Santa Maria Francesca delle cinque piaghe ed il Purgatorio

Anna Maria Gallo nacque a Napoli nel rione dei Quartieri  spagnoli il 25 marzo 1715 e morì nella città partenopea il 6 ottobre 1791. Fin da bambina sperimentò la dura legge del lavoro manuale faticando duramente nella sua famiglia di piccoli artigiani che lavoravano merletti e frange di filo d’oro e di seta. A sedici anni vincendo le resistenze del violento padre, che la voleva per forza sposa di un giovane benestante, si consacrò al Signore come monaca di casa o “ bizzoca”, come si diceva allora, vestendo l’abito del terz’ordine francescano secondo l’austera spiritualità di San Pietro d’Alcantara. La vita di Maria Francesca delle cinque piaghe, questo il nome che assunse in religione, fu tutto un susseguirsi di sofferenze fisiche e morali, che in continuità si accanirono contro di lei, donate a Cristo come pegno per i peccatori ed in suffragio delle anime del Purgatorio. La sua casa divenne meta continua di persone di ogni ceto …

… sociale, anche sacerdoti,religiosi e vescovi, che vi si recavano per chiedere consiglio e guida spirituale. Ebbe il dono della profezia e ancora vivente si verificarono eventi prodigiosi che la gente considerò veri e propri miracoli.   Quando suo padre Francesco Gallo morì,la santa soffrì a suffragio dell’anima sua per cinque giorni spaventose coliche.

Chiamava i patimenti che elle chiedeva e che offriva a Dio per le anime dei trapassati il suo purgatorio. La Santa infatti era particolarmente devota alla preghiera di suffragio per le anime sante del Purgatorio. Una volta Padre Salvatore di Santa Maria, era addolorato per una grave disgrazia di famiglia, la perdita di un carissimo fratello annegato in un fiume. E il peggio era che il buon padre aveva qualche ragione per stare molto in pensiero a causa di quella morte improvvisa, e forse aveva tolto a quell’anima la possibilità di formulare un atto di sincero pentimento. Maria Francesca fece sua quella preoccupazione del frate Alcantarino e pregò tantissimo per quell’anima. Poi disse:” Padre pregate, pregate assai perché ci vogliono molti suffragi”:. Ed il frate di rimando:” Aiutatemi anche voi a liberare questo mio povero fratello!”. Per alcuni giorni Maria Francesca non fu vista alla Chiesa dei frati di Santa Lucia al Monte.

Infatti era rimasta inchiodata sul suo povero letto da tremendi dolori, da spasimi così acuti che credettero che questa volta non se la sarebbe cavata. Essa invece era sicura di non morire per questa volta, perché il fuoco del Purgatorio purifica e salva ma non consuma. Padre Salvatore ebbe, qualche tempo dopo, la certezza che il suo povero fratello era passato, grazie alle sofferenze della Santa dal Purgatorio al Paradiso. Maria Francesca chiamava con il nome Purgatorii le sofferenze e chiedeva ed offriva per le anime purganti. Ella infatti considerava come sua missione questa difficile e dolorosa carità per portare quante più anime dal Purgatorio al Paradiso e si dava a questo scopo alla penitenza e alla preghiera senza risparmiarsi.

E quasi sempre il Cielo l’accontentava. Mentre essa dopo essersi offerta per espiare le pene di qualche anima del Purgatorio rimaneva per giorni, per settimane, talvolta per mesi,( non tutti i debiti in Purgatorio erano uguali!) inchiodata in un letto, trafitta in tutto il corpo da inesprimibili dolori che spesso le facevano perdere i sensi e la riducevano in uno stato da fare compassione a vederla. L’Abate benedettino Don Anselmo Maria Toppi una volta si recò da Maria Francesca per raccomandarle l’anima di una sua parente che sembrava aver bisogno di parecchio soccorso per uscire dal Purgatorio.

Passò del tempo e l’illustre benedettino ritornò dalla monaca di casa :” E così Maria Francesca te ne sei scordata dell’anima della mia parente?”. “ Ma come Padre mio! Essa questa notte è uscita dal Purgatorio e ti è venuta a trovare, e tu mi dici che me ne sono scordata?”. L’abate Toppi restò senza parole. Si, era vero, la risposta l’aveva ricevuta quella note dall’anima stessa apparsa in una gran luce ad annunciavi tutta felice in Paradiso. L’abate era troppo prudente per dare importanza a quello che poteva essere stato un sogno, ma dopo le parole di Maria Francesca non poteva più dubitare.

