da Baltazzar | Apr 19, 2011 | Chiesa, Testimonianze
Non solo «la commemorazione di un passato glorioso»: l’ottavo centenario della fondazione delle Sorelle povere di santa Chiara, inaugurato dalla diciottenne «pianticella» di Francesco d’Assisi nella notte della Domenica delle Palme del 1211 (secondo alcuni del 1212) con la sua consacrazione nella chiesetta della Porziuncola, non è «una semplice rievocazione».
L’anniversario che si apre il 16 aprile (primi Vespri della Domenica delle Palme) per concludersi il prossimo anno nella festa di santa Chiara (11 agosto), quindi, rappresenta un’occasione preziosa per fare «memoria della storia di Dio con voi perpetuata nel tempo». Lo scrivono, in una Lettera rivolta alle Sorelle povere del secondo Ordine sparse in tutto il mondo, i ministri generali del primo Ordine e del Terz’Ordine regolare ( Tor): padre José Rodríguez Carballo (frati minori), padre Mauro Jöhri (cappuccini), padre Marco Tasca (conventuali) e padre Michael Higgins ( Tor). Nel documento i frati riassumono le coordinate cruciali della vita clariana: «In una società bombardata da immagini, dove l’individuo è spinto a cercare una continua rappresentazione di sé, voi siete state chiamate dallo Spirito a essere semplice segno della presenza di Dio».
Un’opzione per il Vangelo sine glossa, alla lettera, come voleva Francesco e come Chiara ribadì nella Regola, la prima scritta da una donna nella storia della Chiesa, in cui domandò esplicitamente «il privilegio della povertà». «Ogni fraternità diviene segno alternativo nei luoghi dell’opulenza e segno di speranza tra coloro che vivono nella precarietà, solo testimoniando la propria consegna e affidamento al Padre». Non una povertà «ideologica o intellettuale», sottolinea la Lettera, in cui i ministri generali esortano le clarisse a raccontare con uno stile di vita «sobrio, umile la vostra fede nella Provvidenza di Dio. Dimostrateci che non seguite le mode di oggi, che non siete in concorrenza con la mondanità, dove l’apparire, l’autocelebrazione, l’individualismo, l’autoreferenzialità pretendono di sbiadire il capolavoro di Dio».
Questa essenzialità è testimoniata dall’inculturazione di alcune comunità «che si conformano con i poveri», vivendo accanto a loro con il segno della stabilità nella clausura. E un’altra dimensione profetica per l’oggi è quella comunitaria: «A un mondo che vuole ridurre l’individuo a consumatore immerso nelle leggi del grande mercato, voi scommettete sulle relazioni autentiche». Inoltre «agli esempi diffusi di intolleranza, non rispetto, sospetto, sopraffazione, voi rispondete con l’esserci sempre l’una accanto all’altra e insieme, come fraternità, nel cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo, in dialogo con tutti coloro che bussano ai vostri monasteri». Numerose le celebrazioni in programma: stasera ad Assisi una veglia di preghiera inizierà alle 19 nella Cattedrale di san Rufino, dove verrà rievocata la consegna delle Palme alla santa; seguirà una processione, con una statio presso il Protomonastero di santa Chiara, fino alla Porziuncola, dove padre Carballo concluderà l’incontro.
Sempre il 16 aprile ad Alcamo ( Trapani), a partire dalle 19.30 un pellegrinaggio presieduto dal vescovo di Trapani, Francesco Miccichè, unirà nel percorso i due monasteri del Sacro Cuore e di Santa Chiara, entrambi fiorenti di vocazioni, con la partecipazione di parroci e fedeli della città insieme a quelli di Castellammare del Golfo e Calatafimi-Segesta. «…con Chiara dietro il Crocifisso risorto», il tema scelto per l’iniziativa, durante la quale il presule consegnerà la palma alle due abbadesse.
«Dei 53 monasteri fondati lungo i secoli nell’isola, oggi ne rimangono solo 10 e sono fiorenti di vocazioni», scrivono i vescovi siciliani nel Messaggio per la ricorrenza, aggiungendo: «Il messaggio che quotidianamente viene offerto dai monasteri, centri vivi di spiritualità e di preghiera, vere scuole di vita cristiana, si riconosce essenziale per i nostri giorni. In un mondo così intristito per la sete di guadagno e l’affanno nel possedere e del prevalere sugli altri, la povertà assicura la beatitudine e il possesso delle realtà essenziali».
Laura Badaracchi da Avvenire
da Baltazzar | Apr 18, 2011 | Chiesa, Testimonianze
La testimonianza della religiosa guarita dal Parkinson
ROMA, domenica, 17 aprile 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la testimonianza di suor Marie Simon-Pierre – della Congregazione delle Piccole Suore delle Maternità Cattoliche – nata nel 1961 a Rumilly-en-Cambrésis, e guarita dal Parkinson in maniera improvvisa e scientificamente inspiegabile secondo una commissione di medici.
Questo fenomeno è il miracolo attribuito all’intercessione di Giovanni Paolo II nel processo canonico per la sua beatificazione, che avrà luogo il 1° maggio prossimo.
