da Baltazzar | Mar 31, 2011 | Cultura e Società, Libri, Testimonianze
di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 30 marzo 2011
«Prima del coma tante cose erano diverse, avrei certamente firmato le dichiarazioni anticipate di trattamento. Da medico, da uomo di scienza, ero convinto che avrei preferito spegnermi dolcemente piuttosto che lottare fino allo stremo con la certezza di non guarire. Oggi è tutto diverso, sono stato ad un passo dalla morte eppure sono vivo e sto benissimo».
Umberto Scapagnini, medico, docente, uomo politico, racconta i suoi mesi di coma e ancora si sorprende
«Tutto inizia nel 2007 con un banale lipoma, sotto la tempia, vicino all’occhio sinistro dove vent’anni prima avevo tolto un neo. Una macchia nascondeva qualcosa da esaminare, una pallina, come la chiamavo io, ma bisognava andare a fondo». La diagnosi che avrebbe dovuto affrontare di lì a poco l’ex sindaco di Catania era terribile: neoplasia della famiglia dei melanomi. «Una diagnosi che avrebbe scosso chiunque ma io ero un medico e non solo conoscevo bene la malattia ma anche le reali speranze di guarigione». Una consapevolezza che Scapagnini ha visto anche negli occhi del figlio Giovanni, anch’egli medico, che con le lacrime agli occhi gli comunicava il risultato dell’esame istologico. «Fu per far forza a lui che dissi: siamo due medici, lavoriamo, lottiamo e cerchiamo una via d’uscita».
Da quel momento inizia un calvario da un ospedale all’altro, su e giù per la penisola, consultando gli specialisti migliori fino a quando la reazione ad una cura lo porta al coma. Irreversibile, dissero i medici che lo visitarono. 50 di pressione, 20 di frequenza, 6.8 di ph. Dati che a un non addetto ai lavori dicono poco o nulla, ma che un medico riconduce immediatamente ad un quadro clinico di “incompatibilità con la vita”. Attorno a Scapagnini i familiari più stretti cominciano a temere il peggio e dalla disperazione passano ad uno stato di quasi rassegnazione. «Ovviamente non ricordo nulla – racconta – seppi solo al mio risveglio che i miei familiari avevano chiesto per me per ben due volte il sacramento dell’estrema unzione».
Ma se apparentemente Umberto Scapagnini sembrava morto, lui non si era mai sentito così fortemente attaccato alla vita. «Quello che è accaduto è qualcosa di straordinario. Negli 80 giorni in cui clinicamente ero in coma irreversibile ho vissuto una sorta di vita parallela. Mi trovavo all’interno di un tunnel buio ma in fondo vedevo una luce, una luce verso la quale mi sentivo irresistibilmente attratto. Camminavo verso quella luce e ogni passo che facevo sentivo pace e tranquillità così procedevo lentamente ma in maniera decisa. Ad un certo punto ho sentito che qualcuno mi afferrava la mano sinistra con dolcezza: con grandissimo stupore ho visto mia madre, morta un anno prima, accanto a me nel tunnel. La mano destra invece mi viene fermata in maniera più brusca: e la mia meraviglia era enorme poiché a fianco a me c’era Padre Pio che in dialetto mi diceva “Ragazzo, ma dove stai andando? Tu devi fare la volontà del Signore”. Lo so che può sembrare assurdo o anche solo incredibile, ma io ho un ricordo nettissimo di quanto mi è successo. Non è un sogno, io l’ho visto e l’ho vissuto. Il coma ti mette in grado di vedere e sentire cose straordinarie, è tutto fuorché morte».
Parlando con lui al telefono, tono cordiale, progetti e un libro in uscita (Il cielo può ancora attendere, Mondadori), Scapagnini non sembra un uomo che è stato così vicino all’aldilà, eppure sarebbe bastato pochissimo. «Mi sono chiesto diverse volte la ragione per cui non solo realmente morto. E la risposta che mi sono dato è che forse dovevo tornare per raccontare, per testimoniare che la nostra capacità di resistenza fisica e spirituale va oltre l’immaginabile, e che è solo il Signore che ci ha dato la vita colui che ce la può togliere. Forse il suo desiderio è che la mia storia di uomo di scienza incontrasse un’esperienza così forte nella fede tale da rendere la mia testimonianza ancora più significativa».
Una storia che Scapagnini spera possa essere di speranza per tutti gli ammalati che, presi dallo sconforto, si lasciano andare. Tuttavia, ne siamo certi, farà riflettere anche il mondo della politica alle prese con la delicata legge sul fine vita. «Oggi dico che è estremamente difficile codificare la vita e la morte, estremamente difficile trovare un punto di equilibrio tra scienza e fede. Tuttavia – rimarca – la mia storia è una storia innanzitutto umana, la vicenda di una persona ammalata che sta per morire e invece oggi vive, la vicenda di un credente blando che oggi può affermare con certezza che il Signore guida ogni nostro passo, fino all’ultimo».
da Baltazzar | Mar 29, 2011 | Cultura e Società, Testimonianze
di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 27 marzo 2011
Quante volte, soprattutto nel momento del bisogno, preghiamo il Signore con ardore chiedendo una grazia e facendo un voto?
«Signore se mi fai questa grazia ti prometto che da oggi in poi mi impegno a …», «Signore se mi concedi quanto ti chiedo, ti prometto che rinuncio a …». E quante volte poi il voto è rimasto inadempiuto e delle nostre promesse non sono rimaste che parole vuote?
Oggi noi vi raccontiamo la storia di un uomo che, per tenere fede ad una voto fatto a Dio in un momento tragico, ha salvato le vite di 70 bambini e cambiato per sempre quella delle loro madri.
Tong Phuoc Phuc è un 44enne vietnamita. Nel 2001 viveva nella città costiera di Nha Trang con la moglie che aspettava il loro primogenito. La gravidanza però presentava delle complicazioni tali da mettere in serio pericolo le vite di mamma e figlio. Ecco che allora Phuc inizia a pregare, e incessantemente chiede al Signore che il figlio nasca sano e che sua moglie sopravviva al parto «Se mi concedi questa grazie Signore – supplicava – ti prometto che mi impegnerò ad aiutare gli altri».
Non sapeva ancora quanto quella promessa avrebbe cambiato la sua e molte altre vite. Il parto si svolse senza problemi e il bambino nacque sanissimo, mentre la moglie di Phuc per riprendersi ebbe bisogno di una lunga permanenza in ospedale per le complicanze della gravidanza. Fu in quel periodo che Phuc notò qualcosa di strano: «Vedevo molte donne entrare in ospedale col pancione e uscire senza il loro bambino… quando ho realizzato che tutte quelle donne avevano abortito sono rimasto scioccato e ho deciso che dovevo assolutamente fare qualcosa».
Da quel giorno Puch, che lavorava come muratore, inizia a risparmiare per riuscire a comprare un piccolo appezzamento di terreno fuori città. Poi inizia a recuperare feti abortiti dagli ospedali e dalle cliniche per seppellirli nel terreno e poter pregare per loro. All’inizio medici e infermieri pensavano fosse pazzo e anche la moglie era perplessa, soprattutto rispetto all’idea di risparmiare per costruire un cimitero per feti. Ma Puch era seriamente convinto e con costanza e determinazione bussava alle porte degli ospedali e portava via i corpicini abortiti, tanto che oggi sono 9000 i bimbi mai nati seppelliti nel suo cimitero «Questi bambini hanno un’anima – dice – e non voglio che la loro anima vaghi nel nulla senza che nessuno preghi per loro».