Anche i membri della famiglia Aletto, che sempre le avevano voluto bene e le erano ormai uniti da vincoli non solo di amicizia ma anche di parentela spirituale, sentirono anch’essi i vantaggi dello straordinario potere di prendere su di se le sofferenze del Purgatorio che Maria Francesca delle cinque piaghe continuamente operava. La notte in cui Francesco Aletto venne a morire, essa, che già lo aveva assistito nella sua dolorosa agonia, se ne stava ,da sola, vegliando la salma e pregava. Ad un tratto le parve che aprisse gli occhi e sentì distintamente queste parole :” Ho , come sono terribili gli giudizi di Dio!” e la monaca :” Ciccio mio, dove ti trovi?”. “ Nel Purgatorio”. “Ebbene , non dubitare ci penso io per te”. Francesco Aletto si ricompose nella morte, e in capo a poco tempo qualcuno potè sapere con certezza che tutto il suo debito verso la giustizia divina era stato saldato.

Uno dei suoi confessori, Padre salvatore, era morto nel 1785 e possiamo immaginare il dolore di Maria Francesca se pensiamo che per oltre 37 anni egli aveva diretto spiritualmente la sua anima. Le era stato veramente Salvatore nei momenti più drammatici della sua vita quando l’Inferno le si era scatenato tutto addosso, servendosi ora di questo, ora di quello strumento; perciò la sua riconoscenza per lui non conosceva limiti.

Che cosa avrebbe dato pur di saperlo in possesso dell’eterna felicità in Paradiso? Eppure, essa che aveva sempre tanto pregato e sofferto perché fossero salvi anche quelli che l’avevano fatta soffrire, e non si era data pace finchè l’ultimo debito non fosse saldato a qualunque costo e non ne avesse avuta la certezza, quando invece ora si era trattato del suo buon padre spirituale non era riuscita dapprima a saperne niente.

Perché quel silenzio del Cielo? Perché nessuna risposta veniva alle sue penitenze, all’offerta di tutta se stessa per l’anima  di Padre Salvatore a cui la legavano doveri di riconoscenza tutta particolare? Poi aveva offerto anche la grande tenebra in cui la sua anima si trovava una volta in più immersa, quella tenebra in cui le pareva di affondare ogni speranza, ogni giorno più, senza via di uscita: che cosa erano a confronto il martirio del corpo, e tutte le mille industrie penitenziali con cui ma aveva sempre cercato di dire il suo amore a Gesù Cristo?

E il cielo si era finalmente commosso. Così aveva potuto aver fine la sua ansia per l’anima del caro Padre Salvatore, che, come le era stato rilevato, aveva sofferto solo un mese di leggerissimo Purgatorio. Ne ebbe forse più gioia di quando si era sentita dire da Cristo stesso :” Sposa mia, è tra il coro dei martiri e delle vergini il luogo che ti ho preparato in cielo!”. Maria Francesca fu canonizzata il 29 giugno 1867 e dal 1901 è compatrona di Napoli.

Don Marcello Stanzione

“Il matrimonio? Volere il bene dell’altro”

di padre Piero Gheddo*
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 15 giugno 2010

Alcuni giorni fa ho fatto un bel viaggio in auto dal Pime di Roma al Pime di Milano in sei ore giuste (circa 600 km.), con Giovanni Radaelli, un amico di Cinisello Balsamo (Milano) che mi ha liberato dalla guida, permettendomi di godere il meraviglioso panorama che l’Italia centrale offre in primavera.

Da 16 anni ero, più o meno, un mese a Roma e uno a Milano, viaggiando quasi sempre in auto da solo. Questa volta sono venuti due amici del Pime a prendermi con un furgoncino (guidato da Giovanni Cantoni) che ha portato tutto il mio materiale al Pime di Milano (soprattutto libri). Se Dio vuole, mi stabilizzo a Milano, dov’era la mia residenza prima dei 16 anni a Roma per l’Ufficio storico del Pime, che in questo tempo ha prodotto, con l’aiuto di collaboratori, 32 libri e otto Quaderni dall’Archivio generale del Pime a Roma.

