Quando la Chiesa tedesca scomunicò il nazismo

Rilevante scoperta fatta dalla Pave the Way Foundation

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Altro che Papa di Hitler. Altro che volenterosi collaboratori del nazismo. Alcuni documenti trovati in Germania dalla Pave the Way Foundation (PTWF) provano che già dal settembre del 1930 i Vescovi cattolici scomunicarono il Partito Nazista di Hitler.

Dai documenti trovati da Michael Hesemann, collaboratore della PTWF, risulta che nel settembre del 1930, tre anni prima che Adolf Hitler salisse al potere, l’arcidiocesi di Magonza condannò in forma pubblica il Partito Nazista.

Secondo le norme pubblicate dall’Ordinariato di Magonza era “vietato a qualsiasi cattolico iscriversi nelle fila del partito nazionalsocialista di Hitler”.

“Ai membri del partito hitleriano non era permesso prendere parte in gruppo a funerali o altre simili funzioni cattoliche”. Inoltre, “finchè un cattolico rimaneva iscritto al partito hitleriano non poteva essere ammesso ai sacramenti”.

La denuncia dell’arcidiocesi di Magonza venne riportata in prima pagina da “L’Osservatore Romano” con un articolo pubblicato l’11 ottobre del 1930.

Il titolo dell’articolo è “Il partito di Hitler condannato dall’autorità ecclesiastica”.

Allora, venne dichiarata l’incompatibilità della fede cattolica con il nazionalsocialismo. Nessuna persona che si dichiarava cattolica poteva diventare membro del Partito Nazista, pena l’esclusione dai sacramenti.

Nel febbraio del 1931 fu la diocesi di Monaco a confermare l’incompatibilità della fede cattolica on il partito nazista.

Nel marzo del 1931 anche le diocesi di Colonia, Paderrborn e delle province renane, denunciarono l’ideologia nazista, vietando in forma pubblica ogni contatto con i nazisti.

Indignati e furiosi per la scomunica emessa dalla Chiesa cattolica, i nazisti inviarono Hermann Göring a Roma con la richiesta di udienza al Segretario di Stato Eugenio Pacelli. Il 30 aprile del 1931, il Cardinale Pacelli si rifiutò di incontrare Göring, il quale fu ricevuto dal Sottosegretario monsignor Giuseppe Pizzardo con l’incarico di prendere nota di ciò che i nazisti chiedevano.

Nell’agosto del 1932, la Chiesa cattolica scomunicò tutti i dirigenti del Partito Nazista. Tra i principi anticristiani denunciati come eretici, la Chiesa cattolica tedesca menzionò esplicitamente le teorie razziali ed il razzismo.

Sempre nell’agosto del 1932, la Conferenza Episcopale Tedesca pubblicò un dettagliato documento in cui dava istruzioni su come relazionarsi con il Partito Nazista.

Nel documento è scritto che era assolutamente vietato per i cattolici diventare membri del Partito nazionalsocialista. Chi disobbediva veniva immediatamente scomunicato.

Nel documento della Conferenza Episcopale trovato dalla PTWF è scritto che “tutti gli Ordinari hanno dichiarato illecito l’appartenere al Partito Nazista”, perchè “le manifestazioni di numerosi capi e pubblicisti del partito hanno carattere ostile alla fede” e “sono contrarie alla dottrine fondamentali ed agli indirizzi della Chiesa cattolica”.

Nel gennaio del 1933 Adolf Hitler giunse al potere e le organizzazioni cattoliche tedesche diffusero un volantino intitolato “Un appello serio in un momento grave”, in cui consideravano la vittoria del Partito nazionalsocialista “un disastro” per il popolo e per la nazione.

Il 10 marzo del 1933, la Conferenza Episcopale Tedesca riunita a Fulda scrisse un appello al Presidente della Germania, il generale Paul L. von Beneckendorff und von Hindenburg, per esprimere “le nostre preoccupazioni più gravi che sono condivise da ampi settori della popolazione”.

I Vescovi tedeschi si rivolsero a von Hindenburg manifestando il timore che i nazisti non avrebbero rispettato “il Santuario della Chiesa e la posizione della Chiesa nella vita pubblica”.

Per questo chiesero al Presidente una “urgente protezione della Chiesa e della vita ecclesiastica”.

Tuttavia, i Vescovi cattolici non furono ascoltati.

FESTEGGIARE L’UNITA’ D’ITALIA RICONOSCENDO L’INVASIONE MILITARE DELLE DUE SICILIE.

