da Baltazzar | Set 2, 2010 | Bioetica, Cultura e Società, Testimonianze
Teresa è una gestante in grave disagio economico • Il 30 luglio si era rivolta all’assistenza sociale di zona. La risposta: «Non possiamo fare molto per lei, dovrà interrompere la sua gravidanza»
di Alessia Guerrieri
Tratto da Avvenire dell’1 settembre 2010
Teresa accarezza continuamente il suo pancione, come se dovesse ancora proteggere quel figlio che cresce da tre mesi nel suo ventre. «Ora che è qui dentro è al sicuro, ma quando nascerà sarà molto dura per noi». Sorride comunque, finalmente. Non ha più paura di affrontare la sua nuova vita da ragazza madre, «io non sono più sola, c’è lui con me – dice mentre indica quel miracolo che l’ecografia ha già scritto che sarà un ‘lui’ –. Siamo in due, solo noi due». Un lui che chiamerà Francesco e nascerà a marzo: «Questo bambino è stato concepito in Umbria, la patria di Francesco d’Assisi, vorrei che portasse il suo nome». La luce della vita, Teresa l’ha riscoperta dopo settimane di vuoto e di confusione, attraversate di tanto in tanto anche dalla voglia di farla finita. «Come potevo pensare – ribatte – di far crescere un figlio da sola, senza lavoro, senza casa, senza un compagno e senza un soldo?».
Quasi trent’anni, due sorelle all’estero e una mamma che non sente da anni, un diploma da odontoiatra, per ora inutilizzato. Poi quel compagno che «pur dicendo di desiderare come me un bambino, se ne è tornato in Tunisia» con il suo bagaglio di bugie. E non ha più nessuna intenzione di venire in Italia. Teresa parla tenendo lo sguardo fisso a quel figlio che le sta dando il coraggio e la forza di affrontare mille difficoltà. Lei, cardiopatica e con una gravidanza a rischio, però, ha deciso di andare avanti. Eppure, sola e disperata, il 30 luglio stava per cancellare quella vita che tanto aveva sognato. «Io lo volevo, l’ho vo- luto fin dall’inizio – racconta – ma ero talmente confusa che avevo già avviato le pratiche per l’aborto. Mi sentivo un mostro, comunque, una donna indegna di vivere. Per fortuna non ho avuto la forza di presentarmi in ospedale quel giorno». Infine la decisione di rivolgersi ad un assistente sociale nel suo municipio a Roma.
«Cercavo una parola di conforto, un posto dove stare, visto che dovevo lasciare il mio appartamento perché non potevo più permettermelo – confessa –, cercavo un aiuto ed invece…». I suoi occhioni neri si sono riempiti di lacrime quella mattina d’inizio agosto, quando le uniche parole di sostegno che ha avuto sono state quelle che mai nessuno si sarebbe immaginato. «Non possiamo fare molto per lei, non abbiamo grandi risorse. Ma non si rende conto che sarà difficile nella sua situazione crescere un bambino? Forse sarebbe il caso di pensare all’interruzione di gravidanza». L’assistente sociale non ha prospettato grandi alternative; in più le sue ferie sarebbero cominciate il giorno successivo e, quindi, pochi i tentativi da fare. Una telefonata dai servizi sociali effettivamente il giorno dopo è arrivata con una probabile sistemazione per soli due mesi e l’invito a risentirsi al rientro dalla vacanze.
«Ho pregato molto il Signore quella notte, non sapevo cosa fare, pregavo per il mio bambino e per quelle mamme come me che nessuno sente gridare in silenzio. Mi sono sentita come se tenere il figlio che già amavo immensamente fosse il reato più grande che potessi fare». Teresa fa una pausa. Poi spiega dell’incontro con un vecchio amico vicentino e, grazie a lui, del contatto col Centro di aiuto per la vita della Capitale. «Lì ho trovato innanzitutto il conforto e l’ascolto di cui avevo bisogno, oltre ad un aiuto materiale – aggiunge –. Mi hanno sistemato in una casa-famiglia dove potrò stare anche dopo il parto. Sempre grazie a loro ho un ginecologo di un grande ospedale romano che mi segue gratuitamente e che conosce bene la mia patologia».
