Suor Dulce, l’“Angelo Buono” del Brasile

di Carmen Elena Villa

SALVADOR, giovedì, 19 maggio 2011 (ZENIT.org).- E’ stata candidata dal Governo del suo Paese al Premio Nobel per la Pace nel 1988 e ha ricevuto due visite di Giovanni Paolo II, nel 1980 e nel 1991, un anno prima della sua morte.

Suor Dulce Lopes Pontes sarà beatificata questa domenica a Salvador da Bahia, nel nord-est del Brasile, in una cerimonia celebrata dall’Arcivescovo emerito della città, il Cardinale Geraldo Majella Agnelo, in rappresentanza di Papa Benedetto XVI.

“Ogni santo è un esempio di Cristo”, ha detto il porporato quando ha saputo della sua beatificazione, “come nel caso di suor Dulce, che si è dedicata ogni giorno della sua vita ai poveri e ai sofferenti”.

Per il suo instancabile lavoro con i poveri, i mendicanti e i diseredati, il quotidiano “Estado de São Paulo” l’ha nominata la donna più ammirata nella storia del Brasile.

Il suo nome di battesimo era Maria Rita. Nacque nel 1914, e aveva sei anni quando sua madre morì e le zie si incaricarono della sua educazione. A 13 anni una di loro la portò a conoscere le zone più povere della sua città, fatto che risvegliò in lei una grande sensibilità. A 18 anni entrò nella Congregazione delle Suore Missionarie dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio, dove iniziò ad essere chiamata Dulce.

Una delle ispirazioni per il discernimento della sua vocazione fu la vita di Santa Teresina del Bambin Gesù: “Per quanto amore abbia nel mio piccolo cuore, è poco per un Dio così grande”, scriveva suor Dulce quando entrò in convento. “Su esempio di Santa Teresina, penso che devono essere graditi al Bambino Gesù tutti i piccoli atti d’amore, per quanto piccoli possano essere”.

Amore e opere

I suoi piccoli atti d’amore si tradussero in grandi opere sociali, e suor Dulce fondò l’unione dei lavoratori di San Francesco, un movimento cristiano di operai a Bahia.

Iniziò poi ad accogliere persone malate in case abbandonate in un’isola di Salvador da Bahia. In seguito furono sfrattate, e la religiosa trasferì la struttura di accoglienza in un ex mercato del pesce, ma il Comune la costrinse ad abbandonare quel luogo.

L’unico posto in cui poteva accogliere più di 70 persone che avevano bisogno di assistenza medica era il pollaio del convento in cui viveva, che si trasformò rapidamente in un ospedale improvvisato.

Iniziò così la storia di un’altra delle sue fondazioni: l’ospedale Sant’Antonio, che venne inaugurato ufficialmente nel maggio 1959 con 150 posti letto. Attualmente riceve 3.000 pazienti al giorno.

Oggi le sue fondazioni sono note con il nome di Opere Sociali di Suor Dulce (Obras Sociais Irmã Dulce, OSID). Funzionano come un’entità privata di carità sotto le leggi brasiliane, sono accreditate dallo Stato federale e registrate dal Consiglio Nazionale del Benessere e dal Ministero dell’Educazione.

Tra queste opere c’è anche il Centro di Istruzione di Sant’Antonio, situato nella regione di Simões Filho, sempre nello Stato di Bahia.

Servizio al massimo delle sue capacità

Negli ultimi 30 anni di vita, la salute di suor Dulce era molto debilitata. Aveva solo il 30% della capacità respiratoria. Nel 1990 iniziò a peggiorare, e per 16 mesi restò ricoverata in ospedale, dove ricevette la visita di Papa Giovanni Paolo II, con il quale aveva avuto un’udienza privata dieci anni prima.

Venne poi trasferita al convento di Sant’Antonio, dove morì il 13 marzo 1992. Migliaia di persone in condizioni di estrema povertà si riunirono per darle l’ultimo saluto.

Lo scorso anno il suo corpo è stato trasferito nella chiesa dell’Immacolata Concezione della Madre di Dio, dove si è scoperto che era rimasto incorrotto in modo naturale.