Interessante la chiacchierata con l’amico che mi ha accompagnano. Un normale italiano di 65 anni da poco in pensione, sposato con tre figli, che fa molto volontariato per la parrocchia e il Pime. Interessante perché noi preti abbiamo poco tempo per entrare in contatto prolungato con le famiglie e quando ne ho l’occasione mi piace sentire raccontare come vivono le famiglie normali. L’amico si dichiara cattolico, abbiamo anche detto il Rosario per strada.

Gli chiedo da quanti anni è sposato. “Mi sono sposato a 25 anni e sono sposato da quarant’anni. Quando mi capita di dire questo ad un giovane, spesso mi chiede: con una donna sola? Alla mia risposta positiva si meraviglia e mi chiede come è possibile un matrimonio così lungo. Gli spiego che se ti sposi davvero per amore e ti doni totalmente a tua moglie, come la moglie si dona al marito, si crea un legame fortissimo che ti permette di continuare a volerle bene. Il matrimonio è un’avventura meravigliosa se c’è amore vero, cioè donazione totale, mentre fallisce se c’è egoismo. Il principio base è quello di voler rendere felice la persona che hai sposato, condividendo tutto con lei: se è felice lei, sono felice anch’io. Per esempio, noi i soldi che avevamo e che abbiamo guadagnato li abbiamo sempre messi assieme, non c’è mai stata fra noi nemmeno l’ipotesi di poterci separare o divorziare”.

Chiedo all’amico se ci sono contrasti e difficoltà e come li risolvono. “Certo, dice, si possono avere idee diverse su alcune soluzioni da prendere. Le difficoltà non mancano. Importante essere sinceri e discuterne assieme per scegliere la soluzione migliore. Qualche volta bisogna anche cedere e rinunziare alla propria idea per andare d’accordo. Ma se c’è amore e umiltà non costa nemmeno fatica. Debbo anche aggiungere che mi sono sposato con mia moglie dopo sei anni di fidanzamento e il nostro aiuto per un buon matrimonio è stata la preghiera e l’intesa sulla pratica della fede. Sia io che mia moglie eravamo religiosi e anche da sposati abbiamo continuato ad andare in chiesa e all’oratorio, ad essere utili alla parrocchia. E adesso a fare del volontariato. Dio ci ha aiutati molto. La fede e la preghiera sono il sostegno più forte per una vita serena e felice, nonostante le sofferenze e le difficoltà”.

Siete contenti dei vostri figli? “Contentissimi. Due sono sposati e uno ancora in casa e lavorano, hanno sempre lavorato anche quand’erano giovani, non hanno mai aspettato di avere un lavoro di loro gradimento. Poi, oltre all’oratorio, a scuola hanno incontrato il movimento di Comunione e Liberazione, che ha dato molto alla loro educazione: le amicizie, il sacerdote che li guida, le occasioni anche di fare pellegrinaggi, ritiri spirituali, discussioni sui temi di attualità visti alla luce della fede. Noi genitori apprezziamo molto la loro appartenenza al movimento. Adesso abbiamo cinque nipoti e altri ne arriveranno”.

Chiedo all’amico se la sua famiglia sente la crisi economica che sta devastando l’Europa e anche l’Italia. Risponde: “La sentiamo nell’atmosfera di lamento e di pessimismo che c’è in giro e naturalmente anche nel dover risparmiare. Ma il necessario, grazie a Dio, non ci è mai mancato. Debbo dire che quando penso alla vita mia e di mia moglie, ci sentiamo fortunati. Non eravamo ricchi e non lo siamo, ma abbiamo potuto avere la casa nostra, l’automobile e tante altre comodità che quarant’anni fa nemmeno si sognavano. Capisco le difficoltà delle famiglie nelle quali c’è vera disoccupazione, ma non capisco il pessimismo e il lamento generale che si sente. Penso che non apprezziamo abbastanza la fortuna di essere nati e vissuti in Italia e la fortuna di avere ereditato la fede, che costa fatica praticare, ma ti dà una marcia in più in ogni circostanza della vita”.

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*Padre Piero Gheddo (www. gheddopiero. it), già direttore di Mondo e Missione e di Italia Missionaria, è stato tra i fondatori della Emi (1955), di Mani Tese (1973) e Asia News (1986). Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente scrivendo oltre 80 libri. Ha diretto a Roma l’Ufficio storico del Pime e postulatore di cause di canonizzazione. Oggi risiede a Milano.