Ero malata di Parkinson. Mi è stato diagnosticato a giugno, nel 2001.
Il morbo aveva colpito tutta la parte sinistra del corpo, causandomi serie difficoltà, essendo io mancina. Dopo 3 anni, ad una fase iniziale lentamente progressiva della malattia, è seguito l’aggravarsi dei sintomi: accentuazione dei tremiti, rigidità, dolori, insonnia … Dal 2 aprile 2005 ho iniziato a peggiorare di settimana in settimana, deperivo di giorno in giorno, non riuscivo più a scrivere (sono mancina, lo ripeto) o se tentavo di farlo, ciò che scrivevo era difficilmente leggibile. Non riuscivo più a guidare la macchina salvo per percorsi molto brevi, perché la mia gamba sinistra rischiava di bloccarsi anche a lungo e la rigidità non avrebbe reso facile la guida. Per svolgere il mio lavoro, in ambito ospedaliero, inoltre, avevo sempre più bisogno di tempo. Ero totalmente esaurita. Dopo la diagnosi, mi era difficile seguire Giovanni Paolo II in televisione.
Mi sentivo, però, molto vicina a lui nella preghiera e sapevo che poteva capire quello che vivevo. Ne ammiravo anche la forza e il coraggio che mi stimolavano a non arrendermi e ad amare questa sofferenza. Solo l’amore avrebbe dato senso a tutto questo. Era una quotidiana lotta, ma il mio unico desiderio era di viverla nella fede e di aderire con amore alla volontà del Padre.
Era Pasqua (2005) e desideravo vedere il nostro Santo Padre in televisione perché sapevo, nel mio intimo, che sarebbe stata l’ultima volta che avrei potuto farlo. Era tutta la mattina che mi preparavo a quell’ “incontro” (lui mi richiamava a quello che io sarei stata tra qualche anno). Era dura per me, essendo giovane… Un imprevisto nel servizio, però, non mi permise di vederlo.
La sera del 2 aprile 2005 si è riunita tutta la comunità per partecipare alla veglia di preghiera in piazza San Pietro, in diretta sulla televisione francese della diocesi di Parigi (KTO)… all’annuncio del decesso di Giovanni Paolo II mi è caduto il mondo addosso, avevo perso l’ amico che mi capiva e mi dava la forza di tirare avanti. In quei giorni avvertivo la sensazione di un grande vuoto, ma avevo anche la certezza della Sua presenza viva.
Il 13 maggio, ricorrenza della Nostra Signora di Fatima, Papa Benedetto XVI dà l’annuncio ufficiale della speciale dispensa per l’avvio della Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II. A partire dal 14 maggio le consorelle di tutte le comunità francesi e africane chiedono l’intercessione di Giovanni Paolo II per la mia guarigione. Pregano incessantemente, senza stancarsi, fino alla notizia dell’avvenuta guarigione.
Ero in vacanza in quel periodo. Il 26 maggio, terminato il tempo di riposo, ritorno in comunità, totalmente esaurita a causa della malattia. « Se credi, vedrai la Gloria di Dio »; questo è il brano del Vangelo di San Giovanni che dal 14 maggio mi accompagna. E’ il 1° giugno: non ne posso più! Devo lottare per tenermi in piedi e camminare. Il 2 giugno, di pomeriggio, vado a trovare la mia superiora per chiederle di esonerarmi dall’ attività lavorativa. Lei mi chiede di resistere ancora un po’ fino al ritorno da Lourdes, ad agosto, e aggiunge: « Giovanni Paolo II non ha ancora detto la sua ultima parola ». Lui era sicuramente presente a quell’incontro svoltosi nella pace e nella serenità. Poi, la superiora mi tende una stilografica e mi chiede di scrivere « Giovanni Paolo II »: sono le ore 17.00. A stento scrivo «Giovanni Paolo II ». Davanti alla calligrafia illeggibile rimaniamo a lungo in silenzio… la giornata prosegue come di consueto.
Dopo la preghiera della sera, alle ore 21, passo dal mio ufficio per poi tornare in camera. Sento il desiderio di prendere una stilografica e scrivere, come se qualcuno mi dicesse: « prendi la tua stilografica e scrivi »… sono le 21.30/21.45. La calligrafia è chiaramente leggibile: sorprendente! Mi stendo sul letto, stupita . Erano passati esattamente due mesi dal ritorno di Giovanni Paolo II alla Casa del Padre… Mi sveglio alle 4.30, stupita di essere riuscita a dormire.
Mi alzo improvvisamente dal letto: il mio corpo non è più indolenzito, nessuna rigidità e interiormente non sono più la stessa. Poi, una chiamata interiore e il forte impulso di andare a pregare davanti al Santissimo Sacramento. Scendo in oratorio e rimango in adorazione. Provai una profonda pace e senso di benessere; un’esperienza troppo grande, un mistero, difficile da spiegare a parole.