Il miracolo per la sua beatificazione è avvenuto nel 2001, quando Cláudia Cristiane Santos, che oggi ha 42 anni, è sopravvissuta a un’emorragia incotrollabile dopo aver partorito. L’emorragia non si fermava nonostante fosse stata sottoposta a tre interventi.

I medici avevano perso ogni speranza, ma quando i suoi familiari chiesero l’intercessione di suor Dulce, in una catena di preghiera guidata da padre José Almí de Menezes, l’emorragia si fermò immediatamente.

Questo fatto è stato la conferma di una vita virtuosa, centrata sulla preghiera e sulla carità, partendo dalle cose più piccole. “L’amore supera tutti gli ostacoli, tutti i sacrifici”, diceva suor Dulce.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]

“Gesù, cosa ho fatto?”. Rock star sconvolto dall’aborto di suo figlio

di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 10 maggio 2011

“Gesù, che cosa ho fatto?”. Disperate, angosciate, terrorizzate, sono le uniche cinque parole che giravano vorticosamente in testa ad un padre l’attimo dopo aver assistito all’aborto del figlio.

Non un padre qualunque, non un inesperto adolescente, non un uomo timido e insicuro alle prese con una situazione che non sapeva gestire, non un cattolico fervente la cui donna aveva deciso per due, no. Il grido silenzioso di rimorso è quello di Steve Tyler, rock star di fama internazionale nonché leader degli Aerosmith.

Era il 1975, anno dei primi travolgenti successi per il gruppo, esploso, anche sotto il profilo commerciale, con Toys in the attic, che ha venduto circa 8 milioni di copie, Sweet Emotion e Walk this way. Tyler, allora 27enne, si era trasferito a Boston ed aveva voluto con sé la giovanissima fidanzata Julia Holcomb. La ragazza allora aveva solo 14 anni e per consentire la convivenza tra i due, i genitori di Julia avevano firmato un permesso per affidare a Tyler la custodia legale della figlia.

A distanza di 35 anni, la vicenda viene a galla dalle pagine dell’autobiografia del gruppo, “Walk in this way”, curata da Stephen Davis e da poco disponibile nelle librerie americane. Secondo quanto riportato nelle pagine del libro, Julia rimase incinta e l’enturage degli Arosmith convinse Tyler a prendere l’unica strada ragionevolmente possibile: quella dell’aborto. Un’esperienza di cui Tyler stesso parla proprio nel volume: «Ero davvero in crisi. Per me era un momento importante, stavo costruendo un progetto di vita con una donna, ma ci convinsero che non avrebbe mai funzionato e che avrebbe rovinato le nostre vite». Tyler e Julia si lasciano convincere ed è proprio la rock star a descrivere con poche, crude parole il momento che davvero segna la reale rovina delle loro vite. «E’ semplice. Vai dal medico, si mette un ago nel ventre della mamma, e viene iniettato il veleno. Tu resti lì, a guardare. Poi tirano fuori il bambino, morto. Pochi minuti. Ero devastato, nella mia testa continuavo a ripetere “Gesù, cosa ho fatto?”».

A descrivere lo stato d’animo di Tyler dopo l’aborto del figlio è anche l’amico Ray Tabano, chitarrista del gruppo che ha vissuto di riflesso il dramma del cantante «Tyler uscì stravolto da quell’esperienza. Era solo un ragazzo e il fatto di aver visto tutto, di avere vissuto tutto, lo distrusse».

Sebbene negli anni dell’adolescenza Tyler avesse già avuto esperienze con alcool e marjuana, è l’aborto della sua fidanzata a segnare lo spartiacque più importante della sua vita, che degenera in maniera irreversibile. Pur continuando a vedere Julia, piombata in una crisi depressiva che la porterà a tentare più volte il suicidio, inizia una relazione con una modella di Playboy, Bebe Buell, che lo accompagna in un tour Europeo. La modella è la prima diretta testimone del baratro in cui cade Tyler: “Era pazzo, sempre completamente ubriaco, più volte è stato capace di distruggere il camerino che gli assegnavano. Tornati a Boston le cose non sono migliorate, un giorno tornando a casa l’ho trovato disteso in bagno completamente imbottito di droga. Era distrutto dal dolore». La situazione degenera a tal punto che la Buell, quando rimane incinta della figlia Lyv, nata nel 1977, realizza che è impossibile crescere un figlio con un uomo completamente fuori controllo al suo fianco e torna con il suo ex fidanzato, il produttore Todd Rundgren, che crescerà Lyv come fosse sua figlia.

