da Baltazzar | Lug 19, 2011 | Chiesa, Testimonianze
Intervista con l’arcivescovo Rino Fisichella, Presidente del Pontificio consiglio che aiuterà le Chiese dei Paesi secolarizzati ad annunciare nuovamente la fede cristiana
di Andrea Tornielli
Tratto da Vatican Insider il 17 luglio 2011
«Sono convinto più che mai, e ne ho avuto tantissimi esempi davanti agli occhi in questi mesi, che l’elemento fondamentale per la nuova evangelizzazione sia la testimonianza personale…».
L’arcivescovo Rino Fisichella da quasi un anno ha lavorato per far nascere il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, un dicastero nuovo, voluto da Papa Ratzinger. E dopo aver riunito la prima «plenaria», Fisichella ha ora lanciato un’iniziativa che coinvolge dodici metropoli del Vecchio Continente.
Come nasce l’idea?
«Abbiamo pensato di far partire la nuova evangelizzazione dalle grandi metropoli. Per chi ci seguirà, grazie al lavoro comune intrapreso con gli arcivescovi di Barcellona, Esztergom-Budapest, Mechelen-Bruxelles, Dublino, Colonia, Lisbona, Liverpool, Parigi, Torino, Varsavia e Vienna – città che condividono gli stessi problemi legati al secolarismo – abbiamo individuato un cammino da fare insieme. Per sostenerci a vicenda. Speriamo poi di estenderlo ad altre città e ad altre diocesi».
Può spiegare di che cosa si tratta, esattamente?
«C’è innanzitutto un progetto su tempi più lunghi, focalizzato soprattutto sulla formazione. Dobbiamo insistere nella formazione dei seminaristi, dei laici, dei catechisti, per aiutarli a prendere sempre una maggiore coscienza delle sfide del tempo presente e dell’urgenza di rispondervi. C’è poi un’iniziativa più specifica, che prevede alcuni segni e che metterà al centro la cattedrale delle città coinvolte».
Perché avete deciso di partire dalla cattedrale?
«È il luogo dove la Chiesa genera alla fede, è il luogo dove si trova la cattedra del vescovo, che è il primo evangelizzatore. Per questo abbiamo pensato di ripartire dalle cattedrali…».
Concretamente che cosa si farà?
«Metteremo al centro la Parola di Dio, con una lettura continuata del Vangelo di Marco, per due/tre ore. E ci sarà un momento di catechesi tenuto dal vescovo. Un altro elemento importante sarà il sacramento della riconciliazione».
Che cosa c’entra la confessione con la nuova evangelizzazione?
«C’entra. Vogliamo rimettere nel cuore dell’attività pastorale il sacramento della confessione, perché lì, nell’incontro con Dio misericordioso che spalanca le braccia, accoglie e perdona, le donne e gli uomini ritrovano veramente se stessi. Si ritrovano veramente accolti e amati, come invece non avviene in tanta cultura illusoria che ci circonda, e che dopo aver attirato con le sue immagini e le sue promesse di felicità, ci lascia sempre delusi. Per questo, al rilancio del sacramento della riconciliazione, affiancheremo un altro gesto culturale e spirituale al tempo stesso: la lettura di brani delle Confessioni di Sant’Agostino».
Un uomo tormentato, che si è identificato nella dissolutezza che caratterizzava molti ambienti del suo tempo, e infine ha cambiato vita incontrando Dio…
«La sua storia è un esempio molto interessante per noi oggi. Credo che tanti uomini e donne dell’Europa secolarizzata, al di là delle apparenze, siano alla ricerca, attendano una risposta, aspirino alla pienezza e alla felicità».
Come si può tornare oggi ad evangelizzare una società che appare invece impermeabile al messaggio cristiano?
«Sono convinto più che mai, e ho tanti esempi davanti agli occhi, che la nuova evangelizzazione passi attraverso la testimonianza personale. Ciò di cui l’uomo di oggi ha bisogno, è di vedere e incontrare uomini e donne che si lasciano illuminare il cuore e la mente da Dio, che seguono Gesù Cristo, e testimoniandolo nella vita quotidiana, in ogni circostanza, con la loro esistenza prima ancora che con le loro parole, fanno balenare davanti agli occhi di chi li incontra la possibilità di dare un senso alla propria vita. La fede si è sempre trasmessa, per duemila anni, attraverso l’incontro personale. Bisogna restituire entusiasmo, un profondo senso di identità e di apparteneneza alla comunità cristiana. La fede si testimonia da persona a persona, ma non siamo mai soli in questo cammino».
Il Papa appoggia questa iniziativa?
«Quando gliene ho parlato, è rimasto positivamente colpito, e la sostiene fortemente».
da Baltazzar | Lug 14, 2011 | Chiesa, Testimonianze
La straordinaria storia di una santa, morta nel 1870 a 23 anni
di Renzo Allegri
Tratto dal sito ZENIT,
Il 13 luglio grande festa a Budrie, frazione di san Giovanni in Persiceto vicino a Bologna. Si ricorda la morte di santa Clelia Barbieri, avvenuta il 13 luglio 1870, quando Clelia aveva 23 anni.
