L’economia di mercato – osserva – rimane un buon servo, ma un cattivo padrone: occorre operare all’interno di un più ampio contesto morale che consideri preziosi tutti gli esseri umani e preziose tutte le risorse del mondo, precisamente perché hanno valore per Dio”.

“Senza un architettura fondata sui valori – afferma Costa –, l’economia di mercato è debole nelle sue stesse fondamenta”.

Circa la presenza e lo spazio di Dio nel lavoro quotidiano, Costa spiega “la vita del cristiano sul lavoro è una tensione verso il bene. Giorno dopo giorno possiamo percepire la presenza di Dio mentre evitiamo le tenebre. Noi cerchiamo di camminare lungo questo stretto spartiacque cercando di raggiungere la luce”.

“Il luogo di lavoro – aggiunge poi – è l’avamposto in cui la fede viene messa alla prova e affinata dal venire quotidianamente a contatto con le ambiguità e con le tensioni dell’economia moderna”.

E ancora: “alcuni pensano che la fede ci renda immuni dal fare scelte sbagliate. magari fosse così. Dio ci dà le risorse spirituali per crescere attraverso la debolezza e per riprenderci quando soccombiamo alle tentazioni onnipresenti”.

Alla domanda sul “perché lavoriamo?”, Costa risponde con molte ragioni  che sono contenute nella Bibbia, e cioè: creare ricchezza, sostenere se stessi e la propria famiglia, sentirsi realizzati e avere un scopo, evitare di essere un peso per gli altri, essere altre persone attraverso uno sforzo di collaborazione.

L’autore afferma di essere convinto che “Dio ha a cuore il bene di tutta la società” per questo quando gli viene chiesta ragione della sua religione risponde: “il mio luogo di lavoro è il mio luogo di preghiera”.

“La mia scrivania – ha scritto Costa – è il mio luogo di culto. (…) Dio è il nostro vero datore di lavoro” e conclude con una frase della lettera di san Paolo ai Colossesi: “Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini”.

La “sindone” di padre Pio

di Renzo Allegri

ROMA, martedì, 8 marzo 2011 (ZENIT.org).- Nell’autunno del 1998, ricevetti una telefonata. Un figlio spirituale di padre Pio mi chiedeva di andarlo a trovare. “Lei è un giornalista che scrive spesso di Padre Pio, io leggo i suoi articoli”, disse. “Ho qualche cosa di molto importante da raccontarle”.

Padre Pio era morto da trent’anni. Il processo della sua beatificazione era finito e si conosceva già la data della solenne proclamazione della sua santità. Andai a trovare quell’uomo e mi raccontò una storia così sconcertante da farmi pensare che, almeno in parte, fosse frutto della sua fantasia. Riferii la storia in un mio articolo, ma con tono distaccato, come per far capire al lettore che riportavo fedelmente ciò che mi era stato detto, ma io stesso stentavo a credere che quei fatti fossero realmente accaduti.

Sono trascorsi quasi tredici anni e quella storia è tornata di attualità. Di essa se ne stanno interessando alcune personalità ecclesiastiche e anche un famoso scienziato. I risultati finora raggiunti dimostrano che si tratta di una storia seria, anche se incredibile da un punto di vista razionale, che aggiunge un nuovo sorprendente capitolo ai misteri carismatici di padre Pio.

Quel figlio spirituale di padre Pio si chiamava Francesco Cavicchi. Era un industriale veneto, assai noto a Conegliano, in provincia di Treviso, dove viveva. Aveva 85 anni, e per i suoi meriti gli era stato conferito dal Presidente della Repubblica il titolo di commendatore. E’ deceduto nel 2005.

Quando andai a trovarlo, mi ricevette nella sua casa, una villetta, alla periferia della città. Mi fece accomodare nel salotto ed entrò subito in argomento. “Posseggo uno speciale ritratto di padre Pio, che lo stesso religioso mi ha regalato facendolo apparire in maniera misteriosa e inspiegabile su un normale fazzoletto”, mi disse. “E’ un’immagine straordinaria, una reliquia preziosissima, che tengo da quasi trent’anni. Ho parlato di questa immagine con alcuni frati cappuccini e anche con il mio vescovo ma mi hanno sempre raccomandato di non pubblicizzare la vicenda perché poteva essere presa per fanatismo e nuocere alla causa di beatificazione del padre. Ma, adesso che il processo di beatificazione è finito, mi hanno dato il permesso di parlare e di far conoscere questa misteriosa immagine”.