Al tavolino di un bar, giocherellando con la cannuccia della sua acqua e limone, Teresa non nasconde la rabbia per quel «muro di insensibilità» che ha trovato, e continua a ricevere, proprio da chi invece dovrebbe aiutare. Per vivere ora, oltre ad un piccolo contributo del Cav, si arrangia come può, vendendo anche le sue originali lampade su internet. «Non voglio sentirmi una parassita dello Stato – dice lasciando per un attimo cadere gli occhi sulla lana che ha appena comprato per la copertina del suo Francesco –. Come è possibile in un Paese moderno e credente che i servizi sociali mi dicano di abortire, di dormire in alloggi di fortuna o addirittura di andar via dall’Italia per farmi aiutare delle mie sorelle all’estero?». Alle sue tante domande per adesso non trova risposta, ma ha un’unica certezza: quando Francesco nascerà vorrà impegnarsi perché nessun’altra donna viva ciò che ha passato lei. Tra qualche giorno sarà il suo compleanno, ma la vita le ha già riservato il regalo più grande.
da Baltazzar | Ago 27, 2010 | Chiesa, Testimonianze
Madre Teresa di Calcutta e un amore senza confini
di Paul Cheruthottupuram
Tratto da L’Osservatore Romano del 26 agosto 2010
In occasione del centenario della nascita di Madre Teresa di Calcutta, che ricorre giovedì 26 agosto, pubblichiamo un articolo di un sacerdote salesiano, già direttore del The Herald Kolkata, il più antico settimanale cattolico indiano
Agnesë Gonxhe Bojaxhiu in albanese significa “bocciolo di rosa”. Nata il 26 agosto 1910 a Üsküb (all’epoca nell’impero ottomano, oggi Skopje, capitale della Macedonia), era la più giovane di tre figli. Agnesë considerava “suo vero compleanno” il 27 agosto, data del suo battesimo. Crebbe in una devota famiglia cattolica e fu allevata da Drana Bojaxhiu dall’età di 9 anni e da suo padre Nikollë Bojaxhiu, un patriota albanese, deceduto nel 1919. Nei primi anni della sua vita, Agnesë era affascinata dalle vite dei missionari gesuiti nel Bengala e prima dei 12 anni si convinse di dovere andare in India.
Lasciò la casa paterna a 18 anni per unirsi alle Suore di Loreto che operavano a Calcutta. Dopo un breve periodo presso l’abbazia di Loreto a Rathfarnham, in Irlanda, per imparare l’inglese, arrivò a Calcutta nel 1929 e cominciò il noviziato a Darjeeling, nel Bengala settentrionale. Prese i voti temporanei il 24 maggio 1931 con il nome di Teresa, in onore di Teresa di Lisieux, la patrona delle missioni, e i voti perpetui il 14 maggio 1937, mentre insegnava presso la scuola del convento di Saint Mary, a Entally.
Lo scenario socio-politico del Bengala (la carestia del 1943 e gli scontri fra indù e musulmani), che sprofondò Calcutta nella disperazione e nell’orrore, impressionarono Madre Teresa. Il 10 settembre 1946, su un treno, di ritorno a Darjeeling, Madre Teresa visse ciò che in seguito definì “la chiamata nella chiamata”. Nel 1948, sostituendo il suo tradizionale abito di Loreto con un semplice sari di cotone bianco bordato di blu e adottando la cittadinanza indiana, Madre Teresa si avventurò nei bassifondi di Calcutta e, nel 1950, fondò le Missionarie della Carità. Oggi, sessant’anni dopo, a Calcutta esistono diciannove istituti con cinquemila suore impegnate in più di centotrenta Paesi.
I mezzi di comunicazione di massa indiani si sono accorti di Madre Teresa a partire dagli anni Cinquanta, subito dopo l’inizio della sua opera nella zona degradata di Mothijhil, vicino al suo ex convento di Loreto, a Entally. Lì, era una suora cattolica bianca, occidentale, che mostrava compassione e offriva aiuto ai poveri e agli emarginati. Madre Teresa era il nuovo volto della madre India che sorgeva dall’umiliazione della divisione del Bengala in Bengala occidentale e in Pakistan orientale (l’attuale Bangladesh). Diversamente da alcuni suoi detrattori nati a Calcutta, ora residenti all’estero, che non si sono mai “abbassati” a servire gli orridi bassifondi di Calcutta, Madre Teresa si è mossa lavorando proprio in quelle zone degradate.
Nel 1962 ricevette il Padma Shree (il più elevato riconoscimento civile nazionale) nonché il premio internazionale Magsaysay. Papa Paolo vi le donò l’auto da lui utilizzata durante la sua visita a Bombay nel 1964, che poi lei mise in palio in una riffa. Nel 1979 ricevette il premio Nobel per la pace, nel 1985 la Presidential Medal of Freedom negli Stati Uniti, il più alto riconoscimento civile, per ricordare solo alcune delle sue onorificenze.
Fu l’incontro con il giornalista inglese Malcolm Muggeridge a portare Madre Teresa alla ribalta mondiale. La intervistò per la prima volta nel 1968 per la Bbc e, nel 1969, girò un documentario sulla sua vita a Calcutta. Nel 1971, il film televisivo in due parti ispirò la stesura del libro Something Beautiful for God: Mother Teresa of Calcutta. Alla beata sono stati dedicati ben tre festival cinematografici internazionali: il Mother Teresa Film Festival a Calcutta nel 2003, nel 2007 e nel 2010. Quest’anno, l’evento comprende sedici film e per la prima volta acquista un respiro globale, includendo quindici Paesi asiatici.