Non si può festeggiare il 150° anniversario dell’Unità d’Italia senza riconoscere l’altra Storia del Risorgimento come l’invasione e la conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1860, prima dalla farsa epopea dei mille di Garibaldi e poi dall’esercito piemontese, con 120 mila uomini al comando del generale Cialdini.

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi andando alla festa dei giovani del PdL li ha caldamente esortati a leggere due libri, Risorgimento da riscrivere di Angela Pellicciari e Le grandi menzogne della storia contemporanea di Sandro Fontana, il premier ha detto che occorre correggere ciò che è stato scritto erroneamente sulla nostra storia. E se il libro della Pellicciari è stato provocatoriamente definito, da Chiarini su Il Riformista il manifesto dell’anti-Risorgimento, senza troppo enfatizzare, significa che finalmente anche un capo di governo italiano prende atto che bisogna raccontare la vera Storia del Risorgimento, che non è quella mitologica raccontata nelle nostre scuole.

Certo non esiste solo il pur brillante libro della Pellicciari, ce ne sono altri, in questi giorni ho letto per recensirlo, Due Sicilie 1860 l’invasione di don Bruno Lima, edito da Fede & Cultura di Verona (www.fedecultura.com). Il libro è ben documentato con una fitta rete di note e citazioni a piè di pagina e con una completa appendice documentale. Il libro – scrive Carlo Alberto Agnoli nella prefazione – si colloca in quel filone di opere che i custodi della versione ufficiale della storia, e con essa dei programmi scolastici su cui vengono formate le nuove generazioni si sono sforzati di screditare ricorrendo alla espressione ad effetto ‘revisionismo storico’ e alle parole esorcizzatrici ‘dietrologia’ e ‘complottismo’.

E nonostante i cani da guardia di quelli che definiscono la ‘storia patria’ vigilano pronti a stroncare ogni tentativo ‘revisionista’, il muro della leggenda risorgimentale comincia a presentare vistose crepe, anche se ancora permane purtroppo nei testi scolastici.

Il libro di don Lima si struttura in due parti, nella prima, il testo sostiene che l’invasione del Regno delle due Sicilie è stata una congiura internazionale accuratamente preparata e programmata in particolare dal governo inglese, da Palmerston e Gladstone. La Gran Bretagna vide nelle ambizioni del governo di Torino – utile idiota – lo strumento per attuare la sua politica di egemonia nel Mediterraneo (…)La realizzazione del piano destabilizzatore, dopo essere stata predefinita sulla carta, richiese in primo luogo la cospirazione intestina finalizzata alla corruzione delle classi dirigenti con promesse di bottino ai danni del popolo e della Chiesa.

Vittorio Emanuele II, definito re ‘galantuomo’ ha aggredito senza nessuna giustificazione uno Stato sovrano ed ha perseguitato la Chiesa con sadico cinismo, per giunta cercando di giustificarsi con la falsa teoria che i popoli meridionali hanno chiesto aiuto, il famigerato grido di dolore, tra l’altro mai levatosi. Gli inglesi approntarono una campagna diffamatoria, basata su calunnie diffuse in tutta Europa a danno dei Borboni e delle Due Sicilie, dipingendo gli uni come tiranni spietati e i loro sudditi come popoli semibarbari. Bisognava fare terra bruciata attorno al nemico. Più avanti lo stesso Gladstone confessò di essersi inventato tutto. Si doveva far passare il piano eversivo di pochi uomini senza scrupoli, prezzolati dallo straniero, quale spontanea rivolta popolare. Fecero passare per epiche battaglie delle pallide scaramucce che consentirono a una masnada male assortita di banditi, ladri ed ex galeotti, di impadronirsi di un magnifico regno quasi senza far uso delle armi se non nella fase finale della conquista. Scrive Lima, Tutto sarebbe stato vano se i fedelissimi soldati delle Due Sicilie avessero avuto la possibilità di battersi contro questa ciurmaglia di miserabili scalzacani. In pratica la fantasmagorica passeggiata da Marsala a Napoli non sarebbe mai avvenuta.

Nel 2° capitolo Bruno Lima smonta la retorica risorgimentale del mito dell’impresa dei mille, se non fosse per la orribile scia di sangue e di sciagure umane che hanno lasciato – ridurrebbe quelle parodie di gesta militari agli atti di una commedia. Dopo aver descritto la figura di Giuseppe Garibaldi, un avventuriero, nelle mani delle lobbies massoniche internazionali, molto lontano da quell’oleografia creata apposta per lui, viene descritta la cosiddetta campagna di pirateria di conquista del Regno borbonico, favorita essenzialmente dal tradimento degli alti ufficiali dello sprovveduto Francesco II, i vari Landi, Lanza, Clary, Brigante, tra l’altro rimasto ucciso dalle sue truppe perché riconosciuto traditore. E infine l’onnipotente ministro Liborio Romano, colluso con i piemontesi e con la criminalità locale, ansioso di consegnare Napoli al nemico.