Il commendator Cavicchi si alzò e mi condusse in una stanza accanto al salotto. Accese le luci, aprì una porticina. “Ecco la preziosa reliquia”, disse. L’immagine era conservata in un angolo della stanza, trasformato in una piccola cappella. Il telo, su cui si intravedeva l’immagine, era quello di un normale fazzoletto, segnato, ai bordi, da un caratteristico disegno a righe, tipico dei fazzoletti di un tempo. Era sospeso tra due vetri, tenuti insieme da una grossa cornice dorata e montata su di un piedistallo girevole, in modo che si potesse vedere l’immagine dai due lati. Tutto intorno, fotografie e tanti ex voto.

“Anche se io ho cercato di tenere nascosta questa vicenda, come mi era stato raccomandato”, disse Cavicchi “molti devoti ne sono a conoscenza. La storia è stata diffusa con il ‘passa parola’ e spesso ricevo foto di ammalati, con richiesta di preghiere. Io pongo quelle foto accanto all’immagine e qualcuno è anche guarito come dimostrano tutti questi ex voto”.

Osservai attentamente e con curiosità l’immagine. Era indubbiamente il ritratto di padre Pio. Un viso leggermente sfocato, ma che richiamava in modo inconfondibile le linee somatiche del volto del frate con le stigmate. Se ci si avvicinava, l’immagine sfumava, svaniva quasi. Se ci si allontanava, prendeva contorni più precisi. Proprio come succede guardando la Sindone, il celeberrimo Lenzuolo che, secondo un’antichissima tradizione, avvolse il corpo di Cristo morto e sul quale, in modo misterioso, rimase impressa l’immagine di Gesù. Girando il quadro sul piedistallo, si poteva vedere il rovescio di quel fazzoletto. Mentre da un lato l’immagine richiamava perfettamente il volto di padre Pio, dall’altro, quel volto rivelava una sconvolgente somiglianza con il tradizionale volto di Gesù. Le linee essenziali restavano quelle del volto di padre Pio, che però assumeva contorni nuovi, una capigliatura alla nazarena che faceva pensare al Cristo.

“E’ strano, non è vero?”, disse il commendator Cavicchi. “Sono proprio convinto che su questo fazzoletto da una parte ci sta il volto di padre Pio e dall’altra quello di Gesù. A significare, come tanti hanno scritto, che padre Pio, con il suo mistero delle stigmate e della sofferenza è stato, su questa terra, un “altro Cristo””.

Qual è l’origine di questa immagine?”, chiesi impaziente

“La storia iniziò alla fine di febbraio del 1968”, cominciò a raccontare Francesco Cavicchi. Volto ieratico, occhi vivacissimi, voce profonda, parlava con una calma serafica, senza riuscire però a nascondere la sua emozione. “Ero andato da padre Pio, che conoscevo e frequentavo da tempo, per chiedergli dei consigli. Avevo fatto il viaggio in macchina con mia moglie e altri amici. Ma, giunti a San Giovanni Rotondo, apprendemmo che il padre non stava bene e quindi non scendeva dalla sua stanza. Ci fermammo egualmente per alcuni giorni. Poi decidemmo di tornare a casa”.

“Prima di partire andai dal superiore del Convento per sapere se, tramite lui, potevo far giungere il mio messaggio a Padre Pio e avere una risposta. ‘Perché non parli direttamente con il padre?’, mi disse. ‘Sono qui da diversi giorni e non lo vedo’, risposi. ‘Tra poco scende per confessare gli uomini’, disse lui. E aprendo una porta della clausura mi indicò l’ascensore da dove sarebbe arrivato il padre. ‘Aspettalo lì’, disse”.

“Ero solo davanti a quell’ascensore, ed ero preoccupato. Non sapevo come avrei iniziato a parlare con padre Pio. Lui aveva sempre poco tempo e quindi non potevo perdermi in chiacchiere. L’agitazione mi faceva sudare le mani. Presi il fazzoletto che avevo in tasca e lo tenevo stretto tra le mani per togliere il sudore. Intanto sentii arrivare l’ascensore. Mi inginocchiai davanti alla porta. Quando questa si aprì, il padre mi diede da baciare la mano e disse sorridendo: ‘Figliolo, se non ti alzi io come faccio a uscire?’”-

“Era vero. Ostruivo il passaggio. Mi alzai. Lui vide il fazzoletto che tenevo in mano e me lo prese. Io subito pensai: ‘Che bellezza! Poi, quando me lo restituirà, sarà per me una reliquia preziosa’. Camminando accanto al padre, che era accompagnato da due confratelli, gli confidai il mio problema e, come sempre, lui ebbe la risposta immediata e precisa”.

