da Baltazzar | Ott 26, 2009 | Chiesa, Cultura e Società, Testimonianze
«Credere non è affare privato»: parla il giornalista francese Patrick Kéchichian, che dopo la conversione è passato a «La Croix»
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 24 ottobre 2009
Si può elogiare il cattolicesimo nella Francia dei Lumi del XXI secolo? Lo ha fatto, in un piccolo, grazioso testo, il giornalista transalpino Patrick Kéchichian, a lungo critico letterario del ‘laico’ Le Monde (ora scrive su La Croix). Per il quotidiano parigino questo intellettuale di origine armena ha curato, dal 1985 al 2008, le recensioni sul supplemento Le Monde des Livres, dove dal 1992 ha rivestito la carica di caporedattore.
Nel suo lavoro di recensore ha avuto un occhio particolare alla realtà italiana: son da ricordare alcuni suoi articoli di grande favore su Erri De Luca e Mario Luzi. Convertitosi alla fede cristiana in età adulta dopo una fase di lontananza dalla Chiesa, nel suo recente saggio Petit éloge du catholicisme (‘Piccolo elogio del cattolicesimo’; Gallimard, pagine 130, euro 2, 00) Kéchichian spiega perché oggi è ancora meritevole di ragione essere cattolici.
«La fede non è, non può essere un affare anzitutto e unicamente privato», scrive nel suo libro. Quale posto occupa la fede cattolica nel suo impegno di uomo di cultura?
«Voglio sottolineare l’importanza della dimensione universale del cattolicesimo. Vi è in esso qualcosa di visibile e una testimonianza a voce alta. In questo io sacrifico la mia singolarità personale e narcisistica per guadagnare una vera identità in Cristo. Non si tratta di negare l’interiorità. Il dogma della comunione dei santi figura perfettamente in questa armonia.
Prima che un aggettivo, inoltre, cattolico è un sostantivo. Io non sono un critico o uno scrittore cattolico. Sono un critico, uno scrittore e un cattolico. Le identità sociologiche non mi interessano.
Detto questo, evidentemente la fede penetra tutti i settori della mia vita, compreso quello professionale. Ma detesto gli atteggiamenti militanti. La mia fede non è per forza visibile in ogni riga di ciò che scrivo».
A suo avviso, nel credere «la ragione non abdica a niente, semplicemente non si rivendica come sovrana». Riecheggia Pascal: «L’ultimo passo della ragione è il riconoscere che ci sono un’infinità di cose che la sorpassano».
«Io non amo opporre fede e ragione. Questo porta generalmente a concezioni troppo irrazionali e astratte della fede.
Sulla via della pura sensibilità le derive di tipo pietistico possono essere catastrofiche o ridicole. La terza Persona della Santissima Trinità è lo Spirito. Ora, questo Spirito ‘abita nei nostri cuori’. La nostra dignità di uomini implica dunque il pieno esercizio della ragione, anche quando questa ragione esplora zone che sembrano allontanarci dalla vera fede. L’’ultimo passo’ è un compito immenso che apre a questa altra immensità, quella di Dio, di fronte alla quale la nostra ragione si inchina».
Lei cita spesso i ‘grandi’ cattolici della cultura francese: Claudel, Bernanos, De Lubac. E ha grande riverenza per il cardinale Lustiger: come mai?
«Sono sempre stato affascinato dalla ricchezza della cultura e, soprattutto, dalla letteratura cristiana francese dei secoli XIX e XX. Per non dire delle epoche precedenti: Bousset, san Francesco di Sales… Quando si accostano autori come quelli si comprende la vastità della loro diversità, che talvolta arrivava all’opposizione, sempre dentro il cattolicesimo.
Siamo in presenza di una delle conseguenze, felice e feconda, di questa inaudita libertà di cui parlavo rispetto all’unica fede. Quando, in tutta coscienza – questo va evidenziato – viene accettata la totalità del dogma, ai nostri passi si apre una moltitudine di cammini possibili. Nel mio itinerario il cardinale Lustiger ha giocato un ruolo essenziale.
L’ho sentito spesso predicare e ho letto i suoi libri. Le sue affermazioni sull’ebraismo sono fondamentali: non si può appartenere a Cristo senza aver meditato sul mistero di Israele».
Lei ha parole molto belle sulla Chiesa: «Essa è la figura e anche la realtà, la realizzazione di questo essere-insieme». Perché tanta avversione, oggi, verso la Chiesa?
«La nostra epoca vive, con colpevole compiacenza, sotto il regno dell’opinione e non del pensiero, che abbiamo liquidato come ‘un buono a niente’.
