Ancora sangue cristiano in Turchia

Acoltellato monsignor Padovese, Vicario Apostolico in Anatolia

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 3 maggio 2010 (ZENIT.org).- “E’ orribile”, un “fatto orribile”, “incredibile”, “siamo costernati”. Così padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha commentato a caldo la notizia dell’uccisione in Turchia di monsignor Luigi Padovese.

“Ciò che è accaduto – ha detto padre Lombardi – è terribile, pensando anche ad altri fatti di sangue in Turchia, come l’omicidio alcuni anni fa di don Santoro” ed ha aggiunto: “Preghiamo perché il Signore lo ricompensi del suo grande servizio per la Chiesa e perché i cristiani non si scoraggino e, seguendo la sua testimonianza così forte, continuino a professare la loro fede nella regione”.

Dalle prime notizie risulta che monsignor Luigi Padovese, Vicario apostolico dell’Anatolia e presidente della Conferenza Episcopale Turca, sia stato aggredito nella sua casa a Iskenderun e ucciso a coltellate dal suo autista Murat Altun.

L’assassino è già stato arrestato dalla polizia. L’emittente turca Ntv ha riportato le dichiarazioni del governatore della provincia di Hatay, Mehmet Celalettin Lekesiz, secondo cui: “sulla base dei primi accertamenti effettuati dalla polizia l’omicidio non avrebbe motivazioni politiche nè religiose. Si è appreso che il sospettato era in cura per disordini psicologici”.

Il Nunzio apostolico in Turchia, monsignor Antonio Lucibello, ha dichiarato: “Non abbiamo elementi precisi – spiega – a parte l’autore che è il suo autista, una persona che monsignor Padovese ha sempre trattato molto bene secondo il suo stile”.

“La notizia dell’omicidio – ha aggiunto – è stata una doccia fredda. A Iskenderun c’è il vicario generale perchè si renda conto della vicenda. Domani andrà anche l’arcivescovo di Smirne, monsignor Franceschini, predecessore di monsignor. Padovese alla presidenza dei vescovi turchi.

Non conosciamo altri dettagli. Siamo tutti costernati, siamo una piccola comunità anche i capi sono pochi e avanzati negli anni. C’è il pericolo che questa comunità rimanga segnata”.

Immediate le reazioni delle Conferenza Episcopale Italiana (CEI). In un messaggio inviato al Nunzio apostolico in Turchia, il presidente della CEI, il Cardinale Angelo Bagnasco, il segretario generale, monsignor Mariano Crociata, hanno espresso “profondo cordoglio” per l’uccisione di monsignor Padovese.

“Mentre deploriamo il barbaro assassinio – hanno sottolineato i vertici della CEI – ci uniamo al dolore dei fedeli si codesta chiesa che ancora una volta viene provata così duramente ed esprimiamo la più sentita vicinanza e solidarietà nostra e dell’intero episcopato italiano”.

“Assicuriamo – conclude il messaggio – fervida preghiera di suffragio per l’anima di monsignor Padovese nella certezza che il Signore concederà a questo suo servo buono e fedele il premio della vita eterna”.

Dal canto suo il Cardinale Péter Erdő, Arcivescovo di Ezstergom-Budapest, Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopale d’Europa (CCEE) ha diffuso un comunicato per manifestare il “massimo cordoglio” e la “nostra solidarietà con tutta la Chiesa Cattolica in Turchia”.

“In nome della presidenza del CCEE (Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa) e di tutti i vescovi d’Europa – ha precisato il Cardinale Erdő – vogliamo testimoniare la nostra comunione di preghiera e esprimere la nostra vicinanza ai vescovi, sacerdoti, consacrati e tutto il popolo cristiano in Turchia. La loro sofferenza è anche la nostra”.

Il presidente della CCEE ha rilevato che: “la morte così tragica di monsignor Luigi Padovese, avvenuta nella Solennità del Corpus Domini, lo unisce in un modo particolare al Signore Gesù che ha dato la vita per il Suo popolo. Abbiamo piena fiducia che la Misericordia divina lo accoglierà e lo riempirà della Gloria del Suo amore”.

Dopo aver assicurato la vicinanza al Santo Padre e ai padri Cappuccini, “perché un tale evento ferisce tutta la Chiesa e ci richiama ancora con più fervore a essere uniti e fedeli nel nostro servizio nel Signore”, il Cardinale Erdő ha sottolineato che “solo dal Signore possiamo aspettare la Giustizia che un uomo di pace e di bene, che sempre ha testimoniato un vero zelo apostolico e una forte dedizione al suo popolo, merita. Noi preghiamo anche per chi ha compiuto un tale delitto perché solo il Signore può scrutare e cambiare il cuore degli uomini”.