Era una ragazza del popolo. Nata e vissuta alle Budrie, apparteneva a una famiglia che era forse la più povera della zona, ma la più ricca di amore. Il matrimonio dei genitori di Clelia era stato molto contrastato e aveva fatto scandalo. Giuseppe Barbieri, 20 anni, faceva il garzone presso i Nanetti, nobili e i più ricchi della zona. In quella casa c’era una ragazza, Giacinta, 28 anni, molto bella, e Giuseppe si innamorò di lei. Amore subito ricambiato. Ma si trattava di una storia impossibile, secondo i costumi del tempo. Giacinta doveva sposare un nobile e non certo un povero garzone analfabeta. Tutta la famiglia Nanetti insorse, scandalizzata. In particolare uno zio di Giacinta, Zefferino, medico. Giuseppe venne perseguitato, cacciato dal lavoro e Giacinta chiusa a chiave in casa. Ma i due innamorati non cambiarono idea e alla fine fu concesso che si sposassero, ma a crudeli condizioni: Giacinta, venne cacciata di casa e diseredata. Da ricca che era, per amore divenne poverissima. Un anno dopo il matrimonio, divenne mamma di Clelia e in seguito ebbe anche una seconda figlia, Ernestina. Nel 1878 il suo sposo, Giuseppe, colpito da colera morì a solo 33 anni. Per Giacinta le condizioni di povertà si aggravarono. Dovette affrontare enormi sacrifici per crescere le due figlie. Così Clelia ebbe una esistenza durissima, illuminata, però, da grande fede e da grande amore.
Fin da ragazzina, Clelia si innamorò di Gesù e dedicò la sua brevissima esistenza a prendersi cura, per amore di Gesù, dei poveri, degli ammalati e soprattutto dei bambini, ai quali insegnava il catechismo. In questa missione fu aiutata da alcune sue coetanee, con le quali visse in una specie di “comunità laica” che, dopo la sua morte, divenne una Congregazione religiosa, “Suore Minime dell’Addolorata”. Per il 13 luglio, ogni anno, la frazione Budrie di San Giovanni in Persiceto diventa meta di migliaia di pellegrini e devoti, che vanno a pregare nella chiesa dove la santa pregava e vanno a visitare i luoghi nei quali visse. Esiste una sola foto di Clelia Barbieri, una foto scattata nel 1869 dallo zio medico, e da quella foto si ricava che era una ragazza molto bella. La storia racconta che aveva parecchi pretendenti, anche giovani ricchi, ma rispondeva a tutti: “Andate da mia sorella perché io sono già impegnata”.
Da giornalista mi sono interessato varie volte di questa santa. Soprattutto per un fenomeno che si verifica da quando Clelia è morta. Fenomeno curioso e sconcertante. Sembra, infatti, che, a cominciare dal primo anniversario della sua morte, Clelia Barbieri ogni giorno preghi ad alta voce con le sue consorelle. E’ un fatto razionalmente incredibile, ma testimoniato, lungo il corso dei decenni, da migliaia di persone. Non solo suore della Congregazione Minime dell’Addolorata, che sentono la voce regolarmente quando pregano in chiesa, ma anche da altre persone che hanno, eccezionalmente, fatto quella esperienza. E, tra esse, sacerdoti, vescovi, cardinali, e anche laici, medici, avvocati, persino miscredenti, che si sono recati alle Budrie, o in altre case della Congregazione, per “ridere” di quel fenomeno o, anche, con lo scopo di “smascherare” l’imbroglio e che, invece, sentendo anche loro chiaramente la voce misteriosa, si sono ricreduti, confessandolo pubblicamente.
Su questo fenomeno, il gesuita Padre Nicola Monaco, che era postulatore della Causa di beatificazione di Clelia, ha raccolto un meticoloso dossier che è stato pubblicato nel 1953 in un volume di 330 pagine. In sintesi, il gesuita in quel suo libro sostiene e dimostra che la misteriosa voce “non è un fenomeno naturale, non è un’eco, non è un’illusione, non è una suggestione, ma essa è dovuta a un intervento straordinario di Dio”. Il mio primo articolo sull’argomento risale al 1967. Inviato dal giornale dove allora lavoravo, mi recai a Budrie scettico, ma dopo una lunga inchiesta ho dovuto ammettere che il fenomeno è sostenuto da una documentazione inattaccabile. Sono poi tornato varie volte a Budrie, e sempre cercando ulteriori informazioni su quel fatto che è lì, a sfidare lo scetticismo e l’incredulità del nostro tempo.
L’ultimo mio viaggio è recente. Una visita devota a questa santa umile e grande, affascinante nella sua luminosa semplicità. E anche in questa occasione, parlando con le suore di santa Clelia, sono tornato sull’argomento. “Ma sì, è proprio vero, ogni giorno, quando noi preghiamo in chiesa, la voce di santa Celia si unisce alle nostre”, mi ha detto suor Maria Assunta. “E’ un fenomeno incredibile, sconcertante, ma bellissimo. Per noi, ascoltare quella voce è come sentire la carezza di una mamma e infonde una gioia grandissima”.
Suor Maria Assunta è religiosa della Congregazione di Santa Clelia da sessant’anni ed è la più anziana del convento alle Budrie. Parla con voce serena, gioiosa. Con alcune altre sue consorelle, suor Grazia, suor Emanuela, suor Agrippina, suor Vittoria, ha voluto accompagnarmi a visitare il complesso dei luoghi dove la santa è vissuta. “Tutta l’esistenza di santa Clelia si svolse qui”, dice suor Maria Assunta. “Non si è mai mossa da questo piccolo centro. E’ la più giovane fondatrice di una Congregazione religiosa della storia della Chiesa”.
