da Baltazzar | Ago 24, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
di Emilio Bonicelli
Tratto da Il Sussidiario.net il 23 agosto 2010
Quando, nel luglio del 2001, sono salito per la prima volta a San Valentino, il paese dell’Appennino reggiano dove Rolando ha vissuto e dove ora è sepolto e venerato nell’antica pieve, quando ho iniziato a conoscerlo, sono stato colpito da questo fatto:
Rolando era un ragazzo innamorato di Gesù, che da questo amore era stato trasformato, su questo amore aveva impostato tutto il progetto della propria vita e, per l’intensità di questo amore, perché pubblicamente proclamava di essere tutto e solo di Gesù, per questo era stato sequestrato, brutalmente torturato e ucciso dai partigiani comunisti, il 13 aprile 1945, nel tentativo, vano, di cancellare la novità che lui era dalla sua terra, dalla storia del suo paese.
Rolando amava Gesù e il suo grande Amico era la ragione per cui quel ragazzo si alzava la mattina, e il suo primo gesto era inginocchiarsi sui gradini della scala di casa e pregare. Il suo grande Amico era la ragione per cui mangiava, studiava, viveva l’amicizia ed era lui che aggregava gli altri ragazzi, organizzava i giochi e al termine del gioco guidava tutti in chiesa.
L’amore per Gesù lo rendeva naturalmente autorevole. Ere un leader che suscitava negli altri il desiderio di imparare da lui a seguire Cristo. Ma, per chi vagheggiava il folle progetto di costruire un mondo senza Dio e senza misericordia, per chi voleva trasformare la fine della guerra nell’inizio di una rivoluzione per affermare la dittatura del proletariato in Italia, per i partigiani comunisti di quella terra, che poi è anche la mia terra, l’Emilia rossa nel triangolo della morte, Rolando era solo un nemico da eliminare.
Ho pensato, se Gesù è tutto per noi, se la realtà è Cristo, il tesoro della testimonianza di amore e libertà di questo giovane seminarista è un tesoro immenso. E quando si trova una cosa bella e preziosa si desidera farla conoscere. Così, da giornalista, mi sono messo a scrivere. Ne è nato anche questo nuovo libro, “Rolando Rivi, seminarista martire”, Edizioni Shalom, www. editriceshalom. it, in cui racconto di questo bambino attraverso i documenti storici che ho raccolto e soprattutto attraverso la voce, la passione, l’amore di quanti lo hanno conosciuto, di chi ha partecipato a quei drammatici eventi.
Finalmente questa storia che per 60 anni si è cercato di nascondere, che per 60 anni si è cercato di cancellare dalla memoria del popolo, viene raccontata in tutta la sua nuda drammaticità, in tutta la sua verità. Molte volte ho cercato di immedesimarmi in quel momento, in quel venerdì pomeriggio, due giorni prima della domenica in albis, quando i suoi persecutori lo hanno tirato fuori dalla porcilaia dove lo tenevano rinchiuso per trascinarlo nel bosco dove l’avrebbero ucciso.
Ho pensato a lui prigioniero insultato, percosso, schiaffeggiato, preso a cinghiate, spogliato a forza dell’abito talare che tanto amava. Ho pensato a lui tremante, assetato, da tre giorni non mangiava e non aveva più lacrime per piangere. Ho pensato alla paura che come una lama si deve essere insinuata nel suo cuore di bambino, mentre inutilmente chiedeva pietà. Ho pensato al brivido di gelo che lo ha attraversato quando i partigiani comunisti hanno estratto il coltello per torturarlo e poi la pistola per ucciderlo.
Eppure anche in quel momento, in quel momento in cui ognuno di noi credo sarebbe stato solo gelato dal terrore, Rolando ha ridetto a chi solo apparteneva la sua vita, ha ribadito la sua identità, ha chiesto, come raccontano i testimoni, di poter pregare. L’amore è stato più forte della paura, del dolore, dell’umiliazione, delle sevizie, delle percosse. Questo libro in qualche modo chiude con il passato, ma insieme apre al futuro e provoca la nostra vita.