Il martire dimenticato

Pane al pane di Lorenzo Mondo
Tratto da La Stampa del 14 giugno 2010

Mi ha impressionato il ritorno in patria del vescovo Luigi Padovese, il  capo della Chiesa turca. La sua salma è arrivata alla Malpensa su un cargo proveniente da Ankara, qualcuno ha detto come un sacco di patate.

Se si esclude il vicerettore provinciale dei Cappuccini, l’ordine a cui apparteneva, non c’era nessuno ad accoglierlo, a rendergli un tributo formale di onore e di pietà. Quasi fosse un clandestino solitario, una imbarazzante presenza. Le autorità turche tendono ad accreditare l’ipotesi, contestata dalla comunità cristiana, che sia stato vittima di un pazzo. Troppe sono le ombre che si addensano intorno all’efferato omicidio.

Nei giorni precedenti, l’assassino si era fatto visitare premurosamente da uno psichiatra, forse per procurarsi un alibi, perché il modo in cui ha infierito sul sacerdote, decapitandolo (e gridando, secondo alcune testimonianze, «Allah è grande») lascerebbe pensare a una sorta di sacrificio rituale da parte di un fanatico. D’altronde i cristiani non hanno vita facile in Turchia: a parte le continue vessazioni, nel 2006 è stato ucciso il prete cattolico Andrea Santoro e nel 2007 sono stati massacrati tre protestanti che lavoravano per una casa editrice di Bibbie.

Quanto al Vaticano, si è espresso con prudenza sulla vicenda, non ha nemmeno mandato alle esequie un suo rappresentante, forse per non esporre a rappresaglie i fedeli inermi. Ma il sacrificio del vescovo Padovese, un uomo colto e aperto al dialogo interreligioso, acuisce in chi è dotato di onestà intellettuale la consapevolezza che esiste un sacerdozio fedele alla propria vocazione, capace di mettersi a repentaglio sulle frontiere più accidentate della fede. È una testimonianza che giunge a buon punto mentre dura e duole lo scandalo dei preti pedofili, ancora ieri denunciato da Benedetto XVI con inusitato vigore. È una presa d’atto che assume il senso di un riscatto, e andrebbe valorizzata anziché sottaciuta. Ma più sconcerta la passività della diplomazia internazionale, e più europea, davanti alle persecuzioni che si abbattono sulle minoranze cristiane in ogni parte del mondo e che in Medio Oriente stanno annientando le nobili comunità di origine apostolica. Al cargo del vescovo martire si sovrappone alla fine il vascello fantasma di una cristianità rimasta sola ad affrontare i violenti, torbidi marosi della storia.

Era massone, ora è cattolico

Storia della conversione di un Venerabile Maestro del Grande Oriente

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 14 giugno 2010 (ZENIT.org).- E’ appena arrivato nelle librerie italiane un libro più affascinante di un romanzo dal titolo “Ero Massone. La mia conversione dalla massoneria alla fede” (Piemme). E’ la storia vera di Maurice Caillet, un medico ginecologo, non battezzato, materialista, abortista e anticattolico.

Coerente con la sua formazione illuminista, il dott. Caillet entra a far parte della Massoneria. Nel giro di 15 anni viene iniziato alla conoscenza di tutti i segreti delle Logge: iniziazioni, riti, giuramenti, trattamenti di favore, facilitazioni nella raccolta di denaro, incarichi di potere e cariche politiche.

Diventa Venerabile Maestro della Loggia di Rennes e fa carriera nel lavoro e in politica, fino a diventare un notabile del Partito Socialista Francese e dirigente del Centro di Esami della Salute di Rennes.

Ma è proprio all’apice della sua carriera politica e professionale che accade l’imprevisto. La moglie Claude si ammala gravemente e lo trascina con sé in un pellegrinaggio a Lourdes.

Mentre lei è nelle piscine, Maurice è intirizzito e si ripara nella cripta posta sotto la grotta delle apparizioni.

Vi stavano celebrando una Messa. Maurice non aveva mai prestato attenzione alla celebrazioni di una messa cattolica. La considerava un rito sorpassato, una sorta di superstizione primitiva, ma quando il sacerdote pronuncia le parole di Gesù “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto…” il suo cuore viene toccato.