Il presidente della CCEE ha infine invocato Maria, Madre degli Apostoli, e San Paolo di Tarso affinché “in quest’ora di sofferenza ci aiutino a mantenerci fermi nella fede e nella speranza”.

La Fondazione Internazionale Oasis, www.oasiscenter.eu, da sempre in prima linea nel dialogo con l’Islam ha diffuso un’edizione straordinaria per esprimere profondo cordoglio per la scomparsa di monignor Padovese e vicinanza alla comunità cattolica turca.

Il direttore della newsletter, Maria Laura Conte, ha ricordato quando monsignor Luigi Padovese durante la seconda Assemblea Ecclesiale del Patriarcato di Venezia nell’ottobre scorso, aveva parlato di don Andrea Santoro, il sacerdote assassinato in Turchia nel 2006, come di “una testimonianza fatta di non molte parole, ma di una vita semplice, vissuta con fede”.

“Queste stesse parole – ha affermato la Conte – crediamo di poter applicare a monsignor Padovese, ucciso oggi, in circostanze ancora non chiare, a Iskenderun, dove risiedeva come Vicario Apostolico dell’Anatolia”.

Nell’intervento, che la Fondazione Oasis ripropone integralmente (http://www.oasiscenter.eu/it/node/4776) monsignor Padovese aveva spiegato il significato della testimonianza cristiana.

“Se – affermava -, come è avvenuto nei decenni passati, accettassimo come cristiani di non comparire, restando una presenza insignificante nel tessuto del paese, non ci sarebbero difficoltà, ma stiamo rendendoci conto che […] è una strada senza ritorno, che non fa giustizia alla storia cristiana di questi paesi nei quali il Cristianesimo è nato e fiorito; è una strada che non farebbe giustizia alle migliaia di martiri che in queste terre ci hanno lasciato in eredità la testimonianza del loro sangue”.

Secondo Maria Laura Conte, “chi incontra Cristo non può fare a meno di annunciarlo, sia con la vita che con le parole”.

Perchè dico il rosario

La più semplice preghiera mariana
di Pier Giordano Cabra
Tratto da L’Osservatore Romano dell’1 giugno 2010

Mi è stato chiesto se non sono ancora stanco di ripetere sempre la stessa preghiera.

Per la verità, dico il rosario perché è la preghiera più semplice.

Quando prendo in mano la corona, non ho bisogno di staccarmi immediatamente da quello che ho in mente, ma posso continuare per un poco i miei pensieri, le mie preoccupazioni, i miei stati d’animo. Cambia solo il sottofondo musicale che poco a poco permea l’atmosfera, trasformandola.

Le Ave Maria e i misteri diventano quella musica familiare e tranquilla che accompagna la mia storia del momento. Ora è una persona che si affaccia alla mente ed ecco il sottofondo che dice “prega per noi peccatori”. Ci sono sofferenze che invocano aiuto ed ecco il conforto dei misteri del dolore. Ora è una situazione difficile e il sottofondo fa emergere la discesa dello Spirito Santo che è forza dall’alto. Ora è l’assenza di ogni desiderio ma la bocca dice “Venga il tuo regno”…

Non devo fare sforzi particolari, anche perché sovente prendo in mano la corona quando sono stanco.

Ma è allora che lascio fluire la vita e lascio che scivolino anche le dita sulla corona e lascio che la bocca ripeta le stesse parole: è la maniera più semplice perché la vita si incontri con il mistero di Dio e il mistero di Dio entri nella vita e la vita entri sempre più dolcemente nel cuore di Dio.

La presenza di Maria è rassicurante: è madre che accompagna il mio cammino e comprende le mie debolezze. Mi sostiene persino nelle mie distrazioni perché nella loro navigazione sentano di essere immerse nel rullio delle onde dello sconfinato oceano della bontà di Dio, narrato dai vari misteri.

Dico il rosario perché mi sento povero e mi sento accolto nell’umile mondo della avventura umana di Gesù e di Maria, fonte di ogni ricchezza, causa di ogni letizia per me e per il mondo.

Dico il rosario, e più di uno, perché la corona lega il mio tempo con l’eternità, senza grandi sforzi della mente, senza dover fabbricare sublimi pensieri, ma con la dimensione familiare con cui Maria ha vissuto nella sua vita lo stupore del divino che si fa umano e l’umano che si fa divino.

Non potrei vivere senza questo sottofondo musicale che accompagna i miei anni, nei loro momenti gioiosi e dolorosi, gratificanti e deludenti, ma sempre verso l’esito positivo della gloria dei figli di Dio.