“Intanto eravamo giunti davanti all’ingresso del convento. Fuori c’era la folla che attendeva il padre. Appena venne aperta la porta, molti gli corsero incontro per baciargli la mano, per toccarlo. Fu inghiottito dalla gente e io rimasi lì sull’uscio a guardare. Avevo dimenticato il fazzoletto, ma non lo aveva dimenticato padre Pio. Infatti, si girò verso di me e mostrandomi il fazzoletto, disse: ‘Guagliò, e questo non te lo prendi?’. ‘Ah, sì, grazie’, balbettai ricordandomi che era un ricordo bellissimo. Lui mi fissò negli occhi, dispiegò il fazzoletto, se lo passò sul volto quasi a voler asciugare un ipotetico sudore che non c’era perché era inverno, e me lo consegnò. Il suo era stato un evidente gesto di tenerezza nei miei confronti. Riprendendo dalle mani del padre quel fazzoletto, ero profondamente commosso e capivo che mi aveva fatto un grande regalo”.

“Notò qualche cosa di particolare su quel fazzoletto?”

“Non c’era niente. Ne sono certo. Era un fazzoletto stropicciato e basta. Ma era stato nelle mani di Padre Pio, aveva toccato il suo volto, e per me era diventato una reliquia eccezionale. Tornato in albergo raccontai la storia a mia moglie e anche lei era felice di avere quell’oggetto. Tornati a casa, lo tenemmo con grande devozione.

“Io lo portavo sempre con me, come un portafortuna. Lo tenevo piegato nel taschino della giacca e spesso lo facevo vedere agli amici raccontando la storia. Tutti lo toccavano con devozione e, con il passare del tempo, il fazzoletto aveva preso un brutto colore, sembrava sporco”.

Quando apparve la misteriosa immagine?”.

“Il 23 settembre 1969, primo anniversario della morte di padre Pio. Ero andato in pellegrinaggio a San Giovanni Rotondo con mia moglie e altri devoti di padre Pio. Avevamo viaggiato, in pullman, di notte, giungendo a San Giovanni alle 5 del mattino. Mi sentivo addosso una grande stanchezza, molto più forte di quella che sentivo in genere dopo gli altri viaggi. Rimasi per un po’ a pregare nella cripta della chiesa, accanto alla tomba di padre Pio, ma poi, non riuscendo a vincere il sonno, salii nella chiesa, mi sedetti in un banco, in disparte, per riposare”.

“Dopo pochi attimi ero addormentato. E mentre dormivo sognai padre Pio. Lo vidi partire dall’altare maggiore e venire verso di me. Era sorridente. Giuntomi di fronte, con le mani aprì il saio mostrandomi la piaga del costato. ‘Toccala’, disse. Non volevo, temevo di fargli male. Ma lui insistette: ‘Toccala’. Allora misi le dita nella piaga. Quando le ritirai, erano sporche di una specie di pattina bianca, attaccaticcia. Istintivamente cercai di pulirle, ma non sapevo dove. All’improvviso comparve un pezzo di stoffa bianca, una specie di fazzoletto, e in quel fazzoletto mi pulii le dita. Ma quella pattina bianca lasciava sul fazzoletto dei segni neri. E io, non so perché, passandovi sopra i polpastrelli delle dita ricavai una rozza immagine di padre Pio. Guardai il frate, ma era sparito”. “In quel momento qualcuno mi svegliò. Era mia moglie. ‘Sei molto stanco’, mi disse. ‘Ma ho anche riposato’, risposi, e aggiunsi: ‘Vado fuori a rinfrescarmi il viso’”.

“In fondo al sagrato, davanti alla chiesa, c’era una fontanella, che adesso è stata spostata altrove. Molta gente andava a prendere l’acqua per dissetarsi e anche perché era considerata ‘l’acqua di padre Pio’. Mi avvicinai, bagnai le mani e il viso, e tolsi di tasca un fazzoletto per asciugarmi. Invece del fazzoletto normale, per errore presi quello che mi aveva regalato padre Pio. Una donna, che mi stava di fronte, disse: ‘Signore, com’è sporco il suo fazzoletto. Vuole che glielo lavi?’. Guardai il fazzoletto e vidi che era piuttosto nero e macchiato. ‘Sì, laviamolo’, dissi. E mentre pronunciavo queste parole mi meravigliai di quella decisione perché tante volte mia moglie voleva lavarlo e non glielo avevo mai permesso. La donna si avvicinò e cominciò a versare sul fazzoletto l’acqua della sua bottiglia. Io lo sciacquavo tra le mani. Improvvisamente la donna cominciò a gridare: ‘Padre Pio, padre Pio’. ‘Dov’è?’, chiesi. ‘Lì, nel fazzoletto’, disse lei continuando a strillare. Accorse gente. Mi spaventai. Il giorno prima una donna che aveva gridato in chiesa di vedere padre Pio sui gradini dell’altare era stata presa dai carabinieri e portata in questura. Misi in tasca il fazzoletto tutto bagnato e mi allontanai dicendo: ‘Non c’è niente da vedere’. Mi rifugiai in chiesa e dopo un poco tornai in albergo”.

