Galileo non è stato in carcere, né è morto sul rogo

Intervista al sottosegretario del Pontificio Consiglio per la cultura

di Carmen Elena Villa

ROMA, martedì, 9 giugno 2009 (ZENIT.org).- L’Organizzazione  delle Nazioni Unite ha dichiarato l’anno 2009 come Anno dell’astronomia, in occasione della commemorazione del quarto centenario della nascita del telescopio.

Perché alcuni dicasteri della Chiesa e alcune istituzioni religiose si uniscono alle celebrazioni dell’Anno dell’astronomia proposto dalle Nazioni Unite?

La pubblica opinione in generale manifesta una sorta di “allergia istintiva” ogni volta che si parla del caso della condanna della Chiesa a Galileo Galilei. Viene visto come un “santo laico”, come un “martire della scienza” e la Chiesa come la “grande inquisitrice” di questo genio dell’astronomia.

Il caso di Galileo è citato anche nel libro “Angeli e Demoni” di Dan Brown, il cui film è stato lanciato in tutto il mondo lo scorso 13 maggio.

ZENIT ha parlato con monsignor Melchor Sánchez de Toca, sottosegretario del Pontificio Consiglio della Cultura e coautore del libro “Galileo e il Vaticano”, su quei miti storici e sulle verità storiche del processo che la Chiesa ha svolto su questo controverso personaggio.

Parliamo un po’ delle leggende nere di Galileo…

Monsignor Sánchez de Toca: Lo scorso 9 maggio stavo dando una conferenza su Galileo a Toledo, in Spagna, ad un pubblico formato principalmente da seminaristi e ricercatori cattolici, ed ho esordito dicendo che molti si sorprendono di scoprire che Galileo non è stato bruciato sul rogo né è stato torturato o messo in prigione. Alla fine della conferenza uno dei partecipanti mi ha detto: “io sono uno di loro, io ho sempre pensato che Galileo fosse morto sul rogo”.

La cosa curiosa è che in realtà nessuno gliel’ha detto, né probabilmente l’ha letto da qualche parte. Semplicemente se lo immaginava. Questo dimostra la grande forza di questo mito che è stato costruito intorno a Galileo. Un mito in cui, diceva Giovanni Paolo II, la verità storica è molto lontana dall’immagine che è stata creata successivamente su Galileo. Tutti sono convinti che Galileo è stato maltrattato, condannato, torturato, dichiarato eretico, ma non è così.

Per fare un esempio molto recente, il libro di Dan Brown “Angeli e Demoni” contiene un breve dialogo in cui presenta Galileo come membro della setta degli Illuminati, con una serie di errori storici grossolani accanto ad altre cose che sono corrette.

Possiamo parlare di questi errori storici di “Angeli e Demoni” sul tema di Galileo?

Monsignor Sánchez de Toca: In realtà il libro riflette stereotipi molto diffusi. Il problema di fondo di questo libro è che mescola idee filosofiche ed elementi scientifici. La trama presenta il professore e sacerdote Leonardo Vetra che viene assassinato da una setta poiché ha scoperto il modo per rendere compatibili la fede e la religione. Inoltre, si afferma che la fisica è il vero cammino verso Dio. Il professore sarebbe infatti riuscito, in laboratorio, a creare la materia dal nulla. Questo è concettualmente un assurdo perché fisicamente dal nulla non esce fuori nulla. Si può creare la materia partendo dal vuoto, ma il vuoto non è il nulla. Il vuoto “è”, mentre il nulla “non è”. È un principio filosofico elementare.

Secondo questa tesi, la fisica rappresenta un cammino migliore e più sicuro per arrivare a Dio. Poi, riguardo in particolare Galileo, si ripropone lo stereotipo secondo cui Galileo fu condannato per aver dimostrato il movimento della terra. Non è così. Galileo non ha dimostrato questo. Anzi è proprio questo l’elemento che gli mancava nella sua argomentazione.