Poi, sempre davanti al Santissimo Sacramento, medito i misteri della luce di Giovanni Paolo II. Alle 6 del mattino esco per raggiungere le consorelle in cappella per un momento di orazione seguito dalla celebrazione eucaristica. Dovevo percorrere circa 50 metri e in quell’ istante mi resi conto che mentre camminavo il mio braccio sinistro dondolava, non rimaneva immobile lungo il corpo. Notavo anche una leggerezza e un’agilità fisica da tempo a me sconosciute. Durante la celebrazione eucaristica sono ricolma di gioia e di pace: è il 3 giugno, festa del Sacro Cuore di Gesù. All’uscita della S. Messa sono sicura di essere guarita… la mia mano non trema più. Vado di nuovo a scrivere e a mezzogiorno smetto improvvisamente di prendere le medicine.
Il 7 giugno, come previsto, sono andata dal neurologo dal quale ero in cura da 4 anni. E’ rimasto sorpreso anche lui nel constatare l’improvvisa scomparsa di tutti i sintomi del morbo, nonostante l’interruzione del trattamento 5 giorni prima della visita. Il giorno dopo, la superiora generale ha affidato a tutte le nostre comunità il rendimento di grazie. Tutta la congregazione ha cominciato una novena a Giovanni Paolo II. Sono ormai dieci mesi che ho interrotto ogni tipo di trattamento. Ho ripreso a lavorare normalmente, non ho nessuna difficoltà a scrivere e guido anche per lunghissime distanze. Mi sembra di essere rinata; è una vita nuova perché niente è come prima.
Oggi posso dire che l’amico che ha lasciato la nostra terra è adesso molto vicino al mio cuore. Ha fatto crescere in me il desiderio dell’Adorazione del Santissimo Sacramento e l’amore per l’Eucaristia che hanno un posto prioritario nella mia vita quotidiana. Ciò che il Signore mi ha dato di vivere per intercessione di Giovanni Paolo II è un gran mistero, difficile da spiegare a parole… ma niente è impossibile a Dio.
E’ proprio vero: «Se credi, vedrai la gloria di Dio».
da Baltazzar | Apr 13, 2011 | Chiesa sofferente, Islam, Testimonianze
Intervista al giornalista e scrittore Camille Eid
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie l’11 aprile 2011
L’Arabia saudita è considerata terra santa per la maggioranza musulmana che vi abita. Di conseguenza, i cristiani e persino i musulmani appartenenti a un’altra corrente islamica vivono con pesanti restrizioni.
I cristiani costituiscono solo il 3% circa della popolazione, ma non hanno chiese e non mostrano mai la loro fede in pubblico.
Il professor Camille Eid, giornalista, autore, docente presso l’Università di Milano ed esperto sulle Chiese in Medio Oriente, ha parlato della situazione in Arabia Saudita al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre.
L’Arabia Saudita è retta da una monarchia ereditaria basata sull’Islam wahabita. In che cosa consiste questo ramo dell’Islam?
Eid: Il wahabismo è una dottrina islamica recente. Il suo fondatore è Abd-al Wahhab, che è stato uno studioso religioso dell’Islam hanafita, la più rigida delle dottrine islamiche. Secondo la sua visione, tutte le innovazioni – “bida” è il termine arabo – introdotte nell’Islam devono essere eliminate. Per esempio le visite al cimitero sono considerate bida (innovazione) e quindi sono vietate. Non si può fare nulla che il profeta Maometto e i suoi seguaci non hanno fatto.
Dall’alleanza tra i seguaci di Wahhab e il Principe di Najd, la regione centrale della penisola arabica, è nato l’attuale regno dell’Arabia Saudita, il cui nome proviene da quello della famiglia Saud. L’alleanza tra la dinastia Saud e la setta wahabita è in vigore ancora oggi e i regnanti seguono le rigide dottrine e istruzioni del wahabismo; le leggi dello Stato seguono le rigide indicazioni del wahabismo.
E per quanto riguarda gli sciiti?
Eid: Gli sciiti costituiscono quasi il 10% della popolazione e subiscono notevoli discriminazioni. Sono concentrati soprattutto nella parte orientale del territorio. Esiste poi un’altra setta sciita, gli ismailiti, che occupano la regione a ridosso del confine con lo Yemen. Il regno saudita e i suoi capi aderiscono invece al wahabismo.
Il Corano è la Costituzione dell’Arabia Saudita. Qual è la posizione del Corano, o di questa Costituzione, verso i non musulmani?
Eid: Il Corano distingue tra cristiani ed ebrei, e altri non credenti. I cristiani e gli ebrei sono definiti “popoli del Libro”, o dei libri se si considera il Vangelo e la Torah. Talvolta nel Corano i cristiani sono descritti in modo molto positivo: il monarca e i sacerdoti cristiani pregano. Ma, nel secondo periodo delle rivelazioni del Profeta, i cristiani sono descritti come miscredenti ed è detto che devono pagare la “jizya”, la tassa necessaria per essere protetti in una società islamica.