Ma i fatti d’arme non cessarono con l’esilio di Francesco II, ospite di Pio IX a Roma. Il decennio 1860-1870, soprattutto nei primi anni, fu contrassegnato da una fiera resistenza armata che gli occupanti dileggiarono col nome di “brigantaggio” per nascondere agli occhi del mondo il loro sopruso e giustificare in tal modo gli innumerevoli crimini contro l’umanità di cui si macchiarono con raro cinismo.

La seconda parte del libro affronta l’invasione delle Due Sicilie dal punto di vista giuridico, sostenendo la totale illegittimità internazionale dell’occupazione piemontese.

In pratica i popoli delle Due Sicilie vennero privati della loro libertà e soggiogati da un esercito straniero, derubati dei loro beni privati e pubblici, imbavagliati con l’imposizione di un regime di terrore ufficialmente legittimato da plebisciti. – farsa. Per sottrarsi a un destino senza speranza milioni di meridionali non ebbero altra scelta che abbandonare per sempre il loro paese. Così l’immenso tesoro del Regno che ammontava a 443,2 milioni di lire del tempo fu sperperato per sanare il devastante debito pubblico piemontese. Una volta pagati i debiti dei guerrafondai piemontesi, traslocate al Nord le ricchezze meridionali(…)i governanti di Torino pianificarono scientificamente il perpetuo declassamento della società civile del Sud.,  L’accanimento nel saccheggio del Mezzogiorno – continua don Bruno – e lo sfruttamento incontrollato dei suoi abitanti produsse uno stato di miseria riconducibile storicamente solo alle depredazioni barbariche e a quelle dei pirati berberi.

Il Sud messo in ginocchio da questo momento non si risolleverà mai più, oltre al danno si ebbe la beffa, i popoli meridionali furono anche colpiti da un ignobile terrorismo psicologico, quello di essere grati ai loro persecutori, che a sua volta avevano imposto una aberrante esaltazione del mito risorgimentale attraverso la sistematica falsificazione della verità storica.

L’autore del libro è consapevole che le sue tesi potrebbero apparire esagerate e scandalose visto che ormai da tanto tempo c’è l’abitudine di vedere il cosiddetto risorgimento italiano con gli occhi di una manualistica pesantemente condizionata dal falso mito di cui esso è stato circondato. Comunque sia stando agli avvenimenti, avulse da ogni spirito di parte, si constata inevitabilmente la effettiva sussistenza di categorie giuridiche che oggi si è soliti collegare a tragedie umane più note e recenti quali lo sterminio degli armeni, l’olocausto ebraico, il dramma italiano delle foibe, gli eccidi compiuti dai diversi regimi comunisti sparsi nel mondo, fino ad arrivare alla guerra nella ex Jugoslavia e nel Ruanda, non tralasciando il Sudan con i suoi milioni di morti cristiani.

Rozzano MI, 21 settembre 2009                                    DOMENICO BONVEGNA

S. Matteo Apostolo. domenicobonvegna@alice.it

Pio XII proposto come "Giusto tra le Nazioni"

Presentata una petizione a Benedetto XVI

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 16 settembre 2009 (ZENIT.org).- Una richiesta di attribuire a Eugenio Pacelli il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni” e di inserire quindi il suo nome nell’elenco conservato nel famoso Giardino dei Giusti, presso lo Yad Vashem di Gerusalemme è stata annunciata dalla Pave the Way Foundation di New York, una istituzione che si dedica alla promozione della pace nel mondo attraverso il dialogo tra le religioni.

L’iniziativa è stata comunicata a Benedetto XVI da Gary Lewis Krupp, fondatore e presidente, durante l’Udienza generale di mercoledì 16 settembre, tenutasi nell’Aula Paolo VI.

Krupp ha anche donato al Papa un libro su Pio XII. Il volume, di 255 pagine, riproduce circa tremila documenti originali su Papa Pacelli, scoperti nel cors di lunghe ricerche e arricchiti da numerose foto.

“Un segno di gratitudine – ha detto a ‘L’Osservatore Romano’ – per le iniziative di Benedetto XVI in favore del dialogo tra cattolici ed ebrei”.