Ma la parte più straordinaria del voto di Puch ancora doveva venire. In Vietnam l’aborto è molto diffuso. Il paese asiatico nel 2010 è entrato nella classifica dei dieci stati con la più alta diffusione dell’interruzione di gravidanza, fenomeno che interessa soprattutto le ragazze con meno di 19 anni.. Nel 2006 nel solo ospedale di Ho Chi Minh City sono stati praticati 114 mila aborti, numero di gran lunga superiore a quello delle nascite. Purtroppo molte donne vietnamite vedono l’aborto come una scelta obbligata dal momento che vivono in situazioni di estrema povertà, le minorenni inoltre, temono di non riuscire a crescere il bambino visto che ai rapporti prematrimoniali quasi sempre segue un allontanamento della giovane da parte della famiglia. Non solo, ad incidere è anche il numero degli aborti di figlie femmine, pratica cui i mariti costringono le mogli che non portano in grembo un erede maschio.
Ecco che allora Puch decide di aprire la porta della sua casa alle madri in difficoltà accogliendo loro insieme ai lori piccoli. Il muratore garantisce loro un tetto e i pasti fino alla nascita del bambino e si impegna ad accogliere e allevare il piccolo fino al momento in cui la madre non si possa prendere cura di lui. Dal 2001 a oggi sono oltre 70 i bambini cui ha salvato la vita, 70 le donne alle quali è riuscito ad evitare il dramma dell’aborto soltanto parlando con loro mentre si recavano in ospedale con l’intenzione di interrompere la gravidanza. Almeno metà di queste donne hanno trascorso la gravidanza e i primi mesi di vita del bambino in uno dei due appartamenti che Puch ha allestito nel corso degli anni, anche grazie alle numerose offerte ricevute da chi veniva a conoscenza della sua storia.
«A volte arrivo ad avere fino10-13 mamme che vivono qui con i loro bambini naturalmente. Quando i letti che ho a disposizione sono occupati, dormono sul pavimento. E’ difficile anche per loro ma appena si rendono conto della gioia della quale si sarebbero private rinunciando ad un figlio e del dramma che avrebbero vissuto, affrontano tutto con uno spirito ottimista. Cerco solo di dare agli altri la stessa gioia che il Signore ha dato a me».
Minimizza Tong Phuoc Puch, recita filastrocche ad un bimbo mentre accarezza l’altro, rassicura le loro madri e le fa sentire parte di un’unica e grande famiglia. Ogni mattina cura i dettagli del cimitero che accoglie i feti come se fosse uno stupendo giardino, si ferma davanti alla statua della Vergine Maria e prega, poi lavora, torna a casa e si prende cura di tutte le vite che ha salvato o cambiato. Una storia straordinaria, ancor più straordinaria se si pensa a come è cominciata, con una supplica al Signore, con una grazia ottenuta, con una promessa mantenuta.
da Baltazzar | Mar 29, 2011 | Cultura e Società, Testimonianze
di Antonio Giuliano
Tratto da La Bussola Quotidiana il 27 marzo 2011
«Ho una brutta storia alle spalle. Una gran brutta storia, che incute timore. Non potrò mai scrollarmi di dosso il dolore che ho provocato. Ma oggi non nascondo più il mio passato. Anzi lo racconto per evitare che altri cadano nel mio abisso». Lui è Vincenzo Andraous, 57 anni, quasi tutti passati in carcere. Tra le sbarre ha già trascorso 40 anni (è entrato per la prima volta a 14 anni), passando tra i penitenziari più duri della penisola. Condannato all’ergastolo perché implicato in tre omicidi di una violenza indicibile, (fuori e dentro il carcere), è stato coinvolto nelle nefandezze dei più temuti criminali, come il famoso Vallanzasca. E la stampa l’ha ribattezzato spesso con epiteti da brivido. Oggi dopo un lungo cammino di conversione, continua a scrivere su giornali e riviste, oltre a firmare libri e saggi che gli sono valsi già 80 premi letterari. Da oltre dieci anni sta pagando la sua pena, in regime di semilibertà, alla Casa del Giovane di Pavia, una comunità per ragazzi contro le dipendenze (alcol, droga, disagio). La passione che mette al servizio di questa struttura, svolgendo le mansioni di educatore, balza subito all’occhio, come il tatuaggio sul braccio forzuto, l’unico segno riconoscibile di un passato da cui si sente ormai lontano “secoli”.
È stato condannato per omicidi. Eppure lei ripete che tutto è cominciato con un sasso…
Sì. Sono originario di Catania, ma la mia famiglia si è trasferita quando ero ancora bambino in un paesino del nord-est. Ero uno dei pochi “terroni” e questo continuo ritornello mi portava a reagire malamente. Al campo sportivo ero sempre sotto un mucchio di dieci persone che pestavano il “terrone”. Fino a quando ho scoperto la potenza di un sasso con cui ho spaccato la testa a un mio amico. Ho cominciato a ottenere rispetto e ho capito che la violenza poteva mettere tutti in riga. È cominciata lì la discesa verso l’inferno.
La sua è stata un’infanzia difficile?
Sì. Mio padre è scomparso quando avevo 8 anni. E solo mia madre lavorava. Ma in fondo sono tutte giustificazioni: la famiglia, l’ambiente… Il vero problema ero io. Non volevo essere un passo indietro rispetto a chi aveva più di me. E ho cominciato a primeggiare seminando il terrore. Quel sasso mi ha portato a essere anche nella classe il bullo e ho collezionato presto varie espulsioni fino all’abbandono della scuola e della famiglia. Mia madre ci ha provato in tutti i modi: prima con le buone, indebitandosi per accontentarmi in ogni modo; poi con le botte (tante). Ma ormai non poteva più nulla: avevo dato vita a una banda di minorenni con la quale rubavo e mi sostenevo senza problemi. Entravo e uscivo da un carcere minorile all’altro: ma ne ero quasi fiero. Ero in preda a un vero delirio di onnipotenza.
Un delirio che da adulto l’ha coinvolta in tre delitti: uno nel 1977 a Milano per una rapina finita male e gli altri due nel 1981 nel carcere di Novara per una rivolta orchestrata da Vallanzasca.
Negli anni Settanta il carcere era un’arena, non c’era giorno che non succedesse un omicidio, una rivolta o un’evasione. Purtroppo ha prevalso in me ancora la follia attecchita da ragazzino: a 13 anni lanciai un cancellino contro una professoressa a scuola e tutti per paura della mia vendetta mi coprirono. Nessuno osò accusarmi. L’omertà è una legge di sangue. Anche in carcere. Ero diventato il mito anche delle carceri e questo mi ha “fottuto”, mi ha ottenebrato la mente… Dal sasso, al cancellino alle armi, con la stessa logica di affermazione di potenza. Poi mi hanno attribuito tante altre cose. Ma io so che cosa ho commesso, me ne prendo tutta la responsabilità e continuo a pagarlo da 40 anni. Però se oggi sono una persona diversa, lo sono “nonostante” il carcere.