Emerge quindi una contraddizione interna allo stesso libro. È per questo che abbiamo un Islam moderato e un Islam violento. Quello violento si basa sulla seconda parte delle rivelazioni, avvenute nell’ultimo regno di Maometto. Le attuali società islamiche affermano che è la seconda rivelazione che deve essere seguita e non quella precedente, che invece sarebbe più tollerante.
Il Governo si fonda sui principi della Sharia. Cos’è la Sharia?
Eid: La Sharia è l’insieme tra il Corano, gli hadith – ovvero le dichiarazioni di Maometto – e le altre fonti come l’igma che è il consenso di tutti gli studiosi islamici (ulema). La Sharia, la legge islamica, è tratta da queste fonti.
Tutti i residenti che vivono in Arabia Saudita sono soggetti alla legge della Sharia?
Eid: Tutti i residenti sono soggetti a questa legge e non è possibile obiettare perché sarebbe come obiettare all’Islam. Arrivando all’aeroporto si viene immediatamente informati dell’obbligo della stretta osservanza delle leggi islamiche. Io, come cristiano, per esempio, avevo una Pepsi in mano durante il Ramadan. Ho notato che tutti mi stavano guardando in un certo modo e mi avrebbero potuto picchiare. Non si può mangiare all’esterno o in pubblico durante il digiuno. Si può mangiare solo di nascosto. Quindi bisogna osservare il digiuno anche se non si è musulmani perché questa è la legge.
I cristiani costituiscono il più grande gruppo non musulmano in Arabia Saudita. Come fanno a vivere la loro fede?
Eid: In segreto. È vietato avere Bibbie, immagini sacre e rosari. Se vengono individuati all’aeroporto sono immediatamente confiscati. Ero all’aeroporto di Jedda un giorno, con una videocassetta. Mi è stato chiesto di vedere la cassetta: il video riguardava Spartaco. D’improvviso ho avuto paura che avrebbero visto l’immagine della crocifissione. Ma l’agente alla fine ha lasciato correre perché era un soldato ad essere crocifisso e non Gesù Cristo… È difficile.
Dicono che i cristiani possono pregare in privato, ma cosa significa in privato? Significa da soli o con la famiglia? Quando due o più persone, o un gruppo di famiglie, pregano insieme, nella riservatezza della loro casa, la polizia religiosa può fare irruzione, intervenire e arrestarli.
Cosa accade ai cristiani che vengono fermati con un rosario in tasca o che indossano una croce?
Eid: Se è in tasca nessuno può vederlo. Se tuttavia si ha indosso una croce, qualunque musulmano – e non solo la polizia – può prenderla e si rischia l’arresto e l’espulsione dal regno. Ti trascinano in prigione e dopo qualche giorno ti danno un visto d’uscita e per te è finita.
Quali altre attività cristiane sono punibili dalla legge?
Eid: Ogni manifestazione pubblica di qualunque fede salvo quella islamica è punibile. Non sanno che gli americani, i francesi e gli italiani celebrano la messa dentro le ambasciate, ma poiché l’ambasciata è zona extraterritoriale, essa gode di immunità. La polizia, tuttavia, vigila nei dintorni. Non esistono chiese, sinagoghe o templi nel regno. Ogni manifestazione di fede diversa da quella islamica è vietata.
Chi vigila sull’applicazione della legge?
Eid: Esistono 5. 000 agenti di polizia religiosa sparsi tra i 100 distretti, ma qualunque musulmano può denunciare i trasgressori. Io ho trascorso due anni e mezzo a Jedda. Avevo paura persino nel fare gli auguri di Pasqua e Natale al telefono, nel timore che qualcuno potesse ascoltare.
La polizia religiosa controlla tutto, comprese le librerie, perché è vietato vendere biglietti con tematiche non musulmane. Alcuni anni fa, nella scuola americana, una persona con il costume di Babbo Natale è stato quasi arrestato, ma è riuscito a scappare attraverso una finestra. È vietato.
I cristiani vengono perseguitati o discriminati in maniera particolare?
Eid: Non solo i cristiani ma anche tutte le versioni non wahabite dell’Islam come gli sciiti o gli ismailiti. Non tutte le comunità cristiane subiscono restrizioni allo stesso modo. Gli americani, gli italiani, i francesi e i britannici – un po’ tutti gli europei e i cittadini di Paesi sviluppati – subiscono di meno perché si sa che questi Paesi sono potenti e intervengono immediatamente a tutela dei propri cittadini. Quindi prendono di mira maggiormente i cristiani dei Paesi in via di sviluppo come l’Eritrea, l’India e le Filippine. Questi Paesi contano molto sulle rimesse provenienti dai loro cittadini che vivono in Arabia Saudita. Per questo prendono di mira i cristiani di questi Paesi più deboli.
Si dice che le domestiche filippine vengono spesso accusate di trasmettere la fede ai figli delle famiglie benestanti saudite. Sa nulla di questo?
Eid: Il catechismo islamico parla del rischio di comunicazione della fede. La versione saudita afferma: “Quando vai all’estero non devi intrattenere rapporti o amicizie con i tuoi professori perché devi ricordare che sono infedeli”. Questo criterio si applica anche alle donne filippine in Arabia Saudita. Qualunque la comunicazione della fede può avvenire solo attraverso la testimonianza e non attraverso le parole.