[Per ulteriori informazioni: www.ptwf.org]

Il Risorgimento? È zoppo, ora gli storici lo riscrivano

A un secolo e mezzo di distanza si prendono ancora per veri molti stereotipi che hanno alimentato il contrasto Nord-Sud
di Giordano Bruno Guerri
Tratto da Il Giornale del 6 settembre 2009

Si fa un gran dibattere sulle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, su cosa sia giusto fare e cosa no. Sia i numerosi intellettuali che fanno parte del Comitato, sia quelli ancora più numerosi che ne sono esclusi manifestano scontentezza: opere pubbliche sì, opere pubbliche no? E, se sì, quali? Mi sembra che sarebbe il caso di cominciare dal principio, tanto noto quanto poco adottato «non chiederti cosa il tuo Paese può fare per te, ma cosa puoi fare per il tuo Paese».

Per esempio, il modo migliore (più economico e più utile) per celebrare l’Unità è che i suddetti intellettuali pubblichino un volume collettivo – basta organizzare un convengo entro l’estate del 2010 – per mettere nella giusta luce storiografica il nostro Risorgimento. Il quale viene tuttora trattato in modo retorico, enfatico e antistorico nei libri di testo delle scuole. Non sarebbe poi difficile semplificare gli atti di un simile convegno per farne un testo scolastico finalmente libero da patriottismi d’occasione.

Un simile testo farebbe giustizia di molti luoghi comuni che ci hanno trasmesso tanto nelle medie inferiori e superiori quanto nelle università. Non è edulcorando la propria storia che la si onora e la si fa amare, né tantomeno conoscere. Bisognerà, per esempio, dimostrare in modo esplicito che il Risorgimento non fu un movimento di massa voluto dal popolo, bensì l’attività intellettuale e politica di una minoranza, oltre che una campagna di conquista del Regno del Piemonte; che Cavour non andò mai a Roma in vita sua e che avrebbe preferito uno Stato federale composto da Nord, Centro e Sud; che ai cosiddetti plebisciti di annessione poté votare, per censo, meno del 2 per cento della popolazione; che Massimo d’Azeglio, dopo aver detto pubblicamente «fatta l’Italia bisogna fare gli italiani», in privato scriveva: «Unirsi con i napoletani è come giacere con un lebbroso»; che non erano molti – al Nord, al Sud, al Centro – gli italiani che davvero si entusiasmavano all’idea dell’Unità.

C’è anche da affrontare, fra i molti nodi, quale fosse il reale stato dell’economia del Regno delle Due Sicilie: se è vero – come sempre più spesso si sostiene – che fosse molto migliore di quanto comunemente si creda. E quanto è vero che le banche meridionali vennero saccheggiate in favore del nuovo Stato unitario, che il latifondo baronale sia stato smantellato – con requisizioni – a favore di nuovi latifondisti, i quali poterono comprare vasti appezzamenti di terra a costo inferiore al valore effettivo. C’è da considerare se l’improvvisa e radicale uniformazione di sistemi contabili, unità di misura, programmi scolastici ecc. non avrebbe potuto venire realizzata, più ragionevolmente, in tempi più lunghi.

Il corpo centrale del volume, invece, affonderà il più gigantesco e intangibile tabù della storia d’Italia, cui nei manuali scolastici vengono dedicate poche righe, ovvero la «lotta al brigantaggio». Per combattere la ribellione delle popolazioni meridionali contro l’annessione forzata, il neo Regno d’Italia applicò una vera dittatura militare, impiegando l’esercito come contro un nemico esterno. Intere popolazioni meridionali vennero sottoposte a una spietata repressione militare, di cui si è persa traccia perché la documentazione relativa è stata scientemente distrutta, ma che provocò – secondo calcoli attendibili – almeno 100mila morti, con crudeltà feroci da entrambe le parti: soldati crocefissi alle porte delle chiese, popolane incinte stuprate e squartate…

Sono straordinarie le storie di singoli briganti e brigantesse, di battaglie e agguati, astuzie e vita quotidiana di un mondo che sembra antico e siamo invece noi, appena un secolo e mezzo fa.

Il «brigantaggio» – sostenuto dai Borboni in esilio, dal clero, da veri briganti e dalla popolazione civile – fu una rivolta di massa, sociale e politica. Era la prima, dura prova dello Stato unitario, sulla quale si giocava la sua credibilità internazionale; e lo Stato, nel periodo 1861-1864, impiegò quasi metà dell’esercito per vincere la ribellione. Il 15 agosto 1863 fu approvata la legge Pica, che estendeva la repressione alla popolazione civile, ovvero a chiunque fornisse ai «briganti» viveri, informazioni «ed aiuti in ogni maniera». Con questo strumento operarono i nomi più illustri dell’esercito, Alfonso La Marmora, Enrico Cialdini, Enrico Morozzo della Rocca, Giacomo Medici, Raffaele Cadorna.