Conosco un giovane che, dopo aver svolto opera di volontariato in una casa per moribondi a Kalighat, ispirato dalla filosofia di servizio di Madre Teresa, ha girato il film My Karma, che ha vinto diversi premi internazionali. Non solo, questo giovane indù del Bangladesh ha lasciato il proprio lavoro di funzionario della Marina indiana e ora lavora in un’area degradata della zona musulmana di Narekeldanga a Calcutta, definendo Madre Teresa sua madre e il Mahatma Gandhi suo padre.
Madre Teresa ha fatto tanto, ha insegnato qual è il modo più grande per mostrare l’amore di Dio, ovvero soddisfare le necessità degli altri, una persona alla volta, qui e ora. Non ha offerto una soluzione magica ai problemi e alle ingiustizie del mondo, ma ha mostrato cosa possiamo fare per cambiare la vita di una persona, una alla volta.
Il Nirmal Hriday (casa dei moribondi), il suo primo istituto, fondato nell’area del tempio dedicato alla dea Kalì a Calcutta, è ancora il luogo santo in cui sia i suoi amici sia i suoi nemici provano un timore reverenziale. È il luogo in cui Madre Teresa incontrava i giornalisti che la intervistavano per la prima volta. Dalla sua fondazione vi sono stati trasportati circa cinquantamila uomini, donne e bambini raccolti per le strade. Quelli che sono morti, la metà, lo hanno fatto circondati dall’amore e dalla gentilezza. Quelli che si sono salvati sono stati aiutati dalle suore a trovare un lavoro o sono stati inviati in case nelle quali vivere con gioia. La sua Shishu Bavan (casa per bambini) nonché altri orfanotrofi hanno offerto riparo e speranza a innumerevoli bambini nel mondo. Molti di quei piccoli sono divenuti cittadini attivi e alcuni si sono anche dedicati alla sua missione.
Il lebbrosario che fondò con il denaro del Premio per la pace “Papa Giovanni xxiii”, di cui fu insignita nel 1971, ha permesso ai fuori casta di sentirsi accettati. Quando ricevette il premio Nobel per la pace, nel 1979, convinse il comitato a cancellare il banchetto ufficiale e utilizzò il denaro a esso destinato per comprare pasti per quindicimila poveri. Aprì case per alcolisti, tossicodipendenti, malati di aids, senzatetto e indigenti, anche a Roma. Madre Teresa contribuì alla riabilitazione di detenute con l’aiuto del primo ministro del Bengala occidentale, Jyoti Basu.
È stata lodata da persone, governi, organizzazioni, ma ha anche ricevuto le critiche di molti, contrari all’essenza proselitista della sua opera che includeva una posizione fermissima contro contraccezione e aborto, il credo nella bontà spirituale della povertà e l’amministrazione del sacramento del battesimo ai moribondi. Alcune riviste scientifiche hanno criticato il livello delle cure mediche offerte nei suoi ospedali e hanno sollevato obiezioni sulle modalità con cui venivano utilizzate le donazioni. Gli attacchi degli atei radicali a Madre Teresa sono l’equivalente intellettuale dell’aggressione a una vecchietta, afferma Brendan O’Neill, direttore di “Spiked-online”, secondo il quale i rapinatori aggrediscono in modo vigliacco signore esili e anziane perché in genere sono lente, fragili e incapaci di reagire. Attaccare l’ingobbita suora di Calcutta piena di rughe, accusandola di essere una fanatica stralunata, una matta e una disgustosa sostenitrice della povertà, è l’equivalente ateo dell’aggressione a un’anziana.
Per introdurci nel mondo di Madre Teresa, il già citato Malcolm Muggeridge fa il paragone fra la sua percezione ordinaria e quella della suora. All’inizio del libro Something Beautiful for God, Muggeridge menziona un suo breve soggiorno a Calcutta nel 1930 (come aiuto redattore del giornale “The Statement”), durante il quale rimase disgustato dalle zone degradate e dalle condizioni sociali miserabili. Ricorda che chiedeva alle persone: “Perché le autorità non fanno nulla?” e si allontanava velocemente. Madre Teresa, invece, vedeva quello stesso squallore e restava, armata, come dice il giornalista, solo di “quell’amore cristiano che irradiava”. Muggeridge osserva: “Per quanto riguarda il mio dilungarmi sulle miserevoli condizioni sociali del Bengala, devo dire che dubito che in qualsiasi contabilità divina le mie considerazioni possano valere anche solo la ridicola metà del sorriso che Madre Teresa rivolgeva a un monello di strada che catturava la sua attenzione”. Così Madre Teresa rispondeva alle critiche: “Non ha importanza chi lo dice, bisognerebbe accettarlo con un sorriso e continuare a fare il proprio lavoro”.