La zona è tranquilla e serena, in mezzo al verde. Ci sono la chiesetta parrocchiale del tempo, diventata santuario, la casa dove la santa morì, il vecchio asilo, dove ora si trova l’urna con i suoi resti mortali, e altri edifici, moderni, per ospitare i pellegrini, per esercizi spirituali, per conferenze, tutti circondati da grandi alberi, attorniati da cortili erbosi, tenuti in un ordine armonioso, pulito, e sembra di essere in un’isola fuori dal mondo. “Quando Clelia Barbieri decise di diventare suora?”, ho chiesto. “Non divenne mai suora in senso stretto, giuridico”, mi ha risposto suor Maria Assunta. “Eravamo in un periodo in cui lo Stato italiano aveva abolito gli ordini religiosi, confiscando i loro beni. Erano rimasti i grandi monasteri, ma per entrare in quelli bisognava avere una ricca dote e Clelia non aveva niente. Fu il Signore a guidare Clelia. Come lei stessa raccontò, a nove anni, quando venne cresimata, sentì una grande desiderio di farsi santa. Desiderio che divenne ancora più forte quando ricevette la prima Comunione. Voleva dedicare la sua vita a Gesù, impegnandosi a farlo conoscere agli altri. Per questo cominciò a insegnare il catechismo ai bambini e ad andare nelle case dei contadini a spiegare loro il catechismo”.
“A sedici anni, aveva una coetanea con la quale divideva i suoi ideali. Poi ne trovò altre due. A vent’anni, ebbe come una rivelazione interiore e disse alle compagne: ‘Noi siamo povere, non potremo mai entrare in un monastero e allora facciamocene uno, dove altre ragazze povere come noi possano dedicarsi al servizio del Signore’. Così, in modo spontaneo, nacque la Congregazione, che era privata, senza nessun riconoscimento giuridico. Solo anni dopo la morte di Clelia venne riconosciuta dalla Chiesa con il nome di ‘Suore minime dell’Addolorata’”. Ad un certo momento, come avevo già fatto altre volte, ho riportato la conversazione sul misterioso fenomeno della voce di santa Clelia che le suore sentono quando pregano e che è un fenomeno sconcertante, che meraviglia sempre. Ho chiesto a suor Maria Assunta: “Quando esattamente iniziò a manifestarsi quell’incredibile fenomeno?”. “Un anno esatto dopo la morte di Clelia”, mi ha risposto pazientemente suor Maria Assunta. “E cioè il 13 luglio 1871. Sul letto di morte, Clelia era attorniata dalle sue compagne che piangevano e dicevano: ‘Cosa faremo senza di te? Non riusciremo a portare avanti la tua opera’. E lei: ‘Non dovete aver paura. Io sarò sempre con voi, ve lo prometto’”.
“Clelia morì e le sue compagne, che erano solo quattro, trascorsero un anno disorientate e impaurite. Non riuscivano ad aver fiducia in loro stesse. Ma il 13 luglio 1871, mentre pregavano nella stanza dove Clelia era morta, cominciarono a sentire la sua voce che pregava con loro. Subito si spaventarono, ma quella voce era carica di una potente energia che trasmetteva loro fiducia, serenità e gioia. Si ricordarono della promessa che Clelia aveva fatto e si sentirono rinfrancate, piene di forza, pronte a combattere. Da allora, quella voce non è mai più mancata”.
Non è possibile che sia frutto di suggestione? “E’ un interrogativo che tutti si pongono. E se lo posero anche le prime compagne di Clelia. Infatti, per paura di essere prese in giro, non dissero niente a nessuno. Ma poichè il fenomeno si ripeteva ogni giorno, si confidarono con il parroco, che era il loro direttore spirituale. Questi, dopo aver egli stesso constatato la serietà del fatto, ne parlò con il cardinale Lucido Maria Parocchi, che era arcivescovo di Bologna. ‘Non dite niente a nessuno’, ordinò il cardinale ‘e lasciate fare alla Divina Provvidenza’. Il giusto e prudente consiglio fu scrupolosamente osservato. Il fenomeno continuò a ripetersi e per una quarantina d’anni era noto solo alla ‘Suore Minime dell’Addolorata’ e alle autorità ecclesiastiche che di tanto in tanto venivano informate. Fu il cardinale Giorgio Gusmini nel 1916, quando era arcivescovo di Bologna, a renderlo pubblico. Fece raccogliere un voluminoso dossier di testimonianze, le fece esaminare a degli esperti e concluse che il fenomeno aveva tutte le caratteristiche di un ‘segno’ del cielo e perciò andava fatto conoscere. Quando poi iniziarono i vari processi per la beatificazione di Clelia, questo fenomeno venne ancora più accuratamente esaminato, e furono raccolte ancora centinaia di testimonianze giurate. Non ci sono dubbi, il fenomeno è inspiegabile, ma sicuramente oggettivo”.
da Baltazzar | Giu 27, 2011 | Chiesa, Testimonianze
Se non si capisce questo si finisce nel pelagianesimo: ridurre la fede a un proprio sforzo, a una propria introspezione o iniziativa, a un proprio percorso
di Antonio Socci
Tratto da Libero del 25 giugno 2011
Tramite il sito Lo Straniero, il sito web ufficiale di Antonio Socci
La scuola era appena finita e due adolescenti, Miriana e Ivanka, quel caldo pomeriggio del 24 giugno 1981, alle ore 17. 45, stavano facendo una passeggiata fuori del paese di Bijakovici, frazione di Medjugorje, comune di Citluk, provincia di Mostar: il posto più sperduto del mondo.
