FRATELLO LUPO NEL NOME DI SAN FRANCESCO

di Vincenzo Andraous

Sfogliando un quotidiano ho letto di Frà Beppe Prioli, meglio conosciuto come Fratello Lupo, e della sua opera di bene instancabile, di fatica e sacrificio in dono ai più poveri, agli ultimi,  gli invisibili.

La sua è storia che va avanti da quattro decenni, e non credo avrà mai fine, perché sono molti gli uomini che ha contaminato con la sua fede e passione per una nuova cultura della legalità, della giustizia, del perdono che possono e devono andare incontro a tutti, innocenti e colpevoli.

Fratello Lupo  nel suo girovagare per le carceri italiane,  luoghi di castigo e di rinascita spesso nascosti all’umanità, a ben pensarci ho sicuramente sbagliato a usare il verbo girovagare, lui è un pellegrino senza sosta, ma con un obiettivo assai chiaro nella testa, con impresso nel cuore il progetto del segno della croce, convintamene aggrappato alla speranza di migliorare l’intorno, e gli uomini caduti rovinosamente sul ciglio della vita.

Conosco Fra Beppe da quando portavo i calzoncini corti, e il mio tempo cominciava a diventare un’eruzione  che nulla avrebbe risparmiato, fino a quando l’orizzonte ha ripreso sembianze umane, attraverso orme digitali lasciate qua e là, impossibili da non vedere e cercare e seguire.

Quando penso al suo entusiasmo per la vita, alla sua tenacia e fortezza, a quella sua capacità di arrabbiarsi e commuoversi, di farsi avanti e vicino a chi il reato lo subisce, come a chi il danno lo causa, non mi è difficile comprendere il  motivo per cui, incontrandolo non è consentito voltarsi dall’altra parte, non fare i conti con il bene che c’è e non può sottrarsi dal farsi presente.

Con Frà Beppe c’è l’esigenza di condividere fino in fondo dolori e gioie vissute in due, per chi scrive è importante rammentare le sue parole: scrivere e leggere è il solo modo che conosco per creare un’immagine su cui posare lo sguardo, e trovare la forza per raccattare i cocci del passato, senza timore dei suoi fantasmi, per tramutare la paura di avere paura in un’avventura da vivere pienamente.

Frà Beppe e la sua fede caparbia verso tutto ciò che affanna a uscire dall’invivibile, verso chi è costretto a esistere non esistendo più, il suo amore verso l’insegnamento e la pedagogia del fare più che del dire, per imparare ad avere cura di sé, degli altri, e del mondo, per costruire direzioni di senso alla propria esistenza.

Ricordo quando lo trovarono per terra nella sua stanzetta di monastero, più morto che vivo, con un filo di voce sussurrò al suo amico e fratello Padre Ireneo: se davvero devo partire, ti prego di farmi un favore, non voglio fiori né corone, ma una damigiana vuota e aperta posta al centro della mia bara, sì, proprio sopra al mio cuore, con appiccicato un bel cartello: “infilate qui dentro ciò che potete offrire, perché anche da questo passaggio continua la mia opera di aiuto dentro e fuori del carcere”.

Frà Beppe e la prigione, i detenuti e l’Istituzione, le vittime e i colpevoli, seppure tra incudine e martello, non arretra, ama e non bara mai, ma proprio da una giusta e doverosa esigenza di giustizia da parte di chi è offeso e umiliato, ricerca nuove opportunità di riscatto e di riconciliazione,  di perdono mantenuto e custodito con cura e rispetto, perché trasformare e migliorare il presente carcerario, significa poter ritornare a essere persone migliori.

La testimonianza di un padre che assiste la figlia da 24 anni in coma

La lettera di un padre che assiste la figlia in coma chiede allo Stato che sua figlia possa avere la possibilità di essere accudita anche anche quando lui non ci sarà più.

Romano Magrini

Lettera ai “potenti” dell’informazione.

Il 5 gennaio mia figlia Cristina ha compiuto 44 anni, dei quali 29 vissuti in coma,  io ne ho 77, gli ultimi 18 vissuti solo con lei ,mia moglie Maria Franca è morta nel’ 92.

