«Costretta a mendicare l’assistenza»

Rosa si arrabatta per accudire a casa il marito, in stato di minima coscienza, con 1. 480 euro al mese e un’ora al giorno una persona che l’aiuta. E che dalla settimana prossima il Comune di Crotone potrebbe non mandarle più
di Andrea Gualtieri
Tratto da Avvenire del 10 febbraio 2011

L’amore di una mamma e di una moglie non ha prezzo, ma le cure e l’assistenza sanitaria sì. In Calabria, dove la sanità pubblica ha un deficit da due miliardi di euro, chi sceglie di accudire in casa un familiare in stato vegetativo deve arrangiarsi. A Crotone, ad esempio, l’unico supporto che Rosa ha per accudire suo marito Giovanni, ridotto in stato di minima coscienza in seguito a un aneurisma, è una persona che per un’ora al giorno va a darle il cambio a casa. «Non è una risorsa specializzata, non sa imboccarlo o cambiargli il pannolone, ma almeno mi dà la possibilità di uscire di corsa se ho qualche commissione da sbrigare», racconta la donna.

I coniugi vivono soli: i figli sono emigrati al nord perché in Calabria non hanno trovato lavoro. «Vorrebbero tornare ad aiutarmi, ma poi con cosa vivrebbero?» si chiede Rosa. Anche per lei, far fronte al bilancio domestico non è facile.

Avrebbe bisogno di una badante per qualche ora in più, ma non può permettersela perché la pensione d’accompagnamento è di 480 euro: troppo pochi per far fronte alle esigenze di un uomo che ha bisogno di assistenza continua.

E su quei soldi pesano pure le medicine: «Proprio ieri in farmacia mi hanno detto che nonostante l’esenzione dal ticket c’erano delle spese da integrare» racconta Rosa.

Alla fine, tutto quello che riesce ad assicurarsi con ciò che resta dell’accompagnamento è l’aiuto di un’inserviente che intervenga quando lei deve lavare Giovanni che ha il corpo rigido in seguito all’emorragia che ha devastato il suo cervello nel settembre del 1999. Quel giorno era un sabato e lui, che avrebbe compiuto i 55 anni la settimana successiva, dopo pranzo era andato a riposare. «È successo all’improvviso, senza nessun sintomo» ricorda adesso Rosa.

Dopo vent’anni di lavoro nella Pertusola, quando la fabbrica crotonese ha chiuso, Giovanni si era reinventato un lavoro da autotrasportatore. Lei, invece, è sempre stata una casalinga e ora benedice questa situazione perché altrimenti, dice, «chi si sarebbe preso cura di lui?». D’altra parte è difficile andare avanti con i mille euro che arrivano dall’Inps per i contributi versati dal marito. «Non sono abituata a chiedere – confida –. E del resto non capisco perché sia necessario alzare la voce per reclamare il diritto di una persona a essere considerata».

Ad agosto ha scritto al Comune: chiedeva aiuto perché Giovanni, da quando è tornato a casa, è imprigionato a causa delle barriere architettoniche. Rosa infatti ha seguito il consiglio dei sanitari dell’Istituto Sant’Anna, la clinica di Crotone specializzata negli stati vegetativi, che una volta stabilizzata la situazione medica raccomandano, se ce n’è la possibilità, di riportare il paziente nel proprio ambiente familiare. Solo che Giovanni e Rosa vivono in affitto in un palazzo dove l’ascensore ha un vano di 85 centimetri per 85: «Non sono riuscita a trovare una carrozzina che stia in quegli spazi» racconta la donna, disperata perché suo marito, «avrebbe bisogno di uscire, di ricevere stimoli».

Al sindaco Rosa ha spiegato che non può permettersi un affitto più alto dei 400 euro che spende e ha chiesto una casa popolare. Dal Comune, però, non è arrivata alcuna risposta e Rosa, in effetti, ha solo quell’ora al giorno per andare negli uffici per capire cosa fare. E ce l’ha, quell’ora, finché andrà avanti il servizio giornaliero: l’appalto scadrà il 19 marzo e al Comune le hanno detto che non è scontato che lo rinnovino per mancanza di fondi.

