da Baltazzar | Nov 29, 2009 | Cultura e Società, Testimonianze
di Vincenzo Andraous
Quando si parla di carcere, di pena, di giustizia, in ballo non c’è soltanto l’equità degli uomini, la democrazia di un paese, la capacità della società di non cadere nell’oblio delle assenze, dell’indifferenza.
Il carcere è stracolmo di colpa, di dolore cieco, di corpi differenti, di linguaggi della memoria e delle relazioni ridotti all’ammasso.
Quanto più forte è uno Stato, più forte è il diritto di indignarsi di quanti non vedono riconosciuti i propri diritti: fare giustizia significa sanare una ferita, una lacerazione, costringendo il dolore a trasformarsi nella sofferenza, nella scoperta di essere meno indifesi e impreparati se esiste la possibilità concreta di affidarsi agli altri, a quegli altri che siamo noi.
Il carcere come unico baluardo al ripristino della legalità, all’assunzione di responsabilità, all’educazione da ritrovare: riesce difficile convincersi che sia la strada più efficace da percorrere per raggiungere gli obiettivi di cui sopra, un luogo deputato a saldare conti in sospeso con la collettività, uno spazio adibito alla moltiplicazione del dolore, una sorta di terra di nessuno, dove solo pochi intendono posare lo sguardo.
Non si vuole osservare quel che accade dentro una cella, soprattutto ciò che non accade, è lecito discuterne per ideologie d’accatto, per pancia buttata sottosopra, ma non ci sarà mai abbastanza fatica per rimettersi in gioco, per ritrovarsi e infine riparare al male fatto.
Finchè la Giustizia permarrà signora costretta di spalle e con gli occhi bassi, non potrà varcare con autorevolezza i cancelli di una galera, per offrire forza sufficiente al riappropriarsi del proprio ruolo e della propria utilità al carcere e alla pena, nella differenza che intercorre tra chi entra in carcere, e alla meno peggio rimane affondato al punto di partenza, e chi invece azzera la propria esistenza con un po’ di sapone e un laccio al collo.
Progetti a rimbalzare sulla realtà che non è di carta, dove ci sono le persone, che fanno ben sperare in una condizione umana migliore, persone che sebbene detenute non ci stanno a essere punite due o tre volte da una sopravvivenza imposta.
Esistono le persone in questo pianeta, checchè ne faccia dubitare la satira estrema a cui è ridotto il carcere, la disperazione delle parole obbligate a rimanere monche, inutili, perciò impreparate a dare importanza ai morti che si accatastano dentro gli spazi iniqui, e quelli mascherati da vivi ma annientati ulteriormente nella propria dignità.
C’è in atto una neanche tanto sottile strategia a significare che è tutto esagerato, eccessivo, un film squinternato nella sua sceneggiatura, eppure la prigione non è recinto per i soli brutti, sporchi e cattivi, anche chi sta ai piani alti, nel reame dei perennemente onesti, dei buoni a tutti i costi, si muovono le pedine sacrificali, perché non solamente la libertà è comandata a sparire, con essa la dignità dell’ultima volontà di un perdono.
Occorre davvero nutrirsi di resilienza, rifiutando la quotidianità della deresponsabilizzazione, facendo un passo indietro, scegliendo la fatica, la rinuncia, per non dichiararsi sconfitti alla propria ritrovata umanità, anche all’umanità di chi è disposto a tendere significativamente la mano: non si tratta di una mera concessione statuale, bensì di una nuova condivisione che è gia diventata conquista di coscienza.
da Baltazzar | Nov 24, 2009 | Testimonianze
di Vincenzo Andraous
Tratto da Il Sussidiario.net il 21 novembre 2009
Quante volte siamo andati a fare una nuotata nella piscina dell’oratorio, lo sorreggevo e, via andavamo a prendere la nostra parte di luna, tutta dentro una buona faticata che sfiniva entrambi.
Da tanti anni il suo fisico aveva mollato gli ormeggi, se ne era andato da un’altra parte, ma lui nonostante le arrabbiature, reagiva a questa forma “bullistica del destino”, con una lucidità che non è facile trovare nelle persone che circondano la nostra vita.
Maicol è nato così, con l’esistenza a orologeria, con un tempo corto, non certo per colpa sua, è nato così con la sua missione ben scolpita sulla pelle.
