L'annuncio cristiano dalle parabole mediatiche

È innegabile che tv, internet e tutti i nuovi media possano portare a forme di semplificazione, ma anche di manipolazione della realtà. La Chiesa, però, non smette di considerare un’opportunità ciò che Giovanni Paolo II chiamò l’«areopago moderno».
di Gianfranco Ravasi

Tratto da Vita e Pensiero • 3/2009

Nel suo saggio La sposa meccanica del 1951 Herbert Marshall McLuhan non esitava a dichiarare che «oggi i modelli di eloquenza non sono più i classici bensì le agenzie pubblicitarie». Una frase provocatoria ma dalla sostanza indiscutibile. La comunicazione è una delle sfide capitali che stanno di fronte anche alla Chiesa. A questo problema vorremmo ora dedicare una riflessione molto elementare e diremmo quasi “impressionistica”, consapevoli della valanga di studi che si è abbattuta sul tema in questione.

È noto che nel secolo che sta alle nostre spalle le frontiere della comunicazione si sono allargate immensamente attraverso due eventi fondamentali: la nascita e la crescita dell’era televisiva e l’ingresso prepotente dell’informatica che ha nel computer il suo simbolo regale, pronto a trasformarsi in idolo o feticcio.

Anche se enfatica, è per molti aspetti condivisibile l’affermazione di John Perry Barlow della Electronic Frontier Foundation: «Siamo di fronte alla più significativa trasformazione tecnologica dopo la scoperta del fuoco». L’Ulisse elettronico non si stanca di navigare in un oceano che sembra essere sempre più spazioso, coltivando la speranza o l’illusione che esso sia infinito. Potremmo dire che idolatricamente l’uomo mediatico contemporaneo abbia sostituito con la rete il concetto della divinità nella quale «se descubren nuevos mares cuando mas se navega», ossia si scoprono nuovi mari, quanto più si naviga, come scriveva il mistico spagnolo del Cinquecento Fray Luís de León.

Non è nostro compito né è possibile descrivere la situazione di questa comunicazione nella quale, comunque, «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo», per continuare nella linea dello stravolgimento della visione teologica. Vorremmo invece, sia per la televisione sia per l’informatica, segnalare subito le riserve, le critiche, le perplessità, emerse da una fitta serie di analisti qualificati che non di rado avevano con entusiasmo accolto la svolta epocale (pensiamo solo al citato McLuhan e ai suoi discepoli Walter J. Ong e Derrick De Kerckhove).

Nei confronti della televisione e del suo impero l’accusa più stentorea è stata sollevata da uno dei massimi filosofi del Novecento, il viennese Karl Popper, morto nel 1994, che nell’ultima fase della sua vita ha ingaggiato -anche con evidenti eccessi -una personale battaglia contro lo strapotere della comunicazione televisiva, battaglia già anticipata simbolicamente da altri come Sidney Lumet nel suo film Quinto potere (1976), evidente allusione al celebre Quarto potere di Orson Welles (1941) dedicato alla stampa.

Potremmo sintetizzare la sua critica molto articolata in questi tre asserti. La televisione innanzitutto addormenta lo spirito critico, creando degli automi o replicanti intellettuali. In secondo luogo trasforma la democrazia in telecrazia di stampo totalitario, un sistema ovviamente impresso nelle menti in modo surrettizio e subdolo. Infine la televisione deforma il buon gusto, perverte il senso estetico, semplifica e banalizza la realtà e il pensiero. Accuse pesanti, certamente, ma tutt’altro che infondate. Basti solo un’attestazione emblematica, ricavata quasi in corpore vili dalla dichiarazione di un giornalista televisivo italiano, Giulietto Chiesa, corrispondente da Mosca negli anni della drammatica transizione dal regime comunista al successivo travagliato nuovo corso: «Erano anni duri e tragici. I servizi televisivi non dovevano superare il minuto e trenta-quaranta secondi. Dentro questo soffio di tempo si dovevano far stare immagini e parlato. Quest’ultimo non doveva superare le 22 righe. Mandavo il pezzo e tremavo rimanendo in tensione per quello che avevo scritto e per quello che accadeva. Poi capitava di essere svegliato l’indomani mattina dall’Italia dalla telefonata di un amico che ti diceva: “Ti ho visto ieri in televisione: avevi una bella cravatta!”».