In che senso?
Devo ringraziare tanti direttori di carceri e tanti agenti penitenziari che mi hanno aiutato, accompagnato e trattato da uomo. Però mi chiedo: crediamo ancora che la pena abbia una funziona rieducativa come auspica la Costituzione? In carcere oggi ci vogliono più psicologi ed educatori: prevale l’aspetto coercitivo e non preventivo e rieducativo. Io porto il macigno di un passato orribile che mi rimarrà per tutta la vita: prova a portarti questo peso da 40 anni in un contesto dove rischi di perdere la vista e l’olfatto, in celle minuscole dove anziché un detenuto ce ne stanno tre. Sono stato rinchiuso dappertutto, da Pianosa all’Asinara… E dal 1982 al 1987 sono stato in isolamento, in una cella di 3 metri per 3. Sono evaso due volte nella mia vita, ma per fortuna non mi è mai balenato nella testa la scorciatoia del suicidio, neppure quando ero di fatto in una bara costruita su misura. Però non mi meraviglio che oggi la media è di 80-90 suicidi all’anno in carcere.
Qualcuno potrebbe obiettarle che è servito a farle cambiare strada.
No, io ho sbagliato e sto pagando. Ma il carcere duro non rende mansueti. Anzi in quelle condizioni aumentava la voglia di fare più male ancora, di vendicarmi quanto prima. La pena deve servire anche a riparare, per quanto possibile, al male commesso. Ho tolto la vita alle persone. È un carico che nessuna scorciatoia mi potrà annullare. In questi casi devi esser capace di farti aiutare. Altrimenti soccombi. E io ho avuto la grande fortuna di incontrare persone che mi hanno dato una mano.
Chi?
Uno su tutti è stato per me don Giuseppe Baschiazzorre. Una leggenda. Era il cappellano del carcere di Voghera, ora è morto. Lo incontrai negli anni ‘92-’93 e fu una svolta. Capii subito che con lui dovevo giocare a carte scoperte, non potevo più barare. Era un uomo prima che un prete. Era uno di quelli che si sedeva davanti a te e non aveva paura di prendersi un cazzotto. Però te lo dava anche. Lui mi ha insegnato che il rispetto vero per gli altri comincia quando poni un limite alle tue presunzioni e ascolti. Se lo fai non hai paura di dire all’altro “aiutami”. Con don Giuseppe non c’era più bisogno di scrivere e poi buttare via le carte per paura che qualcuno leggesse le mie fragilità. Lui mi diede subito fiducia e diventai animatore del Collettivo Verde, con il quale girammo per dieci anni in Italia impegnandoci in attività sociali e culturali. Ma un altro incontro decisivo è stato quello con don Franco Tassone. Lui ha giocato una partita terribile, non tanto con me, quanto con la città di Pavia…
Perché?
È stato lui a volermi alla Casa del Giovane. E 11 anni fa prendere Andraous non era semplice. Tanti dicevano che c’era dell’opportunismo da parte mia. Non era vero. Avrei potuto tante volte tornare alla vita passata. Ma io sono uno che ha sempre fatto scelte definitive: sia quando volevo delinquere, sia quando ho deciso di cambiar rotta. Con don Franco ci siamo intesi subito. È bastato un gesto. Mi ha chiesto di sovrapporre la mia mano alla sua: da allora è cominciato un percorso per il quale non ho più paura di sbagliare. E non lo farò.
Qual è il suo rimorso più grande?
Penso spesso ai familiari delle vittime. Ma il perdono non può essere sbandierato o richiesto tramite i giornali. È qualcosa che deve essere fatto privatamente e nel massimo silenzio tutti i giorni. Ho provato a sentirli e qualcuno mi ha anche perdonato. Per me è stato un attestato di conforto per il cammino che ho intrapreso.
Si è mai chiesto se fosse stato lei al loro posto?
Tante volte. E magari avrei reagito anche peggio. Per questo se mi odiano io li rispetto. Oltre a pagare in carcere, io sto cercando di chiedergli perdono tutti i giorni con la mia testimonianza nella casa del Giovane, nelle scuole e ovunque mi chiamino a parlare. Nulla di sovrumano, intendiamoci. Ma dando tutto me stesso. Non posso fare di più.
Sui suoi crimini hanno pesato anche le ideologie politiche degli anni passati?
Solo in parte. Ha sempre prevalso il delirio di onnipotenza. Io non ho mai aderito ad alcun partito. Ho sostenuto i Radicali solo al tempo del processo Tortora: sapevo che era innocente per questo mi son schierato con Pannella che era tra i pochi a difenderlo. Ma poi ho ridato indietro la tessera ai radicali per le loro posizioni sull’aborto per esempio o a favore della legalizzazione delle droghe. Per me non esiste la distinzione tra droghe leggere e pesanti: su 280 ragazzi tossicodipendenti che seguo alla Casa del Giovane 260 hanno cominciato con lo spinello, che oltre ad esser dannoso può esser responsabile anche della morte di altri innocenti (penso alle vittime della strada). Per quanto mi riguarda, non ho mai fatto uso di droga per delinquere. L’adrenalina più grande per me era saltare il bancone della banca, senza armi: una forma di “romanticismo improponibile”…
Ma oggi il vero problema sono i genitori che vogliono porsi come “amici” dei propri figli. Si è persa l’autorevolezza: dire sempre di sì costa meno fatica che educare alla responsabilità. E si tende a giustificarli sempre e comunque quando sbagliano.
Sentirla parlare così stride pensando al suo passato «orribile», come lo definisce lei stesso.
Me lo dicono spesso. Io però non ho più paura di riconoscere il mio passato: conosco ogni anfratto dei detriti che ho alle spalle. E più lo ripercorro più costruisco futuro, perché so che non farò più quegli errori. E c’è di più: mi spenderò fino alla fine perché gli altri non li facciano. Ma sia chiaro, io non uso mai la cattedra come docenza: è solo la cattedra di un colpevole. Poi dico sempre ai ragazzi, attenzione, non ho la pretesa di salvarvi, sarei un presuntuoso. Posso solo aiutarvi. Per essere salvati bisogna rivolgersi a qualcuno più in alto…
A chi?
A Cristo. Io grazie a quei sacerdoti ho scoperto la fede. Gesù è il mio più grande amico, lo vedo riflesso in tanti volti che incontro. Lui è davvero un eroe. Ha avuto rispetto degli altri senza usare mai la violenza. Altro che rivoluzionari alla Che Guevara. Gesù ha avuto rispetto perfino per chi l’ha tradito. Ho ripensato all’immagine di quella professoressa che colpii col cancellino: rimase per una frazione di secondo a mezz’aria e sopra di lei c’era il crocefisso. Avevano una somiglianza incredibile: la stessa sofferenza di una vittima innocente.
Non la scoraggia la dicitura della sua condanna: “fine pena mai”?