Ed ecco la mia risposta: lasciati cullare da questo sottofondo di tranquille invocazioni e “getta in Dio il tuo affanno” e troverai la gioia della preghiera dove la vita si incontra con la Vita, grazie a Colei che ci ha reso visibile e fratello l’Autore della vita.

«Io, psichiatra e diacono, il mio servizio per i preti in crisi»

da Avvenire

Mi sono deciso a scrivere questa testimonianza dopo che un mio caro amico, a conoscenza del mio servizio verso i sacerdoti, cercò di provocarmi sul perché continuare dopo certi scandali. Quando risposi che oggi più che mai amo la Chiesa, replicò sorpreso: «Però, che fede!». Certo non avevo mai pensato che il mio amore per la Chiesa fosse un tema interessante per qualcuno, ma poi mi sono detto che forse questo è il momento di parlare lasciando andare il cuore sperando che questo sia di qualche utilità in questo momento di grande confusione.

Amo la Chiesa innanzitutto perché mi è Madre. Lo è oggi ma lo è stata anche ieri, quando pieno del mio io potevo fare a meno di Dio. Silenziosamente, attraverso persone speciali, essa mi ha seguito da lontano e non si è fatta dissuadere dalle mie colpevoli infedeltà. Mi ha amato così come ero, dandomi il tempo del ravvedimento e della maturazione, senza dita puntate, paziente e piena di fiducia. La conversione è stata innanzitutto una profonda esperienza nella quale ho capito che cosa significa giudicare qualcun altro invece di allargare le braccia a dismisura fino ad aprirle alla stessa ampiezza di quelle del Crocefisso. Gesù di Nazareth ha lasciato che si forzasse la carne al legno per poter accogliere tutti, proprio tutti, ma soprattutto noi peccatori. Da questo abbraccio, dolce e sicuro, ho capito che cosa significa prendere le distanze dal peccato e continuare ad amare il peccatore. Così come fa quel Dio Mendicante seduto fuori dalla porta della nostra vita in attesa che gliela apriamo, per lasciarlo entrare nel nostro cuore e cambiarlo fino alla radice, anche quando tutto sembra opporsi.
E io cosa avevo da offrirgli? Cosa avevo da offrire al sofferente, al ferito, al rabbioso, al disperato? Solo quello che avevo imparato nella mia professione di psicoterapeuta che allora volgeva verso la fine dei tre lustri. Eravamo nel 1994 e avevo già intrapreso il mio cammino di formazione diaconale, e il “grembiule della lavanda dei piedi” mi si era impresso nell’anima. Dovevo solo iniziare: ero certo che Lui avrebbe fatto il resto. Così nacque l’Apostolato accademico salvatoriano, con i suoi primi due rami operativi: il Centro per la famiglia Mater Salvatoris e il Centro per il sostegno psicologico al clero Oasi di Elim.

Il primo era comprensibile data la professione, ma il secondo non aveva alcun senso se non in una profezia che allora non capii. Quando cominciò a crescere la fiducia della Chiesa verso le scienze umane cristianamente ispirate mi resi conto che si stava creando la condizione di una “vocazione nella vocazione”. Da allora il mio “prossimo speciale” sono stati i sacerdoti, i consacrati e le consacrate che si sono rivolte al nostro centro. Oggi sono centinaia le persone passate dall’Oasi di Elim, e da un anno dal Monte Tabor. Due strutture a favore del clero e della vita consacrata fortemente volute la prima dalla diocesi di Roma e la seconda dalla diocesi di Albano. Ambedue vanno ben oltre la territorialità delle due diocesi svolgendo, con il sostegno della Cei, il loro servizio.

Chi sono quelli che ci chiedono aiuto? Sono persone cadute nella tribolazione del disagio psicologico. La maggior parte delle problematiche sono simili a quelle di coloro i quali si rivolgono ai nostri consultori familiari: stress, fobìe, oppure semplici disagi di ordine esistenziale, che comunque non consentono una vita e un ministero sereno. Anche i sacerdoti sono persone come tutti gli altri, anzi, molto più sollecitate dal sovraffaticamento e dallo stress. Quanti ne abbiamo accolti prima che stramazzassero per la fatica del loro ministero, a cui stavano dedicando senza riserva l’intera vita!  Di fronte a tanto amore e abnegazione come non potevo non innamorarmi di questi uomini e donne i cui confini del cuore tentavano di raggiungere l’ampiezza del Cuore di Dio!