“Ero razionalista, massone e ateo – scrive nel libro –. Non ero neanche battezzato, ma mia moglie Claude era malata e decidemmo di andare a Lourdes. Mentre lei era nelle piscine, il freddo mi costrinse a rifugiarmi nella Cripta, dove assistetti con interesse alla prima Messa della mia vita. Quando il sacerdote, leggendo il Vangelo, disse: ‘Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto’, ebbi uno shock tremendo perché avevo sentito questa frase il giorno della mia iniziazione al grado di Apprendista ed ero solito ripeterla quando, già Venerabile, iniziavo i profani”.

“Nel silenzio successivo sentii chiaramente una voce che mi diceva: ‘Bene, chiedi la guarigione di Claude, ma cosa offri?’. Istantaneamente, e sicuro di essere stato interpellato da Dio stesso, pensai che avevo solo me stesso da offrire. Al termine della Messa, andai in sacrestia e chiesi immediatamente il Battesimo al sacerdote. Questi, stupefatto quando gli confessai la mia appartenenza massonica e le mie pratiche occultiste, mi disse di andare dall’Arcivescovo di Rennes. Quello fu l’inizio del mio itinerario spirituale”.

Da allora Maurice Caillet ha lasciato la Massoneria ed ha compiuto un itinerario di conversione e purificazione. L’entusiasmo per la fede trovata gli ha dato la forza di affrontare e superare le tante difficoltà e minacce che il mondo materialista e la Massoneria gli hanno posto di fronte.

E’ stato minacciato di morte, lo hanno licenziato per motivi inesistenti, hanno cercato di impedirgli di continuare la sua attività di medico, gli hanno messo contro parenti e figlie.

A causa delle minacce vive ora sotto protezione in Spagna, ma la sua storia e testimonianza sta sollevando dalle paure tante vittime della Massoneria e sta generando altre conversioni.

Il libro scritto da Caillet è la descrizione più chiara e dettagliata di come funziona la Massoneria che lui ha frequentato per 15 anni. Tutto viene spiegato: riti, iniziazione, ragioni, finalità, metodo di controllo, corruzione, negoziazione di promozioni agli alti vertici delle aziende, distribuzione illegale di appalti per le opere pubbliche, intimidazione ed eliminazione di personaggi scomodi.

Caillet non cede mai al sensazionalismo né alle teorie cospiratorie, con metodo razionale e argomenti che emergono dalla sua esperienza personale, illustra le meschinità, la bramosia di potere, l’ideologia, e l’ipocrisia di gruppi di persone che si nascondono dietro ad un ridicolo ritualismo sincretista e agnostico.

Altro che ideali umanisti, secondo Caillet, dietro ai principi di liberà, uguaglianza e fraternità, si nasconde un gruppo di persone il cui fine è il raggiungimento del potere e del possesso, cancellando il Dio unico dei Cristiani e proponendo l’adorazione di idoli vari.

Per l’ex Venerabile Maestro, “la Massoneria, in tutte le sue obbedienze, sostiene il relativismo, che colloca tutte le religioni su uno stesso piano. Da ciò si deduce un relativismo morale: nessuna norma morale ha in sé un’origine divina e, quindi, definitiva, intangibile. La sua morale evolve in funzione del consenso delle società”.

A questo proposito nel libro il dott. Caillet racconta che la Massoneria francese è stata determinante per l’introduzione dell’aborto libero in Francia nel 1974.

Tra i responsabili di questa legge l’ex Venerabile Maestro indica Jean-Pierre Prouteau, Gran Maestro del Grande Oriente di Francia, consigliere dell’allora Primo Ministro Jacques Chirac. Il dottor Pierre Simon, Gran Maestro della Grande Loggia di Francia, consigliere di Simone Veil, allora Ministro della Sanità. I politici erano circondati da quelli che venivano chiamati i “Fratelli tre punti”, e il disegno di legge sull’aborto venne elaborato rapidamente. I deputati e i senatori massoni di destra e di sinistra votarono all’unanimità.

Secondo Caillet il materialismo e il relativismo morale hanno portato la Massoneria francese a promuovere tutte le leggi che favoriscono il libertinaggio sessuale, il divorzio senza colpa, la contraccezione chimica e meccanica, l’aborto, le unioni civili e omosessuali, la manipolazione degli embrioni, la depenalizzazione delle droghe leggere e la legalizzazione dell’eutanasia.