A volte ci penso. E mi domando: ma lo Stato può riconoscere che una persona dopo 40 anni di carcere è diversa? È intelligente pensare che abbia un valore da sfruttare? Io penso come don Enzo Boschetti, il fondatore della Casa del Giovane, che l’irrecuperabilità di una persona è solo un comodo rifugio della nostra intelligenza. Per questo ho chiesto la grazia. Ma son sicuro di non riceverla: manca la volontà politica (di ogni colore), prevale un certo spirito vendicativo, per cui nel mio caso sarebbero pochi anche 80 anni di reclusione. Ho aspettato vari anni prima di chiedere la grazia perché ci vuole un percorso serio. Mi fa sorridere che Vallanzasca e altri come lui dicano in un mese di voler fare gli educatori. Ma non intendo polemizzare con lui: è lui che continua a citarmi a sproposito, ma io ho tagliato con quel mondo. Dico solo che non basta un film. Io vengo da 11 anni di lavoro, di presunzioni prese a calci, ma non mi sento un educatore. Da anni non rilascio interviste, l’ho fatto per La Bussola, perché è un quotidiano cattolico che mi piace molto. Poi anche completamente libero lavorerei a tempo pieno per la Casa del Giovane…
È qui che ha incontrato anche sua moglie?
Sì, non so come ha fatto a innamorarsi di me. L’amore rende davvero ciechi. Dalle 8 alle 22 quando ritorno in prigione a Pavia posso vederla e dedicarmi alla Casa del Giovane che è diventata casa mia. Ora oltre ad alcolisti, tossicodipendenti, questa comunità che conta 18 strutture in Lombardia e Piemonte ha aperto le porte anche ai barboni. La sera ritorno in carcere stanchissimo, ma felice. Alla Casa del Giovane sperimenti davvero la correzione fraterna. Vige la regola di don Boschetti: “Si educa e si rieduca solo con l’amore e la fiducia”. Se venisse applicata nelle carceri sarebbe una rivoluzione.
Continua a scrivere sempre in maniera forsennata…
Scrivo saggi e articoli. E leggo di tutto, sono un onnivoro, in particolare i testi filosofici, i libri di Erri De Luca e la Bibbia. Ma ho smesso con la poesia. Prima pensavo che scrivere versi fosse l’unico strumento per tagliare la realtà. Oggi penso al contrario che è la realtà che formula poesia. Ritengo che la mia rivincita più grande sia Yelenia, la figlia della mia prima moglie scomparsa da tempo…
Perché una rivincita?
Lei mi ha spinto al cambiamento. Oggi ha 37 anni è sposata e mi ha regalato la gioia di esser nonno. Una rivincita perché non sono mai stato suo padre davvero. Quando è nata ero già latitante. Mi ha sempre visto al di là di un vetro in carcere quando mia madre la portava ai colloqui. Aveva sempre la testa bassa e io nel mio delirio pensavo che fosse una forma di rispetto per me. In realtà nei suoi occhi c’era la rabbia perché non mi interessavo a lei. Ho rischiato di farla diventare autistica. Non parlava più con nessuno. Soffriva terribilmente. A scuola l’additavano come la figlia del boia delle carceri, il killer senza scrupoli…
Quanto le pesano ancora questi epiteti?
Dieci anni fa mi facevano ancora male. Oggi non più. Purtroppo c’è anche tra i credenti la tendenza a giudicare chiunque senza nemmeno sapere il vissuto delle persone. Oltre il pregiudizio c’è sempre un uomo con la sua dignità. Continuo a lavorare su me stesso. Non in modo esigente. Di più: sono feroce.
Da “grande” nel male al proposito di esser grande nel bene, come l’Innominato di Manzoni…
Un altro mio cruccio è aver investito ogni mia energia nel male. “Pensa se l’avessi fatto nel bene, mi dicono tanti, chissà dove saresti arrivato”… Ma la verità è che mi corrode e mi spinge il rimorso del male fatto agli altri.
C’è ancora qualcuno che ha timore di accostarsi a lei?
Penso di no. Faccio tanti incontri e conferenze, parlo anche ai bambini. Non mi tiro indietro, sapendo che è un privilegio ma anche una grande responsabilità. Io non sono un maestro. Una volta andai a parlare ai ragazzi di una parrocchia. Finito l’incontro, mentre stavo andando via, una ragazzina corse verso di me, mi mise tra le mani un biglietto e scappò via subito. C’era scritto: “Ciao, sono Eva. Io non so se gli uomini ti hanno perdonato. Ma sono sicura che Dio ti ha perdonato”. Io quel biglietto ce l’ho ancora.
da Baltazzar | Mar 16, 2011 | Chiesa, Cultura e Società, Testimonianze
Ravasi: «Oggi, invece, prevale il “vivendo, e quasi vivendo”»
di Mariaelena Finessi
ROMA, martedì, 15 marzo 2011 (ZENIT.org). – «Ormai non ci interroghiamo più, anzi, in un’epoca in cui nessuno fa l’esame di coscienza, nemmeno ci accorgiamo più dov’è il male». Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, chiamato a commentare il tema della “Tentazione”, si ispira per la sua meditazione all’opera di Thomas Stearns Eliot “Assassinio nella Cattedrale”.
A precedere la riflessione del cardinale, nella Chiesa del Gesù a Roma lo scorso 11 marzo, la lettura di una riduzione del dramma in cui Ravasi scorge una similitudine con l’attualità. Quindi cita il “Faust” di Goethe: «Abbiamo perso il grande Maligno e ci sono rimasti tutti i piccoli mascalzoni».
Scritto nel 1935, all’età di 47 anni, quello del poeta angloamericano è un testo in versi che rievoca il martirio di Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury, ucciso sull’altare nel 1170. In un clima di scisma tra monarchia inglese e Chiesa di Roma, dopo sette anni di esilio in Francia, il prelato torna in Inghilterra per risolvere il dissidio con il re, Enrico II. La situazione politica è però estremamente pericolosa, tanto per lui quanto per i suoi fedeli.
La missione spirituale di Becket s’imbatte negli ostacoli generati dai suoi conflitti interiori, che si materializzano nelle figure di quattro Tentatori. «Il primo – racconta – Ravasi – ricorda all’arcivescovo la sua giovinezza dissoluta e le immagini evocative cui ricorre Eliot sono quelle dei “flauti pei campi, viole nella sala, fiori di melo a galleggiar su l’acqua“, i sussurri nelle stanze, il buio e il vino».
Il secondo Tentatore lo invita a gettare la tonaca e rivestire i panni del Gran Cancelliere, ma Tommaso, che sa che cos’è la forza attrattiva del potere, essendosi inebriato al suo calice, risponde: “Potere temporale? Potere con il Re? Io fui il Re, fui il suo braccio, fui la sua ragione! Ma tutto ciò che già fu esaltazione ora sarebbe un misero declino“.
Falliti i primi due tentativi di farlo cadere, il terzo Tentatore gli suggerisce, anch’egli invano di congiurare contro il re e allearsi con i baroni feudali che «rappresentano il nazionalismo – spiega Ravasi – , l’interesse di casta, il gioco sottile degli interessi, i piccoli tradimenti».