Jennifer, 11 anni Ecco il “miracolo” di un altro risveglio

A ottobre un arresto cardiaco l’aveva gettata nel buio dell’incoscienza Oggi scrive, muove il corpo. E sorride
di Diego Andreatta
Tratto da Avvenire dell’8 febbraio 2011

«Con mio marito Narci­so abbiamo compre­so che lo stato vegeta­tivo non va mai considerato come un’anticamera della morte. C’è sem­pre un barlume da tener vivo e da ac­compagnare: quella speranza per noi si è illuminata». Barbara Bette­ga racconta sottovoce, rispettosa di ogni situazione e sorvolando legge­ra su ogni polemica. Tiene ad am­plificare la gioia dell’uscita dal co­ma profondo della sua dolcissima Jennifer, una vispa ragazzina di pri­ma media: vi era piombata tre mesi fa, colpita da un arresto cardiaco nell’atrio della sua scuola a Canal San Bovo, in una delle valli più iso­late del Trentino orientale.

In quel grigio lunedì d’ottobre – an­che l’elicottero aveva dovuto lotta­re contro la neve per trasportarla al­l’ospedale di Trento – la prima riso­nanza magnetica non lasciava mol­to spazio alla speranza. I medici a­vevano abbassato la temperatura corporea per limitare i danni cere­brali a causa di quei secondi senza ossigeno trascorsi dall’arresto al provvidenziale massaggio cardiaco praticato dalla generosa bidella Ma­ria, mandata a chiamare di corsa proprio da Jonathan, 9 anni, il fra­tellino più piccolo. Qualche giorno dopo, in coma far­macologico, un primo tentativo di stubare Jessica non era riuscito: oc­chi chiusi, cielo buio anche per i ge­nitori che facevano la spola – due­cento chilometri ogni giorno dal Pri­miero a Trento – per starle vicini qualche minuto, e intuire (invano, fino ad allora) qualche migliora­mento. Poi la decisione di trasferir­la a Padova, alla rianimazione pe­diatrica, dove in dicembre le veniva applicato un defibrillatore. Un lun­go Natale “appeso” alle strumenta­zioni del coma farmacologico, rac­contato così dai genitori alle par­rocchie e a tanti volontari della loro valle mobilitati anche nella pre­ghiera: «In questo periodo per noi tragico, in cui più volte abbiamo ri­schiato di perdere Jennifer, la nostra vita quotidiana si è fermata e ci ha catapultati in un immenso, inde­scrivibile dolore nel vedere nostra figlia soffrire; impotenti ad alleviare quella sofferenza e inerti davanti ai medici che non possono darti ga­ranzie sul futuro che aspetta lei e noi».

Ma due mesi e mezzo dopo, ai pri­mi di gennaio, la fiducia degli splen­didi zii, dei nonni e di tanti volonta­ri alle loro spalle, sembra dare forza alla battaglia di Jennifer: comincia piano a rispondere alle sollecitazio­ni, riapre gli occhi, riconoscere il fra­tellino, mamma Barbara e papà Nar­ciso: «In quei primi momenti – rac­contano gli infaticabili Bettega – per noi è stato come se la nostra bam­bina fosse nata una seconda volta. Per noi – aggiungono senza paura di abusare il termine, che sale alla boc­ca da una robusta fede montanara – questo rimarrà sempre un mira­colo. Abbiamo sperimentato la for­za della preghiera e della comunità». Da tre settimane la ragazza di undi­ci anni si trova all’attenzione degli specialisti del centro di riabilitazio­ne ‘La nostra Famiglia’, a Cone­gliano Veneto, dove si sottopone a esami di valutazione in vista di un programma personalizzato di recu­pero. Poi, il fine settimana, può tor­nare a casa da Jonathan, che l’a­spetta col sorriso. Non parla ancora, ha difficoltà mo­torie, si esprime con dadi letterati e muovendo su e giù le sue fragili di­ta. Quando davanti al fotografo del settimanale diocesano mostra la ‘v’ di vittoria si riferisce ai «ben quattro etti di peso» messi su in pochi gior­ni. È una vittoria parziale, certo, per­ché il cammino resta in salita ma ai genitori trovano energia nel suo sor­riso. Con la pedagogista Jennifer se la cava bene a fare i conteggi (la ma­tematica è sempre stata il suo forte), con un’amica l’altro giorno ha ri­chiamato alla memoria il “pin” del suo cellulare modificato la sera pri­ma di quel 25 ottobre, sogna di tor­nare ai campeggi estivi col parroco don Costantino, anche se talvolta qualche lacrima di malinconia riga il suo dolcissimo viso: «Aiuto», ha anche scritto l’altro giorno per dire la sua consapevolezza.