Nel suo libro “De la vie avant toute autre chose” (Ed. Mazarine) apparso nel 1979 e poi ritirato dalle librerie su indicazione delle autorità massoniche dell’epoca, il Gran Maestro Pierre Simon ha scritto che “è l’intero concetto di famiglia che si sta ribaltando”.

Per la sua storia, l’ex Venerabile Maestro è diventato uno dei maggiori esperti di Massoneria nel mondo cattolico. Nella parte finale del libro, in molte conferenze e nel suo sito (http://www.caillet.com) Maurice spiega che cosa è la Massoneria e perchè è incompatibile con coloro che credono in Gesù Cristo.

Per non aver più paura e per favorire le conversioni Caillet propone una preghiera che recita ogni giorno: “Padre infinitamente buono, tu vedi nel segreto del cuore e delle logge. Tu sai che molti massoni, persi in una filosofia ingannevole, cercano vane verità. Liberali, Signore, dagli spiriti che li traggono in inganno. Che lo Spirito Santo, lo Spirito di verità, investa la loro intelligenza e il loro cuore e riveli loro la Verità iniziale e filiale, l’alfa e l’omega: Tuo Figlio, Gesù il Cristo, la sua Vita, il suo insegnamento: La Buona novella del Tuo Amore”.

Benedetto XVI ricorda le figure di due nuovi beati

Un laico giornalista spagnolo e un martire sloveno

ROMA, domenica, 13 giugno 2010 (ZENIT.org).- Dopo la recita dell’Angelus di questa domenica, il pensiero di Benedetto XVI è andato a due nuovi beati, vissuti nel secolo scorso: il primo giornalista laico ad essere elevato alla gloria degli altari, Manuel Lozano Garrido, di nazionalità spagnola; e un martire, Alojzij Grodze, di nazionalità slovena.

Manuel Lozano Garrido (1920-1971), noto anche come “Lolo”, è stato beatificato il 12 giugno a Linares, nella provincia di Jaén (Spagna). Entrò giovanissimo nell’Azione Cattolica. A diciassette anni fu chiamato alle armi, dopo lo scoppio della guerra civile del 1936-39: anni di sofferenza per tutto il Paese e di persecuzione religiosa, in cui il giovane di Linares portava clandestinamente l’Eucaristia ai detenuti politici, diffondeva l’Azione Cattolica nel territorio di Jaén e iniziava un’opera di evangelizzazione radiofonica.

All’età di 22 anni, una paralisi progressiva lo costrinse alla sedia a rotelle: una infermità lunga e dolorosa che lo privò anche della vista negli ultimi nove anni di vita.

Anche nella malattia mantenne il suo spirito e il suo zelo apostolico, evangelizzatore e missionario e la sua vocazione di giornalista al servizio del Vangelo, lasciando nove libri e centinaia di articoli e fondando l’opera pia “Sinaí”, un’associazione di preghiera per la Stampa, in cui gruppi di 12 malati ciascuno, insieme ad un monastero di clausura, assumevano la cura spirituale di un determinato mezzo di comunicazione.

Malgrado la malattia e l’invalidità, ha sottolineato il Papa, Lolo “lavorò con spirito cristiano e con frutto nel campo della comunicazione sociale”.

In lui, “i giornalisti – ha affermato il Papa nei saluti ai fedeli di lingua spagnola – potranno trovare un testimone eloquente del bene che si può fare quando la penna riflette la grandezza dell’anima e si mette al servizio della verità e della cause nobili”.

Il Pontefice ha poi ricordato anche la figura del giovane martire Lojze Grozde (1923-1943), beatificato il 13 giugno a Celje (Ljubljana), in Slovenia, in occasione del Congresso Eucaristico nazionale.

Cresciuto nell’ambiente tipico dei contadini poveri, dediti al duro lavoro di campagna, a 13 anni Alojz divenne membro della Congregazione Mariana e fece voto all’Immacolata. Alcuni anni dopo diventò presidente della medesima Congregazione.

Durante gli anni del liceo alcuni membri dell’Azione Cattolica lo invitarono a partecipare alle proprie riunioni. I loro ideali lo stimolarono ad affrontare nuovi impegni apostolici: fare tutto per il regno di Dio, condurre gli altri giovani a Cristo e sacrificarsi per la salvezza delle anime.