L’obbedienza, la fiducia, la mancanza di sospetto appaiono debolezze dello spirito. La ribellione, la critica e la denigrazione vengono considerati prove del nostro affrancamento.
Tutta l’istituzione ecclesiale, con il Santo Padre in testa – in un’esposizione che ai nostri giorni è quasi sacrificale –, è stata fondata da Dio per essere aperta, da un lato sul mondo, e dall’altro sulla vita eterna. Questo è il Mistero della Chiesa, non meno essenziale di quello di Israele».
«Oggi si avversa la Chiesa perché trionfa la cultura della cieca ribellione, della critica e della denigrazione costante»
da Baltazzar | Ott 26, 2009 | Bioetica, Cultura e Società, Famiglia, Segni dei tempi, Testimonianze
di Anna Bono
da SviPop
“La nostra società migliora nel suo senso di umanità non quando sopprime i deboli ma quando li accoglie”. È con queste parole che Sophie Chevillard Lutz, madre di una bambina affetta dalla nascita da un gravissimo e incurabile polihandicap di origine cerebrale, risponde a chi sostiene l’inutilità dell’esistenza in condizioni del genere o considera egoista una madre che accetta un figlio menomato, invece di abortire ed evitargli una vita difficile e limitata.
“La forza di una vita fragile” è il titolo del libro, edito da Lindau, che Sophie ha scritto per raccontare la propria esperienza e che le ha meritato la vittoria del Premio letterario Donna & Vita, quest’anno alla sua prima edizione.
Istituito dall’associazione Scienza & Vita Pontremoli-Lunigiana con il patrocinio del Dipartimento delle Pari Opportunità-Presidenza del Consiglio, il premio si propone di promuovere testi che sottolineino l’alleanza della donna con la vita e la naturale capacità femminile di donare e difendere la vita: non vi è esempio più alto di quello di Sophie Chevillard Lutz che, insieme al marito, mossa da un rispetto assoluto per la vita di ogni persona e dalla salda convinzione che non si debba giudicare quali esistenze valgono la pena di essere vissute e quali no, ha accolto una figlia, la sua secondogenita, pur avendo appreso dalle ecografie alle quali si era sottoposta durante la gravidanza che le sue lesioni cerebrali l’avrebbero resa permanentemente quasi incapace di comunicare e del tutto priva di autonomia.
Philippine – questo è il nome della piccola – non parla, non sa camminare né stare seduta senza sostegno, non sa masticare, vede a mala pena e forse solo del senso del tatto si serve appieno per percepire gli ambienti e le persone attorno a sé.
“Nel mondo animale è la legge del più forte che prevale: il debole è eliminato o abbandonato. Che cosa impedisce allora all’uomo di adottare questa stessa legge? – si domanda Sophie difendendo il valore della persona di sua figlia e il proprio impegno ad aiutarla a vivere – non è forse proprio dell’uomo di accogliere la debolezza e persino di proteggerla? Non costituisce questo la sua dignità? Non è questo che rende la vita sopportabile?”
Sarebbero domande retoriche se la nostra società non fosse sottoposta alle pressioni insistenti di movimenti d’opinione che invece ritengono l’eugenetica una conquista sociale e civile e giudicano fanatiche le posizioni di chi difende la vita umana, dal concepimento alla sua fine naturale, anche quando si realizza nella maniera più incompleta e all’apparenza inconcludente, priva di prospettive e di traguardi.
Nega poi alla persona il valore supremo che le attribuisce la civiltà cristiana occidentale la componente più radicale del movimento ecologista che vede addirittura nell’uomo una sorta di cancro del pianeta. Anche senza giungere a simili estremi ideologici, la preoccupazione che ogni nuovo nato rappresenti un fardello troppo pesante per un pianeta ormai esausto, tanto più se sano e quindi capace di vivere intensamente e a lungo, si sta facendo strada e conquista consensi persino negli ambienti accademici che dovrebbero saper valutare con maggiore rigore teorie quali l’impronta ecologica e la ricorrente previsione, finora mai realizzatasi, di un imminente esaurimento delle risorse naturali.
Allargando l’obiettivo, è noto inoltre che altre culture prescrivono l’infanticidio come rimedio ad atti trasgressivi, per ripristinare l’ordine sociale, ritrovare l’armonia con gli antenati o come metodo di controllo demografico.