Cosa dire agli altri genitori? «Anche noi abbiamo preso forza da un’altra mamma che ha visto la figlia ven­tenne risvegliarsi prima di Jennifer. È importante continuare a sperare. Crederci, anche contro le previsio­ni incerte che i medici, per dovero­sa prudenza, ti comunicano. Abbia­mo visto quanto è importante re­stare uniti come coppia. Abbiamo sentito quanto sia decisivo non chiudersi nella propria condizione, anche se disperata. Va accettato il conforto degli altri». Anche quello delle amichette di Jennifer: in no­vembre si preparavano con lei alla cresima. Tre di loro hanno deciso di aspettare ad accostarsi al sacra­mento per poterlo fare più avanti, «quando Jennifer sarà tornata fra noi». E Jennifer lo ha fatto davvero:è tornata.

Imprenditore antiracket salvato da una colletta

I colleghi gli ricomprano i macchinari bruciati Lo Stato dopo un anno lo rimborsa e lui li ripaga • L’attentato la notte del 27 luglio 2009. Quindici colleghi si autotassano e l’azienda evita il fallimento
di Alessandra Turrisi
Tratto da Avvenire del 3 febbraio 2011

La mafia gli brucia un escava­tore, i colleghi imprenditori glielo ricomprano e lui, un an­no dopo, restituisce tutto, un euro dopo l’altro, ottenendo anche un aiuto da parte dello Stato. La storia è di quelle che dimostrano che uniti contro la mafia si vince davvero, non solo negli slogan. Il protagoni­sta è Rosario Barchitta, presidente dell’associazione antiestorsioni Ni­cola D’Antrassi di Scordia. Quando nel 1997 nacque l’associazione an­tiracket in quel piccolo centro del Catanese che vive di agrumi, tra Lentini e Palagonia, Barchitta fu tra i fondatori e quindi anche il primo presidente. Non poteva essere di­versamente visto che vent’anni fa, quando il fondo di solidarietà per le vittime di racket e usura era solo un sogno, decise di denunciare i boss Di Salvo che spadroneggiavano su Scordia e gli avevano bruciato una pala scaricatrice. Negli anni gli im­prenditori e gli artigiani che hanno deciso di saltare il fosso, non pie­garsi al racket, ai ricatti e alle pre­potenze, sono aumentati a vista d’occhio. Gli aderenti all’Asaes og­gi sono centoventi e tutti hanno fat­to quadrato attorno al loro presi­dente, quando la notte del 27 luglio 2009, ignoti hanno dato alle fiam­me e completamente distrutto l’e­scavatore Fiat-Hitachi che si trova­va in contrada Canalotto, in terri­torio di Palagonia. L’unico mezzo, assieme a un camion, appartenen- te alla ditta di trasporto e movi­mento terra della società Barchitta di Renda Mario. Ma Rosario non è rimasto solo neanche questa volta. Ha avuto conferma di avere un sac­co di amici veri, che condividono le idee di legalità coi fatti. La mattina dopo l’attentato, Barchitta ha rac­contato tutto pubblicamente, ha deciso di fare uscire un articolo sui giornali. Moltissimi hanno manife­stato la loro solidarietà, alcuni han­no fatto presente che non era giu­sto che Rosario non potesse più la­vorare. Da qui la riunione del diret­tivo e la decisione di contribuire concretamente in favore di questo imprenditore coraggioso. Quindici colleghi imprenditori hanno rac­colto in dieci giorni 28mila e 500 eu­ro e li hanno dati all’associazione perché servissero al presidente co­me anticipo per l’acquisto nel nuo­vo escavatore, che ne costava circa 45mila. Un modo concreto per di­re ‘non sei solo’, per consentirgli di ricominciare a lavorare e non ar­rendersi davanti all’aggressione. La solidarietà, scattata subito, è stata totale, e ha coinvolto il tessuto pro­duttivo e le istituzioni locali. E c’è chi s’è indebitato pur di dare una mano, come un piccolo artigiano che non avendo denaro sufficiente se l’è fatto prestare deciso a parte­cipare alla colletta di solidarietà. Da quel momento il racket s’è ritirato, nessuno ha più tentato di fermare Barchitta con intimidazioni o at­tentati. E dopo un anno, lo Stato ha riconosciuto la natura ritorsiva di quell’avvertimento, concedendogli i benefici previsti dalla legge 44 del 1999. Ricevuti i soldi, Barchitta ha restituito all’associazione l’impor­to avuto in prestito. Il vicepresi­dente Salvatore Saladdino ha in­viato una lettera ai soci, ringra­ziandoli «per il gesto nobile, che ha fatto capire a tutta la nostra collet­tività il significato vero della soli­darietà e dell’unione contro ogni forma di sopraffazione mafiosa». «In molti – racconta un altro dei fon­datori, Nino Pisasale -, appena sa­puto della restituzione, ci hanno ri­sposto che quei soldi potevano an­che restare in associazione, per la prossima giusta causa». Commos­so Barchitta, sempre più determi­nato a non piegarsi mai davanti al racket: «Questa è la dimostrazione che uniti si vince. Io denunciai an­che vent’anni fa, quando non c’era nessuna legge che ci tutelava. Oggi in troppi si riempiono la bocca. Bi­sogna essere coerenti e combatte­re la battaglia fino in fondo». Una vera lezione per chi ancora nutre dubbi sulla bontà delle associazio­ni antiracket e un esempio per tut­ti gli imprenditori.