La superficialità, l’apparire esteriore, la semplificazione della televisione hanno progressivamente infettato anche il resto della comunicazione, a partire dalla carta stampata, sempre più incline a inseguire ritmi, stili, mode e dati televisivi. Anzi, quelle caratteristiche si sono irradiate anche nella società e nella cultura generale: ogni argomento ormai dev’essere sempre affrontato in modo “essenziale”, ma questo aggettivo non indica il mirare alla sostanza dei problemi, bensì alla loro semplificazione e banalizzazione. Distinguere e argomentare in modo puntuale e sfumato rispetto al facile e sbrigativo ritmo binario dominante del “bianco-nero”, “vero-falso”, “destra-sinistra”e così via è ritenuto dannoso per l’indice d’ascolto di cervelli ormai incapaci di andare oltre il bagliore fatuo dello slogan o della battuta. Le conseguenze sono immaginabili anche per la stessa formazione morale e spirituale dell’uomo, se è vero quello che affermava il grande Pascal: «Impegnarsi a pensare bene: ecco il principio della morale!». Ammiccando al prologo giovanneo, il poeta americano Ezra Pound esclamava: «In principio c’era la Parola. E la Parola è stata tradita».

Per certi versi ancor più incombente e forse ancora agli esordi delle sue potenzialità è l’impero informatico. Su di esso esiste già un’immensa letteratura che ne vaglia le strutture, ne delinea i percorsi, ne giudica gli esiti. Anche in questo caso ci accontentiamo di raccogliere una serie di osservazioni critiche, pur nel primario riconoscimento della straordinaria capacità di “democratizzazione”dell’informazione, generata dal moltiplicarsi dei computer e dalla conseguente diffusione “popolare”delle conoscenze. Alcune riserve non fanno che ricalcare quelle già espresse per gli effetti indotti dalla televisione. Eccone una serie, molto sinteticamente elencata in tre asserti. Primo. La moltiplicazione sconfinata dei dati offerti induce a un relativismo agnostico, a una sorta di anarchia intellettuale e morale, a una flessione dello spirito critico e della capacità di vaglio selettivo.

Entrano, così, in crisi le grandi agenzie di comunicazione del passato come la Chiesa, la scuola e lo Stato. Risultano sconvolte le gerarchie dei valori, si disperdono le costellazioni delle verità ridotte a un gioco di opinioni variabili nell’immenso paniere delle informazioni. Secondo. Sotto l’apparente “democratizzazione”della comunicazione, sotto la “deregulation”, imposta dalla globalizzazione informatica, che sembrerebbe essere principio di pluralismo, sotto la stessa anarchia relativistica precedentemente segnalata, si cela in realtà un’operazione di omologazione e di controllo. Non per nulla le gestioni delle reti sono sempre più affidate alle mani di magnati o di “mega-corporations”che riescono sottilmente e sapientemente a orientare, a sagomare, a plasmare a proprio uso (e a uso del loro mercato e dei loro interessi) contenuti e dati creando, quindi, nuovi modelli di comportamento e di pensiero. Si assiste, così, a quella che è stata chiamata “una lobotomia sociale”che asporta alcuni valori consolidati per sostituirne altri artificiosi e alternativi. Curiosamente lo storico francese Alexis de Tocqueville (1805-1859) nella sua opera La democrazia in America aveva previsto per il futuro della società americana un sistema nel quale «il cittadino esce un momento dalla dipendenza per eleggere il padrone e subito vi rientra». Profilo che ben s’adatta all’attuale società informatica. Terzo. Si assiste all’accelerazione e alla moltiplicazione dei contatti, ma anche alla loro riduzione alla “virtualità”. Si piomba, così, in una comunicazione “fredda”e solitaria che esplode in forme di esasperazione e di perversione. Si ha, da un lato, l’intimità svenduta della “chat line”o, per stare nell’ambito televisivo, di programmi del genere Il grande fratello ; si ha la violazione della coscienza soggettiva, dell’interiorità, della sfera personale. D’altro lato, si ottiene come risultato una più forte solitudine, un’incomprensione di fondo, una serie di equivoci, una fragilità nella propria identità, una perdita di dignità.

È stato osservato dal citato Barlow che non appena i computer si sono moltiplicati e le antenne paraboliche sono fiorite sui tetti, la gente si è chiusa nelle case e ha abbassato le serrande. Paradossalmente, l’effetto dello spostarsi verso la realtà virtuale e verso mondi mediatici è stato quello del separarsi gli uni dagli altri e della morte del dialogo nel villaggio.

Di fronte a questo orizzonte così problematico, forte può essere la tentazione dello scoraggiamento e dell’atteggiamento rassegnato o dimissionario, nella convinzione dell’inarrestabilità di un simile processo destinato a creare un nuovo fenotipo antropologico. Non è raro il caso di chi si rinchiude nel suo piccolo mondo antico, accontentandosi di seguire le regole del passato, deprecando le degenerazioni dell’era presente. Pastoralmente non mancano fenomeni di rigetto e di ricorso ai tradizionali canali di comunicazione, collaudati per una società agricola o paleoindustriale o proto-urbana. Tuttavia, si può essere d’accordo col filosofo e sociologo francese Edgar Morin il quale -pur osservando che i nuovi mezzi sorti per distinguere la realtà dalla manipolazione e la verità dalla menzogna, come la fotografia, il cinema e la televisione, sono stati usati poi proprio per favorire l’illusione, la manipolazione e la menzogna – è convinto che la nuova comunicazione possa generare una realtà più ricca e complessa e persino più feconda anche umanamente.