Solo attraverso testimonianza?
Eid: Sì, solo attraverso l’esempio. Per questo è stato suggerito di sostituire le filippine, o le donne cristiane in generale, con donne egiziane, marocchine o algerine. In questo modo non possono comunicare la fede cristiana ai bambini.
Abbiamo parlato di discriminazioni. Abbiamo parlato di persecuzioni, ma fino a dove può arrivare questa persecuzione?
Eid: Fino alla morte. Abbiamo il caso del martirio di una ragazza saudita che si è convertita al Cristianesimo. Suo fratello l’aveva scoperta. E poiché aveva scritto una poesia a Cristo le è stata tagliata la lingua. È scomparsa ed è stata poi ritrovata morta. Il suo nome era Fatima Al-Mutairi e tutto ciò è avvenuto nell’agosto del 2008.
Nel 2008 vi sono stati due casi di arresti, da parte della polizia religiosa, di uomini, donne e bambini di età inferiore a 3 anni. Abbiamo molte notizie di torture. Prima di essere rispediti nei loro Paesi, questi filippini, indiani ed eritrei vengono torturati dalla polizia nelle prigioni.
Lei ha citato il caso di Fatima che si è convertita al Cristianesimo. Quanti sono i musulmani che si convertono? Ha qualche dato o è impossibile saperlo?
Eid: È impossibile. La società saudita è difficile da penetrare perché il regime controlla ogni attività. Talvolta lo si vede dalla prospettiva delle donne. Quando queste donne saudite vanno all’estero, appena entrano nell’aereo si tolgono l’hijab. In Libano e in altri Paesi bevono alcol. Quando però tornano nel loro Paese sanno che devono vivere secondo le regole.
E i convertiti?
Eid: I convertiti al Cristianesimo esistono. Io seguo le notizie arabe che vengono trasmesse in Arabia Saudita e nell’intero mondo arabo. Durante la trasmissione molte telefonate provengono dall’Arabia Saudita. I convertiti che viaggiano in Marocco e in Egitto parlano della loro esperienza ma non rivelano i loro nomi e chiedono solo che la comunità cristiana preghi per loro perché possano vedere il giorno in cui sarà possibile entrare in una chiesa, leggere il Vangelo e condividere la loro nuova fede con la propria famiglia.
Se un convertito informa il proprio fratello della sua nuova fede, rischia di essere accusato di tradimento da parte della stessa famiglia; un tradimento non solo della famiglia ma della nazione e della società in generale. L’apostasia è una questione d’onore ed è per questo considerata un tradimento.
Padre Samir Khalil Samir, un islamologo egiziano, ha affermato che nel Corano non esiste l’obbligo di uccidere un apostata. Da dove proviene dunque questa forma di violenza?
Eid: Infatti. Nel 14° libro del Corano si parla di apostasia, ma non vi è alcun cenno sulla pena da comminare in questa vita, quanto piuttosto su quella prevista nell’aldilà. Questi cambiamenti provengono dagli hadith di Maometto in cui si afferma che chiunque cambia religione deve essere ucciso. Ma su queste affermazioni sorge un problema, perché essendoci migliaia di hadith, non vi è alcuna prova che Maometto abbia effettivamente detto questo. Molti Paesi islamici, come il Pakistan e l’Afghanistan sotto i talebani, l’Iran, lo Yemen e altri, applicano la pena di morte sulla base di un hadith di cui non c’è prova che appartenga a Maometto.
Ci può dire qualcosa di più sui cattolici laici che vivono in Arabia Saudita?
Eid: È difficile essere laico cattolico in Arabia Saudita perché s i deve avere una fede personale molto ben radicata. Non si possono avere copie del Vangelo in casa. Non si può avere un rosario. Non si possono avere contatti con amici cristiani come comunità. Si possono avere amici cristiani, si possono frequentare le comunità straniere, ma è vietato parlare di fede. Quindi l’unica possibilità è quella di avere una grande consapevolezza e conoscenza della propria fede su cui basarsi in questo contesto.
In altri Paesi islamici il venerdì è festa, quindi è consentito andare a Messa come comunità, ma non la domenica perché la domenica è giorno lavorativo. Ma anche questo non è permesso in Arabia Saudita. In un certo senso si fa comunità da soli. Solitamente non si ha neanche la propria famiglia, perché in Arabia Saudita vi sono restrizioni sul ricongiungimento familiare. Se si ha una figlia che ha più di 18 anni, questa non può stare in Arabia Saudita se non è sposata. Per questo la maggior parte ha la propria famiglia in un altro posto.
Quindi si è da soli e senza contatti con altri cattolici, il che è molto difficile e si deve avere la forza della propria fede nel cuore. Pregare senza i libri di preghiera; pregare solo le preghiere imparate a memoria da bambini.