Alla fine del 1942, Alojz si mise in viaggio per andare a visitare la madre durante le feste natalizie, cosciente del pericolo che correva, poiché in quel tempo la sua terra d’origine era sotto il controllo di partigiani armati.

A Mirna venne, infatti, catturato da alcuni partigiani, che lo accusarono di essere una spia segreta dei militanti anticomunisti e gli dissero di confessare per avere salva la vita. Di fronte a un suo rifiuto di mentire, i partigiani lo torturarono fino ad ucciderlo. In tasca gli trovarono il Messale in latino, la “Sequela di Cristo” di Tommaso da Kempis e alcuni santini con la Madonna di Fatima.

Alojz, ha ricordato il Santo Padre, “era particolarmente devoto dell’Eucaristia, che alimentava la sua fede incrollabile, la sua capacità di sacrificio per la salvezza delle anime, il suo apostolato nell’Azione Cattolica”.

Mons. Luigi Novarese, Venerabile della “sofferenza”

di don Luciano Ruga*

ROMA, mercoledì, 9 giugno 2010 (ZENIT.org).- Il 27 marzo scorso il Santo Padre Benedetto XVI ha firmato il decreto che riconosce l’eroicità delle virtù di mons. Luigi Novarese, apostolo della sofferenza e fedele collaboratore di Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI in Segreteria di Stato.

La notizia della firma del decreto ha riempito di gioia i cuori di tutti gli aderenti alle sue Associazioni. E’ un dono grande del Signore, che attendevamo e del quale ringraziamo, impegnandoci ad esserne degni.

A Roma, in un quartiere periferico, è stata dedicata una via a monsignor Luigi Novarese. Il fatto suggerisce alcune riflessioni, sulla sofferenza nelle periferie del mondo.

Alcuni anni fa, fu presentata alle autorità comunali di Roma la richiesta di intestare una via al fondatore del CVS. La richiesta è stata recentemente accolta. Una via, posta in una località periferica della città di Roma, è ora denominata “Via Mons. Luigi Novarese: sacerdote”.

La via scelta si trova lontano dal centro e dai luoghi più importanti e conosciuti, in una zona povera e in via di sviluppo.

È una situazione che può offrire un interessante spunto di riflessione. La sofferenza, realtà al cui superamento mons. Novarese si è pienamente dedicato, è infatti un’esperienza di “periferia”, qualcosa che appartiene alle terre di confine. Non dispiace in tal senso che il nome di Luigi Novarese segni il territorio in un luogo lontano dal centro.

La sofferenza è certo universale, non fa sconti a nessuno, abita la casa del ricco e quella del povero. È pur vero, tuttavia, che più facilmente associamo il dolore alle situazioni marginali e povere, alle periferie del mondo, dove, come si suol dire “piove sul bagnato”. La sofferenza è un’esperienza di confine. Mai totalmente superata, sempre nuova e provocante in ogni sua manifestazione, non ne siamo mai “abituati” e sempre siamo messi in discussione, provocati a cambiare, possibilmente a crescere.

Il Venerabile Luigi Novarese ha collocato nelle periferie del dolore umano il segno della croce, mantenendolo ben fermo. La Via a lui dedicata disegnerà almeno un paio di croci, raggiungendo le vie che la intersecano. Nella riflessione sul segno della croce, una delle immagini ricorrenti è proprio quella dell’incrocio stradale, che è luogo di scelte.

La ricerca di una direzione comporta il rischio di sbagliare strada. Giunti all’incrocio ci si ferma a riflettere, si ricerca, si sente il peso del dubbio. Non è certo un caso che le tradizioni religiose abbiano abitualmente riservato agli incroci stradali l’attenzione di un qualche segno tutelare; per i cristiani le cappelle votive, le riproduzioni di croci o calvari.

Per Luigi Novarese la croce non è mai un segno statico. Posta nel cuore dei duri incroci della sofferenza, è punto che irradia vita intorno a sé. Frutto della croce è un’esistenza donata agli altri generosamente, nella preghiera, nel servizio operoso, nel prendersi cura, nel condividere sofferenze e gioie, nel dialogo e nel rispetto, nella capacità di perdono. La croce è sorgente di una missione preziosa, da compiere sempre, soprattutto nelle periferie.

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*Don Luciano Ruga è il Moderatore dei Silenziosi Operai della Croce.