È dunque vero che la tutela della persona umana, soprattutto quando è debole e dipendente, come nel caso dei bambini, degli handicappati, degli ammalati e degli anziani, è un’evoluzione frutto di una rivoluzione antropologica che ha assegnato all’uomo un valore e dei diritti, inerenti alla condizione umana e perciò universali e inalienabili, che rappresentano una conquista di civiltà e che vanno difesi dall’influenza di altre culture e contro le teorie di segno opposto che pongono l’ambiente naturale al di sopra del genere umano.
Sophie Chevillard Lutz, La forza di una vita fragile. Storia di una bambina che non doveva nascere, Lindau, Torino, 2008, pp.120
da Baltazzar | Ott 19, 2009 | Cultura e Società, Testimonianze
Gli ultimi sopravvissuti all’Olocausto raccontano le loro storie
di Edward Pentin
ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E’ soprattutto grazie al film “Schindler’s List” che la maggior parte della gente è venuta a conoscenza della vicenda di Oskar Schindler, l’industriale tedesco che salvò 1.200 ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ci sono tuttavia altre storie non raccontate di atti di eroismo simili del tempo di guerra avvenuti in tutta Europa, molti in Italia. Anche se non sempre delle dimensioni dell’opera di Schindler, sono stati comunque notevoli atti di coraggio disinteressato.
Un nuovo libro rivela ora quanti italiani comuni, molti dei quali sacerdoti e religiosi, aiutarono a salvare gli ebrei dall’Olocausto. Il testo si intitola “It happened in Italy” (“Accadde in Italia”) ed è stato scritto da Elizabeth Bettina, una newyorkese italoamericana che registra testimonianze affascinanti di sopravvissuti la cui vita è stata salvata da italiani di ogni ceto sociale.
La sua ricerca è iniziata quando, durante i viaggi estivi a casa della nonna in Campania, ha visto una fotografia di un rabbino in una chiesa. Ha saputo che molti ebrei stranieri erano vissuti nella zona, ed essendo cresciuta con molti ebrei americani a New York era ovviamente curiosa di sapere perché. In seguito ha scoperto che nel paese c’era un campo di internamento per ebrei durante la guerra, uno dei tanti in Italia.
Dopo essere stata incoraggiata da un amico, ha quindi deciso di capire quanti ebrei vennero salvati in Italia – secondo alcuni storici 32.000 su 39.000.
E’ interessante notare che il tasso di sopravvivenza degli ebrei vissuti in tempo di guerra in Italia è uno dei più alti d’Europa, e tra gli italiani più eroici c’è stato Giovanni Palatucci, che si pensa abbia salvato la vita di circa 5.000 persone. A differenza di Schindler, che sopravvisse alla guerra, Palatucci morì a Dachau ad appena 36 anni.
Aiutare i vicini
La Bettina sottolinea che non tutti gli italiani rischiarono la propria vita per salvare i vicini ebrei, ma l’eroismo fu comunque notevole. “Non so quante volte ho sentito dire: ‘Tutto il paese sapeva che eravamo ebrei e nessuno ci ha denunciati’”.
La politica italiana durante la guerra prevedeva che gli ebrei nati nel Paese potessero rimanere in casa propria, mentre quelli che erano arrivati prima della guerra venivano internati. I campi, tuttavia, erano in gran parte umani: il libro mostra gli ebrei vestiti normalmente, che sorridono e suonano strumenti musicali. La loro vita fu messa veramente in pericolo quando l’Italia si unì agli Alleati alla fine della guerra e la Germania invase il Paese.
Molti vennero deportati nei campi di concentramento, insieme ai loro parenti che vivevano altrove in Europa. “Avvennero cose molto brutte e le riconosco nel libro”, ha affermato l’autrice. “Qualcuno ti tradiva, non ti aiutavano anche se potevano o non avevi fortuna – non c’era nessuno che ti potesse aiutare perché viveva altrove”. Ci furono “molte, molte ragioni per cui in Italia sopravvissero così tanti ebrei, e il motivo è che qualcuno li aiutò”, ha aggiunto.
La Bettina spiega che chi salvò gli ebrei rischiando la propria vita (se fosse stato scoperto sarebbe stato senz’altro fucilato, affermano i sopravvissuti) rientrava in uno di cinque gruppi di individui: il primo tipo era l’italiano comune che si rifiutava di informare le autorità o nascondeva gli ebrei. Il secondo era l’ufficiale di polizia che magari li avvertiva che qualcuno sarebbe tornato ad arrestarli il giorno dopo, dando quindi loro il tempo di fuggire. Il terzo era una persona che lavorava per le autorità che procurava documenti falsi. Il quarto era il sacerdote o la suora del luogo che li ospitava o li aiutava a trovare un falso certificato di Battesimo.