Certamente nel percorso ho incontrato e toccato con mano anche lo scandalo della pedofilia e i suoi artefici. Ho incontrato i loro occhi toccando la profondità della loro paura e della loro vergogna. Quante sono queste persone rispetto all’insieme dei nostri “utenti”? Anche questa è una domanda ricorrente. Forse darò una grande delusione a chi vuole identificare la pedofilia con i preti, ma la percentuale ricalca pienamente quella già apparsa in altra documentazione: circa il 2%. La percentuale bassa non mi induce però, come non ha indotto il Santo Padre al cui fianco siamo dalla prima ora, a minimizzare il fenomeno. Il nostro intervento tempestivo fa la sua apparizione mentre le procedure canoniche fanno il loro corso. Nessuna fuga, nessun nascondiglio, ma solo la disponibilità professionale ad accogliere una persona che ha certamente bisogno di aiuto e che ha generato sofferenza ad altri.

Di fronte a queste brutture la mia posizione non cambia: amo la Chiesa come e più di prima. Sento che mai come oggi ha bisogno di me, come madre ferita e addolorata. Come posso abbandonarla e allearmi con il giustizialismo di cui è imbevuto questo mondo materialista?
Ma cosa è la Chiesa? Anzi, per la precisione, “chi” è la Chiesa? Lo scopro ogni volta in cui mi trovo davanti a “quell’uomo”, per parafrasare Natan quando mette re Davide di fronte alla colpa sulla quale voleva glissare. Quando guardo quegli occhi bassi per la vergogna scorrono davanti ai miei tutti gli attori dell’orribile scena. Le braccia della Chiesa che in quel momento indegnamente rappresento si allargano fino a tentare di contenere tutti, che siano credenti o che non lo siano. Sono un diacono, e in quanto tale sono uomo del prossimo, quello della “Chiesa del grembiule”, l’uomo di frontiera come mi hanno sempre detto. Allora la Chiesa che amo sta nel mio prossimo. E il mio prossimo è, in primo luogo, quello ferito, nel corpo, nel cuore e talvolta nell’anima. È quel bambino tradito e violato proprio da colui nel quale aveva riposto il suo affetto e la sua fiducia. Come non pensare a lui quando, facendo leva sulla sua vera contrizione, opero sul senso critico e sull’identità di sacerdote che doveva offrire a lui tutt’altro! Il mio prossimo è la sua famiglia, arrabbiata, addolorata e spaventata, a sua volta ferita non meno del figlio. Comprendo il bisogno di certezze. Il desiderio che la cosa non accada più a nessuno, e che nessun altro abbia a soffrire. Ecco allora che non basta solo guarire il sacerdote ammalato nell’oggi e nella mente, lo si deve guarire per sempre e nell’anima, per non ricadere in queste mostruosità. Il mio prossimo è la comunità nella quale si è perpetrato il gesto osceno, scandalizzata e disorientata, a una passo dal cadere nella cultura del sospetto anche sui suoi pastori più santi. Il chiamare in causa la comunità durante i colloqui psicoterapeutici diventa elemento di riflessione profonda e di allargamento degli orizzonti sulle conseguenze di questa deflagrazione immorale.

Il mio prossimo è la Chiesa locale e il suo vescovo che nel dolore di padre fa propria la vergogna del figlio, e al quale comunque non può far mancare la sua presenza pur nel rigore e nella severità. Se si potesse rappresentare il cuore di un vescovo, così come io l’ho potuto vedere, siamo molto lontani dalle complicità descritte come scenari diabolici. Amando si può anche sbagliare, ed errori sono stati fatti, ma io credo molto nel motto che dice: «Solo chi non si assume la responsabilità del suo amore non sbaglia». Il mio prossimo è il Santo Padre su cui convergono le problematiche e le tribolazione della Chiesa e gli attacchi a essa. Egli è il mio Vescovo, ed è mio dovere offrirgli il mio braccio in qualunque frangente.

Ma è anche il mio prossimo il sacerdote che ha sbagliato o che è ammalato. È mio compito e anche dovere della Chiesa, quale Madre, aiutarlo a recuperare la salute della mente e dello spirito, oltre che – in alcuni casi – aiutarlo ad accettare le determinazioni della giustizia.
Ecco: questa è la Chiesa che amo. e nell’azione terapeutica tutto dev’essere armonizzato per il bene di tutti. Non è facile, anzi, è una battaglia estrema, da combattere non certo con gli strumenti del mondo. Il bambino ha bisogno di recuperare la sua fiducia nel mondo e non vuole la vendetta. La famiglia va aiutata a ritrovare la pace attraverso la giustizia e non fomentando l’accanimento. La comunità cristiana deve riflettere anche sulle proprie fragilità senza assurgere a giudice essa stessa accontentandosi della semplice espulsione della mela marcia.