Su quel fazzoletto, quindi, si vedeva il volto di ‘adre Pio”.

“Io, per la verità, vedevo dei segni neri sconnessi, simili a quelli che mi pareva di aver tracciato in sogno. Potevano far pensare al volto di una persona, ma non erano chiari. E io, pur comprendendo che qualcosa di misterioso stava accadendo intorno a quel fazzoletto, non volevo essere ingannato. Per questo non dissi niente a nessuno. Neppure a mia moglie. Prima di andare a letto, stesi il fazzoletto sul comò della camera perché si asciugasse. Al mattino, durante la Messa, pregai padre Pio che mi ‘facesse capire’ il significato dei segni comparsi sul fazzoletto. E gli chiesi anche di potermi confidare con mia moglie. Sentii subito un forte profumo e lo interpretai come il permesso di parlare con mia moglie”.

“Mentre tornavamo in albergo, raccontai a mia moglie quanto era accaduto. Saliti nella nostra camera, andai a prendere il fazzoletto e glielo misi davanti agli occhi. ‘Tu, che cosa vedi?’, le chiesi. ‘Il volto di Gesù’, disse lei. ‘Quale Gesù, è padre Pio’, ribattei. ‘No, per me è il volto di Gesù’. Guardai e mi resi conto di aver mostrato a mia moglie un’immagine diversa da quella che avevo visto io. Girai il fazzoletto, e dall’altra parte c’era il volto di padre Pio composto con quei segni neri e sconnessi che avevo notato anche la sera precedente, ma adesso il volto appariva nitido e dettagliato. Nel corso della notte, sul fazzoletto si erano quindi formate quelle due immagini misteriose, distinte e diverse, che richiamavano il volto di Gesù e quello di padre Pio”.

“Ero confuso e spaventato. Non sapevo che dire né che fare. Mi consigliai con alcuni religiosi. Tutti, vedendo l’immagine, rimanevano meravigliati ma poi mi dicevano di tenerla nascosta. Tornato a Conegliano, parlai anche con il mio vescovo e anche lui mi consigliò il silenzio. Temevano che potesse suscitare fanatismo e creare danno alla causa di beatificazione. E io ho obbedito. Ho tenuto sempre nascosta questa immagine. La mostravo solo a chi aveva l’autorizzazione dei Frati Cappuccini. Ma, come ho detto, adesso ho il permesso farla conoscere. E spero che si voglia finalmente esaminarla per capire quale sia il suo valore e il suo segreto”.

Lasciai la casa del commendatore Cavicchi perplesso. Pur avendo stima di quell’uomo, che era un grande devoto di padre Pio e per tanti anni era stato il responsabile dei “Gruppi di preghiera” della sua città, carica che viene data solo a persone che si distinguono per prudenza e spiritualità, la storia che mi aveva raccontato non mi convinceva pienamente. La riferii in un lungo articolo, come avevo promesso a Cavicchi e poi non me ne interessai più.

Nel 2005 Cavicchi morì. Il famoso fazzoletto venne consegnato a una comunità di Frati che, ad un certo momento, decisero di far esaminare quell’immagine a un esperto. Si rivolsero al professor Giulio Fanti, professore dell’Università di Padova. Fanti è un matematico, docente di “Misure Meccaniche e Termiche” presso il Dipartimento di Ingegneria Meccanica dell’Università patavina, uno scienziato di grande fama che ha partecipato alla preparazione di diverse imprese spaziali USA, ma è anche un grande esperto della Sindone, sulla quale ha fatto importanti ricerche, scritto libri, ed è studioso anche di quelle immagini misteriose, definite “acheropite”, termine che deriva del greco e che significa “non fatte da mano dell’uomo”.

Il professor Fanti ha compiuto le sue ricerche arrivando a conclusioni che hanno veramente dell’incredibile. “Le due immagini che si vedono su questo fazzoletto non hanno alcuna spiegazione scientifica e non sono, quindi, opera umana”, mi ha detto il professore. “Queste immagini hanno le tipiche caratteristiche della Sindone: non sono state dipinte, non sono state disegnate, sulla tela non si trova nessuna traccia di colore o di altra sostanza. La Scienza deve essere aperta a tutto e se esiste un oggetto strano di cui non si conosce l’origine, la strada giusta è indagarlo”.

“Che tipo di ricerche ha compiuto su questo fazzoletto?”.