In questo momento in cui, come scrive il grande poeta Eliot, la Chiesa è “minata dall’interno e attaccata dall’esterno”, la figura del giovane Rolando ha un valore profetico, perché ci parla dell’amore a una Chiesa profondamente radicata nella tradizione, cosciente della propria irriducibile identità, viva per rendere presente Cristo e aperta a tutti i fratelli uomini in un autentico spirito missionario.
Il libro esce nel momento in cui presso la Congregazione per i Santi di Roma, la Positio è stata ultimata, stampata, e portata al protocollo. In pratica tutto quello che dovevamo fare perché Rolando sia beato è stato fatto, ultimato, abbiamo consegnato il nostro lavoro alla Chiesa e attendiamo in tempi brevi, speriamo e preghiamo entro il 2011, il giudizio dei teologi e dei Cardinali e il decreto di beatificazione. Sarebbe un evento di grande rilievo ecclesiale e civile.
Ecclesiale, perché Rolando sarebbe infatti, nella storia della Chiesa italiana, il primo seminarista di un seminario minore diocesano a salire all’onore degli altari come martire; civile perché si concluderebbe la prima causa di beatificazione avviata in favore di uno dei 130 sacerdoti e seminaristi uccisi, sul finire della guerra e nel dopoguerra, dai partigiani comunisti per impedire che portassero il contributo della propria fede e delle proprie idee di libertà alla nuova Italia che stava nascendo.
Il libro si legge e si guarda, con 50 foto in gran parte realizzate da Carla Canovi, che accompagnano il racconto. Grazie poi all’impegno dell’editore, Shalom, e rinunciando a tutti i diritti d’autore, abbiamo realizzato un libro di 190 pagine, tutte a colori al prezzo “impossibile” di soli 4 euro. Abbiamo voluto forte mente questo prezzo per favorirne al massimo la diffusione. Con soli 8 euro ne compro due copie. Una per me e una da regalare a un amico e non c’è regalo più bello che far conoscere un testimone della fede.
da Baltazzar | Ago 18, 2010 | Benedetto XVI, Chiesa, Testimonianze
Pierangelo Sequeri
Intanto, per cominciare, non è un fanatico. Il martire cristiano si consegna a una suprema chiamata, che gli chiede di affrontare la sofferenza e la morte in pura e semplice continuità con il dono della vita in favore di altri. È così che diventa un atto di fede e di amore – indisgiungibilmente. Non è un atto di puntigliosa mortificazione della propria vita, che celebra la propria superiorità sui comuni mortali. Tanto peggio, poi, quando un tale disprezzo della vita venga proclamato come imposto da Dio. Da qui, infatti, ad arrivare al sacrificio della vita altrui, in nome di Dio, passa meno di un capello. (E avevamo pensato che in questa suprema irreligione non potesse credere più nessuno!).
In secondo luogo, non è un coatto. Non obbedisce a una pulsione dell’annientamento, non ha lo sguardo fisso nel vuoto, non confonde la chiamata alla sequela del testimone con il ricatto di un destino soprannaturale. Dio «non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta» – lo ha ricordato Benedetto XVI nella catechesi di ieri, a Castelgandolfo. Il martire, ha incalzato il Papa, «è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, […] in un supremo atto di fede, di speranza e di carità». Di nuovo, atto di fede e amore, indisgiungibilmente. Di fede, perché il discepolo non si consegna semplicemente «agli uomini». Si consegna «a Dio suo Creatore e Redentore». E proprio per questo, si consegna «in favore» degli uomini. Uomini che già deve avere molto amato, e che in questo modo finisce per amare totalmente: oltre ogni umano limite. Come Edith Stein, appunto. Come Massimiliano Kolbe. E infiniti altri.