“Avevano ricevuto un ordine ufficiale? Non lo so”, ha detto la Bettina quando le è stato chiesto se Papa Pio XII poteva aver dato istruzioni di salvare gli ebrei. “Ma molte delle persone che ho intervistato hanno detto che sono stati un sacerdote o una suora ad aiutarli”.
Il quinto gruppo era rappresentato da chi lavorava nei campi di internamento e cercava di rendere la vita più umana possibile.
Uscire allo scoperto
Ciò che aumenta l’interesse per questa storia è il fatto che “It Happened in Italy” è il risultato di innumerevoli coincidenze – di persone che sono venute in contatto in qualche modo con la Bettina e hanno raccontato intense storie di autentica gratitudine nei confronti degli italiani che salvarono la loro vita – o quella di un loro parente stretto – durante la guerra. Un serie di ulteriori coincidenze le ha permesso di portare un gruppo di sopravvissuti in Vaticano per un’udienza speciale con il Papa. “Chiunque venga in contatto con questo libro ha un modo divertente di farlo”, ha detto l’autrice.
Il progetto non è iniziato con lo scopo di scrivere un libro, ma ha acquisito vita propria man mano che sempre più persone si presentavano con testimonianze da tutto il mondo. “Non pensavamo che la questione potesse essere così vasta, semplicemente andava avanti”, ha spiegato la Bettina, insistendo sul fatto che dietro al progetto non c’è alcun obiettivo nascosto. “Non ho un’agenda, tranne il fatto di assicurare che queste storie siano vere”, ha dichiarato. “Voglio che queste persone che mi hanno raccontato le loro storie siano ascoltate. Voglio che abbiano questa soddisfazione”.
Nonostante tutto, resta una domanda persistente: perché queste persone hanno impiegato tanto tempo per farsi avanti ed esprimere la propria gratitudine? La Bettina crede che molti sopravvissuti ebrei fossero così schiacciati da ciò che era successo che inizialmente volevano solo buttarselo alle spalle. Dice che è solo quando sono usciti film come “Schindler’s List” che hanno iniziato a pensare: “E io? E la mia storia?”. Altri credono che sia per il fatto che gli ebrei non vogliono che all’Olocausto sia associato niente di buono.
Catalizzatore
Durante una conferenza stampa svoltasi a Roma il mese scorso per lanciare il libro, l’ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, ha confessato che neanche lui conosce la ragione, ma che forse tutti loro avevano bisogno di una persona come Elizabeth Bettina per esprimere la propria gratitudine.
L’ambasciatore ha anche detto di essere perplesso per il fatto che gli ebrei italiani, che avevano radici in Italia e sono stati salvati durante la guerra, “non siano sempre molto desiderosi” di esprimere la loro gratitudine. A suo avviso, potrebbe avere qualcosa a che fare con una storia di relazioni difficili tra gli ebrei romani e il Vaticano, ma ha sottolineato il “fenomeno molto strano” di ebrei che hanno trovato rifugio in monasteri ma “esprimono ancora idee piuttosto anticlericali”.
La Bettina dice che il suo libro potrebbe diventare un film, anche se sottolinea che non è mai stata sua intenzione. “Non sono una scrittrice, non ho mai scritto un libro prima e […] non ho mai girato un film o un documentario”, ha spiegato. Una delle sue motivazioni principali, piuttosto, è il fatto che c’è sempre meno tempo per raccontare queste storie. “Tutte le persone hanno detto: ‘Dopo di noi, non c’è nessuno’”, ha ricordato. “Sono gli ultimi della generazione”.
L’obiettivo, ha aggiunto, non era far sembrare grande l’Italia, ma mostrare che ci possono essere persone buone che fanno la cosa giusta, e trasmettere un insegnamento importante: se non si è indifferenti, le cose possono essere diverse. “Qualcuno non è stato indifferente”, ha concluso. “Ha aiutato delle persone, e queste persone sono sopravvissute”.