La Chiesa ormai è beneficamente avviata verso un radicale rinnovamento, cerca la verità e la giustizia ponendola quale caposaldo della credibilità dell’annuncio evangelico e dei suoi annunciatori, chierici o laici che siano. Su questo credo che nessuno possa nutrire più dubbi. Il principio guida è il “saper ben riconoscere e saper ben difendere la verità”, da qualunque parte essa si trovi. La verità richiede equilibrio, sapienza e serenità. E io credo che la Chiesa abbia queste virtù poiché, al di là dei limiti umani, essa è sempre un’istituzione prima di tutto divina. In questo percorso, ormai irreversibile, essa è sicuramente alleata con il mondo laico, ma senza abdicare al suo ruolo di Mater et Magistra, utilizzando gli strumenti propri. Lascia perciò ad altri la responsabilità di travalicare i limiti della giustizia e il rischio di incorrere nel pericoloso e quanto mai tremendo e vendicativo giustizialismo. Se nel passato la verità è stata colpevolmente attenuata, oggi in alcuni casi rischia con pari colpa di essere ingigantita.

Ormai credo sia chiaro perché amo la Chiesa, quella reale quella impregnata della presenza di Dio e lacerata dalla fragilità degli uomini. Quella di oggi e non quella di ieri, quella concreta e non quella astratta. A essa non farò mai mancare le mie mani, la mia intelligenza e il mio cuore, qualunque sia la bruttura che dovessi incontrare. Mai come oggi la misericordia di Dio si è fatta carne lacerata ed è visibile aldilà di ogni ragionevole sopportazione.

Il Dio dell’impossibile, così come io l’ho incontrato, mi dice che scellerato ed empio non è solo colui il quale commette la colpa, ma anche chi si arroga l’ultima parola di vita o di morte sul suo simile. Nessuno sconto per il peccato, ma mani tese verso il peccatore perché si redima. Questo principio, che nasce dalla mente giusta di Dio, può però essere capito solo da chi, stanco di vivere ripiegato sul proprio ombelico, decidendo di alzare il suo sguardo al Cielo supera la tentazione dell’onnipotenza per riconoscersi felicemente e pienamente creatura.
Marco Ermes Luparia
diacono permanente, psicologo psicoterapeuta, presidente dell’Apostolato accademico salvatoriano, responsabile del Centro Oasi di Elim e Monte Tabor

“Mi sento felice e orgoglioso della mia vocazione sacerdotale”

Lettera al New York Times di un missionario dall’Angola

di Nieves San Martín

LUANDA, maggio 2010 (ZENIT.org).- “Sono un semplice sacerdote cattolico. Mi sento felice e orgoglioso della mia vocazione. Vivo da vent’anni in Angola come missionario”. Inizia così una lettera che il missionario salesiano uruguayano Martín Lasarte ha inviato al New York Times senza ottenere risposta.

Nel testo, spiega l’opera silenziosa a favore dei più sfortunati svolta dalla maggior parte dei sacerdoti della Chiesa cattolica, che però “non fa notizia”.

Nella lettera, che ha girato a ZENIT, padre Lasarte esprime i suoi sentimenti di fronte all’ondata mediatica sollevata dagli abusi di alcuni sacerdoti, mentre sorprende lo scarso interesse che suscita nei media il lavoro quotidiano di migliaia e migliaia di presbiteri.

“Mi provoca un grande dolore il fatto che persone che dovrebbero essere segni dell’amore di Dio siano stati un pugnale nella vita di persone innocenti. Non ci sono parole che possano giustificare atti di questo tipo. La Chiesa non può che stare dalla parte dei deboli, dei più indifesi. Tutte le misure prese per la protezione della dignità dei bambini, quindi, saranno sempre una priorità assoluta”, afferma nella sua lettera.

Ad ogni modo, aggiunge, “è curioso constatare quanto poco facciano notizia e il disinteresse per migliaia e migliaia di sacerdoti che si consumano per milioni di bambini, per gli adolescenti e i più sfortunati nei quattro angoli del mondo”.

“Penso che al vostro mezzo informativo non interessi il fatto che io abbia dovuto trasportare su percorsi minati nel 2002 molti bambini denutriti da Cangumbe a Lwena (Angola), perché il Governo non si rendeva disponibile e le ONG non erano autorizzate; che abbia dovuto seppellire decine di piccole vittime tra gli sfollati della guerra e i ritornati; che abbiamo salvato la vita a migliaia di persone a Moxico con l’unico posto medico in 90.000 chilometri quadrati, o che abbia distribuito alimenti e sementi; o che in questi 10 anni abbiamo dato un’opportunità di istruzione e scuole a più di 110.000 bambini”, sottolinea.

“Non interessa che con altri sacerdoti abbiamo dovuto far fronte alla crisi umanitaria di circa 15.000 persone negli alloggi della guerriglia, dopo la loro resa, perché gli alimenti del Governo e dell’ONU non arrivavano”, aggiunge.