Intere regioni furono sottoposte a un regime di occupazione, ebbero villaggi incendiati, coltivazioni distrutte e lutti – decine di migliaia, non si sa quanti – dovuti ai «piemontesi». La popolazione considerava i briganti eroi coraggiosi contro un invasore. Ancora ottanta anni dopo Carlo Levi, in Cristo si è fermato a Eboli, scrisse: «Non c’è famiglia che non abbia parteggiato, allora, per i briganti o contro i briganti; che non abbia avuto qualcuno, con loro, alla macchia, che non ne abbia ospitato o nascosto, o che non abbia avuto qualche parente massacrato o qualche raccolto incendiato da loro. A quel tempo risalgono gli odi che dividono il paese tramandati per le generazioni, e sempre attuali».

Non è possibile capire il successivo rapporto Nord-Sud, fino ai nostri giorni, se non si tiene conto di quegli eventi. L’Italia settentrionale assistette inorridita alla guerra, per quanto si cercasse di nasconderne la gravità, e cominciò a chiedersi se annettere «quei selvaggi» era stato un bene. Il banditismo venne stroncato senza che peraltro venisse risolto il problema della criminalità, né tanto meno quello della sopravvivenza quotidiana dei più poveri.

Alla fine del 1865, la lotta al «brigantaggio» era ormai vinta, anche se durerà almeno fino all’annessione dello Stato della Chiesa, che appoggiava in ogni modo i «briganti». Il governo centrale si era imposto, l’Unità era salva grazie all’esercito, ma a caro prezzo.

È una vicenda che né al liberalismo e né al fascismo conveniva illuminare, e una sorta di autocensura patriottica ha impedito di farlo negli ultimi sessant’anni, continuando a perpetuare l’enfasi da Cuore sulla quale sono cresciuti decine di milioni di italiani. La «lotta al brigantaggio» non fu lo scontro di pochi criminali, o ribelli: erano italiani che non avevano avuto diritto di voto nei plebisciti per l’annessione al Regno del Piemonte, ma avevano il diritto, umanamente se non legalmente, di rifiutarla. Ancora più drammatici furono i riflessi sulla popolazione meridionale: «Mi avete voluto a tutti i costi? Bene, adesso mantenetemi». Anche l’attuale reazione leghista, in fondo, senza rendersene conto, deriva da quell’antico episodio della nostra storia.

Sul mercato non esiste, e non è mai esistita, una storia del brigantaggio fatta da uno storico autorevole e pubblicata da una grande casa editrice. Esistono soltanto centinaia di – preziose – storie locali pubblicate da piccoli editori. Beninteso, un simile volume non dovrà essere aprioristicamente denigratorio. Arriverà, inevitabilmente, alla conclusione che l’Unità è stata indispensabile, quindi preziosa, per il formarsi di un popolo italiano, e anche per lo sviluppo e l’economia dell’intero Paese. Ma nessun popolo – come nessun individuo – può davvero prendersi in giro, fingendo di avere avuto una storia diversa da quella che ha avuto.

(1. Continua)

Dal caso Englaro la lezione che nessuna vita è superflua

Intervista a Massimo Pandolfi, Caporedattore de “Il Resto del Carlino”

di Antonio Gaspari

RIMINI, lunedì, 24 agosto 2009 (ZENIT.org).- “La vita, anche la più sofferente e malata, è sempre degna di essere vissuta fino in fondo”. Questa è la tesi che il libro “La vita in gioco. Eluana e noi” (ed. Ares) intende spiegare, sottolineare, testimoniare.

Scritto da Massimo Pandolfi, Caporedattore del quotidiano “Il Resto del Carlino”, il saggio contiene documenti inediti, valutazioni medico-scientifiche, contributi d’opinione, interviste e racconti di persone che si sono risvegliate dopo 19 anni di coma.

Nel libro si trova il monologo teatrale del poeta e scrittore Davide Rondoni e svariate testimonianze, tra cui quella del Ministro della Salute, Maurizio Sacconi, che colpito da una grave malattia si è messo in gioco con tutta la sua umanità in questa vicenda.

Gli altri interventi sono dei medici Gian Battista Guizzetti, Mario Melazzini, Marco Maltoni, tutti e tre impegnati in prima fila accanto ai malati più gravi; del giurista Luciano Eusebi e di Fulvio De Nigris, fondatore della ‘Casa dei Risvegli Luca De Nigris di Bologna’.