La vita normale e speciale di Marcello Marano

di Domenico Bonvegna

Vincenzo Sansonetti sul mensile Il Timone di gennaio 2011, commenta il Rapporto annuale del Censis 2010, una fotografia precisa della realtà sociale del nostro Paese, che appare fragile, privo di riferimenti etici e religiosi, succube dei mass media.

Il Rapporto parla di vuoto interiore, una società incapace di usare la ragione, appagata, ma anche appiattita, emerge una assoluta orizzontalità del vivere, ci si accontenta di un puro benessere materiale, una vita che nega la dimensione soprannaturale, un destino buono per tutti. In pratica, il Censis dà ragione a Benedetto XVI che da tempo insiste sulla questione più importante da affrontare: l’emergenza educativa. Cioè non si trovano più adulti, educatori, che trasmettano qualcosa ai giovani.

Se questa è la situazione reale del nostro Paese, leggere la biografia di Marcello Marano, scritta da Marco Paganini, può solo far bene. L’Edizioni Ares di Milano, recentemente ha pubblicato “Così normale, così speciale. Vita di Marcello Marano”, il testo mi è stato consigliato da Riccardo Caniato, caporedattore della casa editrice milanese, raccomandandomi di recensirlo. Ho letto il libro e sono rimasto fortemente colpito dalla straordinaria figura di Marano, con i dovuti distinguo, mi ricorda, Enzo Peserico, un caro amico, militante cattolico milanese, esponente di Alleanza Cattolica, anche lui scomparso prematuramente qualche anno fa.

Chi era Marcello Marano? Un brillante ingegnere delle telecomunicazioni, ricercatore, docente di fisica al Politecnico di Milano, morto prematuramente a soli 28 anni, nel dicembre del 2002. Nonostante la sua breve vita terrena, Marcello ci ha lasciato una grande testimonianza esemplare, vissuta in pienezza, fu un cristiano esemplare, senza apparire bigotto. Visse a Cinisello Balsamo vicino Milano, nella parrocchia della Sacra Famiglia, dove frequentò l’oratorio, e tutte le attività. Ha Frequentato il Liceo Classico “Giacomo Leopardi” di Cinisello, 5 anni con grande profitto; quando la mamma parla con la prof di lettere, si sente dire che è bravissimo, ma soprattutto è un secchione presuntuoso. Marcello ha praticato diversi sport dal calcio allo sci, collabora anche col complesso parrocchiale dei “Bohemiens”.