In tal modo, il credente accetta di venire associato totalmente «al Sacrificio di Cristo sulla Croce». Qui, infatti, il martirio trova il suo fondamento: nella morte di Gesù «che ha donato se stesso in riscatto per molti». E di qui – è importante questo! – prende il suo senso proprio. Inconfondibile con quello di una religione sacrificale. (Una cultura che voglia oscurare l’icona di questa differenza cristiana rimane anche simbolicamente indifesa nei confronti dell’irreligione dei sacrifici umani).
L’incisiva meditazione del Papa chiude sul vivo, oltre ogni retorica. Mi permetto due rapide chiose, per due immagini di profonda attualità. In primo luogo, è il Signore che chiama al martirio, e conosce i suoi: non siamo presuntuosi, noi, che «probabilmente non siamo chiamati». E nondimeno, «vivere in misura alta l’esistenza cristiana» comporta una qualche partecipazione alla Croce. Mettiamocelo in testa. Nel tempo e nel luogo in cui viviamo, poi, «egoismo e individualismo», opportunamente corretti e resi presentabili, pongono ormai la loro candidatura a essere iscritti fra i diritti dell’uomo e del cittadino. Le cronache registrano la crescente disposizione – per “troppo amore” (e osiamo persino scriverlo!) – a sopprimere l’altro. Effetti di fanatismo della felicità, cause di martirio coatto. Ma chi insegna a sacrificarsi per amore, liberamente e persino lietamente, senza esibizione e senza risentimento?
La Croce è il paradosso assoluto, certo, che non possiamo portare di nostra iniziativa. In essa, tutto il bene e tutto il male possibili si avvinghiano a Dio: per non tradire la dismisura d’amore, per non cedere all’eccesso dell’odio. Eppure, togliete la paradossale normalità della Croce e perderemo l’ultima colonna della verità, a proposito di ciò che significa voler bene fino in fondo. L’intercessione dei santi e dei martiri – di ieri e di oggi – ci dà un’ultima possibilità, anche civile – sì, civile – di riscatto. Per onorare tutti i sacrifici ai quali dobbiamo la vita e la dignità che sprechiamo. Per imparare di nuovo il significato elementare di libertà. E di vergogna, anche, quanta ne serve, occidentali post-cristiani alla marinara.
© Avvenire – 12 agosto 2010
da Baltazzar | Ago 17, 2010 | Cultura e Società, Segni dei tempi, Testimonianze
Il «di più» di chi crede in Gesù
di Gabriella Sartori
Tratto da Avvenire del 14 agosto 2010
No, non dimentichiamoli subito, anche se è agosto, i cristiani ‘giustiziati’ in Afghanistan dai taleban.
Stavano dando aiuto generoso e gratuito a degli stranieri sconosciuti solo perché questi ultimi ne avevano – e ne hanno – estremo bisogno. Lo stavano facendo a rischio della propria vita, questi occidentali (dentisti, oculisti, infermieri…) nelle più sperdute contrade afghane. Erano volontari che avevano abbandonato tutto, casa, famiglia, sicurezza, carriera, per darsi agli altri ‘senza se e senza ma’. Veri cristiani, non controfigure. Come don Santoro, come monsignor Padovese, come l’incessante teoria di credenti in Cristo che vanno arricchendo – anche in questo secolo Ventunesimo – la storia gloriosa di chi ama il prossimo «come se stesso», fino al sacrificio. Facile a dirsi, eroico a farsi. E sono questi gli uomini e le donne di cui il mondo ha maggior bisogno. Essi sono stati (e molti di loro ancora sono) vivi e operanti «in mezzo» a noi, nel nostro «mondo», come sta scritto. E, come sta scritto, il mondo non li ha riconosciuti e non li riconosce.
A pochi giorni dal massacro, la notizia sta già rapidamente sparendo dalle cronache, riprecipitate subito nel pozzo nero delle solite chiacchiere estive, o peggio. Da noi come all’estero, compresi i Paesi d’origine degli assassinati (la cui stampa è sempre così inflessibile quando si tratta di denunciare i ‘cattivi’ cristiani, che pure non mancano).