Il realismo della conoscenza e della critica non giustifica, allora, il pessimismo dell’impegno. E questo vale maggiormente per il credente e per il pastore. Le sfide sono forti, rischiose e pericolose, ma proprio per questo esigono fede e coraggio. È significativo notare che è proprio il magistero della Chiesa nella sua espressione più alta ad avere costantemente invitato la comunità cristiana a non adottare un isolazionismo protettivo, ma a entrare in questo che è «il primo areopago moderno», come aveva fatto Paolo ad Atene (Atti 17, 22-32). È noto che questa frase appartiene all’enciclica Redemptoris missio del 1990. In essa Giovanni Paolo II riconosceva che ormai è in corso una «nuova cultura»: essa nasce, «prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi messaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici». Il Papa, anzi, era convinto che questa cultura «sta unificando l’umanità rendendola – come si suol dire -“un villaggio globale”. I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi. […]. È, allora, necessario integrare il messaggio cristiano in questa “nuova cultura”creata dalla comunicazione moderna» (n. 37).

Già Paolo VI nella esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, segnalando i fattori che avevano causato una «rottura tra Vangelo e cultura» (n. 20), uno iato dai risvolti molteplici non solo comunicativi ma anche artistici, musicali, sociali e culturali in senso generale, non esitava ad ammonire che «la Chiesa si sentirebbe colpevole di fronte al Signore se non adoperasse questi potenti mezzi» (n. 45). E se risaliamo allo stesso Concilio Vaticano II, ritroviamo intatto l’appello a riconoscere che gli strumenti della comunicazione sociale «contribuiscono mirabilmente a sollevare e ad arricchire lo spirito e a diffondere e a consolidare il Regno di Dio» (Inter mirifica n. 2). Paolo stesso aveva attuato il primo grande progetto di inculturazione del cristianesimo, ricorrendo a un linguaggio e a un’attività missionaria pronta a usufruire delle risorse offerte dalla cultura greco-romana, dalle sue tecniche oratorie, dalle vie di comunicazione dell’impero, dagli ambiti della polis e dalla forza della parresía, la libera diffusione del pensiero.

Anche se non è legge costante, il mezzo è di sua natura neutro e viene specificato dal soggetto umano che lo adotta e usa, dalle sue intenzioni morali e dalle sue finalità.

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Gianfranco Ravasi è presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Già prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, autore di numerose pubblicazioni e apprezzato anche per i suoi interventi televisivi su temi o testi biblici, ha collaborato con diversi quotidiani e riviste divulgative e scientifiche.

L'autobiografia di un revisionista

Il nuovo libro di Giampaolo Pansa
di Andrea Possieri
Tratto da L’Osservatore Romano del 3 luglio 2009

Barbapapà e Topolino, la Feroce e la Bugiarda, i parrucconi rossi e i dalemoni. Questi sono solo alcuni dei tanti protagonisti che popolano l’ultimo libro di Giampaolo Pansa, Il revisionista (Milano, Rizzoli, 2009, pagine 486, euro 22).

I personaggi e il titolo del libro potrebbero ingannare. Non si tratta, però, né di un’avventura a fumetti in salsa disneyana né di una nuova puntata sulla guerra civile. Anche se la storia e la politica la fanno da padroni come sempre. Il revisionista è, invece, un’autobiografia scritta col piglio del cronista politico, con quel linguaggio efficace e graffiante tipico di chi ha il merito di farsi capire da tutti – dal manager poliglotta all’ultimo studente con la sintassi più sgangherata – e che possiede nel titolo tutta la carica simbolica di un volume culturalmente schierato e senza compromessi di sorta.