Sono sempre alla ricerca di una sistemazione decorosa per Cristina; speravo che con la storia di Eluana si affrontasse il problema, pro o contro l’eutanasia. Chi è per la vita o per la morte, chi è per la vita, oltre a fare chiacchiere, specialmente quelli vestiti di viola o rosso, si assuma qualche responsabilità di promuovere un’assistenza adeguata, oppure stiano zitti!

-La Storia

All’età di 15 anni mia figlia è stata investita sulle strisce pedonali (risarcimento 26 milioni) e ricoverata in sala di rianimazione. Dopo un certo periodo il primario ha dato permesso alla mamma di assisterla. Con bastoncini di cotton fioc imbevuti di sostanze forti, in seguito omogeneizzati, Cristina ha cominciato a deglutire e, da allora, è stata alimentata direttamente dalla mamma. Dopo duri scontri Maria Franca è riuscita a farle togliere la tracheotomia. In seguito dalla rianimazione venne trasferita in reparto (che coraggio! ). Qualcuno si è vergognato è stata trasferita in un centro di riabilitazione. Le condizioni erano precise:  doveva esservi una persona sempre con lei, in una camera a due pazienti con solo due letti gli altri dovevano arrangiarsi anche per mangiare. Dopo circa un anno, adducendo (o era una scusa? ) che l’ambiente familiare le avrebbe giovato, viene scaricata a casa. Tornati nella nostra abitazione non abbiamo avuto alcun aiuto, né dal Comune, né dalla ASL. Solo il primario della rianimazione è sempre stato presente, sino a che è stato in vita. A Bologna la casa era piccola e scomoda; ci siamo trasferiti a 30 Km da Bologna,a Pioppe Salvaro.Qui c ‘è stata da subito una vera gara di solidarietà della gente comune: una parte della popolazione ci ha aiutato a svolgere un programma che veniva dagli USA,per cui occorrevano 10 volontari al giorno. Un giornalista locale ci ha intervistati, la notizia ha fatto presa. Un giornale locale ha aperto una sottoscrizione che ci ha permesso di andare negli USA con Cristina. Il Comune  e la ASL completamente assenti. Mia moglie non stava bene, ci consigliarono di cambiare ambiente, così andammo ad abitare a Sarzana.(Sp) Dopo due mesi sereni stava sempre poco bene e ha chiesto e ottenuto di essere ricoverata a Vergato (Bo), dove le hanno diagnosticato un tumore già in metastasi: 3 mesi di vita. E così è stato. Sono rientrato a Sarzana con Cristina. Da allora i vicini e volontari e persone di fede continuano ad aiutarmi, il Comune qui è presente, come la ASL, e anche la Fondazione della Cassa di Risparmio della Spezia mi aiuta. Se la salute continua non ho problemi, ho la mia bimba e sono sereno. Però il dopo mi tormenta, quale l’assistenza che sarà data a mia figlia? Con questo assillo in petto ,dopo essere stato poco bene,nell’ottobre del 2009 sono tornato a Bologna,per cercare una situazione che tenesse conto di come fino ad oggi ha vissuto Cristina,della sua “qualità” di vita. Alla Casa dei Risvegli non l’hanno voluta, ”non era nella casistica”, dirottandomi in una struttura bella, pulita ,condotta bene, con i familiari sempre presenti, dove però i pazienti sono alimentati con il sondino e sono comodi da gestire. Per alimentare Cristina  occorrono dalle 2 alle 3 ore, quella struttura,per ora, non è attrezzata per un caso del genere. Speriamo! Una mamma ha portato un regalo a Cristina e borbottava: “Sarei contenta anche così” (ha perso una figlia 12 anni fa). Mi sono sentito fortunato nei suoi confronti, ma mia figlia è più sfortunata della sua.

-Cosa mi aspetto?

Vorrei che Cristina, quando non ci saro’ più, sia accudita con l’attenzione e la cura che la sua mamma ed io le abbiamo dedicato. Non è una pianta da innaffiare,è una persona da accarezzare, per evitare quelle piaghe da decubito che non ha,e da nutrire naturalmente, imboccandola, non in modo artificiale. Questa dignità di persona va garantita a mia figlia e a tutti quelli come lei(che sono sempre di più dato che il progresso medico scientifico permette di far vivere,non sopravvivere, chi ha subito traumi analoghi a Cristina) .

– Da chi me lo aspetto?