Marcello Marano fu un militante dell’ Opus Dei, vivendo il celibato apostolico, donandosi completamente a Dio, pur restando nel mondo. L’Opera fondata dal sacerdote spagnolo, Josemaria Escrivà de Balaguer, canonizzato da Giovanni Paolo II, il 6 ottobre 2002, definito il Santo dell’ordinario. L’Opus Dei esorta a vivere con impegno prima le virtù umane, e poi quelle cristiane; incita alla santificare il lavoro, svolgendolo innanzitutto al meglio e con la massima competenza professionale possibile. Ogni fedele dell’Opus Dei è libero di scegliere qualsiasi opzione professionale, viene aiutato nella sua lotta ascetica e nel suo apostolato. Deve comportarsi come figlio di Dio, imitando Gesù nella sua dedizione verso gli altri e nel sacrificio per loro, amando la Madonna, nostra Madre, e San Giuseppe, che fu esempio di vita nascosta, fatta di lavoro e servizio a Gesù.

Naturalmente questa vita interiore va alimentata ogni giorno da un continuo rapporto con Dio, nella preghiera e nei sacramenti. E poi soprattutto, c’è la vita ordinaria, di tutti i giorni, le mille piccole cose, da fare bene con amore, anche se a molti paiono ripetitive, monotone o irrilevanti. La santità grande – diceva San Josemaria – consiste nel compiere i piccole doveri di ogni istante. Ecco a tutto questo mondo si avvicinò Marcello Marano e così frequentando in parallelo, tra il 1993 e il 1999, la sua parrocchia, l’Opus Dei e il Politecnico, nei tre ambienti riceve una formazione complementare, scrive Paganini, che lo aiuta a maturare, a crescere nella capacità e disponibilità ad aiutare gli altri. Tutto questo si concretizza in vari modi, dal fare il catechista in parrocchia, fino a o dare una mano ai ragazzini della Scuola Sportiva, organizzando e partecipando alle gite.

La biografia di Paganini oltre a riportare numerose fotografie, documenti, appartenenti alla vita di Marcello, pubblica tante lettere di amici e stimatori, in particolare, mi sembra interessante quella del suo “mentore”e migliore amico, Marco Malgarini: il nostro Marcello… Nell’unicità della sua persona, chiunque, quale che sia la propria chiamata specifica, può avere dal suo esempio uno stimolo e l’incoraggiamento a essere molto generoso con Dio. Marcello era un grande. .. Ma questa sua grandezza era conseguenza del fatto di essere una persona che sapeva amare e quindi fedele sempre, fino in fondo, fino alle cose più piccole che l’amore, l’Amore richiede.

Descrivendo la vita spirituale di Marano, Giulio Giambrone, ricorda la sua forte volontà di dominare se stesso, di superare ogni ostacolo che riguarda la pigrizia, la superbia e l’ egoismo, paradossalmente sembrava che non avesse il peccato originale. Per certi versi aveva il candore di un bambino, seppure non fosse né ingenuo, né immaturo. La sua disponibilità era totale, non si lamentava mai di nulla… Non rifiutava gli incarichi peggiori.

Qualche giorno prima di morire Marcello scrive a Stefano Longhi: il cristiano, il santo, è la persona più libera che possa esserci, come Gesù quando era su questa terra; se evita alcuni comportamenti, non per questo si sente inibito o frustrato… Il Signore chiede a tutti, e non solo ad alcuni che chiama alla vita consacrata, di stare molto vicino a Lui, di essere suoi amici, di frequentarlo nella preghiera, di conoscerlo sempre meglio attraverso il Vangelo; in altre parole, di essere santi…

Stefano Longhi che ha seguito gli studi di tesi e di dottorato di Marcello, ricorda la sua grande generosità e disponibilità con tutti. Non ho mai sentito dire da Marcello di no a chiunque gli chiedesse una cortesia, subito pronto a lasciare quello che stava facendo per correre incontro (non col ‘muso’, ma con gioia) a chi chiedeva un suo aiuto. E mai che parlasse male di qualcuno.

Marano come insegnante fu un grande educatore, svolgeva questo  suo lavoro con grande entusiasmo e come missione, con la responsabilità dell’educatore, con la passione del donare ai suoi studenti la conoscenza della fisica.

Il Dipartimento di Fisica del Politecnico in sua memoria ha scritto a proposito della sua professione: aveva in alta considerazione la didattica e a essa dedicava molte delle sue energie con la passione e l’entusiasmo propri della sua età. Lo ricordiamo come una persona seria, gentile, disponibile, con tutti: una figura piena di positività…

L’incontro di un comunista con Gesù

Pietro Barcellona racconta il suo ritorno a Cristo
di Antonio Gaspari
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 12 gennaio 2011

Una vita sempre alla ricerca del senso. Affascinato dalle idee di liberazione dell’ideologia comunista ne ha seguito le strade fino a diventare deputato e dirigente. Deluso ha praticato il nichilismo, l’evoluzionismo ed il relativismo finchè non ha ritrovato Gesù in un incontro passionale e commovente.