Un giornalista inglese (che ora vive negli Stati Uniti), Christopher Hitchens, è stato uno dei testimoni che ha fornito prove contrarie alla beatificazione e al processo di canonizzazione di Madre Teresa. “È stato proprio parlando con lei che ho scoperto che non operava certo per ridurre la povertà”, disse Hitchens al tribunale. E citò Madre Teresa: “Non sono un’operatrice sociale. Non lo faccio per questo motivo. Lo faccio per Cristo. Lo faccio per la Chiesa”. Leggendo questa dichiarazione, partendo dalla fine, si perviene alla ragion d’essere della vita e della missione di Madre Teresa. L’obiezione mossa da Hitchens era giusta. L’ordine delle priorità era: Gesù, la Chiesa e i poveri!
Così come credeva nella presenza reale di Gesù nell’Eucaristia, credeva anche nei corpi dei più poveri fra i poveri, toccava il corpo di Cristo. Madre Teresa credeva profondamente nella provvidenza. Non dipendeva dal denaro di nessuno, nemmeno da quello del governo. Riteneva che la dipendenza economica potesse diventare schiavitù economica. Spesso diceva: “Se mai le persone smetteranno di sostenere l’apostolato delle Missionarie della Carità, queste smetteranno semplicemente di esistere”.
La sua spiritualità era una “costante dell’ordine del giorno”, la santificazione della fatica quotidiana. La sveglia alle 4, 40 (nei giorni di festa alle 5, 10) è solo l’inizio di quello stile di vita spartano, con momenti da dedicare alla preghiera, ai pasti, all’opera apostolica. Senza dubbio questa costanza ha prodotto una fecondità straordinaria al servizio degli altri.
Dopo trentacinque anni di servizio ai più poveri fra i poveri, Giovanni Paolo ii disse a Madre Teresa: “Desidero cambiare le vostre Costituzioni. Voglio che le Missionarie della Carità divengano missionarie non solo dei corpi poveri, ma anche delle anime povere”. Ovvero catechesi ed evangelizzazione. Quando Madre Teresa rispose che le sue consorelle non possedevano una formazione di apostolato, il Papa le disse: “Formale!”. Ora, la domenica, ogni suora missionaria della carità che è in grado di farlo insegna catechismo. Nel loro programma Fidei Donum a Tengra (Calcutta), ogni anno cinquanta suore di tutto il mondo seguono un corso di aggiornamento di dieci mesi, che prevede anche un modulo catechetico settimanale.
Madre Teresa era dotata di straordinaria saggezza. Pare che abbia detto al cardinale John Joseph O’Connor, arcivescovo di New York dal 1984 al 2000, quanto apprezzasse il sostegno che egli dava alla sua comunità, aggiungendo: “Tuttavia, voglio accertarmi che le nostre suore abbiano solo i migliori sacerdoti dell’arcidiocesi in veste di cappellani, confessori, consulenti spirituali e direttori dei ritiri”.
Il mantenimento di un’unione costante con Dio era il tratto distintivo del suo spirito di preghiera. Avete mai visto una sua foto in cui non stringe il rosario fra le mani nodose? Sapeva che non c’era altro modo per conoscere la volontà di Dio, in ogni momento della giornata, se non chiedergli la grazia di venire a conoscenza della sua divina volontà e poi farla con tutto il cuore. L’aspetto che colpisce maggiormente della spiritualità di Madre Teresa di Calcutta è che non ha mai fatto nulla di più di ciò che pretendeva da qualsiasi suora missionaria della carità: la spiritualità dei voti di castità, povertà e obbedienza, e il quarto voto, ovvero offrire “un servizio totale e libero ai più poveri fra i poveri”.
Madre Teresa è morta a Calcutta il 5 settembre 1997 e Papa Giovanni Paolo ii l’ha proclamata beata il 19 ottobre 2003. Che la si ami o la si odi, Madre Teresa ha lasciato un segno indelebile nella mente della gente comune di Calcutta. Centinaia di persone, indipendentemente dalla casta o dal credo, visitano la sua tomba ogni giorno nella speranza di un darshan, di una “visione”, prima di impegnarsi nella fatica quotidiana.