[Traduzione dall’inglese di Roberta Sciamplicotti]
da Baltazzar | Ott 16, 2009 | Bioetica, Testimonianze

Holly Patterson aveva appena compiuto 18 anni quando entrò in un consultorio californiano dell’associazione «Planned parenthood» chiedendo una pillola per abortire. In realtà non sappiamo cosa chiese. Sappiamo solo che era spaventata. Era incinta. I suoi genitori non lo sapevano. Voleva che qualcuno l’aiutasse. Holly ricevette una pastiglia da 200 mg di mifepristone che prese al consultorio e un’altra da 800 mg di misoprostol, con l’istruzione di inserirla vaginalmente 24 ore più tardi. Le fu dato un appuntamento una settimana dopo, il 17 settembre 2003, alle due del pomeriggio, per verificare che il feto fosse stato espulso e che «fosse andato tutto bene». Nulla andò bene. Holly morì un’ora prima dell’appuntamento, nel pronto soccorso dell’ospedale di Pleasanton. Suo padre, chiamato d’urgenza, non aveva mai sentito parlare della Ru486 prima che un medico lo informasse che, in seguito a un aborto chimico, sua figlia «non ce l’avrebbe fatta».Ma Monty Patterson continuava a non capire cosa potesse aver trasformato la sua sana, energica ragazza nella creatura pallida e incapace di parlare che lo guardava terrorizzata, poco prima di spirare. Nei mesi successivi Patterson avrebbe imparato molto: a uccidere sua figlia era stata la sepsi provocata da un’infezione dal batterio «clostridium sordellii», indotta dall’assunzione della Ru486. E che la morte poteva essere evitata. Oggi gira gli Usa per spiegare che la Ru486 è un autentico veleno: Patterson ha discusso dei rischi della pillola alla Casa Bianca, in frequenti testimonianze in Congresso, con la Fda, con associazioni di pazienti. In seguito al suo attivismo 70 deputati hanno redatto la “legge di Holly” che chiede la sospensione della Ru486 e la revisione dell’iter che ha portato alla sua approvazione. Ma la legge non è mai stata approvata dal Congresso.
Signor Patterson, qual è il suo giudizio sulla pillola abortiva?
«La mia preoccupazione è la sua sicurezza per le donne. Per me è un problema di salute. Io volevo solo salvare mia figlia, ma non l’ho potuto fare. Tutto quello che mi resta è cercare di informare altre Holly di quello che può succedere loro».
Che informazioni dovrebbero avere?
«Al momento una 18enne come Holly non riceve abbastanza informazioni per prendere una decisione consapevole quando sceglie di terminare chimicamente la sua gravidanza. Nessuno ha interesse a spiegarle cosa le potrebbe succedere. Ma non solo a una 18ennne. Prenda Oriane Shevin. Era avvocato. Sposata, madre di due figli. Ha avuto una terza gravidanza e ha fatto come Holly. È andata in un consultorio, ha preso una pillola. È morta. Aveva ricevuto abbastanza informazioni? No. Quello che si trova su Internet, presso i medici che praticano aborti, sono i dati messi in circolazione dalla società che distribuisce la Ru486 negli Usa, la Danco Laboratories, o da organizzazioni abortiste. Sostengono che il rischio è minimo, che le infezioni sono rare e curabili. Non è vero! Queste donne sono lasciate sole e senza mezzi per difendersi».
È una delle caratteristiche della pillola abortiva quella di consentire l’aborto “fai da te”…
«I fatti mostrano che questa idea dell’aborto nella “privacy della tua casa” pone un fardello enorme sulle spalle delle donne. Le costringe a capire da sole quando qualcosa non va. Holly ha fatto tutto quello che le avevano detto. Dopo tre giorni ha chiamato il consultorio lamentandosi di forti crampi addominali, e le hanno detto di prendere una dose maggiore di antidolorifico. Il giorno dopo è andata al pronto soccorso. Le hanno dato un antidolorifico ancora più forte e l’hanno mandata a casa. Tre giorni più tardi è tornata all’ospedale e nel giro di poche ore è morta. Non aveva febbre, solo dolori. Altre tre donne hanno avuto gli stessi sintomi. E si sono sentite dire che era tutto normale».
Di chi è la colpa?
«I reparti di pronto soccorso non sono preparati a riconoscere i sintomi di infezioni come questa. Spesso le donne che vi si rivolgono non dicono nemmeno di aver assunto la pillola abortiva. Holly lo fece, ma non le fu di nessun aiuto».
L’ente americano che vigila sui farmaci – la Fda – ha ammesso che l’azienda distributrice della pillola abortiva non ha comunicato tutti i casi di “effetti avversi”…
«Sì, perché negli Stati Uniti queste comunicazioni sono volontarie. Sappiamo però che ci sono molte altre donne che hanno rischiato di morire o sono morte per colpa della Ru486, e di cui non è stato detto nulla. L’aborto è una procedura circondata dal segreto, specialmente nel caso di giovani come Holly: a 17 anni è rimasta incinta di un 24enne che non voleva farlo sapere ai genitori. Non possiamo scaricare sulle spalle di queste ragazze la responsabilità di dubitare delle informazioni che ricevono nei consultori o su Internet. Io stesso ho faticato a raccogliere dati affidabili».
Lei a chi si è rivolto?