Il sacerdote cita poi una serie di azioni compiute da suoi compagni, spesso rischiando la vita, che vengono ignorate dai media.

“Non fa notizia che un sacerdote di 75 anni, padre Roberto, di notte percorra le vie di Luanda curando i bambini di strada, portandoli in una casa di accoglienza perché si disintossichino dalla benzina, che alfabetizzi centinaia di detenuti; che altri sacerdoti, come padre Stefano, abbiano case in cui i bambini picchiati, maltrattati e violentati cercano un rifugio, e nemmeno che fr. Maiato, con i suoi 80 anni, vada casa per casa per confortare i malati e i disperati”.

“Non fa notizia che più di 60.000 dei 400.000 sacerdoti e religiosi abbiano abbandonato la propria terra e la propria famiglia per servire i fratelli in lebbrosari, ospedali, campi di rifugiati, orfanotrofi per bambini accusati di stregoneria o orfani di genitori morti di Aids, in scuole per i più poveri, in centri di formazione professionale, in centri di assistenza ai sieropositivi… e soprattutto in parrocchie e missioni, motivando la gente a vivere e amare”.

“Non fa notizia che il mio amico padre Marcos Aurelio, per salvare alcuni giovani durante la guerra in Angola, li abbia portati da Kalulo a Dondo e tornando alla sua missione sia stato ucciso a colpi di mitragliatrice; che fr. Francisco e cinque catechiste siano morti in un incidente mentre andavano ad aiutare nelle zone rurali più sperdute; che decine di missionari in Angola siano morte per mancanza di assistenza sanitaria, per una semplice malaria; che altri siano saltati in aria a causa di una mina, mentre facevano visita alla loro gente – prosegue padre Lasarte –. Nel cimitero di Kalulo ci sono le tombe dei primi sacerdoti che giunsero nella regione… Nessuno aveva più di 40 anni”.

“Non fa notizia accompagnare la vita di un sacerdote ‘normale’ nella sua quotidianità, nelle sue difficoltà e nelle sue gioie, mentre consuma senza rumore la sua vita a favore della comunità che serve”.

“La verità è che non cerchiamo di fare notizia, ma semplicemente di portare la Buona Novella, quella notizia iniziata senza rumore la notte di Pasqua. Fa più rumore un albero che cade che un bosco che cresce”, sottolinea.

“Non pretendo di fare un’apologia della Chiesa e dei sacerdoti – aggiunge padre Lasarte –. Il sacerdote non è né un eroe né un nevrotico. E’ un semplice uomo, che con la sua umanità cerca di seguire Gesù e di servire i fratelli. Ci sono miserie, povertà e fragilità come in ogni essere umano; e anche bellezza e bontà come in ogni creatura…”.

“Insistere in modo ossessivo e persecutorio su un tema perdendo la visione d’insieme crea davvero caricature offensive del sacerdozio cattolico in cui mi sento oltraggiato”, afferma.

“Amico giornalista, le chiedo solo di cercare la Verità, il Bene e la Bellezza. Ciò la renderà nobile nella sua professione”, conclude.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

Un prete, un padre (ateo) e quel figlio abortito e mai morto

L’indimenticabile, la profondità della coscienza in un incontro inatteso
di Maurizio Patriciello
Tratto da Avvenire del 23 maggio 2010

È un uomo sulla quarantina, elegante e triste. Mi accorgo che desidera parlarmi e lo incoraggio, salutandolo per primo. «Posso?», chiede gentilmente mettendosi al mio fianco. «Le dico subito, reverendo, che sono ateo. La fede non esercita alcun fascino su di me. Vorrei chiederle un consiglio per un dramma che mi porto dentro e di cui non riesco a liberarmi. Si tratta di un aborto, effettuato dalla mia ragazza con il mio consenso, quindici anni fa. Ci sembrò, allora, l’unica cosa logica da fare per una gravidanza non voluta. A dire il vero non ci pesò granché. In seguito ci lasciammo. Oggi sono padre di due splendidi bambini avuti dalla mia attuale moglie. Il pensiero di quel bimbo che non facemmo nascere, però, mi perseguita.

Come un fantasma si presenta ogniqualvolta accarezzo e gioco con i miei piccini. Cosa posso fare per quel figlio che non volemmo accogliere?».

Sono preso alla sprovvista. Non pensavo che questo distinto signore volesse parlarmi di un vecchio aborto procurato. Passeggiando, ci dirigiamo verso la campagna. Non capisco perché si rivolga a un prete un uomo che dice di non credere. L’onestà mi obbliga a non fare sconti, a costo di essere spietato; e la carità mi chiede di aiutarlo a ritrovare la serenità perduta.