In chiusura l’adesione alla vita pronunciata dall’attore e autore teatrale Alessandro Bergonzoni e dal noto giornalista del Tg1 Aldo Maria Valli.

Per saperne di più ZENIT ha intervistato Massimo Pandolfi, già autore dei volumi “L’inguaribile voglia di vivere” e “Liberi di vivere”, due testi che hanno dato voce a persone che soffrono di malattie molto gravi, ma che scelgono, nonostante tutto, di continuare a lottare, testimoniando anche con gioia la bellezza della vita in ogni circostanza, anche quella apparentemente più drammatica.

Ancora un libro sulla vicenda Eluana. Perché?

Pandolfi: Perché credo che sulla vicenda di Eluana siano state dette tante, troppe bugie. Ad un certo punto è passato il messaggio che i sadici saremmo noi, ‘ostinati’ difensori della vita e i buoni tutti quelli che volevano accompagnare Eluana alla fine del suo calvario. Non è così. Il libro parte da dati di fatto per spiegare la verità vera di una vicenda che è stata troppo spesso addomesticata. Eluana non era una malata terminale, ma una grave disabile. Eluana non era attaccata a macchinari strani, e veniva nutrita, idratata e pulita come capita alle persone non autosufficienti. Non c’era nessuna spina da staccare per Eluana. Eluana forse non si rendeva conto di nulla, ma solo forse, perché neanche i medici sono in grado di dare una risposta vera a questi misteri che si chiamano stati vegetativi. E comunque, se anche non si rendeva conto di nulla, c’è per caso un criterio umano per stabilire quando una vita è degna o meno di essere vissuta? Io penso proprio di no. Credevo fosse importante provare a riportare un po’ di verità su questa storia, anche per rispetto di migliaia di malati (e familiari di malati) che affrontano in modo diametralmente opposto delle realtà difficili.

Quale significato ha avuto, dal punto di vista etico, mediatico e sociale, la triste vicenda di Eluana?

Pandolfi: Io credo nell’assoluta buona fede di Beppino Englaro. Non condivido nulla delle sue scelte, ma sono certo che lui abbia fatto tutto quello che ha fatto pensando al presunto bene di sua figlia. In nome della libertà. ma che libertà è quella che ti toglie l’unica cosa che ti consente di poter esprimere questa libertà, cioè la vita? Purtroppo il caso singolo di una persona (Beppino Englaro) che ha fatto questa scelta è diventato una sorta di bandiera etica e mediatica per molti. Ma la realtà è un’altra! Pongo una domanda io: ma ci avete fatto caso, dal 25 giugno 2008 (giorno del decreto della Corte d’Appello di Milano che autorizzava la sospensione dell’idratazione e nutrizione artificiale di Eluana) non c’è stato un disabile-uno che abbia provato a seguire questa strada giudiziaria, che dopo quel precedente poteva anche essere molto agevole. Perché? Non sarà che forse le reali esigenze dei disabili e dei loro familiari sono ben altre rispetto a quelle ossessionatamente sbandierate da radicali radical chic e ‘Ignazi Marino’ vari nei mesi scorsi?

E’ tuttora in atto una vivace discussione su quello che viene indicato come diritto a morire, da alcuni denunciato come eutanasia. Qual è il suo parere il proposito?

Pandolfi: Il diritto a morire è solo un gioco di parole. Ma che vuol dire diritto a morire? Prima o poi si muore tutti. Diciamo che c’è una società nichilistica che pretende – ed è questo l’aspetto drammatico – che certe persone ad un certo punto della loro esistenza si tolgano di turno. Diventano scomodi o sono scomodi in partenza, d’impiccio. Si è cominciato con i bambini da ammazzare prima di far nascere (aborto: primo omicidio legalizzato della storia moderna), poi siamo arrivati a malati e disabili, presto chiuderemo il cerchio con gli anziani. Si confondono delitti e diritti. E la cosa tragica è che si pensa, molti pensano, che si faccia ciò a fin di bene. Io credo che più che parlare di diritto a morire, bisognerebbe insegnare (magari con una carezza, con un po’ più di umanità) ai nostri giovani una nuova strada: dobbiamo aiutare tutti (anziani, malati, disabili, le migliaia di Eluana che ci sono in giro per l’Italia e per il mondo) a trovare un significato alla loro esistenza. E si può. Come ha detto splendidamente il cantautore laico Enzo Jannacci: ‘L’esistenza è uno spazio che ci è stato donato e che dobbiamo riempire di significato, sempre e comunque’.