La scelta di quell’appellativo, infatti, non è soltanto il vezzo intellettuale di chi possiede l’autorità e i galloni per autoassegnarsi una qualifica, quella di essere un revisionista, che suona ai più come qualcosa di sinistro e indecente. Quel titolo, in realtà, è una presa di posizione perentoria nei confronti di un ceto intellettuale che di quel termine, revisionista appunto, ha fatto, da sempre, il peccato morale per antonomasia, una causa di scomunica e di collocazione immediata nella Geenna del mondo politico. L’accusa di revisionismo, da Eduard Bernstein in poi, da quando sul finire dell’Ottocento l’intellettuale tedesco osò criticare e revisionare la dottrina marxista, incrinando non solo le teorie economiche ma anche la figura del padreterno laico del mondo rosso, è sempre stata una sorta di maglio lanciato come un fendente contro l’avversario politico di turno, quasi sempre un compagno di partito, che si tramutava immediatamente in un eretico da guardare con sospetto o in un nemico da combattere ed emarginare. La valenza negativa del termine si è poi spostata ciclicamente dall’ambito politico a quello culturale laddove molti studiosi hanno visto nel revisionismo, non tanto la normale quanto meccanica modalità di reinterpretare i dati e le fonti “fino a prova contraria”, ma una vera e propria ideologia politica i cui contorni, seppur incerti e malmostosi, miravano al sovvertimento dell’ordine costituito.

Non esente da ripetitive ed eccessive giaculatorie orgogliosamente revisioniste, il volume del giornalista monferrino, tuttavia, ci porta a contatto con una storia costellata da persone sconosciute, come nonna Caterina, il papà Ernesto o il primo amore con la “fascista rapata” Gianna, a cui si affiancano volti noti del giornalismo, del mondo accademico e della politica. Da Alessandro Galante Garrone, “un secondo padre”, a Guido Quazza “che si prese cura del ragazzo che l’università gli aveva affidato”, finanche a Giorgio Bocca riconosciuto come “uno dei maestri professionali”. In questo mosaico, naturalmente, non potevano mancare alcuni dei protagonisti del gruppo editoriale “L’Espresso” dove Pansa ha trascorso la maggior parte della sua vita professionale. Carlo Caracciolo, dipinto come “un bellissimo signore molto affabile con l’aria tra il regale e il democratico”, Ezio Mauro, raffigurato come colui che “insieme a De Benedetti e a Benedetto, faceva parte della Santissima Trinità che sovrastava tutte le redazioni” ed Eugenio Scalfari, infine, icasticamente immortalato, in un vecchio giudizio di Caracciolo: “Eugenio porta la testa come il Santissimo in processione”. Giudizi pungenti, al tempo stesso implacabili e ironici, che forniscono la cifra di una vita trascorsa nel cuore pulsante del Palazzo, specchio dei vizi e delle virtù del Paese.

Un volume come questo difficilmente potrà piacere agli storici di professione. Nessuna nota, nessun riferimento bibliografico, nessun archivio citato. Eppure, con quello stile orgogliosamente giornalistico, con l’utilizzo di quel titolo, volutamente assertivo, che trasforma il “peccato” in virtù, Pansa ha il merito, se non altro, di porre all’attenzione del grande pubblico una riflessione sul vissuto storico degli italiani e sull’elaborazione della nostra identità nazionale. Una riflessione che pone al centro dei propri interrogativi, non soltanto il rapporto tra i vincitori e i vinti della guerra civile ma anche il nesso tra chi elabora il racconto storico e i destinatari di questa narrazione e, in definitiva, quel rapporto, assai dibattuto, tra gli intellettuali e il popolo che così tante volte è stato evocato per spiegare i problemi di casa nostra. Intellettuali che, a differenza del clamoroso successo di pubblico degli ultimi volumi di Pansa, hanno spesso girato le spalle ai libri del giornalista di Monferrato riuscendo a scorgere in quelle pubblicazioni ora il dilettantismo e la malafede, ora il progetto politico nascosto e il prodotto editoriale di basso livello.

Uno degli ultimi capitoli del libro inizia con una esortazione che il direttore de “la Repubblica”, Ezio Mauro, rivolse a Pansa qualche anno fa: “Dovresti scrivere un libro per i tuoi lettori di prima”. Ma veramente esiste un prima e un dopo nei libri dello scrittore monferrino? Oppure dovremmo presupporre che esistono concretamente queste due Italie sempre visceralmente in contrapposizione, immediatamente pronte a scomunicarsi vicendevolmente ogni volta che le ragioni dell’una prevalgono su quelle dell’altra?

È presente, infine, un ultimo registro attraverso il quale si può leggere quest’autobiografia. Quello forse più nascosto e privato. Tra le pieghe del volume sembra celarsi una riflessione più intima, quasi esistenziale, che parrebbe far presagire, il condizionale è d’obbligo, a una serie di domande sul senso della vita ben più profonde dei quesiti sul mito fondativo della Repubblica e che le categorie politiche non riescono a esaurire. Interrogativi inevasi che lasciano aperto un percorso personale dell’autore, non solo culturale, di cui si conosce, per adesso, soltanto l’inizio ma di cui non si individua, ancora, il punto d’approdo finale.