da Baltazzar | Ago 27, 2010 | Chiesa, Testimonianze
Sempre più giovani scelgono di convertirsi • Una studentessa: ho sperimentato molte tradizioni religiose, ma non trovavo quella pace che mi ha dato Gesù
di Stefano Andrini
Tratto da Avvenire del 26 agosto 2010
«Non sono cattolica, ma penso che ogni uomo deve fare i conti con il significato della vita e che la risposta a questa domanda si trova solo in Dio. Un fatto che mi incuriosisce ed è per questo che sono qui a Rimini». Chi parla è una studentessa universitaria di Taiwan invitata al Meeting insieme ad altri compagni di studio per partecipare all’incontro promosso in occasione della traduzione de ‘Il senso religioso’ di don Luigi Giussani, da maggio distribuito in tutte le edicole di Taipei e realizzata dalla Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo in collaborazione con Chen-Hsin Wang, docente di lingua tedesca alla Fu Jen Catholic University. Che ha raccontato al popolo del Meeting una storia emblematica di come si può diventare cristiani in un’isola dove i cattolici sono solo l’1%. «Prima ero buddista – dice – e in quella tradizione siamo stimolati a trovare la nostra natura originaria. D’altra parte il significato del mio nome significa cuore vero, ovvero quello che incontra l’amore. Il cuore vero, dunque, è quello che ti fa incontrare Dio. Ma cercarlo non è facile». «A 33 anni – prosegue – avevo sperimentato molte tradizioni religiose ma continuavo a non trovare la pace». Alla fine il cuore ha scelto il cristianesimo. «Mi ha colpito l’invito di Gesù nella Messa. ‘Vi do la mia pace… ‘. È quel che voglio ed è per questo che mi sono battezzata». Anche se il percorso è stato accidentato. «Gesù – prosegue la Wang – ha avuto pazienza con me. Dopo aver ricevuto il sacramento con il nome cristiano di Ildegarda ho sentito la necessità di conoscere più a fondo chi ero diventata. Ho cominciato ad indagare sulle esigenze originarie del cuore e sono andata in Germania per saperne di più della santa che mi aveva dato il nome nuovo». La Wang non rinnega la sua religione originaria. «Quello che cercavo nel buddismo l’ho trovato concretizzato nel cristianesimo. E al mio ritorno dalla Germania ho trovato nella mia isola tre preti di Comunione e Liberazione che mi sono sembrati altrettanti Matteo Ricci del nostro tempo». La docente è un torrente in piena e spiega così come ha vissuto nella sua persona la rivoluzione del Vangelo. «Ora Dio non è più lontano e Gesù è diventato un amico». E racconta, ancora stupita, un’altra scoperta: «I preti che sono arrivati a Taipei hanno un rapporto forte con la propria tradizione. Eppure non l’hanno sovrapposta alla nostra. C’è stata una sorta di accoglienza reciproca». Ci Han Lu, consulente degli studenti nella medesima università racconta il lavoro educativo svolto con gli universitari. In una situazione, dice molto difficile. «Nella loro educazione è molto presente il confucianesimo. Una marea di esami e di divieti che impediscono ai ragazzi, al termine del percorso formativo, di porsi delle domande. Sono totalmente disinteressati alla realtà e incapaci di affrontarla in modo articolato». Una vera e propria emergenza educativa alla quale si aggiunge un altro elemento di criticità. «Fino a pochi anni fa Taiwan era poverissima. Oggi c’è un certo risveglio economico al quale non si accompagna però uno sviluppo spirituale». Come pulire, allora, le incrostazioni sullo specchio del cuore? Ci-Han Lu ha preso sul serio tre dimensioni della vita cristiana care a don Giussani: la cultura, la carità e la missione. Applicandole ad un gruppo di studenti, in gran parte non cattolici. «Li spingo ad interessarsi alla realtà. Ho poi proposto ai miei studenti di lavorare con me per aiutare prima i bambini poveri delle montagne e poi quelli delle periferie degradate. Così prendono coscienza del valore della persona». Un progetto che ha già coinvolto duemila studenti e suscitato l’interesse di governo ed imprese. Ed è ben sintetizzato dalla canzone proposta a sorpresa dalla docente in lingua originale. «Non importa – dice – se stai camminando in cima a una montagna o in una valle oscura. Se alzi la testa potrai vedere le cose che Dio ha preparato per te».
da Baltazzar | Ago 27, 2010 | Chiesa, Testimonianze
Presentato al Meeting di Rimini il libro “Rolando Rivi, seminarista martire”
di Antonio Gaspari
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 25 agosto 2010
Aveva solo 14 anni quando fu ucciso. Era buono, pacifico, caritatevole, innamorato di Cristo. Serviva messa, cantava e suonava, frequentava i sacramenti, era seminarista, si preparava per diventare sacerdote e sognava di diventare missionario.
Amava la tonaca che non smetteva mai. Già a 11 anni diceva: “Io sono di Gesù”. La Chiesa lo ha già riconosciuto come Servo di Dio e già nel 2011 potrebbe essere Beato.
E’ la storia di Rolando Rivi, martire per fede, vittima dell’odio che l’ideologia socialcomunista diffondeva contro la Chiesa cattolica ed il clero.