Lo ha svolto con cura il suo impegno, anche quando la mente e il cuore ritornavano agli anni che parevano significare la sconfitta della malattia, i giorni della gioia, dell’amore, delle monellate, delle provocazioni, per tentare di esorcizzare la condanna, che nonostante tutto, resta sconosciuta alla ragione, che ostinata ama e crede e spera l’impossibile.
C’è stato un momento nella vita di Maicol, in cui il mondo gli ha spalancato le porte, fino a renderlo immortale, in una storia di indicibile sofferenza, un esempio leale di caparbia speranza, giungendo a contenere il suo male ingiusto, a non renderlo un semplice stato fisico da dimenticare, neppure a farne una condizione di rancori addomesticanti.
Maicol è qualcosa di diverso da subito, non innalza muri, non elargisce lacrime di commozione impropria, di compassione travestita a pena da spendere in fretta.
Ora in quella stanza non c’è più Maicol disteso sul letto, sulla poltrona, a pensare, a parlare, a tenere desta una preghiera per chi piegato giungeva dalle sue parti.
Quel che c’è da fare ora, è in quei silenzi che assalgono le orecchie, facendo rumore, spingendo e accelerando, accostando e rallentando, fino a costruire una sequenza di movimenti, per rendere una assenza un fermo immagine, una partenza in un palpito che non si vede.
Maicol non è mai stato prigioniero in questa gabbia di partenza, in queste catene di arrivo, neanche di rimbalzo soprassedeva alla sua costrizione, Maicol era un uomo coraggioso, per tanti ragazzi di questa Comunità Casa del Giovane, che faticano a ritrovare un senso, a dare un senso, Maicol è stato per loro, e per me, davvero un esempio, consigliando ad ognuno di ritrovare l’umiltà necessaria per affinare quella pratica unica e insostituibile tutta dentro il concetto del “buon esempio”, del non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te, del fare bene o al meglio delle tue capacità, se pretendi che faccia altrettanto chi ti è vicino.
Questa sua grande dignità conferma che non esiste sofferenza, dolore, pena, che possano inchiodare al proprio male, che possano indurre chicchessia a pensare di non potere fare niente, se non rimanere indietro, nel silenzio dell’insopportabilità.
Quando Maicol era tra le mie braccia, ho sempre avuto netta la sensazione di avere tra le mani quelle risposte che spesso non vogliamo cercare, neanche quando sono a un palmo dal naso.
In quella sua voce c’è il richiamo al rispetto della vita, c’è il dovere di non confondere chi rimane alla finestra indifferente, diventando inutile, e chi invece ha cose nuove da dire: e Maicol ci teneva a farsi capire, anche da un letto trasformato in una croce.
da Baltazzar | Nov 12, 2009 | Testimonianze
Un’esperienza analoga toccherà a un famoso scrittore e giornalista francese, André Frossard (figlio del fondatore del partito comunista francese, ndr) Entrato per caso, a Parigi, nel 1935, in una cappella per religiosi per cercare un amico, ne uscirà credente. Sentiamo la sua testimonianza. “Entrato alle cinque e dieci d’un pomeriggio in una cappella del Quartiere latino per cercarvi un amico, ne sono uscito alle cinque e un quarto in compagnia di una amicizia che non era di questa terra. Entrandovi scettico ed ateo di estrema sinistra – più ancora che scettico e più ancora che ateo – indifferente e preoccupato da ben altre cose che da un Dio che non pensavo neppure più a negare, tanto mi pareva ormai passato da un’infinità di tempo nel conto profitti e perdite dell’inquietudine e dell’ignoranza umane, ne sono uscito qualche minuto dopo “cattolico, apostolico, romano”, trascinato, sollevato, ripreso, risucchiato dall’onda di una gioia inestinguibile. ..Al momento dell’entrata avevo vent’anni. All’uscita, ero un bambino pronto per il battesimo, che sgranava gli occhi sulla meraviglia del cielo abitato, sulla città inconsapevolmente sospesa nell’immenso, sugli esseri colmi di sole che parevano camminare nell’oscurità“.