Qual è il contenuto del libro e quali sono i fini della sua pubblicazione?

Pandolfi: Spiego in pratica la frase di Jannacci. Nel mio percorso umano e professionale in questi anni mi sono occupato molto di persone e situazioni (grazie anche ai precedenti libri “L’inguaribile voglia di vivere” e “Liberi di vivere”) molto simili a quella di Eluana e ho scoperto, anzi sto continuando a scoprire che nel 99.9% dei casi le esigenze di queste persone non sono quelle che sono purtroppo state sbandierate per mesi anche da noi giornalisti. Questa gente (e i loro familiari) non chiede-chiedono di morire ma chiedono semplicemente di trovare dei buoni motivi per continuare a vivere, così come la realtà vuole che loro vivano. E ho scoperto quello che è un messaggio di speranza, che voglio lanciare col mio libro: anche queste persone, anche i loro familiari, possono essere felici! Purtroppo viviamo in una società dove sembra che la parola dolore debba per forza essere messa in contrapposizione con la parola felicità. Non è così.

Il libro racconta dall’A alla Z tutta la vicenda di Eluana, attraverso anche documenti e testimonianze inedite. Metà libro è farina del mio sacco, l’altra metà di amici che ho coinvolto e che mi hanno fornito testi e contributi. Ho coinvolto persone che, seppur partendo da posizioni politiche, culturali e religiose anche profondamente diverse, hanno vissuto delle esperienze dirette che consentono loro di spiegare come la vita vada difesa, sempre e comunque. Bellissima e commovente la testimonianza introduzione del Ministro della Salute Maurizio Sacconi. Poi ci sono testi di medici (Mario Melazzini, Gian Battista Guizzetti, Marco Maltoni), giuristi (Luciano Eusebi), genitori che dal dolore per la morte del figlio hanno creato dei centri medici di eccellenza (Fulvio De Nigris), autori-attori (Alessandro Bergonzoni), giornalisti (Aldo Maria Valli). All’inizio del libro c’è il bellissimo monologo teatrale del poeta e scrittore Davide Rondoni, intitolato ‘Passare la mano delicatamente’.

[Il libro di Pandolfi verrà presentato martedì 25 agosto al Meeting di Rimini da Celestina Isimbaldi, Davide Rondoni e Camillo Fornasieri]

L'Unita' d'Italia contro il paese cattolico

di Domenico Bonvegna

Nel 2011 si dovrebbe festeggiare il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, per la ricorrenza due comitati devono organizzare l’evento che però stenta a decollare.

Il dibattito si è già acceso, numerosi gli interventi sui quotidiani. Forse bisognerebbe capire se agli italiani importa qualcosa di questi festeggiamenti e magari qual’è il motivo perché ancora l’unità d’Italia non è pienamente entrata nella memoria collettiva degli italiani.

I festeggiamenti per l’unità d’Italia dovrebbero essere una buona occasione per dire la verità su come si è pervenuti. Apriamo un serio dibattito ampio a 360 gradi su come è stata fatta l’unità del nostro paese. Chi sono stati gli artefici, i protagonisti attivi e passivi, del nostro Risorgimento. Soprattutto, non facciamo parlare sempre i soliti, diamo spazio a tutti anche a quella storiografia controrivoluzionaria e cattolica. Si spera che non finisca come nel 2000 quando Giovanni Paolo II beatificò Pio IX, allora tutta la cultura laica progressista è insorta con i suoi uomini più rappresentativi, da Galasso, Scalfari ad Asor Rosa. Addirittura si voleva fare un appello in difesa della tolleranza e della democrazia, minacciate da un irragionevole e reazionario fanatismo di matrice cattolica.

Chi voleva dissentire come Angela Pellicciari, non gli fu dato nessuno spazio.

E proprio dalla Pellicciari, professoressa e studiosa di Storia, in particolare del Risorgimento, si può leggere un contributo sintetico alla storia dell’unità del nostro Paese, Risorgimento ed Europa, Miti, pericoli, antidoti, edito da una giovane casa editrice di Verona, Fede & Cultura. (www.fedecultura.com), un agile bigino di 120 pagine, frutto di una serie di articoli che la storica per circa due anni ha pubblicato sul quotidiano La Padania, è un itinerario incalzante con la semplice e impietosa forza dei fatti, scrive il direttore Giuseppe Baiocchi.