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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.
da Baltazzar | Apr 5, 2011 | Testimonianze
Abbiamo raggiunto la famiglia Forbicini, missionari del cammino neocatecumenale, che abita a Yokohama, in Giappone. Ecco la loro testimonianza sul dramma che ha colpito il Paese nipponico.
Prima di tutto vi diciamo che abitiamo in una zona piuttosto nuova, tra la metropoli di Tokyo e quella di Yokohama, zona che il cardinale Hamao, deceduto 4 anni fa, aveva scelto per 4 famiglie missionarie con un presbitero e alcune ragazze missionarie per avviare un piccolo segno della Chiesa cattolica. Geograficamente parlando non siamo vicini all’epicentro, ma il terremoto è stato di forte intensità, di lunga durata, e anche noi abbiamo avvertito chiaramente le scosse, che hanno spostato i mobili di casa; la paura è stata grande però nella nostra zona non c’è stato il fenomeno dello tsunami, più disastroso del sisma stesso. Ma ugualmente ci sono stati 7 morti a Tokyo e 3 a Yokohama.
Venerdì 11 marzo, dopo il terremoto, dal pomeriggio, ci siamo imbattuti in tutti quei disagi e difficoltà che si possono immaginare (trasporti fermi, comunicazioni telefoniche impossibili, mancanza di luce, riscaldamento e gas), anche muoversi per le strade era difficile per i semafori fuori uso. Problemi che abbiamo condiviso con le persone giapponesi che ci hanno anche aiutato.
Il terremoto ci ha colto nelle ore lavorative, e oltre alla paura abbiamo sentito l’apprensione di non poter sapere l’uno dell’altro, perché in posti diversi; il blocco delle comunicazioni telefoniche era totale. Proprio come tanti giapponesi abbiamo assaporato la paura, l’isolamento, il non sapere come reincontrarsi. Dappertutto nel mondo i problemi dell’uomo sono uguali anche se la cultura è diversa. Alle 2 di notte siamo potuti rientrare tutti insieme a casa.
Mercoledì 9 marzo, inizio della Quaresima, avevamo celebrato l’Eucarestia e ricevuto il segno delle Ceneri; il giorno seguente, giovedì 10, in centro a Tokyo c’è stata la riunione delle comunità di Tokyo e Yokohama, per l’annuncio di Quaresima; e venerdì 11 marzo, non solo la parola, ma il fatto, che ci fa veramente pensare che l’uomo è ben poca cosa e la sua fragilità è evidente anche se nascosta dalle sicurezze e dalle immagini.
È vero che sempre l’uomo pensa di essere come Dio o di voler prendere il posto di Dio, sapendo sempre quello che sarebbe bene per la nostra vita, cioè avendo la conoscenza del bene e del male.
Il terremoto e lo tsunami sono eventi che l’uomo non può controllare e che ci richiamano al senso della vita; in pochi minuti ti puoi trovare senza famiglia, senza casa, senza tutto. Questa esperienza ci aiuta e ci invita a conversione. Ci sono molti terremoti nella vita, anche se molti pensano e sperano che nella vita non succeda mai niente di doloroso, che vada sempre tutto bene, secondo la propria ragione.
Anche la conversione è un terremoto per la persona, che col cuore torna a Dio, perché è un cambio di vita, di pensiero, di mentalità. La missione in Giappone è anche questo: un insegnamento per la nostra vita.
Forse potrà sembrare strano questo nostro scritto dal Giappone sul terremoto, ma pensiamo che tramite i mezzi di comunicazione, chiunque possa ricevere immagini o notizie tecniche sul disastro più particolari e precise di quelle che possiamo fornire noi. Noi possiamo solo rileggere ogni giorno la preghiera che ci diede personalmente il santo padre Giovanni Paolo II il giorno del nostro invio, insieme con altre famiglie, il 30 dicembre 1988, festa della Sacra Famiglia:
«Benedetto sei Tu, Padre Santo, Dio nostro, Re eterno, che nella tua infinita bontà hai inviato al mondo il tuo Figlio diletto.
Tu lo hai affidato nella sua crescita umana alla Santa famiglia di Nazaret, perché la sempre Vergine Maria e san Giuseppe, il suo sposo, lo allevassero e lo curassero per farlo arrivare alla statura adulta e adempiere la Tua missione di salvezza per tutto il genere umano.
Tu, che nella tua sollecitudine celeste hai guardato con bontà la fede smarrita di tanti figli tuoi, hai suscitato queste famiglie attraverso il cammino neocatecumenale, perché, seguendo le orme della Famiglia di Nazaret, possano convocare gli uomini a una “nuova scuola”, a un cammino di crescita battesimale, dove, allevati e curati dalla tua Santa Chiesa, possano raggiungere quella statura di fede che permetta loro di vivere secondo la Tua volontà.
Manda su queste famiglie, o Padre, il tuo Spirito Santo che le sostenga in quelle nazioni dove tu le invii, perché, in mezzo a tanti poveri, possano vincere ogni tentazione del demonio e, piene di gioia, conducano a Te nuovi figli che cantino per sempre le tue lodi. Per Cristo Nostro Signore. Amen».