Cose che accadono ai cristiani veri, quelle appena accadute in Afghanistan, si sa. È ‘normale’: è questo, in fondo, il retropensiero generale (non escluso quello di non pochi fratelli in Cristo) che sta alla base di quest’indifferenza così diffusa, così offensiva della verità, così dannosa proprio per chi più la pratica. Chiediamoci solo: se a restare vittime di questa barbarie fossero stati, ammesso che possano esistere, dei musulmani, le reazioni sarebbero state altrettanto contenute? Che ne avrebbero detto e scritto non solo al-Jazeera e media araboislamici assortiti, ma anche il circo politicoideologico e mass mediatico del gran mondo politicamente corretto? Come minimo, staremmo ancora qui tutti a ragionare e tremare per le ‘imprevedibili’ ma universalmente considerate ‘comprensibili ‘ reazioni dei compagni di fede degli uccisi che risulterebbero inguaribilmente ‘offesi’.
Certo, stiamo parlando di un’ipotesi remota. È un’evenienza non prevista – né verificabile nella storia antica e presente – l’impegno di volontari musulmani che, senza voler nulla in cambio, offrono medicine, istruzione, cure, cibo e la loro stessa vita per degli stranieri, per persone di un’altra fede religiosa. Non a caso, dal mondo musulmano, anche da quello più aperto, ben poche voci (quasi nessuna) si sono alzate per deplorare questo e altri analoghi massacri, per esprimere solidarietà e partecipazione al dolore delle famiglie e dei Paesi colpiti. Non a caso, non esiste una ‘Caritas’ musulmana, che dà tutto a tutti senza chiedere il certificato di battesimo o altri documenti di identità comune.
Annoto questo, non per riaccendere inutilmente pericolose e sterili rivalità, ma solo per amore di verità. Solo per ricordare, a chi pervicacemente e stupidamente vuole dimenticarlo, l’enorme valore umano e culturale cresciuto grazie a quelle preziose «radici cristiane» che la parte più vuota dell’Occidente si affanna a voler cancellare dalla storia nostra e del mondo intero. Una pulsione follemente in perdita per tutti, senza distinzione.
da Baltazzar | Lug 22, 2010 | Chiesa, Testimonianze
Il 14 settembre 1943 dodici francescani salirono sul treno che li portò nei campi di lavoro nazisti
di Giuseppe Buffon
Tratto da L’Osservatore Romano del 21 luglio 2010
Pubblichiamo ampi stralci di una relazione tenuta a Bratislava in una conferenza internazionale organizzata in occasione del sessantacinquesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale.
Da tempo agli studiosi è noto il significato assunto dal libro di Yvan Daniel ed Henry Godin, France pays de mission? (1943), ovvero il suo apporto al risveglio missionario da cui ebbe origine la riflessione sulla dimensione pastorale del corpo ecclesiale, e che guidò in buona parte il processo di aggiornamento, lanciato e sostenuto dal concilio Vaticano ii.
Assai meno noto sembra essere invece il fatto che l’arcivescovo di Parigi, il cardinale Emmanuel Célestin Suhard, appassionato patrocinatore della missione di Francia e di quella di Parigi, proprio nel momento in cui si trovò a esaminare il manoscritto del suddetto opuscolo, era attanagliato dall’urgenza di un’altra preoccupazione missionaria. Circa seicentomila lavoratori francesi, deportati nei campi di lavoro nazisti, si trovavano sprovvisti di ogni conforto morale e spirituale. Egli, il 30 marzo 1943, aveva fatto scrivere a tale proposito a tutti i vescovi e superiori religiosi, chiedendo loro di mettere a disposizione dei sacerdoti, al fine di far assumere loro il ruolo di cappellani presso gli operai dei suddetti campi di lavoro.