Si tratta in sintesi della vicenda umana di Pietro Barcellona, docente di Filosofia del Diritto presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Catania. Già membro del Consiglio Superiore della Magistratura e in seguito deputato e membro della Commissione giustizia della Camera, autore di innumerevoli pubblicazioni.

Per raccontare la sua storia e soprattutto per comunicare le ragioni di questo innamoramento, il prof. Pietro Barcellona ha pubblicato il libro “Incontro con Gesù” (edizioni Marietti).

“Ripercorrendo gli strati della mia vita in questo Incontro con Gesù – ha scritto – ho vissuto un’esperienza che non può trovare risposte né sul terreno della filosofia speculativa, né su quello della teologia e della mistica, poiché la domanda su chi sia Gesù non è mai pienamente colmabile”.

Barcellona si ritiene ancora un “materialista” nel senso di aver bisogno del contatto umano e carnale con la conoscenza, e spiega: “Quello che mi interessa, mi inquieta e mi ha condotto a queste riflessioni attuali è la figura concreta di Gesù: un Uomo che è Figlio di Dio. Mi sembra la assoluta novità del Cristianesimo, anche perché Gesù Cristo non si può pensare come dottrina e quindi come una teoria. Cristo non è una teoria. E’ un’incarnazione. E se è un’incarnazione non può non essere una presenza. La teoria può essere stampata e trasmessa. La presenza deve essere percepita”.

Secondo il docente di Filosofia del Diritto, “a differenza dell’idea di Dio, che può essere in qualche modo il risultato dell’attività della ragione, io penso che con Gesù non si può avere un rapporto filosofico”.

“E’ come se volessi trasformare l’amicizia in un insieme di regole per conquistarmi la simpatia di una persona – ha aggiunto –. Le regole faranno un trattatello sull’amicizia, ma non faranno l’amicizia. Essa nasce quando accade quello che accade. Un po’ come l’amore”.

Il prof. Barcellona sostiene che “il terreno su cui avviene l’incontro con Gesù non è un terreno filosofico, è un terreno che ha a che vedere con la contemporaneità, con la presenza attuale”.

E questa “non è cosa né semplice, né garantita per sempre”, per questo bisogna “cercare questa presenza”.

“Perché questo incontro si produca e si ripeta – afferma Barcellona – tu ti devi mettere in mezzo alla strada perché se ti chiudi nelle tue certezze fai un’operazione di staticità incompatibile con questo movimento di Gesù. Gesù è un movimento continuo di incarnazione. Il Verbo che si fa carne nella realtà quotidiana, se lo fossilizzi ti vengono di nuovo i dubbi, perdi il contatto”.

In diversi articoli e interviste l’autore ha raccontato di come rimase affascinato dall’ideologia comunista.

“Il comunismo – ricorda Barcellona – mi appariva non solo come la riscoperta di un mondo reale, visto che io avevo fatto studi di diritto ed ero stato molto chiuso nel mio mondo, ma mi sembrava anche una risposta alla mia domanda iniziale: cioè che il proprio dell’uomo è stare insieme agli altri per costruire un futuro di salvezza. Salvezza umana, ma sempre salvezza. Alla domanda chi sono io? Rispondevo: io sono un comunista che sta lottando per una società migliore”.

Ma dopo la caduta del muro di Berlino, Barcellona racconta che “crollato il Muro sono crollato pure io. Con la fine del Pci mi è venuta una depressione grave e sono andato in analisi per questa ragione. Ma in realtà il motivo per cui io mi sono ammalato è stata la disgregazione umana dei gruppi con cui io ero abituato a vivere”.

“Avevo lavorato per molti anni a Roma con Ingrao al Centro per la Riforma dello Stato, dirigevo una rivista e avevo una relazione di amicizia con molti degli intellettuali italiani che oggi sono sulle pagine dei giornali e che parlano ai festival. Con questi avevo ritenuto di avere un rapporto di grande amicizia. Purtroppo questa specie di rottura determinò una aggressività e un attacco reciproco inaudito che mi lasciò improvvisamente nudo. Mi sono visto scomparire e rispuntare su altri fronti amici con cui condividevo idee. Questa cosa mi produsse un grande dolore personale”.