Sebbene la vita disordinata di Tyler possa essere vista come la conseguenza del successo misto all’animo rock, gli esperti riconoscono in questo tipo di atteggiamento i tratti tipici di uno stress seguito ad un grosso trauma: assumere droghe infatti non è che il tentativo di rimuovere ricordi e sensazioni. La rabbia inoltre, specialmente per un uomo è spesso espressione di un grosso senso di colpa che ha bisogno di essere espresso.

Di come la sua vita sia stata rovinata dalla droga, Tyler parla anche nella sua stessa autobiografia: «Mi sono sniffato la mia Porsche, il mio aereo e la mia casa. Ho buttato via 20 milioni di dollari per colpa della droga. Nonostante negli anni 80 fossi uno dei cantanti più celebri e pagati al mondo, ero sempre senza soldi per via degli stupefacenti».

Il libro è presentato dal cantante come «il racconto della sua discesa agli inferi»: «Salivo spesso sul palco con una cassetta piena di droga – scrive il cantante –Sono fortunato di essere ancora vivo». A nulla è valsa la sua permanenza in diversi centri di riabilitazione per disintossicarsi: «Se non fossi stato aiutato dagli altri, probabilmente sarei morto diverse volte» ha dichiarato «Ecco che cosa ho avuto dalla droga. Mi ha fatto allontanare dai figli, ha segnato in negativo la mia band, ha distrutto i miei matrimoni e spesso mi ha messo in ginocchio».

Una storia triste. Squallida se pensiamo che stiamo parlando di un talentuoso rocker che nella vita ha avuto possibilità straordinarie di successo oltre che di guadagno. Una storia che Tyler ha messo per iscritto in un libro che probabilmente è specchio del suo stato d’animo oggi “Does the noise in my haed bother you?” ovvero “Ti dà fastidio il chiasso nella mia testa?”. No, non ci dà fastidio Tyler, e forse il chiasso è figlio di quella frase che come un vortice ti girava in testa in quella spoglia stanza d’ospedale “Gesù, che cosa ho fatto?”

Le balle di Repubblica e le vere case-famiglia

di Antonio Giuliano
Tratto da La Bussola Quotidiana il 5 maggio 2011

«Ma di quali case-famiglia parla Repubblica? Quali rette  sconsiderate? Quale lucro? Noi ci prendiamo cura dei minori che nessuno vuole, disabili e con gravi handicap, assistendoli di tasca nostra. Anzi paghiamo le inadempienze dello Stato. Vengano a visitare di persona le nostre realtà. Mi sembra davvero che ci sia un pregiudizio ideologico, solo perché spesso siamo noi enti ecclesiali impegnati sul fronte della carità».

È molto amareggiato Paolo Ramonda, responsabile nazionale della Papa Giovanni XXIII, la comunità fondata da don Oreste Benzi nel 1968 che si batte contro ogni forma di disagio (handicap, tossicodipendenza, prostituzione).

E proprio non riesce a mandar giù un articolo del quotidiano La Repubblica che accusa le case-famiglia di gestire un business da un miliardo all’anno sulla pelle dei minori.

Perché è così dispiaciuto?
Sono state scritte falsità molto gravi che dimostrano scarsa conoscenza della realtà. Innanzitutto bisogna distinguere le case famiglia dalle comunità-alloggio o dai piccoli istituti. Noi gestiamo vere “case famiglia”, cioè presidi socio assistenziali in cui è presente una figura paterna e materna, generalmente coniugati, che svolgono la loro funzione di papà e mamma, 24 ore su 24, tutto l’anno, e spesso per tutta la vita. I figli naturali vivono insieme con i minori in stato di bisogno.