Come cominciò
Dimenticato dagli uomini certamente. Ma non da Dio che ama ciò che è piccolo e insignificante.
A un certo punto Ivanka si volta verso la collina sassosa del Podbrdo: vede qualcuno lassù, a duecento metri di distanza, è una giovane ragazza, ha un bimbo piccolo in braccio.
Cosa ci fa in quel luogo desolato, pieno di vipere? Lassù non va mai nessuno. Ivanka si sofferma un attimo, vede che ha una veste lunga e un velo: “Ma quella è la Madonna!”.
Mirjana neanche si gira: “eh sì, figurati se la Madonna non ha altro da fare che venire a vedere cosa facciamo noi”. Cresciute sotto un regime comunista non avevano neanche mai sentito parlare di apparizioni come Lourdes o Fatima.
Arrivati in paese incontrano altri amici, Ivanka dice di aver visto una ragazza sulla collina sassosa, tornano su: è ancora lì. Fa cenno con la mano di avvicinarsi. Sono incantati, ma c’è anche timore.
Quel giorno non le si avvicineranno. Lo faranno il giorno successivo alla stessa ora: è una ragazza di una bellezza senza eguali. E dolcissima.
I sei ragazzi sono felici. E raccontano a tutti quello che è accaduto, ciò che hanno visto e che lei ha detto loro. Nel villaggio non si parla d’altro.
La voce corre, raggiunge i paesi vicini e pure la polizia. Il regime comunista è durissimo con i ragazzi: li arresta, li minaccia, minaccia le loro povere famiglie, ma loro non rinnegheranno mai quello che hanno visto.
Cominciano ad accadere subito segni e prodigi. Le stesse commissioni mediche e scientifiche che studiano, anche con delle macchine, ciò che si verifica durante le apparizioni riconoscono che lì c’è un mistero inspiegabile.
Un piccolo borgo nel mondo
Perché accade lì? I posti così sono prediletti dalla “bellissima ragazza” che proprio in un borgo sperduto – Nazaret – aveva vissuto. E sono dei ragazzi semplici e normali che lei sceglie per le sue missioni (apparentemente) impossibili: salvare il mondo.
Perché da quel momento iniziò una vicenda che, trent’anni dopo, possiamo definire uno dei più grandi eventi della storia della Chiesa e dell’umanità.
Ma all’inizio il mondo non se ne accorse. Come duemila anni prima. In quei giorni di giugno del 1981 di cosa parlavano i giornali?
In Italia c’era appena stato l’attentato al Papa, il referendum sull’aborto ed era scoppiato lo scandalo della P2. Dalla crisi di governo uscì il primo esecutivo laico della storia repubblicana guidato da Spadolini.
In Francia il socialista Mitterrand vinse le presidenziali e formò un governo con quattro ministri comunisti. Era una novità storica.
Intanto – mentre il Papa era ancora in ospedale – all’Est le pressioni di Mosca sulla Polonia, per cancellare Solidarnosc, si facevano ogni giorno più forti. Breznev arrivò a paventare il rischio di uno scontro nucleare.
Infatti a dicembre 1981 Solidarnosc fu schiacciata. Nessuno poteva immaginare che solo otto anni dopo l’impero comunista sarebbe crollato.
Nel frattempo in Iran – fatto fuori Bani Sadr – presero definitivamente il potere gli ayatollah che dettero fuoco alla polveriera islamica in tutto il mondo.
Come si vede dunque erano settimane di durissimo scontro fra i blocchi, fra vecchi e nuovi poteri, nazionali e planetari.
Tutti pensano che a fare la storia siano gli stati, gli eserciti, il petrolio, i cannoni, i poteri finanziari ed economici.
Perciò quel 24 e 25 giugno nessun giornale o tv del mondo poteva immaginare che nel più oscuro villaggio della Bosnia stesse accadendo un avvenimento di enorme importanza. Eppure è così.
Da trent’anni là accadono cose stupende e a milioni accorrono alla ricerca di lei, la bellissima, la dolcissima, la meraviglia dell’universo. Cosa cercano? E cosa trovano?
La storia di Silvia
Lo fa capire bene, per esempio, la storia di Silvia Buso, una giovane padovana.
L’ho incontrata il mese scorso al Palasport di Firenze: c’era una giornata di preghiera dei gruppi di Medjugorije, circa 4 mila persone.
Io feci una testimonianza su quello che era accaduto alla mia Caterina e la visita di una delle veggenti di Medjugorie.
Alla fine mi si avvicinò questa ragazza bionda, alta, atletica: “anche io” mi disse “ho avuto una grande grazia a Medjugorije”.
Di lì a poco fece lei stessa una testimonianza. Come già aveva fatto a Medjugorije nel 2010, al festival della gioventù (c’è il video anche su internet, nel sito di Radio Maria).
Silvia ha 22 anni. Nell’autunno del 2006, a 16 anni, d’improvviso si ritrova paraplegica, inchiodata a una carrozzella: fino ad allora aveva fatto sport, nuoto, danza, aveva amici. Frequentava la terza liceo. Una vita normale.