Il 14 settembre 1943 si presentò alla Gare de l’Est un gruppo di 12 francescani, pronti a salire sul treno che li avrebbe condotti tra gli operai dei campi di lavoro tedeschi. Les douze apôtres en Allemagne (“I dodici apostoli in Germania”), come si intitolava un articolo a loro riguardo, pubblicato nel 1945 da “Almanach”, la rivista della provincia francescana di Parigi, pare infatti non lasci ombra di dubbio sulla loro intenzione missionaria. “Dodici francescani alla stazione dell’est in abito religioso, il cuore gonfio dal dolore per aver dovuto lasciare il chiostro nella consapevolezza di andare incontro alla prigionia, con tutte le sue sofferenze. Una speranza tuttavia nel cuore: il pensiero di essere, tra i loro compagni di sventura, la piccola voce francescana di ottimismo e di conforto; e, per le persone in ricerca di un segno di fede, la possibilità di essere dei testimoni di Cristo”.
Nous étions douze, afferma Eloi Leclerc, che visse fino in fondo l’esperienza dei campi di lavoro, come ampiamente testimonia la sua vasta opera letteraria. Cosa dunque li aveva spinti ad assumere la decisione della partenza? “Un fatto attira la nostra attenzione: migliaia di giovani operai partono senza un prete, lasciati a loro stessi dal punto di vista religioso. Così, dal momento che le autorità tedesche rifiutano la loro richiesta di cappellani ufficiali, decidiamo di partire, disponendoci nell’eventualità a prestare il nostro contributo alla stregua di cappellani clandestini e manifestare in questo modo agli operai la nostra disponibilità a condividere la loro vita di lavoro e di esilio”.
La loro presenza tra gli operai e la loro ardita collaborazione con i militanti di azione cattolica fu non solo notata dalla Gestapo, ma divenne ben presto causa della loro deportazione nei campi di concentramento, dove quattro di essi trovarono la morte. “La nostra latitanza sarebbe un vero tradimento nei confronti di Cristo”, scrive a tale proposito il medesimo Leclerc.
L’ispirazione francescana delle loro iniziative non è tuttavia secondaria rispetto al loro fervore missionario. In uno scritto del 1945, Et si Je rencontre la mort en chemin (“E se incontrassi la morte durante il cammino”), ne vengono offerti cenni suggestivi, soffermandosi in particolare su alcuni temi quali: la condivisione, la povertà, la riconciliazione con il creato.
In riferimento, ad esempio, a fra Roger – il quale, per la fame che gli imponeva la sua giovane età e soprattutto la sua stazza, aveva l’abitudine di mettere da parte un po’ di pane, offrendolo eventualmente a qualcuno più affamato di lui – si ricorda: “Un giorno gli rubarono tutto quanto possedeva. Mi venne a trovare costernato: “Ecco qui è un vero colpo di san Francesco””. In modo similare si attesta di fra Gérard, il quale, benché esausto, avrebbe trovato il coraggio di rimpiazzare al lavoro un suo collega, offrendogli inoltre un pezzo della sua porzione di pane. Questi, ai suoi amici che lo rimproveravano di aver fatto un gesto sconsiderato, avrebbe risposto: “San Francesco al mio posto non avrebbe agito diversamente”.
Per cogliere però la dimensione francescana di questa esperienza, tanto esaltante quanto tragica, occorre nondimeno andare oltre questi elementi di puro sapore didascalico e rivolgersi piuttosto all’opera di Eloi Leclerc, per il quale il vissuto della prigionia tedesca si costituisce chiave ermeneutica di una riscrittura sanfrancescana.
Emblematico a tale riguardo sembra potersi considerare l’articolo Le cantique du soleil dans la nuit et le brouillard (“Il cantico di frate sole nel buio e nella foschia”), da lui composto nel 1957, e che culmina proprio con l’episodio della morte di fra Louis, in quel vagone che da Buchenwald viaggia verso il malfamato lager di Dachau.