Da quello Stato che non deve dimenticare che il corpo umano, anche se deformato dalla sofferenza,non perde il segno dell’umanità, segno che non richiede un protocollo per essere riconosciuto e rispettato.

Romano Magrini

Anche dopo la morte, le autorità cinesi proibiscono di chiamarlo Vescovo

Muore a 86 anni monsignor Leo Yao Liang

CITTA’ DEL VATICANO, martedì, 12 gennaio 2010 (ZENIT.org).- E’ morto il 30 dicembre scorso a 89 anni monsignor Leo Yao Liang, vescovo coadiutore della diocesi di Siwantze (Chongli- Xiwanzi), nella provincia di Hebei (Cina Continentale).

Il presule era nato l’11 aprile 1923 nel villaggio di Gonghui, nella contea di Zhangbei. Ordinato sacerdote il 1° agosto 1948, aveva lavorato come viceparroco in varie parrocchie della Diocesi fino a quando gli era stato impedito di esercitare il ministero sacerdotale ed era stato costretto a guadagnarsi da vivere coltivando ortaggi e vendendo legna.

Nel 1956 venne condannato ai lavori forzati per aver rifiutato di aderire al movimento di indipendenza della Chiesa cattolica dal Papa. Due anni dopo, per lo stesso motivo, gli venne inflitta la pena del carcere a vita.

Era stato liberato nel 1984, dopo quasi trent’anni di prigione. Ordinato Vescovo il 19 febbraio 2002, nel luglio 2006 era stato di nuovo sequestrato dalla polizia in seguito alla consacrazione di una nuova chiesa nella contea di Guyuan, trascorrendo altri trenta mesi in prigione. Una volta liberato, ma sempre sotto stretta sorveglianza, aveva potuto impegnarsi per gli affari della Diocesi. Alla messa domenicale che celebrava partecipavano ogni settimana più di mille fedeli.

“Dopo la morte di monsignor Yao, le autorità civili hanno proibito alla comunità cattolica di onorarlo sotto il titolo di ‘Vescovo’, imponendo che si usasse quello di ‘pastore clandestino’”, denuncia “L’Osservatore Romano”.

“La mattina del 6 gennaio, migliaia di fedeli, provenienti da varie parti del Paese, hanno partecipato ai suoi funerali nonostante i controlli della polizia e l’abbondante nevicata, dimostrando così che monsignor Yao è stato veramente il buon pastore, che dà la vita per le sue pecore”, aggiunge il quotidiano della Santa Sede.

“In lui, come negli altri sei Vescovi cinesi che sono morti durante l’anno 2009 – conclude “L’Osservatore Romano” – , si sono compiute le parole del libro della Sapienza: ‘Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morissero; la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro partenza da noi una rovina, ma essi sono nella pace. Anche se agli occhi degli uomini subiscono castighi, la loro speranza è piena di immortalità. Per una breve pena riceveranno grandi benefici, perché Dio li ha provati e li ha trovati degni di sé: li ha saggiati come oro nel crogiuolo e li ha graditi come un olocausto’ (3, 1-6)”.

Pietro Crisafulli:"porto Salvatore a morire in Belgio"

Quello di Pietro Crisafulli è un grido di dolore. Un misto di rabbia e rassegnazione nel constatare l’accanimento del destino e, dice lui, l’abbandono delle istituzioni. I suoi fratelli, Salvatore e Marcello, sono entrambi gravissimi.

La denuncia- “La situazione di Salvatore la conoscete tutti, ne hanno scritto tutti i giornali. Adesso c’è stato questo gravissimo incidente di Marcello, a Natale…” La storia ve la ricorderete. Salvatore Crisafulli è l’uomo di Catania che nel 2003 a 38 anni, padre di 4 figli, rimase vittima di un incidente con la sua Vespa, sulla quale viaggiava col figlioletto allora tredicenne. Dopo mesi di cure, il responso dei medici: stato vegetativo post traumatico. Sono gli anni del dibattito culturale ed etico sull’eutanasia, gli anni di Welby, Terry Schiavo ed Eluana Englaro. I Crisafulli però Salvatore non lo lasciano andare. E succede che Salvatore si risveglia.