Ma è vero che le rette vengono gonfiate arbitrariamente?
Noi percepiamo delle rette che arrivano massimo a 60-70 euro al giorno: consideri che in molti casi parliamo di disabili gravi. Poi per il 50% delle persone accolte non percepiamo alcun compenso: in pratica da noi un minore su due è accolto gratuitamente. In più abbiamo molti contenziosi con enti pubblici che non pagano o pagano in ritardo. E talvolta ci sono situazioni sconcertanti: ho chiesto un incontro col governatore della Puglia Vendola perché un comune pugliese ci ha inviato un minore disabile proponendoci 80 euro al mese! Al mese!

Secondo Repubblica ci sono 1800 case-famiglia in Italia con circa 20 mila minori ospiti. E sarebbero in continuo aumento proprio per il business che ci sarebbe sotto…
Ma credo che in questa stima siano comprese anche le comunità-alloggio. Noi non dovremmo rientrare tra queste. La nostra, ripeto, è una proposta unica che corrisponde a ciò che noi intendiamo per “casa famiglia”, ossia la presenza di un padre e di una madre sempre. Abbiamo oltre 300 case famiglia sparse in tutt’italia, più altre 150 in tutto il mondo. Sono appena rientrato dalla Patagonia dove ne abbiamo appena aperta una e la prossima settimana sarò in Bangladesh per un’altra. Io stesso con mia moglie ho una casa-famiglia con 3 figli naturali e 9 accolti. Da noi non ci sono operatori sociali che ruotano ogni otto ore. Siamo in due a occuparcene tutto il giorno.

Un’altra accusa è quella di trattenere i ragazzi oltre il tempo necessario e spesso fino a quando diventano maggiorenni…
A parte che è il servizio sociale a decidere il rientro. Ma per noi il minore è un figlio a tutti gli effetti e continuiamo ad assisterlo anche se l’ente pubblico non paga più la retta. Noi lavoriamo per mantenere i legami parentali di origine, però i piccoli che vengono da noi provengono o dai servizi sociali o dal tribunale dei minori e sono spesso situazioni molto gravi: per handicap fisico o psichico, o perché adolescenti a rischio magari inviati dal carcere minorile. Purtroppo spesso non riescono a ritornare dai loro genitori d’origine, o perché non ce la fanno a tenerli per la gravità dell’handicap o perché la famiglia stessa è causa del problema dei figli. Anche se noi cerchiamo di mantenere sempre i buoni rapporti. Per vocazione accogliamo soprattutto gli orfani e quelli con gravi malformazioni che le stesse famiglie una volta abbandonavano al Cottolengo. La grande novità della Comunità Papa Giovanni XXIII, come diceva il nostro fondatore don Benzi, è quella di diventare padre e madre di chi non ne ha più. Genitori stabili all’interno di una comunità che opera nella Chiesa alla sequela di Cristo.

Come nasce una casa-famiglia?
In genere sono coppie di giovani sposi che dopo un cammino di fede nella nostra comunità, sono formati a quest’esperienza: se lo desiderano e se vengono confermati dalla comunità possono aprire una casa famiglia. Il contributo dello Stato, come dicevo, vale solo per la metà degli ospiti. Per il resto ci si arrangia: molti hanno un lavoro esterno e si usufruisce di una cassa comune secondo le necessità. Per fortuna abbiamo tanti benefattori: i nostri bilanci infatti negli ultimi anni sono in passivo a causa delle inadempienze dello Stato che tra l’altro ci obbliga anche a spese ingenti per adeguare di continuo gli immobili.

Repubblica denuncia anche mancanze di controlli e la caccia ad accaparrarsi il minore tra una casa-famiglia e l’altra…
Ma non è affatto vero. Sia per noi che per le comunità alloggio, c’è un’apposita commissione di vigilanza in ogni Asl preposta al controllo. Almeno una volta all’anno ci sono verifiche sulla struttura e sulle attività, e se non hai requisiti ti fanno chiudere subito. Poi noi non rincorriamo nessuno: purtroppo abbiamo liste d’attesa molto lunghe con centinaia di richieste. Anche perché ci facciamo carico di tutti quei minori che per lo Stato non sono né disabili, né tossicodipendenti ma che hanno bisogno di assistenza e non hanno disponibilità economica. Stiamo accogliendo in questo 2400 bambini.