Pave the Way proporrà Pio XII come “Giusto fra le Nazioni”

La Fondazione ha l’obiettivo di eliminare gli ostacoli tra le religioni

NEW YORK, giovedì, 2 luglio 2009 (ZENIT.org).- La Fondazione Pave the Way (PTWF) ha annunciato la propria intenzione di proporre allo Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme, il conferimento del titolo di “Giusto tra le Nazioni” a Eugenio Pacelli, Papa Pio XII.

La Fondazione, con sede a New York, ha ottenuto dall’ufficio del Dipartimento dei Giusti tra le Nazioni dello Yad Vashem le linee guida per proporre una persona per il riconoscimento, e ora si attiverà in tal senso.

Il presidente dell’organizzazione Gary Krupp ha affermato che “la PTWF ha dedicato anni a raccogliere documenti e testimonianze video originali su questo pontificato controverso e crede di aver scoperto materiale sufficiente per iniziare a cercare le testimonianze scritte autenticate per dare ufficialmente il via a questa procedura”, ricorda un comunicato della Fondazione inviato a ZENIT.

“Nella maggior parte dei casi di coloro che sono stati riconosciuti come Giusti fra le Nazioni, chi riceve il riconoscimento ha agito direttamente per salvare vite individuali rischiando la propria nel farlo”, ha osservato Krupp.

Anche se le azioni di Eugenio Pacelli “non rientrano in questa descrizione generale”, ha aggiunto, “possiamo stabilire che la diretta intercessione del Papa ha salvato centinaia di migliaia di ebrei”.

“A causa della natura dell’alta carica che ricopriva, ovviamente, Pacelli non è stato quasi mai a diretto contatto con chi ha salvato. Un’eccezione conosciuta è il caso dell’intercessione a favore del dottor Guido Mendes, un amico di infanzia ebreo ortodosso. Pacelli è intervenuto personalmente per mandare la famiglia Mendes in Palestina nel 1938”.

Secondo Krupp, “si può anche affermare che le azioni di Pacelli sono state compiute sotto minaccia di morte. In un incontro d’emergenza con i Cardinali chiesto da Papa Pio XII il 6 settembre 1943, informò i porporati di aver firmato una lettera di dimissioni che si trovava sulla sua scrivania e che si aspettava di essere rapito da un momento all’altro”.

“I Cardinali avrebbero dovuto fare le valigie ed essere pronti a lasciare immediatamente il Vaticano per chiedere aiuto a un Governo neutrale, da dove avrebbero eletto un nuovo Papa. Questo incontro d’emergenza avvenne un mese prima dell’arresto degli ebrei di Roma e il Papa decise di intercedere subito per salvarli”.

“Questo documento non è ancora disponibile, ma sappiamo che esiste – ha dichiarato Krupp –. Di recente abbiamo ottenuto dalla Germania l’affidavit del generale Karl Wolff, vice di Himmler e comandante in Italia, al quale Hitler ordinò di progettare la conquista del Vaticano e di rapire il Papa”.

Krupp ha affermato che si cercheranno testimonianze di persone che spesso non sanno nemmeno che fu Pacelli a salvare loro la vita con le sue azioni.

Un esempio è il trasferimento di ebrei nella Repubblica Dominicana. “Abbiamo la testimonianza video di monsignor Giovanni Ferrofino, di 97 anni, segretario del Nunzio a Port-au-Prince (Haiti) durante la Seconda Guerra Mondiale, che insieme al Nunzio agì personalmente agli ordini diretti di Pio XII due volte l’anno per ottenere visti per gli ebrei che arrivavano dal Portogallo nella Repubblica Dominicana”.

“Questa azione salvò oltre 10.000 ebrei, che vennero mandati in America con l’aiuto di monsignor Ferrofino attraverso Cuba, il Messico e il Canada”.

“Speriamo che in queste circostanze speciali lo Yad Vashem agisca per verificare le informazioni che invieremo. Il lavoro consiste ora nel localizzare molti di questi sopravvissuti o i loro parenti perché si ottengano dichiarazioni autenticate”.

“La dichiarazione più importante che possiamo emettere è che con l’aiuto di molti amici abbiamo individuato migliaia di documenti e non ne siamo riusciti a trovare neanche uno negativo”.

“Conformemente alla nostra missione – informa la Fondazione nel suo comunicato –, Pave the Way ha iniziato questo progetto di ricerca privato con la speranza di uscire dall’impasse che dura da 46 anni e di eliminare questo ostacolo che ha conseguenze su un miliardo di persone”.

La Fondazione Pave the Way vuole eliminare gli ostacoli non teologici tra le religioni e promuovere gesti storici a livello culturale e intellettuale per far capire a tutte le religioni del mondo che l’estremismo, la politica e le agende personali non devono avvelenare il messaggio positivo comune a tutte le fedi.