Galileo diceva, e in questo erano d’accordo anche i suoi accusatori, che non può esserci contraddizione tra il libro della Bibbia e il libro della natura, perché l’uno e l’altro procedono dallo stesso autore. La Bibbia, ispirata da Dio, e la natura ossequiosissima esecutrice dei suoi ordini. Se entrambi hanno lo stesso autore, non può esserci contraddizione. Quando sorge un’apparente contraddizione significa che stiamo leggendo male uno dei due libri. Al riguardo Galileo afferma: “È più facile che siamo noi ad equivocarci nel leggere il libro della Bibbia perché il senso delle parole della Bibbia a volte è recondito e occorre lavorare per tirarlo fuori, che sbagliare a leggere il libro della natura perché la natura non si sbaglia”.

Una verità naturale, scientificamente dimostrata, ha una forza maggiore dell’interpretazione che io do del libro della Bibbia. Per questo, dice lui, in presenza di una verità scientifica dimostrata, dovrò correggere il modo di interpretare la Bibbia. La Bibbia non si sbaglia, sono quelli che la interpretano che si sbagliano. Un criterio chiarissimo, condiviso dai suoi giudici e dal mondo intero.

D’altra parte, ciò che diceva il Concilio di Trento è che nella lettura della Bibbia bisognava seguire l’interpretazione letterale e il consenso unanime dei suoi padri, a meno che ci fosse una verità dimostrata che ci permettesse di dare una lettura spirituale o allegorica. Il criterio era molto chiaro: ciò che è avvenuto è che Galileo pensò di essere lì lì per dimostrare il movimento della Terra. Ma una cosa è esserne convinto, un’altra è dimostrare che la Terra si muove. E Galileo non ha mai dimostrato che la Terra si muovesse. Era convinto di questo, e oggi sappiamo che aveva ragione, ma i suoi giudici gli dicevano di non capire perché dovessero cambiare il modo di interpretare la Bibbia, senza una prova definitiva e quando il sentire comune affermava il contrario. I giudici adottarono una posizione prudente. Ma Galileo andò oltre. Quale fu l’errore dei giudici di Galileo? Si sarebbero dovuti astenere dalla condanna.

Come si svolse in realtà il processo a Galileo?

Monsignor Sanchez de Toca: In sostanza Galileo fu processato nel 1633 per aver violato una disposizione del 1616. Tale disposizione, a cui Galileo non si attenne, gli vietava di insegnare la teoria copernicana, ovvero la dottrina secondo cui il Sole si trova al centro e la Terra gli ruota attorno.

Galileo pensò che il divieto non fosse così rigido, soprattutto dopo l’elezione di Papa Urbano VIII, e pubblicò un libro nel quale, sotto l’apparenza di un dialogo in cui vengono esposte le argomentazioni a favore e contro sia del sistema tolemaico che di quello copernicano, in realtà si celava un’apologia mascherata del sistema copernicano. Ma non fu solo questo, che già era una violazione del divieto che gli era stato imposto. Egli inoltre ottenne in modo fraudolento l’imprimatur, ingannando chi glielo concesse dicendo che era un’esposizione imparziale, mentre non lo era affatto. Per questo motivo fu accusato e quindi sottoposto ad un processo disciplinare.

Galileo non fu mai condannato per eresia, né la teoria copernicana fu dichiarata eretica. Semplicemente fu dichiarata contraria alle Scritture, perché sulla base delle prove allora esistenti non era possibile dimostrare il movimento della Terra. Per questo, dire che la Terra si muoveva sembrava andare contro le Scritture. Molto significativo fu che nel 1616 un gruppo di esperti dichiarò che la dottrina secondo cui la Terra si muoveva attorno al Sole era assurda e questo si comprende perfettamente nel contesto dell’epoca, perché era un assunto che non si poteva dimostrare e, in più, il sentire comune diceva che era il Sole che sorgeva e che tramontava.

Senza una fisica come quella di Newton, senza una prova ottica del movimento della Terra, la cosa sembrava assurda.