Ben poca cosa sono però le lusinghe del piacere e del potere rispetto alla gloria del martirio, e quindi al fascino dell’immortalità che gli prospetta il quarto: “Che sono il piacere e il governo regale ed il comando, in confronto al dominio universale della supremazia spirituale? Pensa,Tommaso, pensa alla gloria che vien dopo la morte. Se morto è il Re, v’è un altro Re e un altro Regno. Ma il Santo e il Martire regnano dalla tomba…“.
Becket, tenace, respinge anche quest’ultima tentazione che è, si, “il tradimento più grande“. E il giorno di Natale, durante la predica, spiega al popolo il senso del martirio cristiano, che “non è un caso, né mai disegno è d’uomo…Vero martire è quel che non desidera più nulla per sé, neppur la gloria del martirio: è quello che strumento è divenuto di Dio, che nella volontà di Dio, nella sottomissione a Dio soltanto, ha trovato la vera libertà“.
La vera tentazione allora è questa: “Compiere l’azione giusta ma per la ragione sbagliata“.
Così, quando s’avvicinano alla cattedrale i quattro cavalieri inviati dal re, intimando a Tommaso di revocare la scomunica sui vescovi che hanno incoronato Enrico, l’arcivescovo non arretra dalla sua scelta, che è ormai compiuta, e neppure fugge.
È in gioco, qui, la coscienza e la coerenza, chiarisce il cardinale Ravasi, eternamente in tentazione e ben espressa dai sacerdoti quando urlano “Chiudete le porte! Sprangatele tutte…Siam salvi, siam salvi!…Non possono irrompere…non ne hanno la forza“. «Intendono dire, cioè, che sono salvi nel loro spazio protetto – chiarisce il porporato –, dove non vogliono che la grande prova entri».
Tommaso ordina di aprire le porte, di lasciare entrare i sicari: “Io do la mia vita per la legge di Dio, superiore a quella dell’uomo“. Becket dà la vita non per la gloria ma per coerenza alla sua coscienza: è il momento della manifestazione della grande dignità, della fede che non accetta compromessi.
Per la sua meditazione, il cardinale Ravasi attinge a “I quattro quartetti”, altra opera di Eliot, Premio Nobel per la Letteratura nel 1948. Dal testo, che celebra l’ingresso nell’eternità, traspare una grande tensione ideale e politica.
Qui il drammaturgo individua, con lirica sublime, il punto d’intersezione tra il “time” e il “timeless“, tra il tempo e il senza tempo. «Si tratta di un’occupazione da santo, scrive Eliot, che poi si corregge, chiarendo che non è tanto un’occupazione quanto invece qualcosa che è “given” e “taken“, dato e ricevuto», ricorda Ravasi.
E quando si riceve questo dono dell’eternità? Quando si afferra l’attimo della intersezione? Durante la vita, è la risposta. Anzi, sottolinea Ravasi, «in un morire d’amore durante il tempo della vita» (“In a lifetime’s death in love, Ardour and selflessness and self-surrender“). Con la negazione e il totale abbandono di se.
Concludendo, nel capolavoro di Eliot «emerge con evidenza il parallelismo creato dal poeta tra la vicenda di Becket e la passione di Cristo, dalle tentazioni del demonio al sacrificio necessario per il riscatto dell’umanità. E allora, come oggi, le donne incarnano l’orizzonte in cui ci troviamo», sottolinea il cardinale.
«Noi non viviamo in un tempo di grandi tragedie, viviamo invece in un tempo di modeste intelligenze e ancor più meschini comportamenti in quel “vivendo, e quasi vivendo” che è il tipico atteggiamento della persona banale». Quel galleggiare, senza scendere nelle profondità dell’esistenza.
Nella poesia del 1925, “Uomini vuoti”, Eliot scriveva che è questo ormai il modo in cui finisce il mondo, non con uno schianto, un “bang”, ma con un piagnucolio (“This is the way the world ends. Not with a bang but a whimper“).
Nei Cori de “La Rocca”, altro grande lavoro letterario, Eliot commenta con una lucida sequenza ternaria: “Dov’è la sapienza che abbiamo perso con le nozioni? Dov’è la vita che abbiamo perso vivendo?“. «Letteralmente – conclude Ravasi – dov’è la Vita (con la maiuscola, ndr), che abbiamo perso con questa vita (minuscola, ndr)»?
da Baltazzar | Mar 15, 2011 | Chiesa, Segni dei tempi, Testimonianze
di Nastia Filippi da La bussola quotidiana
Un miracolo sta avvenendo nella Spagna laicista di Zapatero. Un fenomeno che nella Chiesa spagnola non si vedeva dal XVI secolo, dai tempi di Santa Teresa d’Avila, e in quella mondiale almeno da Madre Teresa di Calcutta. Ma la storia è sempre pronta a fare il bis, anche nella Chiesa. E quanto accadde con benedettini o cistercensi, clarisse o carmelitani, può ripetersi oggi: che qualcuno faccia rifiorire le vocazioni religiose. Un vero tsunami spirituale che si è scatenato dalle parti di Burgos, la cabeza de Castilla per cinque secoli capitale del regno, dove dozzine di ragazze fanno la fila per entrare nei conventi di Lerma e di La Aguilera. Molte sono laureate, in legge, economia, fisica, chimica, ingegneria, architettura, medicina, farmacia, biologia, pedagogia. C’è chi faceva la fotografa, chi studiava aeronautica e persino chi faceva la modella. Molte provengono dai movimenti laicali più cari a Wojtyla e a Ratzinger. Ad affascinarle è il carisma di una giovane badessa dagli occhi verdi e dalla parola che infiamma. La donna che sta inondando con un’alluvione di vocazioni la siccità spirituale iberica si chiama suor Verónica Maria, al secolo María José Berzosa Martinez, ha solo 45 anni e in lei c’è chi già vede la Teresa d’Avila del XXI secolo: anche la grande mistica cinquecentesca era un’appassionata riformatrice nata in terra di Castiglia…
Le Hermanas de Iesu Communio, la nuova congregazione che sor Verónica ha fondato rinnovando il carisma francescano delle clarisse, si sono presentate in società a Burgos sabato 12 febbraio, con una celebrazione di ringraziamento nella bellissima cattedrale gotica di Santa Maria, stipata di tremila burgalés in fibrillazione: nessuno pareva avvertire il gelo che d’inverno prende possesso della Seo, il tempio gotico voluto nel 1221 dal re Fernando il Santo. E nessuno, per una volta, prestava attenzione al muro su cui è appeso il leggendario cofre del Cíd Campeador, il leggendario forziere del malinconico protagonista del Cantare del mio Cíd, l’eroe nazionale medievale le cui spoglie sono qui dal 1921. A fianco dell’arcivescovo locale Gíl Hellín, che presiedeva, c’erano il nunzio pontificio Renzo Fratini, l’arcivescovo di Madrid e presidente dei vescovi spagnoli Rouco Varela, e Raúl Berzosa, neovescovo di Ciudad Rodrigo nonché il maggiore dei quattro fratelli di suor Verónica. Finora sulla comunità di Lerma-La Aguilera era stato osservato un silenzio encomiabile. Il 4 dicembre, però, Hellín ha comunicato a suor Verónica che Benedetto XVI aveva accolto la richiesta che la sua comunità di clarisse si trasformasse in un nuovo istituto di diritto pontificio (l’approvazione ufficiale porta la data dell’8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione). Così, il 12 febbraio, 186 monache (novizie, postulanti, professe temporanee e perpetue) sono uscite dal chiostro della Catedral formando una lunga colonna nella navata centrale. Giovanissime per la maggior parete, portavano un abito in tela vaquera (cioè tela di jeans) e una cappa blu, mentre erano azzurri il cordone alla cintura e, per le professe, anche il velo. Tutte si sono inginocchiate a una a una davanti all’arcivescovo, che poneva loro le tre domande di rito (atto solo simbolico, perché la professione già era stata fatta all’atto di diventare clarisse). Poi suor Verónica ha infilato al dito di ciascuna un anello bianco (simbolo della vittoria di Gesù risorto) sul quale erano incise le parole “Iesu Communio”, prima di abbracciarla con tenerezza materna e riservarle una carezza al viso o un bacio sulla guancia.