Dopo la rottura con il Pci, il prof. Barcellona si è confrontato con quelli che ha indicato come mostri: “Nichilismo, evoluzionismo e relativismo – ha scritto l’autore del libro – conducono tutti allo stesso risultato: la vita non vale niente, è un puro funzionale equivalente a qualsiasi altro fattore che si inserisca nella catena evolutiva ai fini della riproduzione della vita materiale”.

“Ho avuto il terrore – ha confessato Barcellona – che si diffondesse nel senso comune l’idea che tutto vale nulla, l’impossibilità di dare valore alle cose” ed ancora “del nichilismo temo questo risvolto pratico che si traduce in indifferenza e apatia. E condanna i giovani a una passività senza speranza”.

Il prof. Barcellona conclude affermando che “la storia umana non può essere ‘salvata’ senza che il divino innervi intimamente le vicende terrene degli uomini e delle donne in carne ed ossa. Ecco perchè sono stato affettivamente colpito dal Vangelo di Gesù Cristo. La nascita di Cristo è, infatti, una rottura epocale rispetto al tradizionale modo di vedere il rapporto tra divino e umano: il Verbo incarnato, figlio dell’uomo e figlio di Dio, nato da donna, con una maternità affettiva, rappresenta una novità assoluta nel grande dramma della storia umana”.

«La formazione dei preti rovinata dai compromessi»

di Andrea Camaiora
Tratto da La Bussola Quotidiana il 12 gennaio 2011

«In seminario l’ultimo testo che ho consigliato è stato “Il sigillo”, scritto dal cardinal Mauro Piacenza. L’ho trovato illuminante per chi intenda divenire sacerdote soprattutto perché totalmente in linea con il magistero del Santo Padre. Nel libro sono ribaditi i punti essenziali del sacerdozio, dall’identità sacerdotale alla formazione liturgica. Devo dire che i seminaristi sono corsi ad acquistarlo e l’hanno praticamente divorato».

Don Franco Pagano, classe 1976, dal settembre 2010 è prorettore del seminario vescovile di Sarzana (La Spezia). È un giovane brillante e aperto con alle spalle quattordici anni intensi, iniziati nel 1996 quando entrò proprio nel seminario della diocesi di La Spezia-Sarzana-Brugnato per consacrarsi a Cristo. È sacerdote dal 28 settembre 2002 e da allora matura esperienze importanti: dopo gli studi teologici la specializzazione in Diritto Canonico alla Pontificia università Santa Croce, il servizio presso il tribunale di Genova, il ministero di Parroco, la responsabilità dell’ufficio catechistico della diocesi e del tribunale diocesano, l’insegnamento della religione cattolica nello stesso liceo classico dove aveva studiato da ragazzo, infine prefetto agli studi del seminario.

Reggere un seminario oggi è forse più complicato che mai per le tentazioni e la fragilità insite nella società moderna. Don Franco, come fa un giovane sacerdote ad affrontare queste sfide difficili nel momento in cui è chiamato a formare altri giovani?
«La mia esperienza è particolare: essendo da cinque anni all’interno del seminario conoscevo già bene questa realtà. Ora tuttavia è cambiato il mio ruolo e con esso le responsabilità che porto. Forse in questa diocesi è meno difficile svolgere il compito a cui sono stato chiamato perché siamo sempre stati fedeli al modello sacerdotale che la Chiesa insegna nei suoi documenti fondamentali. Non è un caso che il nostro Vescovo, monsignor Francesco Moraglia, abbia sottolineato per noi formatori l’importanza di partecipare ai momenti di incontro che si sono tenuti a Roma lungo l’anno sacerdotale e che hanno affrontato proprio le sollecitazioni che il Santo Padre ha ripetutamente rivolto a proposito dell’identità del sacerdote».