La sua biografia, che si fonde con il senso della notte e della nebbia spettrale – per i tedeschi sinonimo di campi di sterminio – sembra sfociare nel cantico francescano elevato al sole, apice della creazione, quasi a creare una linea di congiunzione imprescindibile tra buio e luce, dimensione esperienziale e contenuti francescani.
“Nostro fratello Louis è allo stremo. È li disteso in mezzo a noi. Non parla più. Il suo sguardo sta per lasciarci. Dopo la morte del Poverello, non ci sono più state forse morti più povere e più spoglie, più semplici e più serene. Dopo aver ricevuto un frammento di ostia consacrata, egli inconsapevolmente si spenge, mentre noi gli cantiamo il Cantico di frate Sole”.
Un interesse ancora maggiore suscita il contenuto di questa esperienza missionaria, la sua dimensione pragmatica, che produrrà in seguito una revisione del concetto stesso di missione, operando un passaggio espresso in sintesi dalla formula “dalla missione per, alla missione con”. L’azione missionaria è costituita infatti essenzialmente da una “testimonianza di un amore cristiano vissuto”, dove il vissuto diventa spesso sinonimo di vero, autentico. Un altro elemento fondamentale di questa particolare esperienza apostolica è costituito dallo spirito di accoglienza e di disponibilità incondizionata alla condivisione. “La nostra comunità si apre a tutti senza riserve, e tutti più o meno subiscono il suo fascino, colpiti e sedotti dalla perseveranza della nostra disponibilità e della nostra gioia. La nostra stanza diventa poco a poco centro d’incontro di tutti coloro che hanno bisogno di un po’ di calore umano. Uno di noi si presta a servizi di infermeria, un altro di calzolaio e così via. Insomma, ogni occasione diventa una opportunità per stabilire contatti e grazie a Dio, si respira a poco a poco un clima più cristiano nelle baracche”.
La condivisione non è solo frutto della forzata promiscuità, come potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale, ma di una vera e propria opzione. Fra Gwennaël, in una delle lettere inviate dalla prigionia ai confratelli di Champfleury, chiarisce in modo inequivocabile questo aspetto: “Noi avremmo avuto l’opportunità di ritirarci in privato, sarebbe stato assai più confortevole, ma sarebbe stato come abbandonare il nostro stile di apostolato comunitario, costituito dalla semplice condivisione della nostra vita con i nostri camerati”.
da Baltazzar | Lug 16, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
di Elisabetta Del Soldato
Tratto da Avvenire del 15 luglio 2010
Richard Rudd aveva sempre detto alla famiglia che se gli fosse accaduto qualcosa non avrebbe mai voluto essere tenuto in vita da una macchina. Ma si sbagliava.
Dopo essere rimasto paralizzato nell’ottobre 2009 in un incidente in moto, il 43enne inglese autista di autobus ha fatto il possibile per far capire ai medici che non voleva morire. Con un segno dell’occhio, per tre volte di seguito, ha detto sì al medico che gli chiedeva se voleva vivere ancora. E così è stato. Oggi, trascorsi nove mesi da quel momento cruciale, Rudd rimane paralizzato e bisognoso di cure costanti ma riesce a comunicare con i familiari e le figlie, Charlott di 18 anni e Bethan di 14: sorride, muove gli occhi e la testa. «Quando è arrivato il momento di decidere – racconta il padre – non avevamo dubbi. Ci aveva sempre detto che non avrebbe voluto vivere appeso a un filo». Ma fortunatamente i medici che lo avevano in cura all’ospedale Addenbrooke di Cambridge, hanno voluto provarci ancora.
Hanno sollevato le palpebre del paziente e gli hanno chiesto di muovere gli occhi verso sinistra se non voleva morire. Rudd l’ha fatto tre volte e a quel punto era chiaro che capiva e lo hanno tenuto in vita.
