La storia di monsignor Roberto Ronca
di Omar Ebrahime
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 14 luglio 2010

Nell’immediato dopoguerra, l’Italia si trovò a fronteggiare concretamente la minaccia socialcomunista: le  elezioni del 18 aprile 1948, le prime dopo l’immane conflitto della seconda guerra mondiale, segnarono una vera e propria battaglia di civiltà fra due idee dell’uomo e del mondo profondamente antitetiche. Da una parte il mondo occidentale, libero e cristiano, dall’altra il mondo socialcomunista che serviva Mosca, rappresentato dal Fronte Popolare d’unione fra il PCI e il PSI.

In quell’occasione la Democrazia Cristiana vinse con la maggioranza relativa dei voti e quella assoluta dei seggi (caso unico nella storia della Repubblica) inaugurando così quella che sarebbe stata una lunga stagione di governo. Quello che forse pochi sanno è che la vittoria fu dovuta a un grandioso sforzo di mobilitazione popolare suscitato, fra gli altri, da due uomini: Luigi Gedda (1902-2000), vicepresidente di Azione Cattolica e ideatore dei Comitati Civici e monsignor Roberto Ronca (1901-1977), già rettore del Pontificio Seminario Maggiore a Roma, fondatore e instancabile direttore del movimento civico-politico cattolico e anticomunista “Unione Nazionale Civiltà Italica” (1946-1955).

Un movimento contraddistintosi per aver scelto pubblicamente come proprio vessillo il tricolore, nonché per un’omonima rivista che per anni rappresentò, di fatto, l’unico strumento d’informazione e formazione cattolica e anti-comunista esistente nel nostro Paese. Monsignor Ronca fu anche protagonista di una grandiosa opera di salvataggio per ebrei e antifascisti che si rifugiarono nel Seminario Maggiore nei mesi tremendi dall’ottobre del 1943 fino alla liberazione in cui i nazisti avevano occupato Roma.

Proprio la figura di Ronca viene opportunamente rievocata in questi giorni con un agile libretto in uscita nelle librerie a cura del giornalista e storico cattolico Giuseppe Brienza che raccoglie la prima lettera pastorale del futuro Vescovo di Pompei, uomo di fiducia di Pio XII (Roberto Ronca, Lavorare e sacrificarsi per la gloria di Maria, Edizioni Amicizia Cristiana, Chieti 2010, http://www. amiciziacristiana. it/).

Il documento, pubblicato per la prima volta a livello nazionale, uscì originariamente il 5 agosto 1948 e rappresentò una coraggiosa testimonianza di militanza cristiana, anticipando con il suo aperto ripudio delle “dottrine false e sovvertitrici”, il decreto di scomunica ai comunisti emesso il 1° luglio 1949 dall’allora Congregazione del Sant’Uffizio.

La Lettera si apre con una dichiarazione di amore filiale verso la Madonna, “Regina delle Vittorie” (il titolo di cui la Madre di Dio fu insignita dopo la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani, avvenuta nel 1571) e da un “omaggio devoto al Padre comune”, il Sommo Pontefice Pio XII, Vicario di Cristo in terra. Così facendo mons. Ronca mostrava ai suoi fedeli il vero senso della vita cristiana che, fondata sull’Eucaristia, trova i suoi restanti fondamenti nella devozione mariana, che in alcuni accenti sembra ripercorrere la migliore tradizione cattolica (così nelle citazioni di San Bernardo di Chiaravalle), e nell’obbedienza convinta al Papa e al suo Magistero.

Se l’obiettivo del cristiano è quello di instaurare il “Regno di Cristo”, la strada più sicura passa per l’imitazione quotidiana di Maria, Maestra di Fede e Vincitrice di tutte le eresie. Il Rosario, la ‘catena’ prediletta di Maria, diventa allora il mezzo più prezioso per la santificazione individuale, familiare e sociale secondo l’amato insegnamento del fondatore stesso del Santuario di Pompei, il futuro Beato Bartolo Longo (1841-1926).

Ma la Lettera permette di apprezzare anche le qualità di predicatore, di animatore culturale e persino di profeta di mons. Ronca che seppe prevedere, con lucido sguardo, le conseguenze nefaste che la “scelta religiosa” (e anti-politica) dell’Azione Cattolica avrebbe di lì a poco determinato sull’intero laicato del Paese.