Di colpo il buio. Le gambe non si muovevano più. E poi attacchi simil-epilettici. Una tragedia.
La sua era una famiglia cattolica, ma “la messa domenicale” racconta la ragazza “per me era perlopiù un’abitudine, non un atto d’amore”.
Anche con la malattia, partecipando il venerdì a un gruppo di preghiera, era così. Un giorno una signora del gruppo le dette una medaglietta della Madonna che la Vergine stessa aveva benedetto a Medjugorije.
Silvia la mise al collo. In aprile e maggio del 2007 si immerse nello studio per sostenere gli esami, ma si faceva portare ogni giorno al gruppo di preghiera perché solo lì trovava pace.
Il 20 giugno la sua dottoressa le dice che la settimana successiva non ci sarà perché deve accompagnare sua mamma a Medjugorije.
Silvia d’istinto le chiede di andare con lei. Arrivati, dopo la messa vengono a sapere che la sera Ivan avrebbe avuto un’apparizione straordinaria sul monte Podbrdo.
Silvia, sia pure con imbarazzo, accetta si farsi portare in braccio fin lassù: “Alle 20 arrivammo. Ho iniziato a pregare e quello per me è il primo ricordo di una preghiera fatta veramente con il cuore”.
Racconta: “Io non ho mai chiesto la mia guarigione perché mi sembrava una cosa troppo impossibile. Poco prima dell’apparizione il mio capogruppo mi disse di chiedere tutto quello che volevo alla Madonna perché lei avrebbe ascoltato tutti, sarebbe scesa dal cielo sulla terra. Allora le ho chiesto che mi desse la forza per poter accettare a 17 anni una vita in carozzina”.
Alle 22 è iniziata l’apparizione a Ivan: “io sulla mia sinistra ho visto una luce, era una luce bianca bellissima” dice Silvia.
“Finita l’apparizione non l’ho più vista, però mi sentivo chiamare da tutte le parti. Ma non ho detto niente a nessuno di ciò che mi stava accadendo. Loro mi hanno ripreso in braccio e dopo sono scivolata all’indietro per terra come svenuta.
Però non mi sono fatta niente. Io ricordo solo che mi sentivo come su un materasso morbidissimo e che c’era una voce dolcissima che mi parlava e mi calmava coccolandomi.
Dopo qualche minuto, non so quanti, ho aperto i miei occhi e a mio padre che piangeva ho detto che sentivo finalmente le gambe: papà sono guarita! Cammino!”.
Ed è stato così. “Io ricordo che c’era una mano tesa davanti a me e io nel volergliela afferrare mi sono ritrovata in piedi come se fosse la cosa più naturale. Il mattino dopo alle 4, 30 sono salita sulla montagna della croce, il Kriscevaz, con le mie gambe!”.
E’ guarita così. Ma oggi Silvia dice: “La grazia più grande che Dio mi ha fatto è stata la mia conversione e quella della mia famiglia. Il sentire l’amore di Dio e della Madonna: questa è per me è la cosa più bella e importante della mia vita”.
Silvia è timida, ma molto netta: “Con la conversione è come se Dio mi avesse acceso un fuoco dentro. Certo, il fuoco va sempre alimentato con la preghiera, il rosario, con l’eucaristia, la Santa messa e l’adorazione. E tutto ciò che chiede la Madonna a Medjugorije. E questo fuoco non si spegne. Questa per me è la cosa più bella”.
Bisogna chiedersi: cosa è mai questo “sentirsi teneramente amati” per attrarre milioni e milioni di persone e cambiare radicalmente le loro vite? Solo così si può cominciare a capire cosa sta accadendo a Medjugorije.
da Baltazzar | Giu 17, 2011 | Chiesa, Testimonianze
Cari amici,
sono don Antonello Iapicca, curo il sito “I segni dei tempi”. Vi sarete sicuramente accorti della nostra richiesta d’aiuto dal Giappone. Ed è per questo che vi scrivo davvero con il cuore in mano.
Mi trovo da una decina d’anni su un vero e proprio “fronte”dell’evangelizzazione… Il Vescovo mi ha affidato una zona periferica della città dove vivono circa 200.000 persone, tutte non cristiane, e dove non vi era alcuna presenza cattolica. Ho affittato una casa con una piccola sala, dove vivo con mia madre; da quando mio padre è andato in cielo, mia madre ha deciso di spendere la sua vecchiaia nella missione. In questa casa accolgo i giapponesi che conosco per strada, al supermercato, ovunque. A poco a poco posso annunciare il Vangelo, diventare amico, e, nel tempo, qualcuno desidera conoscere meglio il Signore, sino a chiedere il battesimo. Con me vi sono delle famiglie missionarie che, con i loro figli, sono i veri protagonisti di questa avventura meravigliosa. Ma, al di là della contabilità pastorale, il fascino della missione è sperimentare ogni giorno come attraverso la mia semplice presenza è Cristo stesso che si fa presente in mezzo ai giapponesi. Una missio ad gentes…..
Ma ora desidero entrare subito nella questione. Vi scrivo perché abbiamo bisogno di voi. In mezzo a tante difficoltà, qui in Giappone, nella totale precarietà, oggi più che mai, “Caritas Christi urget nos”! E l’urgenza passa attraverso i piccoli e pochi spazi che ci sono lasciati aperti dalla Provvidenza. Uno di questi è il Pellegrinaggio a Madrid per la Giornata Mondiale della Gioventù in agosto.