Vibranti le parole con cui suor Verónica ha iniziato la sua orazione: “Mi appassiona essere cristiana e appartenere a questa Chiesa. E mi appassiona vivere”. La superiora del nuovo Istituto ha spiegato che, quando s’è prostrata davanti all’altare, “in quel momento ho visto che questo era il posto mio. Sono stata cosciente del momento che viviamo e della nostra responsabilità”. E ammesso di avere “lo spavento in corpo” ma anche “molta gioia”. L’arcivescovo Gil Hellin nell’omelia le ha fatto eco: “Le vocazioni che stanno arrivando ci riempiono di allegria”.
Dicono che a suor Verónica i giornalisti facciano venire l’orticaria. Di sicuro, li ha sempre evitati, anche dopo la cerimonia in cattedrale. L’unica intervista vera la rilasciò il 14 maggio 2005, per l’ordinazione episcopale di suo fratello Raúl, a un noto giornalista cattolico, Javier Moran de La Nueva España. “Sono la donna più felice della terra. Gesù Cristo è stato il mio respiro, la mia vita, il mio palpitare, il mio sentire”, proclamò Verónica al giornalista, impressionato da questa “bella donna, dai grandi occhi verdi, che pare abitare in un’altra dimensione, mistica, come se ricevesse un’ispirazione superiore e rispondesse a una grande presenza nella sua vita”.
Più disponibile con i media è il prediletto fratello vescovo Raúl, spesso interpellato per sapere qualcosa della sorella. La premessa di solito è: “Per rispettare il suo silenzio devo rispondere con il mio”. Poi però qualcosa rivela: per esempio, che da ragazza Mayse (così la chiamavano i quattro fratelli maggiori) era un tipetto irrequieto e volubile, tanto che, quando lei compì 15 anni, Raúl, già seminarista, le regalò una farfalla di tela comprata dai cinesi, su cui aveva scritto: “Mayse, non essere come le farfalle, che hanno belle ali ma non mettono mai radici in nessun posto”. Lei continuò a fare teatro, a giocare a basket e a uscire con i ragazzi, però lo prese sul serio, come ha raccontato nel libro semi autobiografico Chiara ieri e oggi: “Qualcosa dentro di me mi spingeva a cercare senza sosta. Vedendo come la gente distruggeva la sua vita, desideravo trovar qualcosa che non si esaurisse, che fosse eterno”.
Raúl fu ordinato sacerdote nel novembre 1982 da Giovanni Paolo II, durante la visita papale a Valencia. Al ritorno, stremato, Raúl si addormentò sulla spalla della sorella: “Lei mi toccava i capelli e diceva: guarda, Signore, adesso che mio fratello è consacrato dammi un po’ del suo spirito. E mi toccava i capelli e si passava le mani sui suoi perché lo Spirito si infondesse in lei”. In 15 giorni, così, la ragazza decise: voleva farsi monja. Mayse, a differenza di Teresa d’Avila, non dovette fuggire di casa, però nella sua cattolicissima famiglia, ad Aranda del Duero, tutti erano scettici. Invece il 22 gennaio 1984, la ragazza smetteva di studiare medicina ed entrava come novizia fra le clarisse del monastero dell’Ascensione, a Lerma, cittadina di 2.500 abitanti vicino a Burgos: aveva 18 anni e da ora si sarebbe chiamata suor Verónica Maria. “Nessuno mi capiva”, ha scritto nel suo libro, “scommettevano che non sarebbe durata. Non sapevano dell’uragano che mi trascinava”. Suor Verónica in convento è rimasta (“Qui mi sento libera”, ha detto), e anzi, l’ha trasformato totalmente, a partire da quando, nel 1994, a soli 28 anni, le fu affidato l’incarico di maestra delle novizie. Nasceva così quello che è stato chiamato “el milagro de Lerma”: il numero delle vocazioni iniziò a crescere in modo impressionante. All’epoca del suo ingresso, Mayse nel vecchio convento fondato nel 1604 aveva trovato 23 monache, da 23 anni non entrava alcuna novizia e la più giovane di anni ne aveva 40. Nel 2000, le suore erano già in 50. E poi, 72 nel 2002, 92 nel 2004, 105 nel 2005, 134 nel 2009. Con l’età media scesa a 35 anni!
Nel piccolo monastero di Lerma, pensato per 32 suore al massimo, però non c’era posto per tutte. Né poteva bastare tirar su in sacrestia delle mini-celle prefabbricate. Il cardinal Rouco ebbe un’idea esagerata: un monastero modernissimo, progettato vicino a Madrid niente meno che dall’archistar Santiago Calatrava. I maligni insinuano che il convento europeo con il maggior numero di vocazioni farebbe gola a qualunque vescovo. Ma, comunque fosse, il progetto si scontrò contro due ostacoli insormontabili: il costo (12 milioni di euro), e l’opposizione di suor Verónica, che a spostarsi non ci pensava nemmeno. La soluzione la trovò la settantenne badessa suor Blanca Mateos: un enorme, fatiscente convento abitato solo da quattro frati a La Aguilera, a 40 chilometri da Lerma, presso il santuario e la tomba di san Pedro Regalado, grande asceta quattrocentesco e protettore dei toreri. La dinamica suor Blanca cionvinse i francescani a cederlo alle suore, mentre un potente manager-benefattore e un paio di fondazioni bancarie hanno finanziato i restauri. Così il 9 giugno 2009 cento suore si spostavano nelle cento celle nuove di zecca (dieci metri quadri ciascuna) di un convento modello, moderno, luminoso, illuminato da pannelli solari. Con tanto di attrezzato laboratorio di pasticceria da cui escono apprezzatissime pasteles y bombones. Senza grate divisorie, ma con una sorta di anfiteatro per 500 persone, dove nei weekend le suore accolgono i visitatori, cantando e ballando con loro. Da soli tre mesi (dal marzo 2009) il capitolo aveva eletto al primo turno di voto suor Verónica come nuova badessa. Con un problema: due sedi e un’unica superiora per una stessa comunità contemplativa claustrale non s’erano mai viste. Ma il Vaticano di fronte a tanta grazia non era il caso di sottilizzare: il Vaticano ha concesso, inizialmente per tre anni, la facoltà speciale di costituire un solo monastero, “dell’Ascensione del Signore”, con due case, un unico governo, un solo noviziato e un Capitolo comune. Una situazione unica al mondo, sancita già da una lettera inviata il 27 giugno 2009 alla madre abadesa dal cardinal Franc Rodé, il prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata. Del resto, la benevolenza con cui il Papa guarda a questa eccezionale esperienza si riscontra anche nel fatto che, per dare inizio alla fase delle due sedi staccate, a predicare gli esercizi spirituali alle hermanas della comunità fu inviato il predicatore pontificio Raniero Cantalamessa. Che, fra l’altro, ne “approfittò” per registrare un breve servizio televisivo (andato in onda su Raiuno e cliccatissimo su Youtube), impressionante per la gioia di vivere comunicata dalle giovani veroniquesas: più che in clausura, sembra di trovarsi alle Giornate mondiali della gioventù o a un raduno di giovani di Taizè. O di kikos, i neocatecumenali dalle cui famiglie arrivano parecchie ragazze. Proprio in questo modo frizzante di vivere la spiritualità monastica sta la novità di Iesu Communio, che hanno ottenuto di passare dalla restrittiva “clausura papale” a una “clausura secondo le costituzioni dell’ordine”, che permette di sviluppare opere caritative e apostoliche. Ogni grande riforma monastica del resto ha sempre comportato un rinnovamento, pur nella fedeltà alla Chiesa. Giovanni Paolo II lo intuiva, quando nel 1982 esortò le suore del Carmelo di Avila: “Lasciate che i vostri monasteri si aprano a quelli che hanno sete. I vostri monasteri sono comunità di preghiera e potranno essere anche centri di accoglienza, soprattutto per giovani (…). Voi potrete dare la risposta evangelizzatrice ai giovani del nostro tempo”.