Il momento commovente è stato catturato dalle telecamere della Bbc che due sere fa ha dedicato al caso un programma dal titolo «Tra la vita e la morte». Il caso di Rudd ha sollevato la questione dei pazienti che esprimono una volontà di morire ma che poi cambiano idea. Il padre di Rudd si è infatti detto sollevato di non aver dovuto decidere il destino del figlio. «Decidere se un figlio debba vivere o morire è impossibile».
Assistere una persona a morire nel Regno Unito è punibile fino a 14 anni di reclusione.
I medici hanno il diritto di staccare la spina quando un paziente è considerato ‘clinicamente morto’, il che può significare morto cerebralmente ma non fisicamente. Il caso di Rudd ha dimostrato che questa è un’area dove legiferare è molto difficile.
Recenti studi hanno dimostrato che alcuni pazienti riescono a comunicare anche quando sono in stato vegetativo. A differenza dei pazienti in coma, i vegetativi reagiscono a segnali diversi muovendo gli occhi.
Ricercatori di Cambridge hanno cercato di insegnare ai pazienti a collegare un certo rumore con un soffio di aria fredda negli occhi. Dopo un po’ i pazienti cominciavano a chiudere gli occhi prima del soffio, prevedendolo e collegandolo al rumore.
L’esperimento è riuscito su 22 pazienti in stato vegetativo e ha confermato che attraverso questi esercizi il malato comincia un lento recupero raggiungendo maggiore consapevolezza. La ricerca ha inoltre dimostrato che i criteri di diagnosi dei casi vegetativi usati oggi sono ormai inadeguati perchè falliscono nel 40% dei casi.
Il professor David Menon, che 13 anni fa ha fondato la Neuro-critical Care Unit (Nccu) all’ospedale Addenbrooke di Cambridge e che ha avuto in cura Rudd, ha dichiarato alla Bbc che nel suo reparto «le regole che governano la morte vengono sfidate quotidianamente». È importante pensare alla morte non come a un evento ma come a un processo che può essere accelerato, rallentato ma anche interrotto. È comune, dopo lesioni cerebrali, che il cervello resti irreversibilmente danneggiato mentre le funzioni del cuore e dei polmoni vengono mantenuti in vita dalle cure intensive.
Circa il 40% dei pazienti nel nostro reparto registrano un miglioramento».
La questione della volontà del paziente di morire è stata al centro di un acceso dibattito nell’ultimo anno in Gran Bretagna dopo che la Procura generale del Regno ha deciso di pubblicare nuove linee guida che definiscono quand’è lecito aiutare una persona a suicidarsi. La necessità di nuove regole era emersa dopo una serie di casi di persone che si erano recate in Svizzera per morire, accompagnate dai loro cari. La richiesta al giudice era di sapere se queste, al loro ritorno in patria, sarebbero state perseguite per legge. Il procuratore generale Keir Starmer rispose un anno fa emanando linee guida che giudicano una persona in base ai motivi che l’hanno spinta ad assisterne un’altra al suicidio (se per pura compassione o per interessi economici).
La legge in vigore – il Suicide Act del 1961 – menziona l’impegno della Gran Bretagna a proteggere i più vulnerabili; una promessa che aveva ribadito anche l’ex premier Gordon Brown durante la battaglia in Parlamento – fallita – per legalizzare il suicidio assistito portata avanti da Lord Joffe.
Ora il caso dell’autista di autobus Richard Rudd conferma che è impossibile stabilire con certezza quando sia giusto staccare la spina.
da Baltazzar | Lug 16, 2010 | Chiesa, Cultura e Società, Testimonianze
La storia di monsignor Roberto Ronca
di Omar Ebrahime
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 14 luglio 2010
Nell’immediato dopoguerra, l’Italia si trovò a fronteggiare concretamente la minaccia socialcomunista: le elezioni del 18 aprile 1948, le prime dopo l’immane conflitto della seconda guerra mondiale, segnarono una vera e propria battaglia di civiltà fra due idee dell’uomo e del mondo profondamente antitetiche. Da una parte il mondo occidentale, libero e cristiano, dall’altra il mondo socialcomunista che serviva Mosca, rappresentato dal Fronte Popolare d’unione fra il PCI e il PSI.