«A Didier Sicard, professore di medicina all’Università Descartes di Parigi, ex presidente del Comitato bioetico francese che ha dato il via libera alla Ru486. Sua figlia, Oriane Shevin, è morta dopo aver assunto la pillola abortiva. Ora anche lui sostiene che i rischi legati alla Ru486 sono molto più alti di quanto si ammette, e che le informazioni circolanti non sono oggettive. I dati parlano di un rischio di “fallimento” del protocollo del 5-7%. Da dove vengono quei numeri? Dal distributore della pillola. È come chiedere alla volpe di fare la guardia al pollaio. Da quando mia figlia è morta sono stato contattato da decine di donne che mi hanno detto di dover la vita a Holly. Avevano preso la pillola, non stavano bene. Sono andate su Internet, hanno letto la mia storia, e sono corse all’ospedale dicendo che forse avevano un’infezione in atto. In alcuni casi era vero, e hanno ricevuto antibiotici in tempo».
È una consolazione?
«L’unica. Se Holly fosse sopravvissuta, sarebbe la prima a voler raccontare la sua storia per aiutare altre come lei. Non ho potuto proteggere mia figlia, forse posso proteggere le figlie di altri».
Elena Molinari da Avvenire
da Baltazzar | Ott 12, 2009 | Testimonianze
La beatificazione di don Carlo Gnocchi, spinge i reduci di Russia a raccontare l’epopea che nel 1943 vide protagonista il cappellano della Tridentina Il sacerdote fu come un padre per quei soldati. Che lo salvarono mentre giaceva, sfinito, sulla steppa gelata • Nelson Cenci, reduce del Don, ricorda il ‘suo’ cappellano «Una testimonianza che ci aiutò a uscire dalla sacca»
di Paolo Ferrario
Tratto da Avvenire dell’11 ottobre 2009
Una benedizione lunga tutta la vita. Nelson Cenci l’ha ricevuta nel gennaio del 1943, durante i giorni terribili e grandi del ripiegamento degli alpini sul Don e, dopo più di sessant’anni, la conserva ancora nel più profondo del cuore, pronto a “tirarla fuori” nei momenti di sconforto. Oggi la sua “tana” non è più «tutta bianca scavata nel gesso», secondo l’indimenticabile descrizione del “Sergente nella neve”, ma ha le fattezze di un bel casolare ristrutturato immerso nelle vigne della Franciacorta. Anche l’inverno non è più così tremendo e lo zaino meno pesante. Di intatto è rimasto invece il caro ricordo di don Carlo Gnocchi, suo cappellano prima in Montenegro e poi in terra di Russia.
Ogni gesto, ogni momento trascorso con questo sacerdote è per il novantenne, Medaglia d’argento al valor militare, riminese trapiantato a Cologne Bresciano per amore dei suoi alpini, una boccata di aria fresca, un sostegno prezioso quando la fatica di vivere si affaccia alla porta del cuore.
«Il mio primo ricordo di don Carlo risale al 1941 – dice Cenci, ufficiale sottotenente tra i protagonisti principali del racconto di Mario Rigoni Stern, di cui era comandante al battaglione “ Vestone” del 6° alpini divisione “Tridentina” –. Entrambi eravamo in Montenegro con la “Julia” della quale lui era cappellano. Poi, le vicende della guerra ci hanno diviso per un paio di anni, fino al 18 gennaio 1943, il primo giorno del ripiegamento sul Don. Eravamo a Podgornoje e ancora non sapevamo che cosa ci aspettava: undici disperati e sanguinosi combattimenti per uscire dalla sacca, una marcia di più di quattrocento chilometri nella steppa gelata e sferzata da venti a quaranta gradi sotto zero, i compagni morti e i tanti feriti e congelati». Quel giorno, don Carlo fece fare a tutti gli alpini il segno della Croce e diede a tutti la benedizione. Tanti si confessarono e fecero la Comunione. Per tutti, ebbe parole di conforto e di speranza. «Torneremo a baita, signor tenente?», gli chiedevano gli uomini che sognavano la casa e la famiglia. «Il cappellano – ricorda Cenci – ci diede una risposta che ci scaldò il cuore e ci confortò. “Certo che ritornerete a baita”, ci disse. E subito aggiunse: “Io e Gesù siamo con voi”. Ecco, queste parole, questa benedizione di don Carlo la porto ancora nel cuore e, quando lo sconforto mi pesa sul petto, vado con la memoria a quei momenti e una grande pace mi scende nell’anima. Oggi, dopo tanti anni, posso dire che la sua presenza ha accompagnato e accompagna ancora i miei passi su questa terra».