Noi siamo cresciuti sin da piccoli vedendo modelli e immagini del sistema solare, ma è un fatto che nessuno ha visto la Terra muoversi attorno al Sole, neanche un astronauta. Abbiamo prove ottiche del movimento della Terra, ma nessuno ha visto la Terra muoversi. Per questo la condanna di Galileo, pur rimanendo esagerata, risponde in realtà ad una logica.

E risponde non soltanto a ciò che pensava la Chiesa ma a ciò che pensava la società in generale…

Monsignor Sánchez de Toca: Naturalmente. La teoria copernicana ha trovato una grane opposizione principalmente nelle università. È stata accettata solo in modo molto graduale e l’opposizione non proveniva solo dalla Chiesa cattolica. Anche le Chiese protestanti si opponevano a Copernico. Ancora nel 1670 l’Università di Upsala, in Svezia, ha condannato uno studente perché aveva difeso le tesi copernicane.

Quali furono gli errori commessi dalla Chiesa nel processo a Galileo e quali furono le conclusioni del lavoro svolto dalla Commissione creata da Giovanni Paolo II nel 1981 per studiare il caso Galileo?

Monsignor Sánchez de Toca: Questo lo ha espresso molto bene il cardinal Poupard nel discorso conclusivo del lavoro di questa Commissione, in cui le sue parole appaiono sottolineate per evidenziare che si tratta della valutazione del cardinale su ciò che avvenne nel passato: “In quella congiuntura storico-culturale – quella di Galileo – molto lontana dalla nostra, i giudici di Galileo, incapaci di distinguere il dato di fede da una cosmologia millenaria, credettero che l’accoglimento della rivoluzione copernicana, che peraltro non era ancora approvata definitivamente, avrebbe potuto rompere la tradizione cattolica e che fosse loro dovere vietarne l’insegnamento. Questo errore soggettivo di giudizio, così chiaro per noi oggi, li ha condotti ad adottare una misura disciplinare a causa della quale Galileo deve aver molto sofferto. È giusto riconoscere questi errori, così come il Santo Padre ha chiesto”.

I giudici di Galileo hanno sbagliato dunque non solo perché oggi noi sappiamo che la Terra si muove. Cosa che a quel tempo non era possibile saperlo. Ma d’altra parte la storia dell’umanità è piena di matti che hanno affermato cose sorprendenti, poi rivelatesi false, e di cui oggi nessuno ricorda il nome. Se Galileo avesse proposto una teoria diversa, oggi nessuno si ricorderebbe di lui. Questo fu il primo errore oggettivo.

Il cardinal Poupard parla anche di un errore soggettivo. Quale fu questo errore? Di credere di dover vietare un insegnamento scientifico per timore delle conseguenze. Pensarono che permettere l’insegnamento di una dottrina scientifica che non era approvata poteva mettere in pericolo l’edificio della fede cattolica e soprattutto della gente più semplice. E credettero che fosse loro dovere vietare questo insegnamento.

Oggi sappiamo che vietare l’insegnamento di una dottrina scientifica è un errore. Non è compito della Chiesa dire se è stata dimostrata scientificamente o meno. Tocca alla scienza. Galileo chiedeva che la Chiesa non condannasse la teoria copernicana, non tanto per timore della propria carriera professionale, quanto perché se si fosse dimostrato in seguito che la Terra ruota intorno al Sole, la Chiesa si sarebbe trovata in una situazione molto difficile e si sarebbe ridicolizzata di fronte ai protestanti e Galileo voleva evitare questo perché era un uomo cattolico sincero. Egli diceva: “Se oggi si condanna come eretica una dottrina scientifica, come è quella secondo cui la Terra si muove attorno al Sole, cosa succederà il giorno in cui la Terra dimostri di muoversi intorno al Sole? Bisognerà dichiarare eretici quindi coloro che sostengono che la Terra sia al centro?”. Questo è ciò che era in gioco, ed è molto più complesso di ciò che solitamente si sente dire.

In cosa consistette il castigo inflitto a Galileo?