Dietro questa realtà si lamentano anche lungaggini burocratiche nell’adozione e nell’affido: pare che solo un piccolo su 5 sia affidato alle coppie in attesa.
Bisogna distinguere: se i minori hanno ancora i genitori, scatta l’affidamento e in questo caso lo Stato ha interesse perché oggi paga una retta molto inferiore a quella delle comunità. Per l’adozione è diverso: se ci sono ancora i genitori non possono essere adottati, anche se c’è l’inadeguatezza della famiglia. Poi oggi ci sono molte più famiglie disposte ad adottare che bambini: lo Stato può e deve fare una scelta oculata. Non è di per sé un male usare la massima cautela. Noi insistiamo perché il bambino abbia sempre un padre e una madre, il dibattito sulle adozioni ai single è solo il grimaldello per aprire alle coppie omosessuali.

Lei stesso vive la realtà di una casa-famiglia: quali sono le difficoltà più grandi?
Io e mia moglie siamo sposati da trent’anni: tra i 9 bambini accolti (oltre ai 3 figli naturali) ci sono una ragazza down e una ragazza con spina bifida in carrozzina. A parte il fatto che possiamo contare sempre sull’apporto della comunità, le nostre “difficoltà” non sono mai esterne, se mai queste ci irrobustiscono. Ma a livello interiore: dobbiamo sempre approfondire la missione che ci è stata data. E la fede ti dà una carica per accogliere ogni bambino. Don Benzi diceva sempre: “Spendetevi fino all’ultimo, non lasciate soffrire nessuno da solo, annunciate loro una nuova speranza”. Una volta andammo insieme in Albania, alle 4 del mattino don Oreste si alzò e uscì di casa. Pensavo non si sentisse bene. Lo ritrovai in una cappella in preghiera con la testa poggiata sul tabernacolo… Noi abbiamo la stessa gioia di trent’anni fa nel dedicarci a bambini che una volta venivano segregati e di cui le stesse famiglie se ne vergognavano. Ma noi nella fede sappiamo che le pietre scartate sono quelle più importanti e preziose agli occhi di Dio.

Dal Pci a Cristo, il 1 maggio di un ex

di Antonio Giuliano da La Bussola Quotidiana

«Un tempo da segretario del Partito Comunista affiggevo murales per la festa del 1 maggio. Oggi però bisognerebbe mettere manifesti per denunciare logiche produttive che annullano la dignità dell’uomo. Nel mondo del lavoro va rimessa al centro la persona, come insegna il cristianesimo». Con questo spirito si appresta a celebrare la giornata dei lavoratori, il filosofo Pietro Barcellona, che dopo anni di militanza comunista ha scoperto la fede in Cristo, come ha raccontato in un libro recente Incontro con Gesù (Marietti, pp. 144, euro 14).

Perché il lavoro è diventato disumano?
Una volta il luogo di lavoro era soprattutto un posto di socializzazione, pensiamo alla grande fabbrica che rendeva necessaria la prossimità fisica e il parlarsi. Oggi invece tutto è sempre più informatizzato. digitalizzato, per cui non entrano più in contatto le persone, ma abbiamo solo uno scambio di informazioni. E poi c’è stata una drastica riduzione dell’essere sociale ad essere economico: le relazioni non contano, importante è produrre produrre produrre… Bisogna essere sempre competitivi.

Si lavora forse troppo?
In pratica non si smette mai. Si lavora continuamente perché gli strumenti tecnologici ci mantengono sempre in connessione. Anche durante la pausa pranzo il cellulare può ricondurci a impegni e attività. Non c’è più quel salutare “vuoto mentale” che serve per far nascere un nuovo desiderio al di là delle nostre quotidiane occupazioni. Per non parlare della spersonalizzazione della rete e dei social network. Si ha l’apparenza di una comunicazione, ma in realtà è solo scambio di informazioni. Queste aggregazioni virtuali sono molto effimere, in pratica sono solo somma di desideri individuali. E la logica imperante è una corsa a fare sempre di più, per avere più denaro e godere il più possibile. Bisogna invece riappropriarsi del tempo, come insegna anche il Piccolo Principe, disposto a farsi 40 km a piedi per cercare una fontana pur di non dissetarsi artificialmente da un venditore di pillole. Oggi infatti c’è la fretta di consumare. Tutto quello che esiste è qui. E tutto si esaurisce nell’istante del consumo, non c’è tempo, né passato, né futuro a cui guardare. Occorre pertanto riprendersi la propria umanità, la capacità di stupirsi di fronte al mondo, di incontrare davvero l’altro. Ma prevale la competizione senza nessun’etica. Una vera guerra…