La tesi di fondo del libro della Pellicciari è che l’unità italiana è stata raggiunta a spese dell’identità cattolica del nostro Paese. Gli italiani erano già uniti dalla fede comune, bisognava unirli politicamente, bastava una federazione di Stati. La Chiesa tutta promuoveva e sosteneva l’unificazione italiana attraverso un processo federale. Ma Casa Savoia voleva “fare da sé”, per opera di Vittorio Emanuele e Cavour, il piccolo Regno di Sardegna, incurante delle più elementari norme di diritto internazionale, conquista con una strategia ben congegnata tutti i territori italiani per fare un regno più grande e così si trasforma in quinta colonna della Rivoluzione.

Il piccolo Piemonte, ha bisogno di apparire come un liberatore del popolo italiano, non come aggressore; per questo si usano frasi ad effetto come questa le popolazioni italiane gemono nelle prigioni e nelle galere dei principi italiani. Cavour al congresso di Parigi incassa il sostegno degli inglesi e dei francesi, che gli offrono l’occasione propizia difare da cassa di risonanza alle menzogne liberali sulla situazione dell’Italia non sabauda(…) Se c’è qualcuno che ‘geme’ nell’Italia degli anni cinquanta dell’Ottocento, questi sono i numerosissimi detenuti del regno sardo. (pag58)

Il Regno Sardo per conquistare l’Italia deve eliminare ogni opposizione, per questo si scaglia contro gli ordini religiosi in particolare i Gesuiti, il parlamento subalpino scatena una guerra senza frontiere contro la Compagnia di Gesù, è un paradosso lo Statuto albertino al primo articolo recita che “La Chiesa cattolica apostolica e romana la sola religione di Stato”. In seguito, Cavour-Rattazzi presentano in parlamento un progetto di legge per la soppressione degli ordini religiosi contemplativi e mendicanti, complessivamente furono letteralmente buttate in strada 57. 492 persone. “Fin dall’inizio del processo denominato risorgimento – scrive la Pellicciari – il programma politico liberale è perfettamente delineato. Si tratta di far pagare alla Chiesa, e cioè a tutta la popolazione, il costo dell’operazione che porterà Vittorio Emanuele a regnare sulla penisola italiana. Si tratta di procedere con cautela perché gli italiani sono, sì, destinati ad essere emancipati dalla propria fede, ma per il momento sono ancora tutti cattolici. La persecuzione anticattolica va quindi anzitutto negata, poi attuata con cautela e poco alla volta”. (pag. 45)

La Chiesa di fronte a questo lucido disegno di scristianizzare l’Italia come reagisce? La maggiore preoccupazione di Pio IX è che i cattolici conoscano la verità e non cadano nell’insidia e martellante propaganda liberale.

Il Papa attraverso le encicliche racconta i misfatti della rivoluzione italiana, che non ebbe mai l’approvazione della stragrande maggioranza degli italiani, purtroppo ignorate dagli storici del ventesimo secolo. Mastai Ferretti rievoca un panorama desolante dell’Italia sconvolta dalla tirannide liberale.

Tra i personaggi che più hanno fatto la storia del risorgimento italiano oltre a Cavour e Mazzini, un posto particolare lo merita Giuseppe Garibaldi, che la Pellicciari chiama un romantico negriero, per via del suo commercio marittimo tra la Cina e il Perù di schiavi cinesi grassi e in buona salute, così come si legge dal racconto tra l’armatore Denegri e Augusto Vecchj. Dei preti Garibaldi ha una particolare ripugnanza: “quando sparirà – si domanda – dalla faccia della terra questa tetra, scellerata, abominevole setta, che prostituisce, deturpa, imbestialisce l’esser umano?” Per i preti Garibaldi progetta la bonifica delle palude pontine.

Sulla Deutsche Rundschau nell’ottobre 1882 il massone Pietro Borrelli scrive: Non si deve lasciar credere in Europa che l’unità italiana, per realizzarsi avea bisogno d’una nullità intellettuale come Garibaldi. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione di Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti”. (pag. 79)

Il ruolo di Garibaldi è stato gonfiato ad arte, non avrebbe fatto un passo senza Cavour e La Farina, i loro soldi e le loro armi.

Garibaldi e i suoi conquistano il Sud senza combattere, scrive Massimo D’Azeglio, “Quando si vede un regno di sei milioni ed un’armata di 100 mila uomini, vinte colla perdita di 8 morti e 18 storpiati, chi vuol capire, capisca”. In pratica, Francesco II di Borbone, re delle Due Sicilie, completamente digiuno dell’arte di governo, cattolico devoto, animato da buonissimi sentimenti, ma l’inesperienza e la buona fede lo rendono facile preda della congiura massonica che lo avvolge come in una spirale.

da Mascellaro.it