Sulla vicenda il noto giornalista e scrittore Emilio Bonicelli ha pubblicato un libro “Rolando Rivi, seminarista martire” (edizioni Shalom), che è stato presentato al Meeting di Rimini domenica 22 agosto.
Bonicelli racconta la vicenda di Rolando Rivi attraverso i documenti storici che in questi anni sono stati raccolti e soprattutto attraverso la voce, la passione, l’amore di quanti lo hanno conosciuto, di chi ha partecipato a quei drammatici eventi.
Il libro di 190 pagine tutte a colori è corredato da 50 foto realizzate da Carla Canovi. Gli autori hanno rinunciato ai diritti d’autore, per favorirne al massimo la diffusione.
Il dieci aprile 1945, Rolando Rivi fu preso da alcuni partigiani appartenenti al battaglione Frittelli, formazione di tendenza comunista inquadrata nella divisione Modena Montagna.
Il commissario politico e il comandante di quel gruppo di partigiani, rinchiusero il giovane Rivi in una porcilaia, lo picchiarono, lo insultarono e lo torturarono per tre giorni, gli tolsero la tonaca e lo appesero ad un chiodo esterno, al fine di costringerlo a dire che era una spia.
Il giovane seminarista subì tutto senza reagire. Quando capì che lo avrebbero ucciso chiese di pregare per i propri genitori. Gli assassini lo uccisero che era inginocchiato e commentarono “domani un prete in meno”.
Da allora, nonostante il dominio dell’ideologia socialcomunista nella zona dove si sono svolti i fatti, la fama di santità di Rolando Rivi è cresciuta enormemente.
Nel 1989, lo stesso anno della caduta del muro di Berlino, venne presentata la prima richiesta per l’avvio della causa di beatificazione del seminarista martire.
Nel 1990 Giovanni Paolo II, durante la visita a Ferrara, nel discorso di Argelao, ricordò pubblicamente i sacerdoti e i seminaristi uccisi in terra emiliana, tra cui Rolando Rivi.
Il 3 maggio del 2001 a San Valentino di Castellarano, dove riposano le spoglie di Rolando Rivi, venne diffusa la notizia di un miracolo.
Un bambino inglese di due anni di nome James, era inspiegabilmente guarito da una gravissima leucemia, dopo che i due genitori avevano posto sotto il guanciale una reliquia di Rolando Rivi.
La reliquia era stata procurata da Michael Hutching, il quale era venuto a conoscenza della storia di Rolando Rivi quando frequentava l’Università Pontificia Antoniana a Roma.
Alla richiesta di Hutching, padre Giovanni Battista Colusso, parroco di San Valentino, aveva inviato in Inghilterra una ciocca di capelli del seminarista intrisa del sangue del martirio.
Il 4 aprile del 2001, nove giorni prima della data del martirio, i medici inglesi riconobbero che in maniera inspiegabile, tutti i segni della leucemia che aveva colpito il piccolo James erano scomparsi.
Il 13 aprile padre Colusso annunciò in chiesa la guarigione del bambino inglese. Il primo marzo del 2005 venne avviata la richiesta di indagine diocesana sulle virtù eroiche di Rolando Rivi. Il 2 luglio dello stesso anno i Vescovi dell’Emilia Romagna diedero via libera all’avvio della causa.
E proprio alla fine di giugno la postulatrice Francesca Consolini ha comunicato che la Positio che raccoglie gli atti del processo diocesano, le testimonianze, i documenti, gli studi storici relativi alla vita e al martirio, è stata protocollata presso la Congregazione per le Cause dei Santi.
Si presume che il Servo di Dio Rolando Rivi possa arrivare alla beatificazione già nel 2011.
Intervistato da ZENIT Emilio Bonicelli ha raccontato di essersi interessato alla vicenda di Rolando Rivi nel luglio del 2001, stupito dalla notizia del miracolo e mosso nel profondo, perché “la leucemia è la stessa malattia che io avevo avuto, che era entrata nella mia vita come un urto improvviso e violento, una malattia di cui conoscevo tutta l’aggressività e che mi aveva portato fino al limite estremo tra la vita e la morte”.
Bonicelli ha voluto sottolineare l’attualità della teologia vissuta dal seminarista martire tutta compresa nella frase “Io sono di Gesù”. “Una teologia – ha sostenuto – che è molto più avanti di tanta pastorale di oggi, in cui avverto spesso tanta lontananza o tanta inerzia di fronte a ciò che il magistero di Benedetto XVI ci indica come richiamo alla conversione personale a Cristo e come sfida all’unità tra l’intelligenza della fede e l’intelligenza della realtà”.