La Bussola Quotidiana, riportando la notizia di alcune fughe clamorose di preti, ha parlato recentemente di “emergenza educativa nei seminari”. Come è possibile che dai seminari escano sacerdoti così fragili e poco convinti?
«Per cercare di dare una spiegazione dobbiamo pensare a cosa significa formarsi in un seminario. L’iter è lungo sei anni, nei quali i giovani approcciano gli ambiti tradizionali: la dimensione relazionale, spirituale, culturale e pastorale. Il riferimento, naturalmente, è e deve essere il magistero della Chiesa e almeno nella nostra diocesi ciò è un punto fermo. Occorre poi tenere conto di due questioni non secondarie: chi accede al seminario oggi è un giovane o un uomo del nostro tempo, che quindi porta con se il clima del nostro tempo con tutte le sue enormi insicurezze, ad esempio sul piano affettivo la prevalenza degli aspetti emozionali, e la tendenza a rifuggire i problemi e le sofferenze; si è persa la consapevolezza che per crescere è necessario sopportare la fatica della formazione che spesso richiede sacrifici. Una questione però riguarda i formatori.

Dobbiamo fare i conti con un’idea di sacerdote che non è sposata in modo univoco da tutti e ciò finisce col generare mostri. Nel momento in cui non si vive con piena fermezza l’identità sacerdotale o non la si insegna, può accadere tutto. C’è chi ad esempio tenta “sperimentazioni” e imposta la vita di seminario lasciando spazio ad uscite serali ed esperienze che portano a trascorrere spazi di tempo considerevoli fuori dal contesto della comunità educativa in situazioni non sempre così affini con la scelta sacerdotale; il seminarista è un giovane come gli altri, ma la sua vocazione lo porta a scegliere senza mezze misure di trascorrere gli anni di formazione a contatto con il Signore rinunciando consapevolmente e serenamente ad alcune esperienze “del mondo”. Cercare compromessi in tal senso può portare a confondere i giovani proprio sull’identità del sacerdote che è sempre chiamato a mettere il proprio rapporto con Dio al primo posto. Chi fa queste scelte si assume gravi responsabilità. Ci sono poi formatori – non è un mistero – che non si pongono in linea con il magistero del Papa, criticando apertamente ad esempio il modello da lui proposto del Santo Curato d’Ars perché giudicato antiquato e troppo devozionale; tra l’altro mi pare significativo che si tratta di un riferimento indicato non soltanto da Benedetto XVI ma anche da Giovanni XXIII e Giovani Paolo II!».

Occorre dunque una formazione più attinente all’insegnamento del Santo Padre e più rigorosa per affrontare una società complessa.
«Non solo. Finito il sesto anno non è tutto a posto e questa è la seconda grande questione. Dobbiamo prendere atto che il seminario offre comunque protezione, risposte, conforto. E dopo? Ci sono anche i primi anni di ministero sacerdotale. Lì il giovane parroco incontrerà i problemi confrontandosi con il mondo e con una società in cui i problemi si incontreranno in modo concreto. Oltre ad una solida formazione interiore durante gli anni di Seminario occorre costruire un progetto per i primi dieci anni di sacerdozio che vada oltre l’incontro periodico; questa è una sfida per i nostri vescovi. D’altra parte dietro le crisi sacerdotali, non si può che riconoscere una crisi di fede.

Chi lascia il sacerdozio o, come è accaduto recentemente, entra nella Fraternità di San Pio X, denuncia il suo “non star bene” del quale devono essere individuate con precisione le cause; ritengo tuttavia che la nostra risposta non può che essere il ripartire dai punti nevralgici e soprattutto dal cuore del discorso. Durante le festività natalizie ho riletto un testo che presenta spunti di straordinaria attualità da questo punto di vista, pur risalendo agli anni ‘70: si tratta di “Punti fermi” di von Balthasar. Tra questi punti fermi c’è l’adorazione e mi è venuto in mente come circa questo aspetto il Santo Padre ci presenti sistematicamente un esempio evidentissimo perché è solito privilegiare nei suoi incontri lo spazio per l’adorazione eucaristica, come a dire: voi siete venuti qui a incontrare me ma io insieme con voi ho bisogno di incontrare Qualcuno più importante di me. Il Papa indica così alla Chiesa la cura e la risposta più adeguata per i tempi moderni e al tempo stesso offre una proposta di fede completa, autentica, chiara, integrale anche rispetto ad una catechesi che nel tempo si è concentrata su aspetti marginali arrivando in alcuni casi a distogliersi da ciò che è deve essere centrale, cioè la fede in Cristo. Non si può che ripartire in ginocchio guardando al Signore e a Lui solo».