Nei ragazzi con e per i quali mi trovo in missione vedo i protagonisti di domani – ma anche di oggi – coloro che, nella scuola, ovunque, testimoniano il Signore risorto. Per far questo i nostri giovani hanno bisogno di radicarsi essi stessi sempre più in Cristo, essere formati, innamorarsi di Cristo. Questo pellegrinaggio è un’occasione irripetibile: andare con Pietro a fondare la propria vita in Cristo, radicarla nel suo amore. Questo pellegrinaggio è un investimento per il futuro di questo Popolo. Aiutare questi giovani significa salvare tantissime vite, dall’aborto, dal divorzio, dal suicidio. Il terremoto e lo tsunami, con quello che hanno significato, con l’erosione della speranza verso il futuro, ha conseguenze in tutto il Paese, non solo nelle zone colpite direttamente.
Per tutto questo, nel Nome del Signore Gesù Cristo, vi chiedo di aiutarci a trovare i fondi per affrontare le spese di questo pellegrinaggio. Con me in missione vi sono delle famiglie italiane e spagnole, che vivono facendo umili lavori, ma, soprattutto, di pura Provvidenza. Ma siamo poveri… Dalla zona di missione che il Signore mi ha affidato, dovrebbero partire una ventina di ragazzi; per ciascuno la spesa è di circa 1500 euro, per un totale di circa 30.000 eu. Qualcosa ci è già arrivato da persone di buon cuore. Ma ci manca ancora parecchio, nonostante i ragazzi cerchino in tutti i modi di risparmiare e lavorare nei momenti liberi; sono giovani encomiabili, si stanno impegnando e sacrificando, con lavori di sera e di notte per raggiungere la cifra che occorre, studiando come pazzi per poter prendere dei giorni di vacanza nelle varie scuole, giocandosi la faccia e anche l’impiego con i capi delle imprese dove lavorano per chiedere qualche giorno di ferie; tutto, pur di poter andare a Madrid. E’ commovente vedere in loro quanto zelo il Signore stia suscitando. Le famiglie, molto numerose, non possono aiutarli.
Sono persuaso che la Provvidenza abbia anche il volto di ciascuno di voi. Non busserei alla vostra porta se non fossi convinto dell’importanza di questo pellegrinaggio per i nostri ragazzi, e per la Chiesa stessa che è in Giappone. E’ una questione decisiva, ci troviamo in un momento storico e, a tutti i costi, sento dal Signore imprescindibile questo pellegrinaggio, per il bene della Chiesa, dell’evangelizzazione, per questi ragazzi, per il futuro della piccola comunità cattolica in Giappone.
Vi invio la brochure che ho preparato per la raccolta dei fondi, nella quale ho inserito un breve articolo che è stato pubblicato su Avvenire. Vi chiedo di presentare questa richiesta anche a persone che potrebbero essere sensibili. Sono sicuro che il Signore vi ispirerà. Non abbiamo bisogno di molto, se il Signore tocca il cuore alle persone tutto è possibile. Partecipare un pochino della missione, attraverso questo filo misterioso che ci lega attraverso internet, sarà fonte di grazie anche per ciascuno di voi. Attraverso di me è il Signore stesso che bussa alla vostra porta, ad offrirvi la possibilità di colmare di santità e benedizioni celesti la vostra vita.
Nel nome del Signore, dei ragazzi e delle loro famiglie vi ringrazio davvero di cuore per quanto farete: che Dio vi ricompensi con il centuplo in consolazioni, grazie, e miracoli.
Che Dio vi benedica
In Cristo Gesù
Antonello Iapicca Pbro
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da Baltazzar | Giu 17, 2011 | Chiesa, Testimonianze
Le testimonianze dei catechisti al Convegno ecclesiale della diocesi di Roma
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 15 giugno 2011
Una verifica che permetta di capire le difficoltà incontrate nella trasmissione della fede alle nuove generazioni e un mandato a testimoniare la gioia della fede in ogni ambito della vita.
Sono questi alcuni degli aspetti saliente emersi finora nel Convegno ecclesiale della diocesi di Roma dedicato all’iniziazione cristiana, il cui tema è stato tratto da un passo degli Atti degli Apostoli: “Si sentirono trafiggere il cuore. La gioia di generare alla fede nella Chiesa di Roma”.
L’appuntamento ecclesiale inaugurato il 13 giugno e in corso fino a giovedì conta su circa ottomila iscritti e riunisce gli operatori e i fedeli della diocesi con i loro pastori e il Vescovo di Roma, Benedetto XVI, che da quando è stato eletto alla Cattedra di Pietro ha preso parte a sette Convegni diocesani.
Il portavoce dell’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato di Roma, don Walter Insero, ha detto a ZENIT che un evento di questo tipo “permette di esercitare una corresponsabilità. I laici non sono solo dei collaboratori ma dei protagonisti a pieno titolo. Non soltanto i ministri ma anche il laicato ha un ruolo decisivo in questa grande missione”.
Questi Convegni diocesani, ha aggiunto, costituiscono un momento di scambio in cui “è possibile parlare al cuore e all’intelligenza perché possa maturare una fede adulta”. Insomma, una “esperienza di comunione, di incontro e di condivisione dell’avventura da portare a tutte le parrocchie”.