È il 2005: lo chiamano il “Terri Schiavo” italiano, lui come Terri vuole vivere e i suoi fratelli, Pietro e Marcello, sono con lui in questa decisione. Ci sono le sofferenze, certo, i dolori, le piaghe da decubito, e poi la difficoltà di parola, i muscoli che non rispondono. Ma Salvatore impara un modo tutto suo per comunicare, i fratelli e la sua famiglia lo capiscono. Poco importano la disapprovazione della stampa, di molta dell’opinione pubblica che malsopporta quel corpo straziato esibito. Quasi che il dolore fosse cosa di cui non parlare. Salvatore, invece, lo fa. Muto ed inchiodato ad un letto di ospedale, con sondini un po’ ovunque, ribadisce la sua voglia di vivere e di esserci. E, infatti, così è.

L’incidente di Marcello- “Ma adesso il mondo ci è crollato di nuovo addosso”, racconta Pietro raggiunto telefonicamente da Libero.

Prima Salvatore, adesso l’incidente gravissimo di Marcello. Lo Stato ci ha lasciato da soli. E io non ce la faccio più

E’ il 24 dicembre 2009.
“Mio fratello Marcello, che il pomeriggio si occupava di Salvatore – lo lavava, lo vestiva, gli dava da mangiare – ha subito un incidente gravissimo. E’ stato trasferito da un ospedale all’altro, rischia di rimanere paralizzato, ma qui non lo operano”. Domando di spiegare meglio e Pietro incalza. La voce è ferma, non piange, non usa parolacce. Ma è la voce bassa e calma di chi una decisione l’ha presa. “Marcello si occupava tanto di Salvatore. Perché poi sa, qui non c’è nessuno che ci dia una mano. E noi siamo tutti sposati, abbiamo figli. Io stesso ho quattro ragazzi giovani, il più piccolo ha dieci anni. Però non posso lasciare solo i miei fratelli”. Spiega che Marcello, che ha diverse fratture alle vertebre, ma è cosciente, prima viene ricoverato al “Garibaldi centro” di Catania. Lì, dopo le prime cure, i medici fanno sapere che l’uomo ha dei grossi problemi ai polmoni, che deve essere ricoverato in un ospedale diverso, curare quel problema e di non preoccuparsi che poi l’avrebbero riaccolto nella loro struttura. “Ma non è stato così. Ho sentito diversi ospedali a Milano e Pavia. Tutti dicono che Marcello deve essere operato d’urgenza, ma qui no. Tutto tace”. Pietro è un fiume in piena, racconta che le ha provate tutte. “Il sindaco è irrintracciabile, ci dicono che mancano i soldi. Ma io chiedo un intervento della Regione. Qui è vero che c’è la malasanità”.

Non si ferma e butta fuori tutto. E allora ecco le giornate che trascorrono tra le pappe da preparare per far mangiare Salvatore e le corse da un ospedale all’altro per Marcello. Pietro non risparmia i dettagli dei corpi martoriati dei fratelli, delle ferite, “della bocca aperta di Salvatore che aspetta da mangiare, e se non vado io chi ci va?”.

“Porto Salvatore a morire in Belgio”- Così, verso la fine dell’intervista, Pietro quasi sussurra la sua decisione: “Sa, tante volte ho pensato che non si potesse andare avanti così. Però in fondo speravo che venisse qualcuno a darci una mano.

Porterò Salvatore a morire in Belgio. Faremo un video di denuncia e poi lo lasceremo andare.

Adesso no. Anche Salvatore, che ha sempre voluto vivere, vuole morire. Ha saputo dell’incidente di Marcello, sa che suo fratello soffre quanto lui e non ne può più”. Sospiro. “Ho contattato una struttura in Belgio. Settimana prossima portiamo Salvatore là. Faremo un video di denuncia, poi lo lasceremo morire”. Ricordiamo che fu lui a criticare la decisione di Beppino Englaro di lasciar morire Eluana. Silenzio. Domandiamo allora se durante le giornate qualcuno dia loro una mano. “ Ci sono gli amici, certo. Ma anche loro hanno le loro famiglie, giustamente. Fino al 31 dicembre veniva qui una badante mandata dal comune. Tre ore al giorno, dal lunedì al venerdì. Un aiuto piccolo, ma c’era. Ora nemmeno quello”. Spiega che Salvatore ha bisogno di gente specializzata. Gente  che sappia preparagli le pappe, lavarlo, capire cosa vuole, saper distinguere un cenno da uno spasmo. E tutto questo però “semplicemente non c’è”. Così, la decisione di partire, andare via, far finire tutto in un paese straniero. “In Belgio faremo un video di denuncia, poi lo lascio andare per sempre”. Riaggancia, Pietro. Richiama poco dopo. “Volevo dirle che ci siamo accorti che la gente comune ci vuole bene. Ci sostiene, hanno anche creato una raccolta fondi. Lo Stato manca, ma la solidarietà esiste. Lo scriva, questo”.