«Non le nascondo che mi trova impreparato – spiego –. Se fosse un credente le direi che Dio conosce il suo dolore e le offre il perdono; che Gesù ha promesso agli uomini – anche al suo bambino – la vita eterna; che un giorno lo ritroverà nel cielo dove fu accolto nel momento del rifiuto. Le direi anche che la persona con cui parla stamattina, un semplice prete, porta in sé un potere immenso, smisurato, incredibile, che potrebbe darle tanta pace. Parlo della confessione: un balsamo potentissimo che lenisce le ferite più nascoste e dona la certezza che Dio ha perdonato il peccato commesso. Potrei dirle ancora tante cose. Lei, però, non crede, e io non so trovare parole di conforto senza rischiare di essere banale. Il suo cuore lacerato è un cuore nobile se ancora piange per un aborto di tanti anni fa. Le potrei consigliare di fare volontariato a favore della vita nascente, o impegnarsi nelle adozioni a distanza per aiutare i piccoli africani a non emigrare. Potrei anche invitarla a donare qualche ora della sua giornata ai bambini più sfortunati della mia parrocchia. Codesti rimedi le darebbero un po’ di sollievo.

Ma lei mi chiede cosa si può fare per quel bambino abortito, per quel figlio trascinato via senza il suo consenso. Lei vuol mettere a tacere la vocina fastidiosa che la inquieta quando accarezza i suoi figlioli, e questa impresa è ardua. Lungi da me il tentativo di infierire sul suo dolore, ma l’unica cosa certa è che il suo bambino andò via per sempre, quella mattina di tanti anni fa. Via senza lasciar tracce.

Sotto gli occhi e con il consenso di chi lo aveva chiamato al mondo…».

Passeggiamo ancora senza dirci niente.

Un ateo e un prete. Un uomo che crede che sia vuoto il cielo, e un altro che ha scommesso la sua vita su Colui che lo abita. Un ateo che sente il bisogno di raccontare la sua angoscia a un prete.

Una storia tenuta in cuore e mai raccontata prima. Un prete che raccoglie e fa suo il grido di questo sconosciuto. Due uomini che si incontrano per caso – ma esiste il caso?

– e sentono di essere fratelli. Quante vittorie sbandierate sul fronte dell’aborto! Quanti inni alla libertà, pagata con il sangue dei più deboli e indifesi. Chi trovò costui a consigliarlo allora? Chi si è fatto carico del tormento di questo padre allora mancato?

Intervenire su una donna per eliminare il figlio che non vuole ormai è tanto facile e banale. Più difficile è ritrovare, poi, la serenità perduta.

Ce lo insegna quest’uomo che non crede, al di sopra quindi di ogni sospetto. Quindici anni non son bastati per far tacere la voce di quel bambino che non vide il sole. Un bambino che ancora non vuol morire.

Quel bambino di 80 anni che non cammina ma sa correre

La storia di Felice Mangiarano. Il padre lo portò nel ricovero per infermi. Era un bimbo paralizzato. Che però ha imparato lo stesso ad amare la vita
di Marcello Veneziani
Tratto da Il Giornale del 24 maggio 2010

Avevo nove anni quando mio padre mi ha portato qui, ora ne ho ottantadue. Così comincia il suo racconto Felice Mangiarano storpio dalla nascita, immobilizzato da una vita nella carrozzella. E intorno a lui si fa silenzio. Parla con difficoltà e con affanno, e agita nell’aria le sue mani contorte quasi a pescare nello spazio le parole che non trova nella sua bocca deformata. Siamo dentro le mura di un ricovero per infermi gravi in cui Felice entrò settantatré anni fa e da cui non è più uscito.

Fu un mattino d’inverno, racconta, per la precisione era il 5 febbraio del 1938, che suo padre lo portò in bicicletta dal suo paese natale, Monopoli, all’ospedale ortofrenico di Bisceglie, più di settanta chilometri percorsi al freddo su una statale che costeggia il mare. E tu lo immagini quel bambino paralizzato, appollaiato sulla bicicletta di suo padre, avvinghiato a lui con le sue manine deformi e le gambe penzolanti, che non capisce dove stiano andando. Dove mi porti, chiede il bambino handicappato al padre. Ti porto da un dottore che ti farà camminare, gli rispose il padre. Una bugia pietosa ma necessaria. Una famiglia modesta, una scuola che non accoglie handicappati gravi come Felice; fuori un mondo aspro, povero e inclemente.