Ad inaugurare l’evento lunedì nella Basilica di San Giovanni in Laterano è stato Benedetto XVI che ha riconsegnato idealmente il Catechismo della Chiesa Cattolica ai presenti “affinché la Chiesa di Roma possa impegnarsi con rinnovata gioia nell’educazione alla fede”.
Dopo l’incontro con il Papa, monsignor Andrea Lonardo, direttore dell’Ufficio catechistico diocesano, ha letto una relazione con le risposte a un questionario inviate da 214 parrocchie e cappellanie, che è servita a scattare una fotografia dell’iniziazione cristiana nella diocesi, anche se con la consapevolezza che i numeri in tema di spiritualità sono soltanto orientativi.
Le risposte dai parroci riguardano l’iniziazione cristiana dei giovani e degli adulti, con dati sui battezzati adulti, sulle coppie di laici catechisti, sulle persone che chiedono il battesimo generalmente ex sessantottine o provenienti da altre religioni, oppure sulle conversioni che anche nella città di Roma possono essere molto pericolose.
Insomma le cresime, i battesimi, le nozze e gli itinerari spirituali, i ragazzi, gli adolescenti e le famiglie e il desiderio nelle parrocchie di una nuova evangelizzazione: luci e ombre, anche nei numeri, di non facile interpretazione, ma che dimostrano un grande desiderio di parlare di iniziazione cristiana.
Nella seconda giornata, martedì 14, sempre nella Basilica di San Giovanni gremita ma senza le misure di sicurezza del primo giorno, due coppie di sposi e un viceparroco hanno raccontato la loro esperienza di formatori accanto a bambini, ragazzi, adulti e famiglie.
I primi a parlare sono stati Paolo e Francesca della Parrocchia di S. Francesca Romana, catechisti di otto adulti dai 28 ai 50 anni – 5 atei, un musulmano, un ebreo e un’evangelica non battezzata – che nel giro di poco tempo hanno poi scelto di essere battezzati.
Al di là del primo disorientamento iniziale, i due hanno indicato di aver centrato tutto sull“incontro con la Parola di Dio, con la storia d’amore e di salvezza che Dio ha intessuto con il popolo di Israele e che diventa storia con ognuno di noi”.
“Molto significativo – hanno raccontato – è stata una giornata di ritiro con loro interamente dedicata al significato di quella croce di Cristo con cui sarebbero stati segnati sui sensi durante il rito e che da quel momento sarebbe diventato il loro segno, ‘porta’ di ogni preghiera elevata a Dio”.
“Importantissimo è stato insegnare loro quanto fosse necessario iniziare la giornata con il vangelo del giorno, dedicando anche solo 5 minuti alla preghiera fatta con il cuore, come a sintonizzarsi sotto lo sguardo paterno di Dio impegnandoci tutti ad essere fedeli a questo momento”.
E’ poi stata la volta di Sandro ed Elvira Cescon, sposati da 31 anni, che da circa 15 anni fanno parte del gruppo di catechisti del Battesimo nato nel 1996 nella Parrocchia della Trasfigurazione.
Attingendo alla loro esperienza, Sandro ha sottolineato l’importanza della celebrazione del Battesimo nella messa domenicale: “il Battesimo, infatti, viene dato nella fede della Chiesa che tutti insieme professiamo e non semplicemente nella fede dei genitori o dei catechisti. Proprio la sua collocazione nell’Eucarestia domenicale fa risplendere il fatto che esso non è un sacramento intimo che riguarda la cerchia dei parenti e amici, ma un evento liturgico e comunitario”.
“Da subito – ha raccontato – emerse anche la necessità di educare alla preghiera i genitori dei bambini. Così, dietro il consiglio di un sacerdote che si chiamava don Lucas, abbiamo iniziato a proporre ai genitori di fare il segno della croce sulla fronte del bambino al momento della buonanotte, soffermandosi anche a dire brevi parole di ringraziamento sul giorno che si chiudeva”.
“Altri momenti di preghiera che proponiamo – ha continuato – sono legati al momento in cui si pone nella camera del bambino l’immagine della Madonna, al momento in cui si comincia ad insegnargli la preghiera con l’angelo custode, al momento delle prime visite in chiesa, eccetera.
A prendere la parola è stato poi padre Maurizio Botta dell’Oratorio di San Filippo Neri, viceparroco della Chiesa Nuova, il quale ha ricordato che i bambini hanno la capacità di capire le cose riguardanti la fede anche quando sono trattate con serietà. “Se è vero che la catechesi non è una lezione, è altrettanto vero che Gesù non è una favola, è una cosa seria. I bambini non maturano se Gesù viene banalizzato. Non hanno bisogno di parole come ‘gioia, allegria, arcobaleno’ e così via”.
“Mi ricordo con orrore – ha raccontato – di un testo per ragazzi delle cresime che aveva una pagina con un racconto intitolato ‘Ninetto l’aviogetto’. Una cosa così un ragazzo te la tira dietro! I bambini ed i ragazzi hanno invece bisogno di capire la straordinaria novità del cristianesimo”.
“Io utilizzo sempre, fin dall’inizio, uno schema grafico semplicissimo fatto alla lavagna, senza ‘effetti speciali’ che, in maniera sintetica mostra fin dal primo incontro come partendo dall’uomo come persona ‘capace di Dio’ si possa arrivare a dire il cuore della nostra Fede: Gesù Cristo, Vero Dio e Vero Uomo che ci svela il Mistero di Dio come Padre e Figlio e Spirito Santo”.