Monsignor Sánchez de Toca: Si disse che Galileo si era reso veementemente sospetto di eresia, ma non fu mai dichiarato eretico. Gli fu chiesto di abiurare per dissipare ogni dubbio. Galileo abiurò. Disse che non aveva difeso le teorie copernicane. Venne messo all’indice il suo libro “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” e gli venne imposta una “pena salutare” che consisteva nel recitare una volta a settimana i sette salmi penitenziari, che la figlia si offrì di fare in sua vece, e – questo fu la cosa più umiliante – l’obbligo di inviare una copia della sentenza e dell’abiura a tutte le nunziature d’Europa. Fu condannato agli arresti domiciliari. In sostanza la condanna oggettivamente non fu pesante. Non stette in carcere neanche un momento. Per riguardo alla sua fama, alla sua età e alla considerazione che si aveva di lui, fu sempre trattato con grande venerazione.

Chi ha iniziato a diffondere la leggenda nera secondo cui Galileo fu bruciato sul rogo?

Monsignor Sánchez de Toca: Questa è la cosa strana: nessuno l’ha detto ma tutti ne sono convinti. Probabilmente perché si sovrappongono le immagini di Galileo e di Giordano Bruno. In ogni caso, il mito di Galileo nasce con l’Illuminismo, che fa diventare Galileo una sorta di portabandiera del libero pensiero contro l’oscurantismo della Chiesa, un martire della scienza e del progresso.

Galileo, e questo è ciò che sorprende molti, non solo non è mai stato né bruciato né torturato, ma è stato in realtà un cattolico e un credente per tutta la vita. Non ha il minimo segno di un libero pensatore. Non è stato un cattolico modello, è vero, e vi sono momenti della sua vita poco edificanti, ma in nessun momento egli ha rinnegato la sua appartenenza alla Chiesa. Anzi, sente il dovere di difenderla dal rischio di esposizione al ridicolo di fronte ai protestanti.

Lo dice lui stesso, esagerando come sempre, in una lettera indirizzata ad un nobile francese: “altri possono aver parlato più piamente e più dottamente, ma nessuno è più pieno di zelo per l’onore e la reputazione della Santa Madre Chiesa di ciò che ho scritto io”. Ha un tono esagerato, ma in ogni caso dimostra che ciò è vero.

Aveva due figlie suore?

Monsignor Sánchez de Toca: Ha avuto tre figli, due dei quali femmine. Quando si è trasferito da Padova a Firenze le ha messe in un convento, dovendo chiedere una dispensa perché erano molto giovani. Di una di loro, suor Maria Celeste, si conserva la corrispondenza con il padre, che è veramente ammirevole. Lei era una donna straordinaria, molto intelligente, di una grande perspicacia, una grande scrittrice; esiste un libro che si basa sull’epistolario tra suor Maria e il padre.

Ci parli del suo libro “Galileo e il Vaticano”, la cui edizione italiana è stata pubblicata di recente.

Monsignor Sánchez de Toca: Questa ricerca non è esattamente sul caso Galileo, ma sul modo in cui la Commissione creata da Giovanni Paolo II ha studiato il caso Galileo. Come diceva don Mariano Artigas, il caso Galileo è un culebron (un tormentone) in un senso quasi letterale, che secondo il dizionario indica, oltre che una telenovela lunga e melodrammatica, anche una “storia reale con caratteristiche di un tormentone televisivo, ovvero insolita, strappalacrime, ed estremamente lunga”. La Commissione istituita da Giovanni Paolo II tra il 1981 e 1992 è stata oggetto di forti critiche. Dicono che non sia stata all’altezza delle aspettative di Giovanni Paolo II, che i discorsi conclusivi del cardinale Poupard e del Papa sono stati carenti e molto deboli, che la Chiesa non ha fatto realmente ciò che avrebbe dovuto. Il professor Artigas – l’altro autore del libro, che è morto nel 2006 – ed io abbiamo studiato l’intera documentazione che esiste negli archivi, per vedere esattamente ciò che la Commissione ha fatto e come lo ha lavorato.