Tratto  da:
http://www.libero-news.it/news/325536/Pietro_Crisafulli___Porto_Salvatore_a_morire_in_Belgio_.html

Presto beata una giovane di 18 anni scomparsa nel 1990

Chiara Luce Badano, italiana, bella e sportiva, appartenente al Movimento dei Focolari

ROMA, mercoledì, 6 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La Chiesa proclamerà presto beata una giovane scomparsa nel 1990 all’età di 18 anni: si tratta di Chiara Luce Badano.

Benedetto XVI ha infatti approvato il 19 dicembre scorso la pubblicazione del decreto che riconosce un miracolo attribuito all’intercessione di questa ragazza italiana.

È la prima appartenente al Movimento dei Focolari, fondato da Chiara Lubich, a raggiungere questo traguardo.

Nel commentare la notizia Maria Voce, Presidente dei Focolari, ha detto che questo decreto “ci incoraggia a credere nella logica del Vangelo, del chicco di grano caduto in terra che muore e che produce molto frutto”.

“Il suo esempio luminoso ci aiuterà a far conoscere la luce del carisma e ad annunciare al mondo che Dio è Amore”, ha aggiunto il successore di Chiara Lubich.

Attesa per 11 anni dai suoi genitori, Chiara nasce a Sassello il 29 ottobre 1971 e cresce in una famiglia semplice che la educata alla fede.

A nove anni incontra il Movimento dei Focolari nel partecipare con papà e mamma a Roma al Family Fest – una manifestazione mondiale del Movimento dei Focolari: è l’inizio, per tutti e tre, di una nuova vita.

Aderisce come Gen (Generazione Nuova), dove scopre Dio come Amore e ideale della vita, e si impegna a compiere in ogni istante, per amore, la sua volontà.

Ha 17 anni quando un forte dolore alla spalla accusato durante una partita a tennis insospettisce i medici. Cominciano esami clinici di tutti i tipi per definire l’origine del male. Ben presto si rivela l’origine del grave male che l’ha colpita: tumore osseo.

Si susseguono controlli medici ed esami e a fine febbraio ’89 Chiara affronta il primo intervento: le speranze sono poche. Nell’ospedale si alternano le ragazze che condividono lo stesso ideale e altri amici del Movimento per sostenere lei e la sua famiglia con l’unità e gli aiuti concreti.

I ricoveri nell’ospedale di Torino diventano sempre più frequenti e con essi le cure molto dolorose che Chiara affronta con grande coraggio. Ad ogni nuova, dolorosa “sorpresa” la sua offerta è decisa: “Per te Gesù, se lo vuoi tu, lo voglio anch’io!”.

Presto arriva un’altra grande prova: Chiara perde l’uso delle gambe. Un nuovo doloroso intervento si rivela inutile. E’ per lei una sofferenza immensa: si ritrova come in un tunnel oscuro.

“Se dovessi scegliere fra camminare e andare in Paradiso – confida a qualcuno – sceglierei senza esitare: andare in Paradiso. Ormai mi interessa solo quello”.

Il suo rapporto con Chiara Lubich è strettissimo. Lei la chiamava “Chiara Luce”.

All’inizio dell’estate del ’90 i medici decidono di interrompere le terapie: il male è ormai inarrestabile. Il 19 luglio la giovane informa Chiara Lubich della sua situazione: “La medicina ha deposto le sue armi. Interrompendo le cure, i dolori alla schiena sono aumentati e non riesco quasi più a girarmi sui fianchi. Mi sento così piccola e la strada da compiere è così ardua…, spesso mi sento soffocata dal dolore. Ma è lo Sposo che viene a trovarmi, vero? Sì, anch’io ripeto con te ‘Se lo vuoi tu, lo voglio anch’io’… Sono con te certa che insieme a Lui vinceremo il mondo!”.