“Tutte quelle necessarie in casi del genere, utilizzando i mezzi scientifici più moderni e sofisticati: analisi fotografiche nel visibile, nell’ultravioletto, nell’infrarosso, analisi chimiche, analisi al microscopio elettronico eccetera. La conclusione è inconfutabile: è impossibile che queste immagini siano di opera umana”.

“E quale, secondo lei, potrebbe esserne l’origine?” .

“Non è compito della scienza stabilirlo. Noi osserviamo ed esaminiamo i fatti. Sarebbe lungo illustrarli nei dettagli. Mi soffermo su uno. Queste immagini sono frutto non di ‘pigmentazione’, ma di ‘mancanza di pigmentazione’. Mi spiego. Se io dipingo un tessuto e poi lo esamino al microscopio, trovo che le fibre nella zona dell’immagine sono colorate mentre il resto del tessuto non lo è. Nel fazzoletto di Cavicchi, avviene invece il contrario. In corrispondenza dell’immagine, le fibre appaiono ‘de-colorate’, cioè hanno perduto il colore naturale della loro sostanza. L’immagine, quindi, è data dalla ‘perdita’ di colore delle fibre in quel preciso punto. E’ veramente arduo pensare che esista qualcuno in grado di ‘compiere’ un intervento del genere. Ma c’è di più. Anche a livello delle fibrille, i conti non tornano. Le fibrille sono i filamenti di tessuto che costituiscono la fibra ed hanno un diametro di dieci millesimi di millimetro. Nella zona dell’immagine, le fibrille non sono ‘de-colorate’ per tutta la loro lunghezza, ma solo in alcuni punti, quelli utili a formare l’immagine. Nessuna persona, con nessun mezzo oggi conosciuto, potrebbe eseguire sulle fibrille un intervento del genere”.

Il professor Fanti è una persona riservata, di poche parole, ma la sua fama nel mondo scientifico è grande. Per questo le sue affermazioni riguardanti il fazzoletto di Cavicchi, affermazioni così chiare e decise, pesano come macigni e inducono a serie riflessioni.

Giovanni Bollea: scienziato per la vita

“La mia forza è stata quella di essere sempre un rivoluzionario”

Certi incontri si possono descrivere, ma non si riescono a raccontare: faccio fatica a rivivere le emozioni che ho provato nel conoscere e intervistare Giovanni Bollea, noto nel mondo come il padre della Neuropsichiatria Infantile, scomparso lo scorso 6 febbraio a Roma all’età di 97 anni. Avevo letto i suoi libri e lo avevo conosciuto anni fa, quando eravamo entrambe ospiti di una puntata della trasmissione di Rai 3, “Cominciamo Bene”, dedicata alle relazioni familiari. Poi, recentemente, avevo avuto l’onore di essere ospite a casa sua per intervistarlo.

Tutto sapeva di famiglia e di bambini, di accoglienza e di rispetto nella sua casa-studio romana. Persino i giornali da sfogliare: una copia di “Acqua & Sapone” campeggiava sulla scrivania della premurosa e storica segretaria, nostra lettrice. Dello scienziato parlano le sue scoperte e i suoi testi, dell’uomo parla il suo amore sconfinato per i bambini.

A quasi cento anni di età, ancora visitava i suoi piccoli pazienti, scriveva e, soprattutto, s’indignava per ogni mancanza di rispetto della Persona. Durante il nostro lungo colloquio mi ha ripetuto spesso che «La Vita e il bambino sono sacri». Tutta la sua esistenza, con gli importantissimi studi scientifici e le innumerevoli battaglie, è stata una ricerca continua di coerenza e di servizio all’anima che ogni essere umano si porta dentro.

Con le sue parole mi trasmise un fuoco e una dolce intransigenza per l’impegno verso ogni bambino, anche se al momento riuscii a coglierlo solo in parte. Dentro di me conservo gelosamente il ricordo di uno scombussolamento inconscio che durò vari giorni dopo l’intervista: per diverse notti feci dei sogni bellissimi e per molte mattine rimasi stupito nello svegliarmi pieno di gioia, con il sapore di un legame profondo con quell’uomo rimasto bambino. Indimenticabile fu il racconto della nascita della sua granitica vocazione, venuta a galla dal suo inconscio solo molti anni dopo. Per la mia storia personale, inoltre, fu terapeutico ascoltare il racconto del rapporto che aveva con i suoi amatissimi genitori (persi prematuramente) e delle sue battaglie civili e culturali, iniziate con grande indipendenza già nella prima adolescenza.