La nostra opinione è che alcuni elementi sono mancati sin dall’inizio. Mancavano mezzi, voglia di lavorare, ma nonostante tutto, i risultati sono stati buoni: ha consentito l’apertura degli archivi del Sant’Uffizio e ha dimostrato che in realtà non esistono documenti tenuti nascosti. Sono state pubblicate importanti opere di riferimento e credo che questo abbia permesso alla Chiesa di fare una sorta di esame di coscienza. Rileggere il caso Galileo sotto una luce diversa, senza scoprire cose nuove, perché questo è difficile, e fare in modo che la Chiesa nel suo insieme guardi serenamente al caso Galileo senza rancore e senza timore.

Perché, secondo lei, il caso Galileo irrita tanto l’opinione pubblica, al punto che alcuni professori dell’Università La Sapienza hanno negato l’invito a Papa Benedetto XVI, l’anno scorso, ricordando una citazione su Galielo da lui fatta in un discorso pronunciato proprio a La Sapienza nel 1990?

Monsignor Sánchez de Toca: Perché c’è chi vuole continuare a considerare Galileo una specie di “santo laico”, laico nel senso di anticristiano. Ma in realtà egli è stato un uomo di Chiesa, sebbene con tutte le sue mancanze. Ricordo, che un arcivescovo di Pisa, che era anche astronomo, nel 1922 propose di collocare in Piazza dei Miracoli, la piazza più famosa, quella della Torre di Pisa, una statua dedicata a Galileo. L’amministrazione comunale non lo ha permesso, perché voleva continuare ad avere l’esclusiva sulla figura di Galileo, come se fosse qualcuno che non apparteneva alla Chiesa ma al cosiddetto mondo laico.

Allo stesso modo, ogni volta che da parte della Chiesa qualcuno cita Galileo, si scatena una reazione di “allergia istintiva” in questi contesti pseudoscientifici in cui si dice: “come vi permettete di parlare di Galileo, voi che l’avete bruciato”?

Perché il Pontificio Consiglio della Cultura conserva un’immagine di Galileo nella sua biblioteca?

Monsignor Sánchez de Toca: Proprio perché Galileo è un modello di scienziato credente. Studia il cielo, scopre cose nuove e cerca di integrare le sue nuove conoscenze all’interno della visione cristiana. Si sforza di dimostrare che queste non si pongono in contraddizione con le Scritture, con la Bibbia. Il problema è che l’ha fatto con un entusiasmo così esuberante da suscitare non poca irritazione in altre persone. Senza essere teologo, si era messo in un ambito che era riservato esclusivamente ai teologi. Nell’epoca della Controriforma, che un laico, senza aver svolto studi di teologia, si mettesse ad interpretare la Bibbia per proprio conto, per quanto fosse in sintonia con la Tradizione cattolica, suscitava immediatamente dei sospetti.

Lei ha fatto riferimento alla condotta poco esemplare di Galileo…

Monsignor Sánchez de Toca: Non è un mistero che Galileo non fu esattamente un santo. Alcuni addirittura, incentrandosi sulla sua caratteristica di scienziato credente, arrivano persino a chiederne la beatificazione. Non esageriamo… Nella sua vita, Galileo aveva convissuto con Marina Gamba, a Padova, dalla quale ebbe tre figli. Ciò non era particolarmente scandaloso, ma neanche era una cosa ben vista.

Inoltre, Galileo aveva un carattere piuttosto irruente, come i grandi geni in generale. Aveva una lingua terribile. Era stato imprudente; si era rivolto alla Compagnia di Gesù, quando era un perfetto sconosciuto. I gesuiti lo accolsero a Roma e avallarono le sue scoperte. Fu un po’ presuntuoso, vanitoso e con un grande ego. Sono difetti che può avere chiunque e che non tolgono nulla alla genialità di Galileo.