Per ulteriori informazioni, www.ptwf.org

Un Galileo cattolico e ottimista

di Francesco Beretta
Laboratoire de Recherche Historique Rhône-Alpes (Cnrs), Lione
Quando Galileo fabbricò il suo primo telescopio, nell’estate del 1609, volgendo verso il cielo stellato uno strumento ottico inventato in Olanda, e fece quelle scoperte che lo renderanno celebre in Europa, non immaginava certo che si sarebbe trovato a Roma, un quarto di secolo dopo, in ginocchio, davanti ai cardinali del Tribunale dell’Inquisizione, per abiurare la dottrina di Copernico.

Con la pubblicazione del Sidereus Nuncius, nel marzo del 1610, e la nomina a “primario matematico e filosofo” del granduca di Toscana cominciava una lunga battaglia fatta di dispute, lettere e libri che monsignor Sergio Pagano ricostruisce nei suoi tratti essenziali nella recente sua fatica galileiana e soprattutto nell’ampia introduzione che precede la nuova edizione dei documenti del processo da lui curata:  I documenti vaticani del processo di Galileo Galilei (1611-1741) (Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2009, pagine 550, 16 tavole fuori testo, “Collectanea Archivi Vaticani”, 69).
L’introduzione – che si fonda sui principali contributi della recente storiografia – propone una rilettura dei grandi testi galileiani, dalla Lettera a Cristina di Lorena, al Saggiatore, al Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, che conduce il lettore al cuore della questione copernicana. Le abbondanti citazioni delle opere e della corrispondenza riproducono l’atmosfera dei dibattiti suscitati da Galileo, in particolare nel corso dei suoi diversi soggiorni romani. Il prefetto dell’Archivio Segreto Vaticano non ha voluto dirimere dibattiti storiografici o formulare nuovi ipotesi interpretative sulle questioni ancora aperte, ma fornire al lettore gli elementi indispensabili per comprendere i documenti del processo.
Una ricca annotazione, che fornisce abbondanti notizie biografiche, e le belle illustrazioni, che danno un volto ai personaggi del dramma – tranne Galileo, perché certamente troppo noto – contribuiscono a far rivivere la temperie del Seicento:  dalle manovre dei domenicani fiorentini ostili al matematico, alle strategie degli amici romani, alle mosse della diplomazia granducale e pontificia, alle collere di Papa Urbano viii – tutto un mondo rivive, colto dall’autore anche nei suoi risvolti psicologici. Appare così un “Galileo cattolico” e “ottimista”, alle prese con i rappresentanti del “sapere fratesco”, o con un Papa – il fiorentino Maffeo Barberini – che volle essere garante, nel contesto difficile della guerra dei Trent’Anni, della “superiorità della fede sulle dottrine filosofiche”.
Certo ogni lettura è interpretazione, ma il merito di questa edizione è di fornire al pubblico, in occasione dell’anno internazionale dell’astronomia, uno strumento per cogliere – attraverso i documenti – la storia del celebre processo.
Per gli studiosi noteremo che la seconda parte dell’opera ripropone l’edizione degli atti del processo di Galileo che l’autore aveva curato, per volere di Giovanni Paolo II, nel 1984, arricchendola di nuovi documenti in parte ritrovati dopo l’apertura dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (1998).
La definizione di un corpus è sempre discutibile:  la scelta di pubblicare i “documenti vaticani” del processo, ispirata da un criterio istituzionale-topografico, non è forse interamente condivisibile ma permette tuttavia di offrire al lettore la parte principale della documentazione, dalla denuncia alla sentenza fino alla ricezione della condanna di Galileo.
Al celebre incartamento processuale galileiano si aggiungono i decreti della Congregazione del Sant’Uffizio e vari altri documenti conservati presso l’Archivio Segreto o la Biblioteca Apostolica Vaticana.
Fra essi si annovera il noto “G3”, ossia la denuncia dell’atomismo del Saggiatore, fondamento dell’ipotesi di un’eresia eucaristica di Galileo, formulata nel 1983 da Pietro Redondi.
Se la scelta di un orizzonte cronologico limitato al 1741 si comprende, dato il criterio ritenuto per la definizione del corpus, sorprende invece l’assenza di alcuni documenti della Congregazione dell’Indice, in particolare il decreto del primo marzo 1616, e i documenti preparatori alla correzione del De revolutionibus di Copernico, già pubblicati da Pierre-Noël Mayaud; ma forse il curatore li ha ritenuti paralleli al processo e non immediatamente legati alla vicenda.
I criteri di edizione adottati – fra cui il rispetto rigoroso della disposizione dei documenti e della punteggiatura – e la precisa annotazione forniscono al lettore un prezioso strumento che si colloca, rinnovandola, nella lunga tradizione di edizione dei documenti del processo, ricostruita dall’autore nell’introduzione:  dalle movimentate vicende del trasporto degli archivi pontifici a Parigi, voluto da Napoleone, al difficile recupero dell’incartamento processuale di Galileo, alle edizioni e alle polemiche ottocentesche.
“Son stato giudicato vehementemente sospetto d’heresia, cioè di aver tenuto e creduto (…) che la terra si muova”, disse il matematico nell’abiura, il 22 giugno 1633. Grazie al lavoro di monsignor Sergio Pagano disponiamo ormai di un utile strumento per comprendere come si giunse ad una condanna che non cessa di suscitare interrogativi e discussioni, come sempre capita in campo storiografico.