Il mio cuore rimase profondamente toccato quando Bollea, smessi improvvisamente i panni dell’autorevole studioso, riuscì ad esprimere pienamente il suo animo indignato per le sofferenze dei più piccoli e mi confidò che spesso la notte non riusciva a dormire pensando ai tanti bambini oltraggiati. Il nostro colloquio si prolungò molto più del previsto ed io avevo ricevuto grandi doni da quell’incontro. Come potevo esprimere a un uomo così ricco la mia profonda gratitudine ed ammirazione? Bloccai la porta che si stava per chiudersi e lo ringraziai per tutto l’amore che da sempre aveva portato a innumerevoli bambini. Lui mi guardò commosso e stringendomi forte la mano mi disse: «Grazie, questo è proprio un bel regalo, non lo dimenticherò». Solo da un uomo così libero e pieno di autentica Fede poteva scaturire un vero scienziato al servizio della Vita. Migliaia di persone di tutto il mondo gli sono riconoscenti e speriamo che il nostro Paese sappia onorarne la memoria molto meglio di come ha fatto alla sua morte. Oltre alle parole, servono gesti concreti, come la continua vicinanza riservatagli fino alla fine dal Presedente della Repubblica Napolitano, che speriamo si impegni anche per scongiurare la chiusura del suo l’Istituto di Neuropsichiatria Infantile di Roma, minacciato dagli indecorosi tagli ai finanziamenti pubblici.

Grazie professor Bollea, non la dimenticheremo, cercando di mettere in pratica la sua lezione più importante: «La mia forza è stata quella di essere sempre un rivoluzionario, insieme all’impegno di essere a modo mio missionario verso i minori che soffrono, soprattutto disabili. Ai ragazzi bisogna insegnare ad essere rivoluzionari, nel senso di cercare sempre il bene maggiore per migliorare l’esistenza di chi soffre». Essere bambini.


UN MEDICO RIVOLUZIONARIO
Nell’Italia che elargisce funerali di stato alle star della televisione, è stata dimenticata dai media la recente scomparsa di Giovanni Bollea, fondatore della Neuropsichiatria Infantile. Autore di una sintesi nata dalla scuola italiana della Montessori, metodico e visionario, affabile e intransigente, si laureò nel luglio del 1938 con una tesi in Anatomia Patologica. Prima della guerra sposa l’ebrea Renata Jesi e si trasferisce a Roma dove, scontrandosi con la controversa scoperta dell’elettroshock, matura la sua visione clinica e sociale della psichiatria infantile, dalla quale parte per teorizzare e creare i Centri Medico-Psico-Pedagogici. Qui Bollea elabora in modo geniale la condivisione della diagnosi e della terapia tra psichiatri, psicologi e assistenti sociali, senza mai tralasciare un instancabile dialogo con i bambini e i loro genitori. Nasce così l’Istituto di Via de’ Sabelli a Roma che oggi purtroppo  è messo a rischio dai tagli dei finanziamenti pubblici, nonostante i grandi sforzi dei suoi più stretti collaboratori: a farne le spese sono i più giovani e le loro famiglie, lasciate sempre più sole. Tra i tanti risultati ottenuti, ricordiamo almeno che è grazie a Bollea che in Italia ci sono molte limitazioni alla prescrizione degli psicofarmaci ai minori. Non so se sarà più così dopo la sua scomparsa.
Dott.ssa Maria Morelli
(neuropsichiatra infantile)

da www.ioacquaesapone.it

SHAHBAZ BHATTI UN MARTIRE PER LA LIBERTA' RELIGIOSA

Ho diversi motivi per ricordare la barbara uccisione di Shahbaz Bhatti, ministro cattolico pakistano per le minoranze religiose. Il primo, perché è rimasto fedele a Gesù Cristo nonostante rischiasse la vita in ogni istante, il secondo, i martiri per la fede mi hanno sempre colpito, il terzo motivo, perché la nostra stampa, impegnata dalla crisi libica, ha quasi completamente ignorato la sua morte, e questo è un fatto gravissimo, perché il grave atto d’intolleranza religiosa è l’ennesima dimostrazione che la libertà religiosa è il termometro per misurare tutte le altre libertà e l’affidabilità di un governo, scrive Riccardo Cascioli su la Bussolaquotidiana.it. Infine l’ultimo motivo: Bhatti era un insegnante di scuola elementare, come me.  Ucciso il 2 marzo scorso da un gruppo di fondamentalisti islamici, perché, “un nemico dell’Islam, perché cristiano e contrario alla legge sulla blasfemia”. Bhatti stava lottando per liberare la povera Asia Bibi.