Se quella di Wojtyla era una provocazione, suor Verónica l’ha colta alla lettera. I suoi due conventi traboccano di allegria, affetto reciproco, fraternità reale. Oltre a lavorare e studiare, le suore pregano, ballano, recitano, giocano, scherzano, cantano (hanno anche inciso un cd con le loro canzoni originali, dal titolo Soy de Cristo), e accolgono i visitatori senza smettere mai di sorridere. Così Lerma e Las Aguilera oggi sono centri di spiritualità viva, contemporanea ma pienamente ortodossa, sviluppatisi secondo lo slogan “Todo por Cristo y para Cristo”. Ogni weekend vi arrivano, come ha raccontato la stessa suor Verónica, “due o trecento giovani, senza essere stati chiamati. Chiedono di venire, arrivano in autobus. Ci fanno domande sulla fede, su Dio”. A tutti, suor Verónica cerca di comunicare quanto capì il giorno della Prima comunione, quando il suo confessore le disse: “Se vuoi essere felice per un giorno, metti un paio di scarpe nuove. Per una settimana, ammazza un maiale. Per tutta la vita, monaca di clausura”. Questa coscienza, la madre badessa l’ha messa al servizio degli altri. Monsignor Raúl Berzosa ha spiegato che la sorella ha una grande capacità di discernimento, di conoscere le persone: “Ha un dono speciale per conoscere in profondità le persone con cui parla, nel positivo e nel negativo. Ed è altrettanto portata alla direzione spirituale, ma nonostante ciò vive nell’austerità e nel sacrificio: è una donna libera con un enorme istinto materno che ha indirizzato verso la maternità spirituale, perché generare una persona alla fede è tanto importante come darla alla luce fisicamente”. E un altro fratello, Jesus, medico, è convinto che Mayse sarebbe riuscita in qualunque cosa cui si fosse dedicata, perché “è intelligente, sensibile, ottimista, ha le idee molto chiare, un’enorme costanza, un gran temperamento, un genio che scatta quando occorre, forza interiore e voglia di vivere, ed è anche una esecutrice nata”.
Un fenomeno del genere, insomma, nella Chiesa non si vedeva da secoli. Chissà: se nell’alto Medioevo l’Europa fu salvata dai monaci benedettini, forse saranno le suore di clausura di Iesu Communio a salvare il mondo contemporaneo dalla nuova barbarie, a rispondere al bisogno di una nuova evangelizzazione. Sarà il tempo a dirlo. E a decidere se un giorno si parlerà della loro fondatrice come della Teresa d’Avila del XXI secolo.
da Baltazzar | Mar 15, 2011 | Chiesa sofferente, Testimonianze
Intervista al Vescovo di Jasikan
JASIKAN (Ghana), lunedì, 14 marzo 2011 (ZENIT.org).- La Chiesa in Ghana si trova a fronteggiare diversi problemi: corruzione a tutti i livelli della società, conflitti continui sui diritti delle donne e altre questioni. Ma il Vescovo di Jasikan dice che la sua Chiesa locale ha due qualità da offrire: resistenza e gioia.
“Siamo capaci di ridere, siamo capaci di ballare, siamo capaci di cantare”, dice monsignor Gabriel Akwasi Abiabo Mante. “Non neghiamo l’esistenza di situazioni negative, ma mentre cantiamo, balliamo e ridiamo pensiamo sempre alle soluzioni da dare ai nostri problemi”.
Il Vescovo, 63 anni, nativo del Ghana, ne ha parlato in un’intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre.
I missionari affermano che l’Africa deve essere evangelizzata dagli africani. Da questo punto di vista, quanto è preparata la Chiesa in Ghana?
Monsignor Mante: Credo che, a tal riguardo, la Chiesa in Ghana abbia fatto molti passi avanti. La gerarchia ghanese, i vescovi, i maggiori esponenti della Chiesa, sono ghanesi e la maggior parte dei sacerdoti – almeno l’80% – è formata da ghanesi. Questo non significa che non abbiamo bisogno di missionari in Ghana. Ne abbiamo ancora bisogno; anzi rivolgo ad essi un invito, perché la mia diocesi è giovane.
Questi missionari hanno influenzato le vostre vocazioni?
Monsignor Mante: Sì, ci hanno ispirato molto, nel modo in cui svolgevano il loro lavoro. Con zelo, concentrazione e determinazione, e con grande vicinanza alla nostra gente. In una tipica visita a un villaggio andavano porta a porta ad incontrare la gente. Il loro lavoro è stato di ispirazione, anche in termini di sacrificio. Anche in quegli stessi giorni, hanno lasciato le loro case e sono venuti da così lontano per dormire nelle nostre sacrestie, in capanne con il tetto di paglia. È stato di grande ispirazione. La maggior parte di loro mangiava il nostro cibo, si identificava con noi. La loro vita di preghiera ci ha ispirato molto.
Ricordo in quei giorni, prima di andare a Messa, che il parroco era solito pregare il breviario intorno alla chiesa o recitare il rosario. Tutte queste cose hanno ispirato molti di noi e hanno contribuito alla nostra decisione di bambini, di voler diventare sacerdoti. Io ho iniziato a frequentare la Chiesa perché mio fratello era catechista e mi aveva insegnato molto presto a condurre le funzioni di preghiera quando lui non c’era e quando non c’era il sacerdote. Credo che anche questo abbia contribuito alla mia vocazione.
Ci racconta dei suoi genitori? Erano cattolici?