Per questo è così diffusa la pratica delle raccomandazioni?
Sì, è talmente finita la fiducia reciproca che ormai si fa ricorso a ogni mezzo pur di arrivare. Il ricorso alla raccomandazione è diventato una liturgia. Per fortuna ci sono ancora tanti giovani che hanno la forza di ribellarsi e alla fine riescono a far valere i propri meriti.

Che spinta può venire dal Cristianesimo?

Il Vangelo esalta la dignità di coloro che lavorano. Gesù stesso era figlio di un falegname che non a caso la Chiesa ricorda il 1 maggio. Di fronte alla competizione, all’esasperata produttività, il messaggio cristiano è chiaramente di difesa della centralità dell’uomo. Il lavoro poi non è soltanto un fatto individuale, ma è il contributo che ciascuno è chiamato a dare per la vita di tutti. E non si può in nome degli utili di un’impresa calpestare i lavoratori: Cristo contrasta spesso la volontà di dominio, basta leggere le tentazioni nel deserto o il Discorso della montagna in cui esalta la fratellanza e i legami affettivi.

Quando ha scoperto la forza dirompente della fede?
A dir la verità la mia conversione è stata un po’ enfatizzata. Io non sono mai stato ateo. Ho sempre pensato che il rapporto col trascendente è connaturale all’essere umano. Oggi purtroppo la sinistra è molto laicista, ma io non son mai stato anticlericale. Dalla politica come esperienza di condivisione e di incontro sono stato spinto a comprendere la novità del cristianesimo. Ma è stata decisiva l’amicizia con un prete, Francesco Ventorino (con il quale ha scritto il libro L’ineludibile questione di Dio – Marietti). Posso dire per esempio che conoscendo un movimento come CL ho la sensazione di un popolo di giovani che sta insieme per qualcosa di grande. Altre associazioni laiche non hanno nessun senso di partecipazione affettiva. Se uno si incontra sul terreno del Vangelo, si incontra come persona e non come numero.

Nel suo ultimo libro Sapere affettivo (Diabasis) e in quello di prossima uscita Passaggio d’epoca (Marietti) insiste sulla disumanizzazione come mutamento antropologico odierno…

Il primato dell’economia distrugge le qualità tipiche dell’essere umano: disumanizza le relazioni tra le persone. Nel sistema comunista così come in un certo capitalismo la produzione conta più di qualsiasi altro valore e quindi anche dello stesso lavoratore. Prima ancora dei gulag, l’errore più grande del comunismo è stato quello di sottomettere la vita umana al valore dell’economia. Ma io oggi sono pienamente convinto che non di solo pane vive l’uomo. Siamo purtroppo tutti succubi di individualismo nella forma di un narcisismo da godimento, diffuso da una straordinaria offensiva dei media: sono un individuo perché me la godo, non perché amo o faccio altro. Per questo occorre un grande progetto educativo nelle scuole, per insegnare ai giovani il valore dell’essere umano che va oltre la sopravvivenza terrena. Ripartiamo dalle relazioni, esortiamo i giovani a non abbandonarsi alla solitudine, di fronte al dramma della disoccupazione sproniamoli a dar vita magari a cooperative. E indichiamo loro la strada dell’incontro reciproco in cui ognuno guarda in faccia l’altro e lo riconosce come Cristo.

La mia conversione al cristianesimo vedendo Wojtyla in tv

di Pietro Vernizzi
Tratto da Il Sussidiario.net il 26 aprile 2011

Al cristianesimo dopo avere visto alla tv italiana una messa celebrata dall’allora papa Giovanni Paolo II. È la storia di Miranda Mulgeci, 30enne albanese, che la notte del sabato santo ha ricevuto battesimo, cresima e prima comunione da Benedetto XVI insieme ad altre cinque persone.

Miranda racconta la storia del suo percorso all’incontro con Gesù attraverso Papa Wojtyla, che sarà beatificato domenica prossima.