“Un altro martire, scrive l’Occidentale, lasciato solo senza scorta. Ha pagato a caro prezzo la sua onestà e il suo impegno. Un vero servitore dello Stato e del popolo, non secondo meri calcoli d’interesse personale o di qualche lobby, né per ideologia, ma semplicemente per un autentico senso della politica. Bhatti, appartenente al Partito Pakistano del Popolo, aveva partecipato al processo di democratizzazione del paese, diventando la voce delle minoranze religiose, così fortemente discriminate dagli estremisti islamici. La fede non è stata una etichetta da appiccicare o da strumentalizzare a seconda del “vento che tirava”, ma l’anima della sua esistenza. “Voglio che la mia vita dica che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita”, si legge nel suo testamento”. (Michele Trabucco, Aveva una fede lucida e intensa l’ultima vittima delle persecuzioni anticristiane, 4.3.2011 L’Occidentale).

Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini, per la morte di Bhatti, ha usato parole molto dure, anche perché lo conosceva personalmente: “Adesso i codardi di quell’Europa che rifugge dalla condanna del fondamentalismo religioso verseranno le loro lacrime di coccodrillo, alleati di quei codardi che in Pakistan conoscono solo il sangue degli attentati”.

Infatti Frattini come segno di riconoscenza ha fatto affiggere sulla facciata della Farnesina, un poster di Bhatti.

Il ministro pakistano era conosciuto anche da monsignor Dino Pistolato, direttore della Caritas di Venezia, che scrive:“era dedito completamente alla difesa delle comunità emarginate e delle minoranze religiose del Pakistan. Insegnante di scuola elementare, aveva fatto della sua vita un’offerta per i poveri e coloro che sono perseguitati a causa della loro fede. Ricordo con impressione una risposta che mi diede quando gli chiesi perché non si facesse sacerdote. Rispose perché lui voleva stare in mezzo alla gente, a contatto diretto con le persone e le difficoltà, cosa che spesso i sacerdoti non riescono a fare nel suo Paese.

Aveva una fede intensa e lucida e la consapevolezza di una morte prossima. Una cosa che mi ha confermato in una mail recente, dove mi raccontava della sua lotta infaticabile contro l’attuale legge sulla blasfemia, delle ripetute minacce che riceveva e del mancato supporto della sua parte politica. Mi consola il pensiero che egli abbia potuto veder realizzato il desiderio della sua vita, incontrare il Papa, evento che accadde l’anno scorso. Ho conosciuto un testimone della fede, ho avuto la grazia di conoscere un martire”.

Shahbaz Bhatti, è l’ultima vittima di un clima di intolleranza religiosa con finalità politica, che ha lasciato una scia di sangue di tanti cristiani trucidati, tra cui Shaheed Mohtarma Benazir Bhutto, primo ministro assassinata nel 2008 e il Governatore del  Punjab Salman Taseer Talking, che aveva chiesto la grazia per Asia Bibi. Chi ha rivendicato la morte di Bhatti non poteva essere più chiaro: è stato ucciso “perché era un cristiano, un infedele e un blasfemo”. Il suo assassinio è parte di una “guerra di religione per eliminare quanti vogliono modificare la legge sulla blasfemia”. “Per grazia di Allah, tutti coloro che sono membri della Commissione di revisione della legge, andranno all’inferno”.

Andrea Riccardi, l’iniziatore della Comunità di Sant’Egidio, doveva incontrare Bhatti, proprio qualche giorno fa, sul Corriere della Sera sottolinea che la morte del ministro è una sconfitta non solo per i cristiani. La convenienza politica spinge il governo a non proteggere le minoranze in modo fermo. Ma proteggerle è difendere la libertà di tutti. Prima il totalitarismo islamico colpisce i pochi cristiani; poi arriva l’ora degli altri, magari musulmani, colpevoli solo di non volersi piegare.

Chiudo con le parole del Santo Padre Benedetto XVI che ieri all’Angelus, ha ricordato il ministro di Islamabad: Chiedo al Signore Gesù che il commovente sacrificio della vita del ministro pakistano Shahbaz Bhatti svegli nelle coscienze il coraggio e l’impegno a tutelare la libertà religiosa di tutti gli uomini e, in tal modo, a promuovere la loro uguale dignità”.

 

DOMENICO BONVEGNA

domenicobonvegna@alice.it

SHAHBAZ BHATTI UN MARTIRE PER LA LIBERTA’ RELIGIOSA

Ho diversi motivi per ricordare la barbara uccisione di Shahbaz Bhatti, ministro cattolico pakistano per le minoranze religiose. Il primo, perché è rimasto fedele a Gesù Cristo nonostante rischiasse la vita in ogni istante, il secondo, i martiri per la fede mi hanno sempre colpito, il terzo motivo, perché la nostra stampa, impegnata dalla crisi libica, ha quasi completamente ignorato la sua morte, e questo è un fatto gravissimo, perché il grave atto d’intolleranza religiosa è l’ennesima dimostrazione che la libertà religiosa è il termometro per misurare tutte le altre libertà e l’affidabilità di un governo, scrive Riccardo Cascioli su la Bussolaquotidiana.it. Infine l’ultimo motivo: Bhatti era un insegnante di scuola elementare, come me.  Ucciso il 2 marzo scorso da un gruppo di fondamentalisti islamici, perché, “un nemico dell’Islam, perché cristiano e contrario alla legge sulla blasfemia”. Bhatti stava lottando per liberare la povera Asia Bibi.