Monsignor Mante: Mia madre è stata la prima ad essere stata battezzata e poi anche mio padre, che è morto quando ero ancora bambino e quindi non ho potuto conoscerlo realmente. Perciò, per quanto riguarda la fede cattolica nella nostra famiglia, è un qualcosa che abbiamo ricevuto da nostra madre. Lei è stata battezzata per prima, ci ha cresciuti, ma mai forzati ad andare in chiesa. Ma in qualche modo ci ha invogliati ad andare. Oggi siamo alla quarta generazione che mantiene la fede ricevuta da lei.
Vorrei parlare delle religioni africane tradizionali. Alcune di queste sono valorizzate nella Chiesa cattolica?
Monsignor Mante: Direi piuttosto che esse sono depositarie di alcuni valori, come per esempio il rispetto dei genitori, degli anziani, dell’autorità, il valore del lavoro duro, l’umiltà e altre cose, e devo dire anche una qualche forma di timore di Dio. Sì, le religioni tradizionali hanno questi valori e continuano ad averli, ma la grande differenza è che li mantengono più per paura della punizione da parte degli spiriti, che per amore a Dio, che è invece ciò che ispira questi valori nelle Chiese cattoliche e in quelle cristiane. Questa è la grande differenza.
La Chiesa cattolica ha incorporato alcune di queste tradizioni?
Monsignor Mante: Sì, la tradizione più evidente, che devo dire non è esclusiva della cultura del Ghana, ma è propria dell’intero continente, è il modo in cui rendiamo culto. Siamo molto estroversi nel nostro modo di rendere culto e di esprimerci. Abbiamo una ricca gestualità, canti, balli, ma ci sono anche momenti in cui osserviamo il silenzio. Questo è uno degli aspetti che più sono stati incorporati. L’altro è l’uso della lingua locale. Molti apprezzano la possibilità di godere della liturgia avendo la possibilità di cantare e pregare nella propria lingua.
Qual è la posizione della donna nella società di oggi? Ha accesso all’istruzione?
Monsignor Mante: La situazione è completamente cambiata negli ultimi 30 anni. Molte più ragazze vanno a scuola oggi, rispetto a prima. Le donne hanno raggiunto i più alti livelli della scala sociale. Molti studenti nelle università e in altre istituzioni di istruzione superiore sono donne. Devo dire che, in un certo senso, il Ghana si pone nuovamente come battistrada nell’elevazione dell’immagine della donna. Il presidente della Corte suprema è una donna. Anche il presidente del Parlamento è una donna. Abbiamo una Commissione per i diritti umani e anche chi amministra la giustizia è una donna. Abbiamo avuto un nuovo governo nel 2009 e il presidente ha nominato circa 10 donne nel ruolo di ministro. Tuttavia, la situazione della donna nelle zone rurali è ancora difficile.
In che senso?
Monsignor Mante: Esse portano il peso maggiore nel mandare avanti la casa. Sono le prime a svegliarsi la mattina – solitamente verso le 4 del mattino – e le ultime ad andare a dormire, verso le 9 di sera. Cucinano, certamente con l’aiuto dei figli. Fanno il bucato e gli altri compiti domestici. La produzione alimentare è completamente nelle mani delle donne. Gli uomini sono coinvolti solo nelle colture destinate alla vendita come il cocco e altre, ma ogni cosa che riguarda la produzione di cibo è appannaggio delle donne.
Che problemi presentano queste donne quando va a visitarle?
Monsignor Mante: Talvolta, quando si verificano incomprensioni in casa e non riescono a risolverle all’interno della famiglia, le donne vengono da me. Alcune si lamentano dei problemi del marito: che non le aiuta; che non si prende la sua parte di responsabilità. Questi sono alcuni dei problemi che trovo e che stiamo cercando di contenere. Abbiamo le associazioni cattoliche per le donne che portano avanti diversi programmi. Forniamo loro le capacità necessarie per affrontare queste situazioni. Abbiamo quelli che chiamiamo Progetti per la donna e lo sviluppo, a disposizione delle donne, attraverso i quali invitiamo dei consulenti affinché le aiutino non solo nei problemi di vita, ma anche nelle imprese di produzione.
In passato, lei si è scagliato contro la corruzione. È ancora molto diffusa?
Monsignor Mante: Non credo che vi sia stato alcun cambiamento significativo da quando abbiamo emanato la nostra forte dichiarazione contro la corruzione nel 1998. È molto diffusa, ad ogni livello della società. E alcuni metodi sono stati “limati”. Sono diventati sofisticati, tanto che ci vogliono occhi esperti – e noi in particolare abbiamo bisogno di persone che testimonino e ci informino – per vedere gli episodi di corruzione. Non lo nego: la corruzione è ancora un grande elemento con cui dover fare i conti nella società ghanese. È sempre lì. Non è stata ridotta. Se è cambiata, lo è nel senso che ha assunto caratteristiche diverse riguardo ai metodi e ai canali d’azione e si è radicata ancora più in profondità.
Cosa può fare la Chiesa cattolica?
Monsignor Mante: Dieci anni fa abbiamo composto una preghiera, in una Chiesa cattolica, contro la frode e la corruzione in Ghana e l’abbiamo promossa nella Chiesa. Mi dispiace dover dire che questa preghiera non è stata mantenuta, se non in pochi posti. Oltre a questo, non credo che noi come Chiesa abbiamo adottato misure concrete e definite per contrastare la corruzione. Ne continuiamo a parlare. La condanniamo. Ma in termini di azione concreta credo che si stia facendo molto poco o nulla da parte della Chiesa. Mi prendo la responsabilità di quanto ho dichiarato e sono pronto a difenderla.
Cosa può dare la Chiesa cattolica in Ghana alla Chiesa cattolica universale?
Monsignor Mante: Abbiamo il nostro senso di resistenza da offrire alla Chiesa cattolica universale. Non che siamo stati perseguitati nel passato, ma il Ghana nel suo insieme ha attraversato momenti molto difficili e in tutti quei momenti la Chiesa è sempre stata al fianco del popolo ghanese, senza compromessi.
Credo che questo sia uno dei contributi che può dare alla Chiesa. Oltre a questo, forse la nostra gioia. In tutta la costa occidentale dell’Africa, il Ghana non sta attraversando alcun grave conflitto civile, che divide e pone gli uni contro gli altri come in Liberia o Sierra Leone. È uno dei pochi Paesi. Abbiamo avuto situazioni simili a quelle in Liberia o Sierra Leone che avrebbero potuto degenerare in guerre civili, ma credo che i ghanesi, come ho sempre sostenuto, sanno lottare con le parole piuttosto che con le armi.
Quindi credo che possiamo contribuire con il nostro senso di resistenza di fronte a situazioni gravi, reali, provocatorie, conflittuali, ma allo stesso tempo con la capacità di ridere, di ballare, di cantare. Non che neghiamo l’esistenza delle situazioni negative, ma mentre cantiamo, balliamo e ridiamo, pensiamo sempre alle soluzioni da dare ai nostri problemi.
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Questa intervista è stata condotta da Marie-Pauline Meyer per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.
Where God Weeps: www.WhereGodWeeps.org
Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org