Quando le è venuto per la prima volta il desidero di convertirsi al cristianesimo?
Tutto è iniziato quando avevo 12 anni. All’epoca la tv italiana aveva appena iniziato a trasmettere anche in Albania, uscita da poco dal comunismo, e io passavo molto tempo davanti ai canali italiani. Una domenica, per caso, mi sono sintonizzata su Raiuno, e in onda c’era una messa dal Vaticano con Giovanni Paolo II. All’epoca ho capito solo tre parole: «Dio, Gesù e amore». Attraverso lo schermo mi arrivava l’immagine di Gesù riprodotta su una scultura e una musica bellissima che mi è rimasta impressa ancora oggi.

E che cosa ha pensato in quel momento?
A dire il vero non ho pensato a nulla, ero troppo piccola per capire. Però sono rimasta incuriosita, e da quella curiosità è nato tutto. È come se Gesù mi avesse detto «Seguimi», e grazie a quel desiderio man mano che crescevo capivo sempre di più.

C’era qualcosa che l’ha colpita in quelle parole del Papa?
Sì. Quando Giovanni Paolo II disse quelle tre parole, «Gesù, Dio e amore», io mi ricordo bene anche il suo sguardo, e la parola che mi colpì di più era amore. Perché Dio lo capivo, Gesù un po’ lo conoscevo, ma la parola amore in quel momento ha assunto subito un valore aggiunto.

Il fatto di essere di tradizione musulmana ha ostacolato il suo cammino?
Io provengo da una famiglia di tradizione musulmana, ma la mia famiglia non è praticante, perché il regime comunista non permetteva di praticare nessun tipo di religione. Da quel momento, però, ho cercato in tutti i modi possibili, e in tutte le occasioni che si presentavano, di trovare informazioni che riguardavano Gesù e la Bibbia. Nel frattempo ho trovato alcuni gruppi cristiani che studiavano insieme la Bibbia e ho incominciato a frequentarli, continuando anche durante l’università.

Che esperienza ha fatto in quegli anni?
All’epoca non frequentavo le chiese: il regime comunista, anche dopo la sua caduta, aveva lasciato una mentalità diffusa per cui, al di là delle diverse religioni, chiunque aveva fede era una persona ignorante. Soprattutto nella facoltà di filosofia, cui mi ero iscritta, non era facile parlare delle mie convinzioni.

Finita l’università che lavoro ha scelto di fare?
Ho svolto diversi lavori, finché nel 2006 mi è stato proposto di fare un colloquio nella sede albanese della ong italiana Avsi. Appena entrata all’interno degli uffici ho trovato dei manifesti sulla Pasqua e mi sono detta: «Come è possibile?» E così ho iniziato a lavorare per Avsi in Albania, dove tuttora dirigo il centro di formazione “Kardinal Mikel Koliqi”, costruito con i fondi del ministero degli Affari esteri italiano.

E così ha incontrato Alberto Piatti, attuale segretario generale di Avsi, che è stato il suo padrino di battesimo.
Nel 2006 Piatti è venuto in Albania per una missione e mi ha regalato una copia de Il Senso Religioso di don Luigi Giussani. Era la prima volta nella mia vita che qualcuno mi regalava un libro cristiano, prima di allora l’unico che mi ero potuto comprare era una Bibbia piccolissima che tenevo nella borsetta.

Lei è stata anche in Italia?
Nel 2008 mi sono iscritta a un master di un anno all’Università Cattolica di Milano, e in quel periodo ho frequentato il catechismo da don Marco Barbetta, parroco di San Pio X. Ma soprattutto, ho iniziato a seguire alcuni gruppi di ragazzi cristiani, perché il catechismo lo conoscevo già bene, ma quello che contava era capire meglio come vivono i cristiani.

In che senso?
Quell’amore di cui parlava Wojtyla quando avevo 12 anni, l’ho ritrovato nelle persone, nel loro modo di fare le cose e nei loro volti.

Cosa ricorda che l’ha colpita di più?
Io sono rimasta colpita da quell’incontro che ho fatto a 12 anni. Se non avessi fatto quell’incontro, forse oggi sarei una credente di qualche altra religione. Ma quell’incontro fatto da bambina mi ha cambiato la vita.