Sapendo di non essere creduto, per trent’anni manterrà il segreto della sua conversione, in attesa di farsi un nome come giornalista e scrittore, così da sperare di non essere preso per pazzo quando avrebbe raccontato il suo approdo alla fede.
Raccontò la sua esperienza solo nel 1969, in un libro divenuto in breve tempo un best seller: Dio esiste, io l’ho incontrato. Se si è deciso a parlare è anche perché “ho finito per persuadermi che un testimone che venga a conoscere la verità su un processo è in obbligo di dirla…Ora, si dà il fatto che io conosca, per un caso straordinario, la verità sulla più dibattuta delle cause e sul più antico dei processi: Dio esiste. Io l’ho incontrato“.
Continuando nel suo racconto scrive: “Dio esisteva, ed era presente, rivelato e mascherato ad un tempo da quella delegazione di luce che senza discorsi né figure dava tutto alla comprensione ed all’amore. Capisco perfettamente come queste frasi possano essere esorbitanti, ma che ci posso fare, se il cristianesimo è vero, se c’è una verità, se questa verità è una persona che non vuole essere inconoscibile? “Il miracolo durò un mese. Ogni mattino, ritrovavo affascinato quella luce che faceva impallidire il giorno, quella dolcezza che non dimenticherò mai, e che è tutta la mia sapienza teologica. La necessità di prolungare il mio soggiorno sulla terra mentre c’era tutto quel cielo a portata di mano non mi appariva molto chiara, e l’accettavo per riconoscenza più che per convinzione.
Tuttavia, luce e dolcezza perdevano ogni giorno un po’ della loro intensità. Infine scomparvero, senza che per questo fossi restituito alla solitudine. La verità mi sarebbe stata data diversamente, avrei dovuto cercare dopo aver trovato. Un padre dello Spirito Santo incominciò a prepararmi al battesimo istruendomi sulla religione, della quale non devo precisare che non conoscevo niente. Ciò che mi disse della dottrina cristiana, l’aspettavo e lo ricevetti con gioia; l’insegnamento della Chiesa era vero fino all’ultima virgola, e ne prendevo atto ad ogni linea con rinnovate acclamazioni, come si applaude un colpo andato a segno. Una cosa sola mi sorprese: l’eucaristia; non che mi sembrasse incredibile: ma mi stupiva che la carità divina avesse trovato questo metodo inaudito per comunicarsi, e soprattutto che avesse scelto, per farlo, il pane, che è l’alimento del povero e il cibo preferito dei ragazzi. Di tutti i doni profusi davanti a me dal cristianesimo, era certo il più bello“.
Il libro, al suo apparire in Francia, nell’arco dei primi sei mesi, vendette ben duecentomila copie e Le Monde scrisse che queste pagine erano “scritte con una penna pudica e tenera, nelle quali i lettori troveranno più di una volta mescolato ad un humour alla Chesterton la traccia del soprannaturale”. Frossard è stato un grande amico di Giovanni Paolo II. I suoi talenti di scrittore arguto e polemista li ha messi a servizio del papa e della Chiesa cattolica. Il fatto che un uomo del suo calibro, improvvisamente, si sia esposto in questo modo, e abbia raccontato con tanta naturalezza la sua conversione, ha messo addirittura in crisi certi cattolici che pensano (bontà loro) che conversioni così non entrino nella logica di Dio.
Interrogato su quella misteriosa esperienza da Vittorio Messori, in Inchiesta sul cristianesimo, Frossard ammise di aver visto per un attimo l’al di là: “Per le strade, scorgevo con chiarezza che i passanti camminavano sull’orlo dell’infinito, che prima o poi sarebbero caduti in quella luce di cristallo incorruttibile, di infinita trasparenza, di luminosità e dolcezza insostenibili che mi fu dato di scorgere, capendo subito che era la luce di Colui che i cristiani chiamano Padre Nostro”. Divenne per oltre cinquant’anni consigliere spirituale di persone in crisi o in ricerca. È scomparso nel 1996.
Claudio Dalla Costa © Libertà e persona
da Baltazzar | Nov 5, 2009 | Bioetica, Famiglia, Testimonianze
Una campagna negli USA rivendica 542 vite salvate e 8 abortisti pentiti
di Genevieve Pollock
BRYAN, mercoledì, 4 novembre 2009 (ZENIT.org).- Abby Johnson, ex direttrice di un centro di Planned Parenthood negli Stati Uniti, ha abbandonato questa organizzazione abortista dopo aver visto l’aborto di un bambino, e ora lavora con quanti pregavano per la sua conversione.