A don Gnocchi, Cenci dedicherà un bel passaggio di uno dei tanti libri di memorie scritti negli anni della pensione. In “Quello che resta in noi”, il sottotenente annoterà: «Un battaglione senza il cappellano è come se fosse senza il colonnello oppure senza il medico». E ancora: «Il cappellano è quello che ti salva l’anima, che ti dà la benedizione, che entra nella tua buca dove, accato alla fotografia della ragazza, si trovano appesi l’immagine della Madonna oppure il Crocefisso e ti fa fare il segno della Croce». E infine: «Il cappellano è quello che ascolta parole di disperazione e dice parole di consolazione e speranza».
Come don Carlo, anche il sottotenente Cenci, allora appena 23enne, rischiò di morire nella steppa. Proprio l’ultimo giorno del ripiegamento, il 26 gennaio a Nikolajewka, fu ferito a entrambe le gambe da un colpo di parabellum. Giaceva con gli arti spezzati nella neve insanguinata, quando un gruppo di alpini lo raccolse e lo caricò su una slitta di fortuna, assistendolo e curandolo per cinque lunghi giorni. Fu la sua salvezza. In onore di questi generosi soldati, tutti originari di Cologne Bresciano (Brescia), Cenci, dopo la guerra, deciderà di trasferirsi sulle colline della Franciacorta, dove oggi, con la figlia Giuliana, produce degli ottimi vini e spumanti firmati “La boscaiola”. Qui, il 12 settembre 1954, in occasione della consacrazione del santuario della Madonnina del Monte, realizzata dal locale gruppo Ana, don Carlo rivelò all’amico di come gli alpini gli avessero salvato la vita. «Durante il ripiegamento – prosegue il racconto di Cenci – don Carlo sentì di non avere più forze. Si abbandonò sulla neve che, come mi disse lui stesso, tutto a un tratto gli parve non più gelata ma soffice e accogliente. Era la “dolce morte ” che lo stava prendendo. Per fortuna, mentre la colonna già era un puntino lontano all’orizzonte, un gruppo di alpini, vedendolo in quello stato, lo raccolse e lo portò con sè. “Gli alpini”, mi disse don Carlo quella volta, “sono uomini incantevoli, immensi. Li si deve amare come un padre ama i suoi figli”». Ritornato in Italia, Cenci termina gli studi di Medicina e diventa un affermato otorinolaringoiatra, consulente, tra l’altro, dell’Istituto dei tumori di Milano. Qui incontra tanti piccoli malati, alcuni molto gravi e tutti affida alle preghiere di don Carlo. «Non so se la mia fede sia grande o piccola – afferma con delicatezza –. Sono certo, però, che piccola o grande che fosse, è uscita rafforzata dalla sacca del Don. E questo lo devo esclusivamente a don Carlo, che ci ha sostenuto e, con la sua sola presenza, ha dato a tanti di noi la forza di sperare contro ogni speranza. Se siamo tornati da quell’inferno di gelo e pallottole, lo dobbiamo anche a lui. Per ciò che riguarda me, posso dire di essere tornato senz’altro cambiato. Don Carlo, che quando celebrava Messa dietro un fienile o in un’isba diroccata, pregava anche per i russi, per le donne e i bambini che incontravamo sulla nostra strada, ci ha insegnato il valore della tolleranza, dell’altruismo, un forte sentimento di pietà per la sorte comune e quel vincolo d’amore che lega tutti gli uomini. Di tutto lo ringrazio e sento la responsabilità di essere vissuto accanto a un uomo così grande».
Tra pochi giorni, la Chiesa proclamerà beato questo sacerdote ambrosiano che, per gli alpini, siede già da tempo accanto ai santi. Con la sua talare nera e il cappello con la penna.
Comandante di plotone, fu compagno del “Sergente nella neve”, Mario Rigoni Stern. «La sera prima del ripiegamento, ci rinfrancò dicendo: “Tornerete a casa. Io e Gesù siamo con voi”» Dopo la guerra, diventò chirurgo e curò tanti bambini ammalati di tumore. «Tutti affidavo alle preghiere di don Carlo. Per noi alpini è santo da sempre. È in cielo con la talare e il cappello con la penna»
da Baltazzar | Ott 8, 2009 | Chiesa, Testimonianze
Grazie a questo miracolo, l’Apostolo dei Lebbrosi sarà canonizzato questa domenica
di Carmen Elena Villa
HONOLULU, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Nessuno è sopravvissuto a questo cancro. Questa malattia la porterà alla morte”. Furono queste le parole che il dottor Walter Chang disse ad Audrey Toguchi nel 1997. Scientificamente per lei non c’era niente da fare.