Che ricordo ha della religione del suo Paese?
Mi fa venire in mente soprattutto la mia nonna, che negli anni del comunismo pregava sempre di nascosto, perché il regime non voleva che lo si facesse. Io la ascoltavo, e sapevo che c’era qualcosa di grande cui rivolgeva le sue preghiere. Ma poi, una volta finito, la vita riprendeva come se non fosse accaduto nulla.

Molte persone non si possono convertire. Ha paura per la sua scelta?
Ritengo che non ci sia niente di rischioso, o almeno spero, anche perché io non sono contro nessuno. Ho fatto il mio cammino, e la mia è una scelta libera, voglio quindi solo continuare a viverla in modo libero. E rispetto con cuore tutte le persone che credono in un Dio di ogni appartenenza religiosa.

Com’è la convivenza tra religioni in Albania?
La situazione è molto tranquilla e musulmani, cattolici e ortodossi vivono molto bene insieme, come in nessun altro Paese al mondo. I musulmani si sposano con i cattolici e viceversa, e anche le amicizie tra persone di diverse religioni sono una cosa normale. Del resto l’Albania è stata atea per 50 anni e spesso le persone fanno fatica a capire a quale religione appartengono. Quasi tutte le persone, però, credono in Dio, anche se a volte non sanno molto bene di quale Dio si tratti.

I missionari di Villaregia, una presenza di pace in Costa d’Avorio

La comunità presente a Yopougon accoglie al momento circa 8.000 persone

 

ROMA, mercoledì, 20 aprile 2011 (ZENIT.org).- La Comunità Missionaria di Villaregia, presente a Yopougon, periferia di Abidjan (Costa d’Avorio) dal 1991, sta accogliendo circa 8.000 persone che cercano nel terreno e nelle strutture della parrocchia un posto in cui rifugiarsi, in seguito agli atti di violenza ed agli omicidi che si registrano in alcuni quartieri della città, come strascico della guerra civile scoppiata nel Paese africano all’indomani delle elezioni di novembre 2010.

I 25 missionari della Comunità Missionaria, di cui 14 italiani, si stanno prodigando per offrire alla gente un luogo sicuro dove ci si senta protetti, per far fronte a numerose necessità delle persone ospitate e per sostenere spiritualmente e psicologicamente gli sfollati.

“Abbiamo scelto di restare, di stare accanto al popolo ivoriano, come il Buon Pastore che non abbandona le sue pecore – dice padre Amedeo Porcu, missionario responsabile della Comunità di Villaregia a  Yopougon – per la nostra missione non è un tempo facile. Nella nostra parrocchia stiamo accogliendo circa 8.000 persone: sono cristiani, non cristiani, cattolici e non cattolici, di tutte le etnie. Questa gente sente di trovare qui una protezione, un rifugio, ma soprattutto si sente accolta e rispettata. Ci sembra che nel nostro centro missionario si possa ritrovare quell’unità di cui c’è veramente bisogno”.

La situazione umanitaria continua ad essere critica. “Stiamo esaurendo le riserve d’acqua nei nostri serbatoi – racconta padre Amedeo – si prega che piova per approvvigionarli con l’acqua piovana. E nonostante le difficoltà, non mancano i segni di solidarietà di famiglie che portano qualcosa da mangiare o dell’acqua alla missione, sapendo che tanti vi si rifugiano. Per questo ringraziamo il Signore”.

“Anche il vescovo – continua il missionario – ha raggiunto la nostra missione per esprimere la sua solidarietà. Abbiamo scelto di continuare con l’attività del nostro centro medico. Arrivare agli ospedali rimane difficilissimo; le persone non possono spostarsi per accedere alle cure e quando ci riescono, non trovano i medici. Il nostro centro medico sta proseguendo con l’assistenza, finché abbiamo le scorte dei medicinali”.

Padre Amedeo Porcu lancia infine un appello: “Preghiamo perché questa terra insanguinata veda finalmente la pace. C’è un proverbio africano che recita: ‘Quando due elefanti fanno la guerra, a pagare è l’erba che c’è intorno’. Chiediamo il dono della pace”.