“Un altro martire, scrive l’Occidentale, lasciato solo senza scorta. Ha pagato a caro prezzo la sua onestà e il suo impegno. Un vero servitore dello Stato e del popolo, non secondo meri calcoli d’interesse personale o di qualche lobby, né per ideologia, ma semplicemente per un autentico senso della politica. Bhatti, appartenente al Partito Pakistano del Popolo, aveva partecipato al processo di democratizzazione del paese, diventando la voce delle minoranze religiose, così fortemente discriminate dagli estremisti islamici. La fede non è stata una etichetta da appiccicare o da strumentalizzare a seconda del “vento che tirava”, ma l’anima della sua esistenza. “Voglio che la mia vita dica che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita”, si legge nel suo testamento”. (Michele Trabucco, Aveva una fede lucida e intensa l’ultima vittima delle persecuzioni anticristiane, 4.3.2011 L’Occidentale).

Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini, per la morte di Bhatti, ha usato parole molto dure, anche perché lo conosceva personalmente: “Adesso i codardi di quell’Europa che rifugge dalla condanna del fondamentalismo religioso verseranno le loro lacrime di coccodrillo, alleati di quei codardi che in Pakistan conoscono solo il sangue degli attentati”.

Infatti Frattini come segno di riconoscenza ha fatto affiggere sulla facciata della Farnesina, un poster di Bhatti.

Il ministro pakistano era conosciuto anche da monsignor Dino Pistolato, direttore della Caritas di Venezia, che scrive:“era dedito completamente alla difesa delle comunità emarginate e delle minoranze religiose del Pakistan. Insegnante di scuola elementare, aveva fatto della sua vita un’offerta per i poveri e coloro che sono perseguitati a causa della loro fede. Ricordo con impressione una risposta che mi diede quando gli chiesi perché non si facesse sacerdote. Rispose perché lui voleva stare in mezzo alla gente, a contatto diretto con le persone e le difficoltà, cosa che spesso i sacerdoti non riescono a fare nel suo Paese.

Aveva una fede intensa e lucida e la consapevolezza di una morte prossima. Una cosa che mi ha confermato in una mail recente, dove mi raccontava della sua lotta infaticabile contro l’attuale legge sulla blasfemia, delle ripetute minacce che riceveva e del mancato supporto della sua parte politica. Mi consola il pensiero che egli abbia potuto veder realizzato il desiderio della sua vita, incontrare il Papa, evento che accadde l’anno scorso. Ho conosciuto un testimone della fede, ho avuto la grazia di conoscere un martire”.

Shahbaz Bhatti, è l’ultima vittima di un clima di intolleranza religiosa con finalità politica, che ha lasciato una scia di sangue di tanti cristiani trucidati, tra cui Shaheed Mohtarma Benazir Bhutto, primo ministro assassinata nel 2008 e il Governatore del  Punjab Salman Taseer Talking, che aveva chiesto la grazia per Asia Bibi. Chi ha rivendicato la morte di Bhatti non poteva essere più chiaro: è stato ucciso “perché era un cristiano, un infedele e un blasfemo”. Il suo assassinio è parte di una “guerra di religione per eliminare quanti vogliono modificare la legge sulla blasfemia”. “Per grazia di Allah, tutti coloro che sono membri della Commissione di revisione della legge, andranno all’inferno”.

Andrea Riccardi, l’iniziatore della Comunità di Sant’Egidio, doveva incontrare Bhatti, proprio qualche giorno fa, sul Corriere della Sera sottolinea che la morte del ministro è una sconfitta non solo per i cristiani. La convenienza politica spinge il governo a non proteggere le minoranze in modo fermo. Ma proteggerle è difendere la libertà di tutti. Prima il totalitarismo islamico colpisce i pochi cristiani; poi arriva l’ora degli altri, magari musulmani, colpevoli solo di non volersi piegare.

Chiudo con le parole del Santo Padre Benedetto XVI che ieri all’Angelus, ha ricordato il ministro di Islamabad: Chiedo al Signore Gesù che il commovente sacrificio della vita del ministro pakistano Shahbaz Bhatti svegli nelle coscienze il coraggio e l’impegno a tutelare la libertà religiosa di tutti gli uomini e, in tal modo, a promuovere la loro uguale dignità”.

 

DOMENICO BONVEGNA

domenicobonvegna@alice.it