(©L’Osservatore Romano – 2 luglio 2009)

La conversione di Oscar Wilde

Intervista allo scrittore e saggista Paolo Gulisano

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 30 giugno 2009 (ZENIT.org).- Oscar Wilde è fin troppo famoso, ma ben poco conosciuto. L’esteta, il commediografo brillante, l’icona del mondo gay, fu allo stesso tempo un ricercatore inesausto del Bello, del Buono, ma anche e soprattutto di quel Dio che non aveva peraltro mai avversato, dal quale si fece pienamente abbracciare dopo l’esperienza drammatica del carcere.

Wilde arrivò a chiudere il suo itinerario umano in comunione con la Chiesa Cattolica, adempiendo a quello che aveva scritto anni prima: “il Cattolicesimo è la sola religione in cui morirei”.

A rivelare la profonda cattolicità di Wilde è Paolo Gulisano, scrittore e saggista esperto del mondo britannico (è autore di diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc) che ha appena pubblicato: “Il Ritratto di Oscar Wilde” (Editrice Ancora, pag 190 euro 14).

Si tratta di un ritratto a tutto tondo di Oscar Wilde, che rappresenta tutta la complessa personalità, ne evidenzia tutti gli aspetti, andando alla scoperta degli scenari su cui recitò la sua parte nel gran teatro della vita, delle sue passioni, dei suoi interessi, del suo immaginario e della sua attenzione ai problemi sociali, e infine del suo sentimento religioso profondo e autentico.

Per meglio conoscere la storia di un commediografo le cui opere vengono rappresentate nei teatri di tutto il mondo, ZENIT ha intervistato Paolo Gulisano.

Lei rintraccia nella figura di Wilde uno spessore ben maggiore di quello comunemente attribuitogli, cioè di un dandy brillante e superficiale, un esteta dalla battuta pronta ma effimera. Viceversa lei tira in ballo nozioni come Bellezza e Verità…

Gulisano: Oscar Wilde rappresenta un mistero non ancora pienamente svelato, un uomo e un artista dalla personalità poliedrica, complessa, ricca. Non solo un anticonformista che amava stupire la conservatrice società dell’Inghilterra vittoriana, ma anche un lucido analizzatore della Modernità con i suoi aspetti positivi e soprattutto inquietanti.

Il Ritratto di Dorian Gray è il racconto straordinario dell’uomo moderno che insegue disperatamente un’Eterna Giovinezza, che si pone l’obiettivo utopistico di vincere o perlomeno ingannare la morte. Non solo un’esteta, il cantore dell’effimero, il brillante protagonista dei salotti londinesi, ma anche un uomo che dietro la maschera dell’amoralità si interrogava e invitava a porsi il problema di ciò che fosse giusto o sbagliato, vero o falso, persino nelle sue principali commedie degli equivoci.

Wilde è ancora oggi una icona gay per il celebre processo subito che segnò la fine della sua fortuna. Può riassumere in breve la vicenda giudiziaria ed anche la correzione di prospettiva che lei introduce?

Gulisano: Wilde non può essere definito tout court “Gay”: aveva amato profondamente sua moglie, dalla quale aveva avuto due figli che aveva sempre amato teneramente e ai quali, da bambini, aveva dedicato alcune tra le più belle fiabe mai scritte, quali “Il Gigante egoista” o “Il Principe Felice”. Il processo fu un guaio in cui finì per aver querelato per diffamazione il Marchese di Queensberry, padre del suo amico Bosie, che lo aveva accusato di “atteggiarsi a sodomita”. Al processo Wilde si trovò di fronte l’avvocato Carson, che odiava irlandesi e cattolici, e la sua condanna non fu soltanto il risultato dell’omofobia vittoriana.

Qual è stato il tormentato rapporto tra Wilde e la verità cattolica, rapporto che è un po’ il file rouge del suo lavoro?

Gulisano: Il cammino esistenziale di Oscar Wilde può anche essere visto come un lungo e difficile itinerario di conversione al cattolicesimo. Una conversione di cui nessuno parla, e che fu una scelta meditata a lungo, e a lungo rimandata, anche se – con uno dei paradossi che tanto amava- , Wilde affermò un giorno a chi gli chiedeva se non si stesse avvicinando troppo pericolosamente alla Chiesa Cattolica: “Io non sono un cattolico. Io sono semplicemente un acceso papista”. Dietro la battuta c’è la complessità della vita che può essere vista come una lunga e difficile marcia di avvicinamento al Mistero, a Dio.