La missione di Elena Guerra contro la massoneria

di Alessandra Nucci

ROMA, giovedì, 28 maggio 2009 (ZENIT.org).- Furono le  persecuzioni e gli attacchi alla Chiesa e alla verità, nel XIX secolo,  il motore della missione della Beata Elena Guerra, “Apostola dello Spirito Santo”, di cui si è celebrata la festa sabato scorso, 23 maggio.

In sei delle dieci famose lettere a Leone XIII sullo Spirito Santo, ella prese apertamente posizione contro la massoneria, a cui contrappose anche, in modo quasi “guerresco”, un breve tentativo di formare una specifica “milizia” che chiamò appunto la “Milizia dello Spirito Santo”.

La Chiesa cattolica apostolica romana è tornata oggi a essere un’autorità morale universalmente riconosciuta e rispettata. Ma vi sono ambienti laicisti che non cessano di fomentare il discredito nei suoi confronti, con mezzi moderni ma in continuità proprio con i tempi di Elena Guerra.

Allora infatti, a fine ‘800, oltre a togliere il potere temporale alla Chiesa, si volle appiccicarle addosso la fama immeritata di oscurantista, manipolando e distorcendo i fatti della storia; oltre a ridurre all’indigenza uno dopo l’altro  la maggior parte dei suoi ordini religiosi, si volle espropriarla anche del suo buon nome.

Quelli di Elena Guerra erano tempi di reale censura e di persecuzione attiva dei cattolici, come si capisce da avvenimenti della sua vita e anche dalla biografia del più grande educatore del secolo del Risorgimento, San Giovanni Bosco (alla cui congregazione Elena Guerra aveva pensato di unire la propria comunità).

Le calunnie dei nemici della Sposa di Cristo dell’epoca della Beata Elena sono giunte fino a noi, perché i libri di storia e di scuola, è risaputo,  li  scrivono i vincitori: grandi statisti magari ma, nel nostro caso, soprattutto atei, agnostici e anticlericali.

Oggi però abbiamo risorse a cui ricorrere per controbattere alle bugie che si tramandano e “rendere ragione della speranza che è in noi”. Un libro di cui si consiglia la lettura è, ad esempio, T. Wood “Come la Chiesa cattolica ha costruito la civiltà occidentale?”.

Cerchiamo in particolare di rileggere la storia della cattolicità assediata di fine ‘800, con occhi nuovi, liberi da pregiudizi, disposti a farci guidare “alla verità tutta intera”(Gv 16,13).

Non dimentichiamoci anche che nell’anno del Giubileo, Papa Giovanni Paolo II volle sorprendere tutti beatificando il Papa del Risorgimento, Sua Santità Pio IX, il Pontefice forse più denigrato della storia;  denigrato ancora oggi da insegnanti e guide turistiche formate sui libri ereditati da allora.

Guarda caso: è questo il Papa che Elena Guerra vide nel viaggio a Roma che segnò, a suo dire, una cesura nella sua vita spirituale. E’ Pio IX il Papa assediato per il quale ella si offrì, il 23 giugno 1870, come “vittima d’amore e d’espiazione”.

Se, sulle orme della Beata Elena Guerra, volessimo rileggere la storia di quegli anni, la storia della Chiesa del Risorgimento, potrebbe riservarci probabilmente delle belle, grandi e utili sorprese; utili, cioè, anche per capire il tempo che stiamo vivendo. E forse anche per ricucire una memoria unica nazionale, non più spaccata fra nord e sud.

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Di seguito riportiamo l’ottava lettera di Elena Guerra al Santo Padre Leone XIII (10 maggio 2009)

LA MILIZIA DELLO SPIRITO SANTO

Beatissimo Padre,

oso accompagnare con questo breve scritto l’umile offerta di un mio piccolissimo libro, che ha per scopo di diffondere maggiormente tra i fedeli quelle preziose parole con le quali la Santità Vostra nell’Enciclica Divinum illud munus spiega chiaramente i benefici che riceviamo dallo Spirito Santo e caldamente raccomanda la devozione.