“In questo momento in cui, come scrive il grande poeta Eliot, la Chiesa è ‘minata dall’interno e attaccata dall’esterno’, – ha concluso Bonicelli – la figura del giovane Rolando ha un valore profetico, perché ci parla dell’amore a una Chiesa profondamente radicata nella tradizione, cosciente della propria irriducibile identità, viva per rendere presente Cristo e aperta a tutti i fratelli uomini in un autentico spirito missionario”.
da Baltazzar | Ago 27, 2010 | Chiesa, Cultura e Società, Testimonianze
Il film e un nuovo libro per il martire polacco
di Antonio Gaspari
RIMINI, giovedì, 26 agosto 2010 (ZENIT.org).- Mercoledì 25 agosto al Meeting di Rimini è stato proiettato il film “Popieluszko – non si può uccidere la speranza”. I posti disponibili erano 800 e neanche un posto in piedi era libero.
Il film racconta la vicenda eroica del sacerdote polacco padre Jerzy Popieluszko, ora beato, un autentico testimone della cultura e della fede cristiana, rapito e ucciso dal regime comunista in maniera brutale (cfr. ZENIT, 30 maggio 2010).
Nel corso della conferenza stampa di presentazione, il regista del film, Rafael Wieczynski, ha raccontato che era adolescente nel 1984, quando insieme ad altri 600.000 giovani partecipò ai funerali di Popieluszko.
Già allora si chiese se sarebbe stato capace di vivere come il sacerdote martire.
Quando cadde il Muro di Berlino nel 1989, Wieczynski era convinto che tutto quanto era accaduto con la rivoluzione cristiana che aveva sconfitto il comunismo avrebbe avuto un riverbero nell’arte polacca, soprattutto nel cinema.
Così, nel 2000, quando il Pontefice Giovanni Paolo II invitò i giovani a “prendere il largo”, decise di provare a fare un film su padre Jerzy.
Insieme alla moglie ha svolto ricerche, fatto interviste, raccolto fotografie e filmati, per capire fino a che punto padre Jerzy abbia dato la vita non solo per la libertà della Polonia, ma per la libertà di ogni uomo.
Una della domande che sembrano non trovare ancora risposta è perché il regime comunista, così prepotente e solido, si sia sentito minacciato da un sacerdote come padre Jerzy Popieluszko, che era debole a livello di salute, non era un grande intellettuale ed era semplice e lineare nella sua pratica pastorale.
A questa domanda ha cercato di rispondere Annalia Guglielmi, nota specialista nella conoscenza dei Paesi dell’Est Europa, autrice di diversi volumi storici, collaboratrice della casa editrice Centro Studi Europa Orientale (Cseo), premiata nel 2002 dal Governo polacco e dal Ministero della Cultura con la Croce di Cavaliere al merito per il sostegno dato all’opposizione al totalitarismo e alla diffusione all’estero della cultura indipendente polacca.
Nel libro “Popieluszko – non si può uccidere la speranza” (editore Itacalibri), la Guglielmi ha spiegato che uccidendo padre Jerzy il regime voleva spezzare il legame storico tra la storia, la cultura e la fede cattolica del popolo polacco.
La Guglielmi ha ricordato che il legame polacco-cattolico ha radici profonde nella storia. Sant’Adalberto, il primo patrono della Polonia, fu grande amico e consigliere di Boleslao I il Valoroso, che pose il suo regno sotto l’Obolo di Pietro e morì martire nel 997 andando a portare il Vangelo nella Prussia Orientale.
Il secondo grande patrono della Polonia è San Stanislao, il Vescovo di Cracovia che si oppose ai metodi tirannici del re Boleslao II l’Ardito.
Ha scritto la Guglielmi che “nel corso dei secoli la storia polacca è stata punteggiata da figure di pastori, predicatori, educatori che ne hanno tenuta viva l’identità nazionale e religiosa, anche quando il territorio dello Stato polacco fu diviso tra la Russia ortodossa, la Prussia protestante e l’Austria”.
Con l’organizzazione delle Messe per la Patria, padre Jerzy si è immedesimato con questa tradizione bimillenaria e ha rinnovato e alimentato l’unità tra popolo, cultura e fede cattolica.
Alle Messe per la Patria, infatti, partecipavano artisti, poeti, attori, cantanti e musicisti, che mettevano il loro talento a servizio delle funzioni liturgiche.
In questo modo, la funzione religiosa divenne sempre più anche un avvenimento in cui fede, cultura e tradizione popolare si rinnovavano. La memoria della storia e della cultura cattolica polacca continuava a vivere e riverberava.
Erano sempre più le persone che da varie parti della Polonia andavano alla chiesa di San Stanislao Kostka a Varsavia non solo per sentire le omelie di padre Jerzy , ma anche per ascoltare le musiche di Chopin e Penderecki, le poesie di Norwid e Slowacki, i canti della tradizione popolare e le recite di teatro dei migliori artisti polacchi.