Ci sono molte curiosità a proposito di Wilde. Una è che le figure che determinarono la sua esistenza finirono quasi tutte per convertirsi…

Gulisano: Esatto: amici come Robbie Ross, Aubrey Beardsley, e addirittura quel John Gray che gli ispirò la figura di Dorian Gray che diventato cattolico entrò anche in Seminario a Roma e divenne un apprezzatissimo sacerdote in Scozia. Infine, anche il figlio minore di Wilde divenne cattolico.

Lei da anni indaga, nei suoi libri, il filo d’oro culturale e religioso che percorre in modo a volte celato, la cristianità anglosassone, da cinque secoli staccata da Roma e per certi versi una centrale mondiale di secolarizzazione e anticattolicità. C’è un disegno in queste sue indagini? Dove trova le motivazioni? Perchè questa ricerca?

Gulisano: L’Inghilterra cattolica ha conosciuto per prima in Europa la persecuzione, la secolarizzazione, il tentativo di emarginare la Fede; per questo ha sviluppato quegli anticorpi spirituali che sono presenti in autori quali Newman, Chesterton, Tolkien. E possono fornire ancora oggi un utile vaccino contro i mali spirituali del nostro tempo.

Nuovi documenti provano l'opposizione attiva di Pio XII a Hitler

“Potrebbero cambiare l’aspetto di tutta la controversia”

NEW YORK, lunedì, 22 giugno 2009 (ZENIT.org).- Alcuni documenti rinvenuti recentemente in Germania svelano che Papa Pio XII ebbe un ruolo attivo nell’opposizione a Hitler e “potrebbero cambiare l’aspetto di tutta la controversia” basata sulle accuse per il presunto silenzio del Pontefice nei confronti del nazismo e delle atrocità commesse da questo regime.

La Fondazione Pave the Way (PTWF), che ha sede a New York e mira a rimuovere gli ostacoli tra le religioni, promuovere la cooperazione e porre fine all’uso errato della religione per raggiungere altri obiettivi, rivela che i nuovi testi, ora disponibili sul suo sito www.ptwf.org, definiscono il Papa uno dei cospiratori in un piano per uccidere Hitler.

Gary Krupp, presidente della Fondazione, ha spiegato che i documenti, scoperti durante una recente missione in Germania insieme al rappresentante della PTWF nel Paese, Michael Hesemann, “potrebbero cambiare l’aspetto di tutta la controversia”.

Le prove sembrerebbero confermare che Papa Pio XII fu un attivo nemico di Adolph Hitler. Il Papa è infatti nominato come uno dei cospiratori nel tentativo di assassinare il Führer del 20 luglio 1944.

Il sito della Fondazione riporta anche la testimonianza del generale Karl Wolff, vice di Heinrich Himmler e comandante tedesco in Italia, che confessa che Hitler gli ordinò di pianificare un’invasione del Vaticano per rapire Pio XII e impossessarsi del Vaticano stesso.

Nel sito è stato anche inserito il cablogramma originale inviato dal commando tedesco a Berlino al quartier generale delle SS di Roma in cui si ordinava l’arresto di 8.000 ebrei romani da portare al campo di lavoro di Mauthausen. Dopo un intervento papale, non ne vennero arrestati 8.000 ma poco più di 1.000.

“Abbiamo confermato l’azione personale e diretta di Papa Pio XII per fermare gli arresti degli ebrei a Roma il 16 ottobre 1943 – spiega la Fondazione –. Non è emersa nessuna prova sul motivo per cui gli arrestati vennero portati nel campo della morte di Auschwitz piuttosto che nel campo di lavoro”.

“Quando gli arresti terminarono, Papa Pio XII inviò un rappresentante nel luogo in cui erano detenuti per chiedere il rilascio dei 1.000 ebrei che erano stati arrestati, ma non fu permesso l’ingresso”.

Il Papa, prosegue la Fondazione, “ordinò che gli ebrei di Roma ricevessero ospitalità nelle proprietà della Chiesa e nelle case cattoliche, sospendendo le norme claustrali di modo che gli uomini potessero essere ammessi nei conventi e le donne nei monasteri di tutta Europa. Nascose 7.000 ebrei letteralmente in un giorno”.

Per tutti questi motivi, la Fondazione Pave the Way esorta tutti a visitare il suo sito web “visionando direttamente i documenti per sapere la verità e trarre le conclusioni circa le azioni della Santa Sede durante la guerra”.