Chiara Lubich a giro di posta le risponde: “Non temere Chiara di dirGli il tuo sì momento per momento. Egli te ne darà la forza, siine certa! Anch’io prego per questo e sono sempre lì con te. Dio ti ama immensamente e vuole penetrare nell’intimo della tua anima e farti sperimentare gocce di cielo. ‘Chiara Luce’ è il nome che ho pensato per te; ti piace? È la luce dell’Ideale che vince il mondo. Te lo mando con tutto il mio affetto…”.

Chiara Luce muore il 7 ottobre 1990. Aveva pensato a tutto: ai canti per il suo funerale, ai fiori, alla pettinatura, al vestito, che aveva desiderato bianco, da sposa…Le sue ultime parole rivolte alla mamma: “Sii felice, io lo sono!”.

Il papà le aveva chiesto se era disponibile a donare le cornee: aveva risposto con un sorriso luminosissimo. Subito dopo la partenza di Chiara Luce per il Cielo arriva un telegramma di Chiara Lubich per i genitori: “Ringraziamo Dio per questo suo luminoso capolavoro”.

La causa della sua beatificazione è stata aperta nel 1999 da monsignor Livio Maritano, vescovo di Acqui. Il miracolo di guarigione riconosciuto è avvenuto a Trieste.

In questo momento, il suo profilo su Facebook (Chiara Luce Badano) conta su 2.676 fan.

HIV – Lettera di una studentessa sieropositiva pubblicata dal "Corriere": una misura della "moralità" nel nostro Paese

La lettera della studentessa bocconiana sieropositiva pubblicata sul “Corriere della Sera” invita ad una seria riflessione su come oggi viene trattato il problema dell’Aids
Andrea Sartori (Insegnante)

Altro che H1N1. la vera pandemia è quella dell’Aids. E’ quello che si ricava dalla lettera di una studentessa bocconiana pubblicata sul Corriere della Sera che ci dà anche un dato spaventoso: due milanesi al giorno si infettano, perché tradiscono il proprio partner.