La Johnson, 29 anni, ha lavorato per Planned Parenthood per otto anni fino a che ha visto, attraverso una trasmissione per ultrasuoni, un feto “strizzato” mentre veniva aspirato dal ventre materno nel settembre scorso.
Il 6 ottobre ha lasciato il suo lavoro di direttrice del centro di Bryan (Texas) e si è recata alla Coalition for Life (Coalizione per la Vita), un gruppo pro-vita che in quel momento stava partecipando in varie città statunitensi alla campagna “40 Giorni per la Vita”.
David Bereit, direttore nazionale di “40 Giorni per la Vita”, ha spiegato a ZENIT che nell’ultima campagna, terminata questa domenica, altri sette lavoratori di cliniche abortiste hanno abbandonato il proprio ruolo, e sono state salvate 542 vite.
“E questi sono solo i casi di cui siamo a conoscenza”, ha aggiunto, riassumendo i risultati immediati della campagna, che ha unito 212 città di 25 Stati, 5 province canadesi e la Danimarca.
Il programma attuale dei “40 Giorni” è iniziato alla clinica di Bryan nel 2004 come iniziativa basata sulla preghiera e sul digiuno.
I collaboratori pro-vita si sono riuniti di fronte a questo centro dell’organizzazione Planned Parenthood per sei campagne fino a questo momento, celebrando una preghiera di un giorno intero per chi difende l’aborto.
“Dalla prima campagna nel 2004 abbiamo pregato per Abby – e per tutti coloro che lavorano nel settore dell’aborto – perché potesse arrivare a vedere che cos’è realmente l’aborto e abbandonasse questo affare di morte”, ha detto Bereit.
“In questo caso, le nostre preghiere sono state ascoltate – ha aggiunto –. Siamo molto orgogliosi del coraggio di Abby nel lasciare l’industria dell’aborto e annunciare pubblicamente le ragioni per cui l’abbandonava”.
Il direttore ha anche sottolineato che la storia della conversione della Johnson “dimostra l’importanza di una presenza orante costante e pacifica di fronte alle strutture abortiste”.
Punto di rottura
La Johnson, che ora sta comparendo in programmi radiofonici e televisivi di tutto il Paese, ha detto di aver sperimentato un “cambiamento del cuore riguardo alla questione”, ha reso noto “40 Giorni per la Vita”.
“Negli ultimi mesi – ha confessato –, avevo visto un cambiamento nelle motivazioni dell’impatto finanziario degli aborti e sono arrivata davvero al punto di rottura dopo aver assistito a un aborto concreto attraverso gli ultrasuoni”.
“Ho pensato soltanto ‘Non posso più farlo’, ed è stato come un flash che mi ha colpito”, ha detto a KBTX.com.
La Johnson, episcopaliana, ha descritto questo momento come una “conversione definitiva” del cuore, una “conversione spirituale”.
Ha anche spiegato che, pur essendosi unita all’inizio a Planned Parenthood perchè voleva auitare le donne, era in dubbio perché il centro stava cambiando il suo modo d’agire.
“Il denaro non era speso per la prevenzione”, ha denunciato, “ma per gli aborti”.
La Johnson ha segnalato a FoxNews.com che attualmente riceveva istruzioni dai suoi capi regionali per incrementare il numero di aborti realizzati, per aumentare i profitti.
“In ogni riunione si diceva: ‘Non abbiamo abbastanza denaro, dobbiamo aumentare gli aborti’ – ha rivelato –. E’ un affare molto lucrativo e per questo vogliono aumentare i numeri”.
Anche se l’ex luogo di lavoro della Johnson praticava aborti solo due giorni al mese, il medico era lì ogni giorno e poteva farne più di 40.
Ora la Johnson aiuta le donne, ma dall’altro lato. Ha iniziato a pregare con i volontari all’esterno di Planned Parenthood per quelli che una volta erano suoi colleghi.
Il potere della preghiera
Il direttore di Coalition for Life, Shawn Carney, ha affermato: “Questa è davvero una testimonianza del potere della preghiera e del coraggio di Abby di lasciare un lavoro che sentiva di non poter portare avanti in coscienza”.