Di quelle parole benedette io ho composto e inserito in quel librino, che si intitola “Ricorriamo, o fedeli, allo Spirito Santo” la Novena di Pentecoste, onde coloro che non conoscono la bellissima Enciclica suddetta possono mettersi in cuore le parole del nostro Padre e pastore, che sono veramente pascolo vitale. E così la povera Suor Elena ha potuto farsi in certo modo il portavoce del suo amatissimo e venerato Padre Leone XIII.

Ora, a Sua maggior consolazione, accennerò come qui a Lucca l’anno scorso per secondare i desideri espressi dalla Santità Vostra nella lodata Enciclica circa l’istruzione dei Fedeli sulle dottrine che riguardano lo Spirito Santo, fu predicata nel maggior tempio della nostra Città la Novena di Pentecoste, con grandissimo concorso di popolo. Però anche nel corrente anno faremo ogni possibile sforzo per avere nuovamente una splendida predicazione della Novena di Pentecoste.

Il pio e zelante predicatore dell’anno scorso raccomandò caldamente di ravvivare una Società cattolica che fece molto bene nel Medio Evo e che ora molto opportunamente sarebbe da opporsi alla prepotente Massoneria. Questa Società si chiama Milizia dello Spirito Santo. Ma poiché la Massoneria è per nostra disgrazia è una società universale, bisognerebbe che fosse universale anche la Milizia dello Spirito Santo, e ciò si potrebbe ottener quando si facesse promotore il Sommo Pontefice e sorgesse in Roma. Nelle mia piccola Lucca, la suddetta Milizia è solo nei voti di alcune persone che già hanno abbozzati gli Statuti e che invio alla Santità. Vostra, ma ancora non fu istituita. Permissione della Provvidenza, affinché sorga invece in Roma, onde possa avere maggior diffusione.

Quell’anima buona della quale parlai nell’Udienza particolare che si degnò accordarmi nell’Ottobre del 1897, vuole che io caldamente preghi  il Pastore della Cristianità di richiamare a vita la Milizia dello Spirito Santo e di fare circa la devozione al medesimo divino Paraclito quanto fece sperare allor che scrisse: “Certo non verrà meno ecc…” E qui, Santo padre, in questa pia Casa, incessantemente  si prega lo Spirito Santo che venga presto a rinnovare la faccia della terra e che prolunghi ancor più la vita e accresca vigore a quel Pontefice Santo che ha da concorrere a sì grande opera in quel modo che dal divino Spirito gli verrà suggerita.

E ora prostrata al bacio del sacro piede con profonda venerazione e con ferma fiducia di essere esaudita umilmente mi segno della Santità Vostra.

Elena Guerra

Il martirio dei samurai

Nel dicembre del 1637 circa trentasettemila kirishitan, cioè cristiani, si asserraglia­rono nel castello di Hara, nell’allora provincia di Hizen, nell’Isola di Kyu­shu, la più a sud dell’arcipelago nip­ponico. Ventimila tra contadini e commercianti, inquadrati militar­mente da seicento ronin, samurai decaduti, più diciassettemila donne e bambini al seguito, decisi a resi­stere fino alla morte per rivendicare la libertà di culto e sfidare un pote­re feudale giunto a livelli di tor­chiatura fiscale e di crudeltà i­nauditi.

A guidarli era un giova­ne di soli sedici anni, Amakusa Shiro, figlio di un samurai cri­stiano e creduto – per il suo ca­risma e una serie di miracoli che gli furono attribuiti – l’«in­viato dal cielo» citato in una misteriosa profezia attribuita a San Francesco Saverio, ri­trovata nel testo lasciato dietro di sé da un gesuita in fuga dal­la persecuzione anticattolica. Era un popolino proveniente dalle isole Amakusa e dalla penisola di Shimabara, co­stretto a professare la fede nel segreto, pena la morte, odiato dai bonzi buddisti quanto dallo shogunToku­gawa Ieyasu, che vedeva in ogni presenza cristia­na un cavallo di Troia de­gli imperi marittimi di Portogallo e Spagna.