La lettera di questa ragazza è disponibile all’indirizzo http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_gennaio_5/lettera-studentessa-bocconi-sieropositiva-aids-contagio-1602245805088.shtml. La lettera contiene l’ennesimo colpo di piccone alla fama di “capitale morale” di Milano. La moralità non si misura solo sulla produttività, ma anche, se non soprattutto, sulla condotta di vita. Cosa scrive dunque questa studentessa: “Due milanesi al giorno si infettano, e questi non sono ragazzini di 16 anni, ma sono padri di famiglia, che tradiscono le proprie mogli e che le infettano, e che rovinano la vita dei loro familiari”. Il dato riportato dalla ragazza è confermato. Il dato infatti è stato riferito dall’assessore comunale alla Salute, Gianpaolo Landi di Chiavenna, durante il suo intervento al convegno per i vent’anni della sezione lombarda dell’Associazione nazionale per la lotta contro l’Aids (Anlaids). Inoltre da questi dati risulta che la Lombardia sia la prima Regione italiana nel rapporto tra casi e numeri di abitanti: sei casi ogni centomila l’anno, contro i quattro dell’Emilia Romagna e i tre dell’Umbria. A MIlano ci sono 14-15 mila malati, invece degli 8-9mila regolarmente censiti. Ed è per questo che la ragazza bocconiana arriva a definire questa una “pandemia”. Ma bisognerebbe aggiungere che non si tratta solo di una pandemia fisica, ma anche, e soprattutto, di una pandemia morale. Come ha fatto questa ragazza a contrarre il virus dell’Hiv: “Vorrei che qualcuno finalmente trovasse una cura e, se non è possibile, vorrei almeno che la gente non mi guardasse male per la mia malattia, perché io non sono una drigata, una dai facili costumi, o una persona sessualmente ambigua, io sono una ragazza normale che è stata per 4 anni con lo stesso ragazzo, che non lo ha mai tradito, al suo contrario”. Al suo contrario. E’ questa la chiave della tragedia di questa ragazza: un partner imbecille che l’ha tradita, che se ne è andato con qualche prostituta magari per dimostrare la sua “virilità” e poi ha distrutto la vita della sua ragazza. Che, a questo punto vien da pensare, non era amata ma pensata solo come un giocattolo sessuale “sicuro”. Ed è questa la motivazione per la quale due milanesi al giorno si infettano, e distruggono la vita delle proprie mogli. Landi propone una lotta senza quartiere alle lucciole, creando luoghi controllati: certo, è difficile estirpare il primo mestiere del mondo. Ma comunque sarebbe una cosa buona, anche per altre ragioni: le prostitute di strada sono delle schiave sfruttate da mercanti di schiave senza scrupoli (infatti bisognerebbe cercare di colpire soprattutto questi orrendi mercanti di carne umana, non diversi dagli scafisti di Gheddafi). Associazioni come la Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi arrivano dove riescono ad arrivare a strappare queste ragazze alla schiavitù dei “magnaccia” (e per questo Benzi meriterebbe almeno la beatificazione), ma effettivamente lo Stato è stato inattivo.
Però questa sarebbe solo una misura parziale. Perché questo cancro morale non si combatte solo con la lotta alla prostituzione di strada. Appunto perché verrebbe comunque sostituita da quella in appartamento (e lì non si tratta di povere schiave, ma di professioniste del sesso che sono lì non per forza, ma, come la Bocca di Rosa di De André “per passione”) e anche lì si potrebbero avere casi di contagio. Oppure vi sono anche i tossicodipendenti che lo nascondono (e qui si aprirebbe un’altra parentesi. Gli spacciatori di droga sono tra i peggiori trafficanti di morte del mondo, e anche verso di loro si è troppo poco severi). Sappiamo che la cantante israeliana Ofra Haza, una delle voci più belle del XX secolo, morì di Aids a causa di suo marito, tossicodipendente, che aveva nascosto la malattia a sua moglie. “Se gli uomini smettessero di tradire le proprie mogli o fidanzate, io ora non sarei malata di Hiv, e non sarebbe per me così difficile tante volte trovare una ragione di vita”. La studentessa calcola anche quanto un malato viene a costare al servizio sanitario: 1.500 euro l’anno, senza contare medicinali e servizi. Lodevole quello che la ragazza scrive riguardoa se stessa “Non mi piace pesare sugli altri”, ma il calcolo di quanto costi un malato è pericoloso, perché porta al solito pesare la vita delle persone in base al costo economico. Un calcolo che può portare ad una sorta di darwiniana “eliminazione dei meno adatti”,che già fu messa in atti in tempi bui della storia relativamente recente (su alcuni libri di scuola del Terzo Reich venivano proposti problemi in cui si chiedeva di calcolare quanto poteva risparmiare lo Stato eliminando cure per malati e handicappati: queste cose furono citate anche da Roberto Benigni nel suo capolavoro La vita è bella, ma non sono un’invenzione cinematografica: sono Storia), atrocità che oggi viene mascherata da quella falsa pietà che abbiamo già visto col caso Englaro. Però la ragazza subito dice: “Io penso che sia sbagliato ed immorale che la nostra società venga bombardata da messaggi promozionali che seguono esclusivamente la logica del profitto. Penso che nella nostra società, nel 2010, non sia accettabile che informazioni di vitale importanza, quali quelle sull’Hiv, non vengano diffuse allo stesso livello se non a livello superiore di quelli commerciali”.

La studentessa ha solo 21 anni e non ha fatto in tempo a seguire in tempo reale il degrado della televisione, diventata sempre di più una pattumiera inguardabile ed immorale. Anche solo chi ha trent’anni, come il sottoscritto, ricorda la pubblicità-progresso nella quale negli anni Ottanta era molto facile imbattersi: in bianco e nero, l’alone viola, l’inquietante pezzo di rock sperimentale Oh Superman di Laurie Anderson come sottofondo. E molti ricordano che in quei trenta secondi venivano date informazioni su come prevenire l’Aids (“se lo conosci, lo eviti, se lo conosci, non ti uccide”) e nella quale si metteva in guardia anche dai rapporti occasionali. Oggi abbiamo una televisione che idolatra il sesso mercificato, fatto di veline, letterine et similia. Nella televisione odierna l’adulterio è glorificato, e anche con rappresentazioni meschine (scordatevi Madame BovaryAnna Karenina. Non c’è la forza creativa per pensarli: la massimo ci sono quattro ragazzotti chiusi in una casa che fanno sesso come animali). Non c’è più posto per un’informazione del genere. Al massimo c’è posto per l’allarmismo (che vende e fa aumentare l’audience) come quello sull’H1N1.