“Per tutti noi volontari che abbiamo pregato fuori dalla clinica per la conversione di chi ci lavorava, è stata una gioia essere testimoni del fatto che le conversioni avvengono realmente”, ha aggiunto.
Anche se la Johnson non ha ancora trovato un altro lavoro, collabora da vicino con Carney e con altri membri della Coalizione.
Bereit ha detto a ZENIT che “la gente pro-vita sta accogliendo queste persone che lavoravano nel campo dell’aborto con amore e a braccia aperte”.
La pagina web della sua organizzazione, ricorda, ha pubblicato sui suoi blog centinaia di commenti di persone di tutto il mondo che esprimono il proprio sostegno ad Abby.
Bereit ha sottolineato che questa conversione avrà risultati di grande portata. “Incoraggerà davvero altre città a svolgere molteplici campagne ’40 Giorni per la Vita’, e presenze oranti regolari”, anche quando il programma non è in svolgimento.
“Ci siamo impegnati a esercitare pressioni fino a quando nessuna donna piangerà più e nesusn bambino morirà”, ha dichiarato.
Ha anche riferito a ZENIT che sono state organizzate due nuove campagne per il 2010, una durante la Quaresima, che inizierà il 17 febbraio, e l’altra in autunno, dal 22 settembre al 31 ottobre.
“Oltre a questo – ha concluso –, ’40 Giorni per la Vita’ sta sviluppando attivamente strumenti e risorse per formare e dare autorità ai pro-vita locali per ampliare ed espandere l’impatto dei loro sforzi”.
da Baltazzar | Nov 3, 2009 | Chiesa, Testimonianze
Nel Vibonese i funerali della mistica di Paravati. Il vescovo di Mileto: «Lei è già santa in Paradiso»
MILANO – La pioggia battente non ha fermato le migliaia di persone (si calcola 30 mila circa) che a Paravati, nel Vibonese, hanno voluto dare l’ultimo saluto a Natuzza Evolo, la mistica deceduta domenica scorsa (e la cui immagine più volte è stata associata a quella di Padre Pio con cui avrebbe diviso il dolore delle stigmate). «Natuzza è già santa perché è in Paradiso» ha detto il vescovo di Mileto, monsignor Luigi Renzo, pronunciando una frase che molti aspettavano. Per la celebrazione della messa è stato allestito un palco nel piazzale antistante la «Villa della Gioia» dove ha sede la Fondazione Cuore Immacolato di Maria rifugio delle anime che è una delle strutture volute da Natuzza Evolo. Molte persone hanno assistito alla messa nel piazzale mentre altre, a causa della pioggia, hanno trovato rifugio nelle strutture in costruzione nelle adiacenze della Fondazione. «Mi avete chiesto – ha detto il vescovo di Mileto – se Natuzza sarà Santa subito. Ebbene il vostro lungo applauso all’arrivo del feretro è una prima risposta. Lei è già santa perché è in Paradiso. L’istruttoria per il processo di beatificazione è un problema solamente nostro che seguiremo secondo le procedure e senza fretta. E poi più volte mi avete chiesto la posizione della chiesa rispetto alla figura di Natuzza. Ebbene a quest’ultima domanda si può rispondere con la presenza della delegazione dei vescovi calabresi che sta partecipando a questo funerale».
SALUTO SOLENNE – Il feretro della Evolo è stato accolto da un applauso scrosciante. Un tributo solenne le è stato rivolto dall’Arma dei carabinieri, dalla Guardia di finanza e dalla polizia di Stato in alta uniforme. «Tante volte Natuzza ha accolto molti di noi, oggi siamo stati noi ad accoglierla con un applauso. Facciamo festa con lei che adesso è nella Corona dei Santi» ha detto monsignor Renzo dando il via alle esequie. Ha poi annunciato che la diocesi sosterrà l’iter burocratico per la canonizzazione. Insieme a lui c’erano altri cinque vescovi: Antonio Ciliberti della diocesi di Catanzaro-Squillace, Luigi Antonio Cantafora della diocesi di Lamezia Terme, Giuseppe Fiorini Morosini della diocesi di Locri-Gerace e i vescovi emeriti di Mileto Domenico Tarcisio Cortese e di Lamezia Vincenzo Rimedio.