La sua guarigione è stata il miracolo decisivo per la canonizzazione di padre Damian de Veuster, che si svolgerà l’11 ottobre in una cerimonia presieduta da Papa Benedetto XVI in Piazza San Pietro in Vaticano.
Padre Damiano, membro della Congregazione dei Sacri Cuori, noto anche come l’Apostolo dei Lebbrosi, nacque in Belgio nel 1840. A 33 anni si trasferì nell’isola di Molokai (Hawaii), dove i lebbrosi erano stati isolati.
Privandosi di tutto, il sacerdote rimase lì servendo, catechizzando e amministrando i sacramenti a quanti avevano contratto questa malattia. Contagiato anch’egli dalla lebbra, morì nel 1899. Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 1995.
Malattia allo stadio terminale
Nel 1996 Audrey, originaria dell’isola hawaiana di Oahu, aveva 69 anni. “Non sapevo di avere un cancro”, ha detto a ZENIT.
“Mio marito notò un gonfiore dopo una caduta [era scivolata qualche giorno prima, mentre lavava il pavimento]. Il medico di famiglia disse che si trattava di un ematoma”.
L’anno dopo, l’ematoma non era scomparso, anzi, era aumentato. Audrey si sottopose a nuovi esami e le fu diagnosticato un liposarcoma alla coscia sinistra. Si trattava di un tumore maligno.
Un anno dopo fu sottoposta a intervento chirurgico, ma il cancro ormai si era diffuso. “Fu il chirurgo che scoprì, al momento di asportarlo, che era un cancro terminale molto raro e aggressivo”, ha commentato la donna.
“Altri oncologi che studiarono il caso dissero che non c’era al mondo alcun referto medico su una persona sopravvissuta a questo tipo di malattia”.
Durante un altro controllo, nel settembre 1998, le radiografie rivelarono che il cancro aveva provocato metastasi ai polmoni. I medici diedero ad Audrey tre mesi di vita.
La donna si sentiva molto debole. Non voleva la chemioterapia né altri interventi. Si rivolse così a una persona a cui era devota fin da bambina, da buona hawaiana: “Ho sempre amato padre Damiano”, ha confessato.
“L’ho pregato per tutta la vita. Per questo sono andata a Kalawao (dove si trova la sua tomba), a Molokai e nelle nostre chiese per molti anni”.
Nel novembre 1998 Audrey iniziò a sperimentare grandi miglioramenti. Gli esami medici mostrarono che il cancro stava regredendo. Sei mesi dopo, con un esame a raggi X, si notò un completo regresso delle metastasi senza che ci fosse stata alcuna terapia. Il cancro scomparve al cento per cento.
Mentre per i medici non c’è spiegazione – lo afferma anche il suo dottore, che non è cattolico –, per Audrey non c’è dubbio sul fatto che la sua guarigione sia avvenuta grazie all’intercessione di padre Damiano.
“Quando sono guarita completamente per amore del Signore e per l’intercessione di padre Damiano, mi sono sentita molto onorata e grata”, ha confessato.
Il 18 ottobre 2007, la Consulta Medica della Congregazione per le Cause dei Santi hanno esaminato i documenti clinici. Come si procede in vista di una possibile canonizzazione, credenti e non credenti hanno concluso affermando con certezza morale che la guarigione è non solo eccezionale, ma “soprannaturale”.
In seguito, la Commissione di Teologi ha determinato che si trattava di un miracolo, raggiunto per l’intercessione di padre Damiano, requisito indispensabile perché riceva il titolo di santo.
La signora Audrey ha parlato di come la testimonianza di padre Damiano faccia ancora breccia nel suo popolo: “Abbandonò il Belgio quando era molto giovane. Era il pastore degli hawaiani di ogni religione, perché tutti siamo figli di Dio. Imparò e rispettò la cultura hawaiana. La sua figura è molto venerata tra noi. Dopo 120 anni continua ad essere molto amato”.
Audrey Toguchi oggi ha 82 anni. Ha un volto e una voce sereni ed è piena di vitalità. Ha assicurato che si recherà a Roma per la cerimonia di canonizzazione.
“Il Presidente Abramo Lincoln, nel 1860, disse che Dio amava le persone comuni perché era diventato uno di loro”, ha concluso parlando con ZENIT.
“Io sono una persona molto comune. Nella sua compassionevole misericordia, Dio mi ha guarito e padre Damiano, che ha mostrato un grande amore per i più reietti dell’umanità, ha voluto intercedere per me”.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]