Ho diversi motivi per ricordare la barbara uccisione di Shahbaz Bhatti, ministro cattolico pakistano per le minoranze religiose. Il primo, perché è rimasto fedele a Gesù Cristo nonostante rischiasse la vita in ogni istante, il secondo, i martiri per la fede mi hanno sempre colpito, il terzo motivo, perché la nostra stampa, impegnata dalla crisi libica, ha quasi completamente ignorato la sua morte, e questo è un fatto gravissimo, perché il grave atto d’intolleranza religiosa è l’ennesima dimostrazione che la libertà religiosa è il termometro per misurare tutte le altre libertà e l’affidabilità di un governo, scrive Riccardo Cascioli su la Bussolaquotidiana.it. Infine l’ultimo motivo: Bhatti era un insegnante di scuola elementare, come me.  Ucciso il 2 marzo scorso da un gruppo di fondamentalisti islamici, perché, “un nemico dell’Islam, perché cristiano e contrario alla legge sulla blasfemia”. Bhatti stava lottando per liberare la povera Asia Bibi.

“Un altro martire, scrive l’Occidentale, lasciato solo senza scorta. Ha pagato a caro prezzo la sua onestà e il suo impegno. Un vero servitore dello Stato e del popolo, non secondo meri calcoli d’interesse personale o di qualche lobby, né per ideologia, ma semplicemente per un autentico senso della politica. Bhatti, appartenente al Partito Pakistano del Popolo, aveva partecipato al processo di democratizzazione del paese, diventando la voce delle minoranze religiose, così fortemente discriminate dagli estremisti islamici. La fede non è stata una etichetta da appiccicare o da strumentalizzare a seconda del “vento che tirava”, ma l’anima della sua esistenza. “Voglio che la mia vita dica che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita”, si legge nel suo testamento”. (Michele Trabucco, Aveva una fede lucida e intensa l’ultima vittima delle persecuzioni anticristiane, 4.3.2011 L’Occidentale).

Il nostro ministro degli esteri Franco Frattini, per la morte di Bhatti, ha usato parole molto dure, anche perché lo conosceva personalmente: “Adesso i codardi di quell’Europa che rifugge dalla condanna del fondamentalismo religioso verseranno le loro lacrime di coccodrillo, alleati di quei codardi che in Pakistan conoscono solo il sangue degli attentati”.

Infatti Frattini come segno di riconoscenza ha fatto affiggere sulla facciata della Farnesina, un poster di Bhatti.

Il ministro pakistano era conosciuto anche da monsignor Dino Pistolato, direttore della Caritas di Venezia, che scrive:“era dedito completamente alla difesa delle comunità emarginate e delle minoranze religiose del Pakistan. Insegnante di scuola elementare, aveva fatto della sua vita un’offerta per i poveri e coloro che sono perseguitati a causa della loro fede. Ricordo con impressione una risposta che mi diede quando gli chiesi perché non si facesse sacerdote. Rispose perché lui voleva stare in mezzo alla gente, a contatto diretto con le persone e le difficoltà, cosa che spesso i sacerdoti non riescono a fare nel suo Paese.

Aveva una fede intensa e lucida e la consapevolezza di una morte prossima. Una cosa che mi ha confermato in una mail recente, dove mi raccontava della sua lotta infaticabile contro l’attuale legge sulla blasfemia, delle ripetute minacce che riceveva e del mancato supporto della sua parte politica. Mi consola il pensiero che egli abbia potuto veder realizzato il desiderio della sua vita, incontrare il Papa, evento che accadde l’anno scorso. Ho conosciuto un testimone della fede, ho avuto la grazia di conoscere un martire”.

Shahbaz Bhatti, è l’ultima vittima di un clima di intolleranza religiosa con finalità politica, che ha lasciato una scia di sangue di tanti cristiani trucidati, tra cui Shaheed Mohtarma Benazir Bhutto, primo ministro assassinata nel 2008 e il Governatore del  Punjab Salman Taseer Talking, che aveva chiesto la grazia per Asia Bibi. Chi ha rivendicato la morte di Bhatti non poteva essere più chiaro: è stato ucciso “perché era un cristiano, un infedele e un blasfemo”. Il suo assassinio è parte di una “guerra di religione per eliminare quanti vogliono modificare la legge sulla blasfemia”. “Per grazia di Allah, tutti coloro che sono membri della Commissione di revisione della legge, andranno all’inferno”.

Andrea Riccardi, l’iniziatore della Comunità di Sant’Egidio, doveva incontrare Bhatti, proprio qualche giorno fa, sul Corriere della Sera sottolinea che la morte del ministro è una sconfitta non solo per i cristiani. La convenienza politica spinge il governo a non proteggere le minoranze in modo fermo. Ma proteggerle è difendere la libertà di tutti. Prima il totalitarismo islamico colpisce i pochi cristiani; poi arriva l’ora degli altri, magari musulmani, colpevoli solo di non volersi piegare.

Chiudo con le parole del Santo Padre Benedetto XVI che ieri all’Angelus, ha ricordato il ministro di Islamabad: Chiedo al Signore Gesù che il commovente sacrificio della vita del ministro pakistano Shahbaz Bhatti svegli nelle coscienze il coraggio e l’impegno a tutelare la libertà religiosa di tutti gli uomini e, in tal modo, a promuovere la loro uguale dignità”.

 

DOMENICO BONVEGNA

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