Allora suo padre decide di portarlo nella Casa della Divina Provvidenza, dove vengono accolti da un parroco misericordioso, come in un Cottolengo del sud, tutti gli infermi più disperati che hanno perduto l’uso del corpo o della mente o non l’hanno mai avuto. Il bambino non lo sa, spera davvero nel medico miracoloso che lo farà correre e giocare come gli altri bambini. Ma da quel giorno fu lasciato lì, tra le suore, gli infermi e gli infermieri, e non è più tornato a casa sua. Ci è entrato da bambino tra queste mura e non ha conosciuto altro mondo che quello di un ospedale per dementi e deformi. Qui è cresciuto nella sua immobilità, qui ha vissuto tutta la sua vita, se può dirsi vita, diremmo noi scontenti.

Ma oggi che fa il bilancio della sua vita, Felice difende la memoria di suo padre e dice che suo padre fu di parola, perché lui in effetti qui ha imparato a camminare. E tu lo guardi sprofondato nella sua carrozzella e pensi che stia pietosamente vaneggiando. Ma lui, dopo una pausa che ha riempito di indicibile intensità le sue parole, dopo un sospiro carico di pianti stagionati e trattenuti, dice che davvero qui, in mezzo agli altri infermi, ha imparato a camminare anche senza le gambe; perché, dice, si può camminare con il cuore, si può camminare con l’anima, e così io ho camminato in tutti questi anni.

Noi che siamo intorno restiamo muti, immobili, commossi, con un brivido che ci attraversa la schiena.

Le nostre parole diventano superflue davanti alle sue, a quel corpo e allo spettacolo della sua vita offerta a noi passanti in questa sintesi folgorante. Con inerme ospitalità. Pensiamo allora alle nostre vite ricche e movimentate, pensiamo ai nostri mille viaggi, ai nostri corpi sani, alle nostre famiglie e alle nostre vaste conoscenze, eppure ci sembra che non abbiamo camminato come lui. Noi abbiamo avuto sette vite o settanta, lui una sola, dolorosa e autentica.

Felice benedice la sua vita inferma, benedice suo padre che lo lasciò per sempre in quell’ospizio per deformi, benedice il prete, don Uva, che lo accolse con le suore, benedice Dio che non è stato generoso con lui, benedice la provvidenza che gli ha dato una vita in una carrozzella recluso dentro un ospedale. Benedice chi gli ha dato la possibilità di vivere una vita ulteriore e un cammino spirituale tramite il suo corpo deformato. Davanti a lui, Felice non solo di nome, minuscolo nella sua carrozzina come una vigna dai rami contorti, ci vergogniamo delle nostre vite piene di ogni bene e di ogni cammino; vite libere, leggere, mobili, vissute in compagnie d’amore, che pure si protestano infelici o carenti di qualcosa.

Noi ci lamentiamo anche se ci manca il superfluo, lui non si lamenta anche se gli è mancato per una vita il necessario: le gambe, il corpo, la vita vissuta, una donna, una famiglia. Io non ho paura, annota Felice, soffro ma amo la vita dal profondo del cuore, e scrivo perché la scrittura salva dalla morte. Felice si è scritto pure la sua lapide: «Qui giace un cuore che ha tanto amato in vita e in solitudine guardando con gli occhi dell’anima tutte le bellezze del creato, glorificando il creatore». Ma dove le ha viste lui le bellezze, lui che ha vissuto recluso tra i malati in un ospedale? Eppure le ha viste, Felice, le ha viste meglio di noi, con gli occhi dell’anima. Le sofferenze avvicinano a Cristo, ci dice, e poi avverte che le sofferenze non si possono eliminare dalla faccia della terra, dobbiamo caricarcele sulle spalle. Lo dice con una smorfia di sorriso soprannaturale venuto dall’infanzia.

Del resto, il suo stentato parlare gli impedisce ogni finzione e ogni enfasi; dice l’essenziale, le parole escono scarne dalla sua bocca deformata. Con quel filo di voce non può offrire nient’altro che la verità. La nuda, cruda, essenziale verità. Anche vivere così è valsa la pena. Mi scuso se vi ho raccontato una storia senza notizia, giornalisticamente irrilevante; a volte sono un po’ cretino, mi lascio prendere dalle inezie del cuore. Ma ascoltando Felice pensavo alla vita artificiale annunciata sui giornali con la scienza che prende il posto di Dio. Pensavo ai tentativi di eugenetica per avere solo vite sane e perfette, eliminando l’imperfezione e i suoi dolori dalla faccia della terra.

Poi pensavo a quanti invocano l’eutanasia per evitare sofferenze. Ed ho rivisto lui, Felice, in carrozzella da ottant’anni, aggrappato con amore a quel fil di vita, alla natura che pure gli fu matrigna, alla vita che gli fu così avara, amante delle sue sofferenze. E l’ho rivisto poi stanotte, in sogno, sulla bicicletta ereditata da suo padre, che pedalava col cuore, correva con l’anima e fendeva a tutta velocità le vie del cielo.