Questa preghiera esprime molto bene l’opera che Dio sta compiendo con il popolo giapponese e con noi, aldilà della nostra realtà.
Anche in questi giorni continuano le scosse di terremoto, di minore intensità, ma il punto più preoccupante ora è rappresentato dalle condizioni della centrale nucleare nella zona del terremoto.
Grazie per le vostre preghiere
da http://segnideitempi.blogspot.com
da Baltazzar | Apr 5, 2011 | Cultura e Società, Segni dei tempi, Testimonianze
A Roma un Congresso FIAMC sulla dignità della maternità
BARCELLONA, lunedì, 4 aprile 2011 (ZENIT.org).- La Federazione Internazionale dei Medici Cattolici (FIAMC) ha convocato a Roma un Congresso sulla dignità della Maternità e dei Ginecologi, che si celebrerà presso l’Istituto Maria SS. Bambina dal 31 agosto al 4 settembre.
Il Congresso, l’VIII di Ginecologi Cattolici, è organizzato da MaterCare International, organizzazione appartenente alla FIAMC, e ha il sostegno del Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Agenti Sanitari e della Pontificia Accademia per la Vita.
L’obiettivo dell’incontro è quello di sottolineare da un lato il valore della maternità, dall’altro il ruolo insostituibile dei ginecologi e del personale sanitario nella sua difesa.
Il presidente della FIAMC, il dottor José María Simón Castellví, ha spiegato a ZENIT che le priorità dei medici cattolici “sono la protezione della vita umana dal concepimento alla morte naturale, la protezione della fertilità (i figli sono un gran bene), la promozione di una sana antropologia tra gli sposi e la cura della salute di madre e figli”.
Gli ostetrici e i ginecologi, oltre alle levatrici e al resto del personale sanitario, “sono le dita che toccano il bene della vita che nasce. Agiscono in momenti chiave della vita dell’essere umano, e possono fare molto bene o molto male”, ha affermato.
Nella presentazione del Congresso, i ginecologi cattolici sono considerati “segno di contraddizione nel mondo della cultura della morte”.
“I ginecologi cattolici sono al giorno d’oggi autentici eroi. Sono sottoposti a grandi pressioni. Purtroppo in molti Paesi ‘civili’ è impossibile formarsi formarsi come ginecologo cattolico senza praticare aborti”, ha sottolineato il medico spagnolo.
“Purtroppo, esistono gruppi e anche organismi pubblici internazionali che anziché promuovere il bene puntano a eliminare innocenti nel grembo materno con scuse che non trovano sostegno nella Medicina, e combattono la fertilità come se il bambino fosse un insetto”.
Il problema dell’Occidente, ha sottolineato, è “vedere la fertilità come un pericolo per la salute personale o sociale. E non lo è”.
“Nei Paesi sviluppati è necessario uno sforzo culturale e spirituale per vedere le relazioni coniugali e i figli come un gran dono che Dio ci dà”, ha aggiunto.
Attualmente, ha reso noto, le sfide principali che devono affrontare i ginecologi cattolici sono la regolamentazione naturale della fertilità, la protezione della maternità, il servizio intenso ma non sostituivo agli sposi che non sono fertili.
Essere madre nel Terzo mondo
Una delle grandi preoccupazioni della FIAMC e di MaterCare in particolare, ha spiegato il dottor Simón, è che nel Terzo mondo “le madri ricevono poca o nulla assistenza sanitaria”.
“Manca tutto, a cominciare dal personale specializzato”, ha spiegato. “Nel Terzo mondo c’è bisogno di reparti maternità, e noi li stiamo costruendo. Ora ne stiamo realizzando uno a Isiolo, in Kenya”.
Per il presidente della FIAMC, uno dei primi obiettivi è quello di ridurre la mortalità materna: “Tutti i giorni muoiono 1.500 madri nel mondo, spesso sole, in Paesi poveri. Non possiamo permetterlo”.
“La Medicina ha oggi tutti gli strumenti per aiutare le madri e i figli senza distruggere nulla e nessuno. Forse in Occidente non vediamo il figlio come un bene per sempre. Ogni essere umano è per sempre”.
Per ulteriori informazioni, www.fiamc.org
da Baltazzar | Apr 5, 2011 | Film, Libri, Testimonianze
di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 4 aprile 2011
Giovanissima, bella, bionda con la tavola da surf fa miracoli. Non stiamo parlando semplicemente di una surfista prodigio, ma di una ragazza che non ha mai smesso di lottare per essere una campionessa, perché scivola tra le onde anche dopo che uno squalo l’ha assalita e le ha staccato un braccio. E per questo ringrazia Dio.
Bethany è nata sull’isola hawaiana di Kauai nel febbraio del 1990 e ha iniziato a fare surf da piccolissima ereditando la passione per la tavola dai genitori e condividendola con i fratelli. A otto anni era la più forte surfista under16 dell’isola, a 12 era la più forte surfista under16 dell’arcipelago, tutto insomma faceva pensare che Bethany sarebbe presto diventata la numero uno in assoluto.