«UNA GRANDE DONNA» – «È un momento di mestizia per tutti noi perché ci ha lasciato una grande donna, una donna calabrese che ha svolto una funzione sociale importantissima per i calabresi e anche per quelli che vengono da fuori – ha detto il presidente della Calabria Agazio Loiero arrivando a Paravati per partecipare alla cerimonia -. Ha lenito tante sofferenze, ha sciolto tanti dubbi a tante persone che, segnate dalla perdita di un congiunto caro, hanno trovato presso di lei un conforto e un richiamo, che c’è sempre un’altra vita al di là di questa vita e nel contesto sociale di oggi questo non è semplice». Sul sagrato della costruenda chiesa c’erano i gonfaloni della Calabria, delle Province di Catanzaro e Vibo Valentia, del Comune di Mileto e altre amministrazioni. Tanti i sindaci con la fascia tricolore. Fino a martedì mattina c’è stato un viavai continuo anche nella cappella dove era stata allestita la camera ardente della mistica.
da Corriere della Sera
da Baltazzar | Ott 30, 2009 | Testimonianze
Domenica scorsa, con quattrocento giovani universitari di Firenze, gli amici di Caterina di Comunione e liberazione, abbiamo fatto un bellissimo pellegrinaggio a un Santuario mariano, per mendicare la guarigione di Caterina e la nostra conversione…
Infatti se Caterina è viva è letteralmente perché le vostre/nostre preghiere sono state ascoltate. E se guarirà – come guarirà! – è ancora una volta per questa incessante implorazione che sale al Cielo dal 12 settembre…
Torno a dire dunque del pellegrinaggio. Meraviglioso, sotto quel cielo azzurro, veder salire la preghiera corale e accorata di tanti ragazzi, commovente vedere lo spettacolo di quell’amicizia fraterna che ci rende un cuor solo e un’anima sola, struggente ascoltare i canti del coro che anche Caterina cantava fino al 12 settembre (e che canterà di nuovo, ne siamo certi!).
Arrivati a destinazione abbiamo sentito le parole del Vangelo di domenica 25 ottobre e la bellissima omelia di don Andrea. Quel Vangelo sembrava fatto apposta per noi: è tutto da rileggere.
Lì stanno tutte le risposte ai tanti che in queste settimane mi hanno chiesto il motivo del mio appello a pregare, a mendicare instancabilmente, a bussare a quella porta incessantemente…
E lì sta anche la risposta a coloro che – più o meno discretamente – mi hanno spiegato che non si deve “assillare” troppo il Signore, che potrebbe sembrare una pretesa eccetera…
Come dicevano a Bartimeo quelli che – in fondo – non sapevano quanto Gesù è buono e quelli che – in fin dei conti – pensavano di risparmiare a Gesù l’imbarazzo perché non credevano che Lui poteva (e può) tutto.
Noi non pretendiamo nulla perché siamo semplicemente dei poveri mendicanti, come Bartimeo siamo lungo la strada e come Bartimeo imploriamo il Re dei Cieli che è venuto per noi, è venuto a cercarci perché ci ama, e quando ci dicono di smetterla gridiamo ancora più forte «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ».
Da questa pagina del Vangelo si capisce bene com’è il Cuore di Gesù… Lui ascolta tutti come duemila anni fa ed ha compassione di tutti…
Dal vangelo secondo Marco
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare.
Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me! ». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!».
E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
La vicenda che stiamo vivendo con Caterina ci sta insegnando che noi siamo e dobbiamo essere come Bartimeo non solo oggi, nel dolore, nella prova, ma sempre, perché quello di cui abbiamo bisogno non è solo la guarigione fisica, ma Gesù.
E’ di Lui che abbiamo bisogno più dell’aria e più del pane. E’ Lui la luce e Lui è il medico e la medicina della nostra povera condizione umana… Mendicare Lui è la vita stessa!
Infatti è bellissima la frase finale di questo Vangelo: “E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada”.
Come ci ha insegnato don Giussani: “Il protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo”.
E’ Lui stesso che si è fatto uomo ed è venuto tra noi per mendicare il nostro cuore, il nostro amore…