Un popolino che, abituato a tirar di roncola più che di spada, aveva però scelto di uscire dalle ca­tacombe e sfidare in ar­mi le autorità locali: pri­ma aveva tentato di as­saltare i castelli di Hondo e Tomioka, poi aveva resisti­to alle rappresaglie, infliggendo pesantissime perdite alle spedizioni dei daimyo, i feudatari locali, poi e­ra arrivato vicino all’inaudito, cioè la presa della fortezza principale della zona, quella di Shimabara, del daimyo Matsukura Katsuie. Infine, impossibilitato a continuare lo scon­tro in campo aperto contro un eser­cito via via sempre più imponente, grazie ai rinforzi provenienti dal re­sto del Giappone, si era rifugiato in un grande fortilizio abbandonato, a ridosso dell’oceano.

Sapendo che da lì, salvo miracoli, non sarebbe più u­scito più vivo. Le navi che erano servite per appro­dare al castello furono distrutte e il legno fu usato per rinforzare le mu­ra diroccate. Sui bastioni furono in­nalzate grandi bandiere bianche cro­ciate e i kirishitan si apprestarono a combattere invocando l’aiuto di Ie­su Kirisuto (Gesù Cristo), di Mariya e dei santi. Niente messe, perché di missionari o sacerdoti autoctoni per celebrarle non ne erano rimasti – quelli che non erano riusciti a la­sciare il Paese erano stati trucidati – , solo rosari ed esortazioni mistiche dell’Inviato del Cielo. Per cinque me­si i ribelli resistettero all’impossibi­le, anche alle cannonate di una na­ve olandese guidata dal calvinista Ni­colas Koekebakker, che aveva mes­so a disposizione per l’annienta- mento dell’insurrezione papista le sue bocche da fuoco.

Fino alla capi­tolazione, per sfinimento, mancan­za di viveri, munizioni, sabotaggi in­terni, il 12 aprile del 1638. I kirishi­tan furono massacrati e tutti deca­pitati. La spianata attorno al castel­lo fu disseminata di pali con le loro teste mozzate, come un immenso campo di macabri girasoli. La testa di Amakusa Shiro fu portata a Naga­saki come trofeo e avvertimento per i restanti seguaci di Iesu Kirisuto e del gran regnante di Roma. Per raccontare la vicenda della ri­bellione di Shimabara, la Masada della Chiesa giapponese, poco conosciuta in Occidente, Rino Cammilleri, saggista prolifico e di lungo corso, ha scritto quello che probabilmente è il più bello tra i ro­manzi storici che finora ha firmato: Il Crocifisso del Samurai (Rizzoli, pa­gine 276, euro 18,50).

Lo ha fatto mi­scelando una trama di fantasia che vede protagonisti tre seguaci di A­makusa Shiro – il giovane Kato, la sua amata Yumiko, prelevata dalle guar­die di un daimyo e torturata pubbli­camente con l’unica colpa di essere figlia di Kayata, samurai cattolico che non aveva potuto pagare le tasse al­le autorità – e un racconto degli ac­cadimenti di quel 1637 di sangue e della grande persecuzione dei de­cenni precedenti. Un’immersione in un Giappone ar­caico e feroce, dove sulla fiorente Chiesa nata dalle missioni gesuiti­che e francescane si abbatté una vio­lenza che ha avuto pochi uguali nel­la storia.

E dove gli shogun della di­nastia Tokugawa, dopo aver preso il potere nel 1603 chiusero sempre più il proprio impero ai rapporti con gli stranieri – dopo la ribellione di Shi­mibara per oltre duecento anni il Giappone divenne sakoku, quasi to­talmente blindato e autarchico – e i cristiani si eclissarono. Riemersero alla luce, come per miracolo, alla fi­ne di un tunnel plurisecolare, solo nel 1865, quando i missionari tor­narono in quella lande.


Andrea Galli da Avvenire