Il binomio tra fede e cultura alimentò la speranza e accese in maniera sempre più cocente il desiderio di libertà nel popolo. Un passo dell’inno nazionale polacco recita appunto “la Polonia non è morta finché noi viviamo”.
Questi erano i motivi per cui il regime comunista si sentiva fortemente minacciato dalle Messe per la Patria organizzate da padre Jerzy, ed è in questo contesto che, secondo la Guglielmi, padre Popieluszko entra nella schiera dei santi e martiri polacchi.
Come Massimiliano Kolbe, che offrì la sua vita ad Auschwitz per salvare una famiglia di ebrei, Popieluszko ha dato un esempio di come si può vincere il male con il bene.
Come tutti i martiri cristiani, padre Jerzy è andato fino in fondo nella sua prova d’amore e ha offerto la propria vita per difendere la verità, la giustizia e la pace.
da Baltazzar | Ago 24, 2010 | Segni dei tempi, Testimonianze
di Antonio Gaspari
RIMINI, lunedì, 23 agosto 2010 (ZENIT.org).- Caterina Socci, 24 anni, una ragazza bella e radiosa, aperta alla vita, a 12 giorni dalla laurea il suo cuore si ferma, gli amici prima e i medici dopo riescono a tenerla in vita, ma le sue condizioni sono disperate.
Suo padre Antonio Socci, noto giornalista e scrittore, travolto dal dolore, tra le lacrime e lo sgomento, manda un messaggio a tutti i suoi amici e sul blog, chiede preghiere per Caterina. Supplica intercessioni in Cielo per tenere in vita la sua primogenita.
Da quel momento, è il 12 settembre 2009, si verifica un fenomeno straordinario che dura ancora oggi. Migliaia di persone, commosse dalla condizione di umana sofferenza in cui si trova una famiglia che sta per perdere la propria figlia, si raccoglie in preghiera.
C’è chi si offre al Signore per la vita di Caterina, chi si converte e comincia a recitare il Rosario, chi ritrova la fede perduta, chi si sveglia dal torpore della fede debole, chi comincia a fare opere di carità, chi organizza veglie di preghiera, chi aggiunge orazioni alla pratica quotidiana, chi si confessa, chi ricomincia a frequentare la Chiesa.
Ha scritto Antonio Socci nella presentazione del libro “Caterina, diario di un padre nella tempesta” (Rizzoli): “Uno spettacolo di fede e amore (…) fra di loro molti sono atei e agnostici, eppure l’esperienza di Caterina spinge queste persone a riscoprire il significato ed il valore della preghiera, a ritrovare il senso di una fede perduta o lasciata in disparte”.
Così la sofferenza di Caterina ha suscitato il miracolo del risveglio della fede in tante persone.
Miracolosamente anche Caterina ricomincia a vivere. Il cuore riprende a battere da solo, per respirare non ha bisogno di macchine.
Nel tempo i suoi miglioramenti sono repentini e impensabili. Nel gennaio del 2010, mentre sua madre le sta leggendo un divertente passo del “Il giovane Holden” di J.D. Salinger, Caterina scoppia a ridere.
Non si tratta di un gesto inconsulto, è proprio la risata bella e allegra di Caterina.
Domenica 22 agosto al Meeting di Rimini, in una sala stracolma di gente, Alessandra, la mamma di Caterina, nel presentare il libro scritto dal marito Antonio ha detto: “Sono qui per ringraziare tutti quelli che sostengono Caterina e noi con la preghiera”.
“Il suo recupero – ha aggiunto – a detta dei medici, è straordinario”.
Attualmente Caterina mostra di capire benissimo ciò che le viene detto e riesce a comunicare con tutte le persone che la circondano.
Alessandra Socci si dice stupita anche dalla serenità interiore di Caterina.
L’insegnante e amica di famiglia Mariella Carlotti, ha rilevato che “non ricorda di aver visto Caterina così lieta”.
Una delle sue amiche più vicine, Giulia insieme al fidanzato di Caterina, Stefano, hanno raccontato che erano almeno duecento le persone che si trovavano a pregare e addirittura dormivano in ospedale per starle vicino.
Elena Ugolini, preside del Liceo Malpighi di Bologna, ha voluto sottolineare che la vicenda di Caterina ha cambiato il suo rapporto con la fede.
“Rileggendo questo libro ho capito che è un regalo per noi”, ha affermato la Ugolini, ed ha raccontato del rapporto di amicizia con Antonio Socci e della sua famiglia che è rifiorito da quando si sono trasferiti a Bologna per assistere la figlia alla Casa dei risvegli Luca De Nigris.
“E’ grazie a loro – ha concluso la Ugolini – che mi sono resa conto del mistero grande che sono i figli e della grandezza della storia di cui facciamo parte”.