In quell’occasione la Democrazia Cristiana vinse con la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi (caso unico nella storia della Repubblica) inaugurando così quella che sarebbe stata una lunga stagione di governo. Quello che forse pochi sanno è che la vittoria fu dovuta a un grandioso sforzo di mobilitazione popolare suscitato, fra gli altri, da due uomini: Luigi Gedda (1902-2000), vicepresidente di Azione Cattolica e ideatore dei Comitati Civici e monsignor Roberto Ronca (1901-1977), già rettore del Pontificio Seminario Maggiore a Roma, fondatore e instancabile direttore del movimento civico-politico cattolico e anticomunista “Unione Nazionale Civiltà Italica” (1946-1955).
Un movimento contraddistintosi per aver scelto pubblicamente come proprio vessillo il tricolore, nonché per un’omonima rivista che per anni rappresentò, di fatto, l’unico strumento d’informazione e formazione cattolica e anti-comunista esistente nel nostro Paese. Monsignor Ronca fu anche protagonista di una grandiosa opera di salvataggio per ebrei e antifascisti che si rifugiarono nel Seminario Maggiore nei mesi tremendi dall’ottobre del 1943 fino alla liberazione in cui i nazisti avevano occupato Roma.
Proprio la figura di Ronca viene opportunamente rievocata in questi giorni con un agile libretto in uscita nelle librerie a cura del giornalista e storico cattolico Giuseppe Brienza che raccoglie la prima lettera pastorale del futuro Vescovo di Pompei, uomo di fiducia di Pio XII (Roberto Ronca, Lavorare e sacrificarsi per la gloria di Maria, Edizioni Amicizia Cristiana, Chieti 2010, http://www. amiciziacristiana. it/).
Il documento, pubblicato per la prima volta a livello nazionale, uscì originariamente il 5 agosto 1948 e rappresentò una coraggiosa testimonianza di militanza cristiana, anticipando con il suo aperto ripudio delle “dottrine false e sovvertitrici”, il decreto di scomunica ai comunisti emesso il 1° luglio 1949 dall’allora Congregazione del Sant’Uffizio.
La Lettera si apre con una dichiarazione di amore filiale verso la Madonna, “Regina delle Vittorie” (il titolo di cui la Madre di Dio fu insignita dopo la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani, avvenuta nel 1571) e da un “omaggio devoto al Padre comune”, il Sommo Pontefice Pio XII, Vicario di Cristo in terra. Così facendo mons. Ronca mostrava ai suoi fedeli il vero senso della vita cristiana che, fondata sull’Eucaristia, trova i suoi restanti fondamenti nella devozione mariana, che in alcuni accenti sembra ripercorrere la migliore tradizione cattolica (così nelle citazioni di San Bernardo di Chiaravalle), e nell’obbedienza convinta al Papa e al suo Magistero.
Se l’obiettivo del cristiano è quello di instaurare il “Regno di Cristo”, la strada più sicura passa per l’imitazione quotidiana di Maria, Maestra di Fede e Vincitrice di tutte le eresie. Il Rosario, la ‘catena’ prediletta di Maria, diventa allora il mezzo più prezioso per la santificazione individuale, familiare e sociale secondo l’amato insegnamento del fondatore stesso del Santuario di Pompei, il futuro Beato Bartolo Longo (1841-1926).
Ma la Lettera permette di apprezzare anche le qualità di predicatore, di animatore culturale e persino di profeta di mons. Ronca che seppe prevedere, con lucido sguardo, le conseguenze nefaste che la “scelta religiosa” (e anti-politica) dell’Azione Cattolica avrebbe di lì a poco determinato sull’intero laicato del Paese.