A soli 13 anni mostrava doti e capacità non comuni: equilibrio e fluidità insieme ad una straordinaria sensibilità nel sentire e interpretare l’evoluzione dell’onda. Un talento che Bethany rafforzava ogni giorno con 6 ore di allenamento. Ancora non lo sapeva, ma quella disciplina quotidiana le avrebbe cambiato la vita.
Il 31 ottobre 2003 si trovata a Tunnels, dove stava svolgendo la sessione di allenamento mattutina. Erano solo le 7. 30 e tra un’onda e l’altra si stava riposando sdraiata sulla tavola dasurf con un braccio a penzoloni nell’acqua. All’impcovviso il dramma, uno squalo tigre di 8 metri la assale strappandole il braccio sinistro e trascinandola sul fondo. Nonostante il dolore lancinante Bethany riesce a scalciare via lo squalo e a tornare in superficie, dove fa soltanto in tempo a chiede aiuto, prima di svenire.
Arriverà in ospedale incosciente e priva del 70% del sangue che aveva nel corpo. I medici la soccorrono immediatamente ma altrettanto immediatamente si rendono conto che per il braccio non c’ è nulla da fare, la ferita viene ricucita e il moncone amputato. Nel nosocomio intanto cominciano ad arrivare gli amici e i familiari, in attesa trepidante del risveglio di Beth e quasi convinti che non sarebbe mai più tornata tra le onde.
Ed ecco che il miracolo comincia a prendere forma. Appena ripesa coscienza Bethany dirà a sua madre: «Non cambia nulla, Dio ha un progetto sulla mia vita, che è quello della tavola da surf, questa cosa mi darà l’opportunità di dire a tutti la grandezza del Signore. Io sono una surfista e continuerò ad esserlo».
Le parole di Bethany non erano soltanto un modo per reagire al trauma, ma un programma di vita.
Otto giorni più tardi infatti era sulla spiaggia, e dopo soli 15 giorni si allenava per capire come mantenere l’equilibrio con un braccio solo, come rinforzare la muscolatura in modo asimmetrico, come ridisegnare uno stile. Disciplina che la porterà dopo poco più di un anno a vincere il campionato nazionale.
E se vederla scivolare e saltare tra le onde, agile e sicura anche senza un braccio sembra incredibile, ancor di più straordinaria è la grandissima esperienza vissuta da Bethany «Se qualcuno mi chiede cosa rappresenta per me il Signore io rispondo semplicemente: tutto. Quando sono stata attaccata dallo squalo non avevo molto tempo per decidere, sapevo solo pregare, pregare incessantemente il Signore. E mentre ero lì, sotto l’acqua, all’improvviso ho sentito un a grande pace e una grande tranquillità. In quel momento, nonostante il dolore ho sentito la presenza di Dio».
Un’esperienza che Bethany decide di raccontare in un libro dal titolo “Soul surfer: A True Story of Faith, Family, and Fighting to Get Back on the Board” (Anime surfiste: una storia vera di fede, famiglia e la battaglia per tornare sulla tavola), uscito nel 2007. Un libro in cui la giovane promessa del surf racconta del suo intimo rapporto con il Signore, delle difficoltà a trovare un equilibrio, non soltanto fisico, della fiducia nel progetto di Dio. Il volume ha avuto un enorme successo tra giovani hawaiani, tra i giovani sportivi, tra i ragazzi che avevano subito traumi o amputazioni, tra chi voleva conoscere la fonte della forza di Bethany.
Non solo. Dall’incidente inizia per Bethany un vero percorso di apostolato portato avanti attraverso il libro, ma soprattutto il suo sito internet www.bethanyhamilton.com e il suo blog attorno a quali sono impegnati una serie di volontari che rispondono personalmente a chi vuole comprendere meglio la vita di Beth, ma soprattutto la sua ”connection to God”.
Oggi la storia di Bethany Hamilton è anche un film. Il regista Sean McNamara ha trasformato il libro in una pellicola per il grande schermo, grazie all’interpretazione della giovane Anna Sophia Robb (nel ruolo di Bethany) e di Dennis Quaid ed Ellen Hunt nel ruolo dei suoi genitori. Il film sarà nelle sale negli Stati Uniti dal prossimo 8 aprile.
Ai giornalisti che le chiedono se é orgogliosa di quello che ha fatto, Bethany risponde in questo modo: «Cosa dovrei fare… ringraziare lo squalo perché mi ha fatto diventare forse anche più famosa di quello che potevo essere diventando una surfista? Non sono orgogliosa né del film, né del fatto che mi chiedano di posare per una linea di abbigliamento o di firmare un profumo. Sono orgogliosa di essere quello che sono, e sono felice di poter vivere la mia vita con pienezza. Invito tutti i ragazzi che vivono un’esperienza traumatica come la mia, qualunque essa sia, a fare quello che ho fatto io: zittire la rabbia e dare sfogo alla propria energia positiva. Volevo solo fare surf, lo avrei fatto anche con una gamba sola e se non avessi avuto le gambe avrei trovato il modo di fare surf sulle braccia…».