“E’ importante annunziare ai bambini fin dall’inizio che l’uomo è l’unico essere che cerca Dio, che l’uomo è l’unico essere libero a cui non basta tutta la terra – ha evidenziato padre Botta –. Parlo loro in termini positivi dell’arte, della scienza, della filosofia, ma mostro loro anche come tutto questo all’uomo non basti”.
“Insieme voglio che comprendano fin dall’inizio che senza la Libertà di Dio, che vuole farsi conoscere dall’uomo, l’uomo mai potrebbe conoscere Dio – ha concluso –. E spiego loro che la fede della Chiesa annuncia che questo Dio è venuto incontro alla nostra sete inesauribile”.
da Baltazzar | Giu 16, 2011 | Chiesa sofferente, Testimonianze
In carcere i giorni e le notti sono uguali. Non so più dire che cosa provo. Paura, questo è sicuro… ma non mi opprime più come all’inizio. I primi giorni arrivava a farmi battere un tamburo in petto. Ora si è un po’ calmata. Non è più un soprassalto continuo. Le lacrime no, non mi hanno mai lasciata. Scendono a intervalli regolari. I singhiozzi, invece, sono cessati. Le lacrime sono le mie compagne di cella. Mi dicono che non mi sono ancora arresa, mi dicono che sono vittima di un’ingiustizia, mi dicono che sono innocente.
Non so molto del mondo al di fuori del mio villaggio. Non ho studiato, ma so che cosa è bene e che cosa è male. Non sono musulmana, ma sono una buona pakistana, cattolica e patriota, devota al mio Paese come a Dio. Abbiamo amici musulmani. Non ci sono mai stati problemi. E anche se non abbiamo avuto sempre vita facile, abbiamo il nostro posto. Un posto di cui ci siamo sempre accontentati. Quando si è cristiani in Pakistan, ovviamente bisogna tenere gli occhi un po’ più bassi. Certi ci considerano cittadini di seconda categoria. A noi sono riservati lavori ingrati, mansioni umili. Ma il mio destino non mi dispiaceva. Prima di tutta questa storia ero felice con i miei, laggiù a Ittan Wali. Oggi sono come tutti i condannati per blasfemia del Pakistan.
Che siano colpevoli o no, la loro vita viene stravolta. Nel migliore dei casi stroncata dagli anni di carcere. Ma il più delle volte chi è condannato per l’oltraggio supremo, che sia cristiano, indù o musulmano, viene ucciso in cella da un compagno di prigionia o da un secondino. E quando è giudicato innocente, cosa che capita assai di rado, viene immancabilmente assassinato appena lascia il penitenziario. Nel mio Paese l’accusa di bestemmiatore è indelebile. Essere sospettati è già un crimine agli occhi dei fanatici religiosi che giudicano, condannano e uccidono in nome di Dio. Eppure Allah è solo amore. Non capisco perché gli uomini usino la religione per fare il male. Mi piacerebbe credere che prima di essere esponenti di questa o quella religione siamo anzitutto uomini e donne. In questo momento mi rammarico di non saper né leggere né scrivere. Solo ora mi rendo conto di quale enorme ostacolo sia. Se sapessi leggere, oggi forse non mi ritroverei chiusa qui dentro. Sarei senz’altro riuscita a controllare meglio gli eventi. Invece li ho subiti, e li sto subendo tuttora. Secondo i giornalisti, 10 milioni di pakistani sarebbero pronti a uccidermi con le loro mani.
A chi mi eliminerà, un mullah di Peshawar ha addirittura promesso una fortuna: 500.000 rupie. Da queste parti è il prezzo di una bella casa di almeno tre stanze, con tutti i comfort. Non capisco questo accanimento. Io, Asia, sono innocente. Comincio a chiedermi se, più che una tara o un difetto, in Pakistan essere cristiani non sia diventato semplicemente un crimine. Il mio unico desiderio, in questa minuscola cella senza finestre, è quello di far sentire la mia voce e la mia rabbia. Voglio che il mondo intero sappia che sto per essere impiccata per aver aiutato il prossimo.
Sono colpevole di avere manifestato solidarietà. Il mio torto? Solo quello di avere bevuto dell’acqua proveniente da un pozzo di alcune donne musulmane usando il «loro» bicchiere, quando c’erano 40 gradi al sole. Io, Asia Bibi, sono condannata a morte perché avevo sete. Sono in carcere perché ho usato lo stesso bicchiere di quelle donne musulmane. Perché io, una cristiana, cioè una che quelle sciocche compagne di lavoro ritengono impura, ho offerto dell’acqua a un’altra donna. Voglio che la mia povera voce, che da questa lurida prigione denuncia tanta ingiustizia e tanta barbarie, trovi ascolto. Desidero che tutti coloro che mi vogliono vedere morta sappiano che ho lavorato per anni presso una coppia di ricchi funzionari musulmani. Voglio dire a chi mi condanna che per i membri di quella famiglia, che sono dei buoni musulmani, il fatto che a preparare i loro pasti e a lavare le loro stoviglie fosse una cristiana non era un problema. Ho passato da loro 6 anni della mia vita, ed è per me una seconda famiglia, che mi ama come una figlia!
Sono arrabbiata con questa legge sulla blasfemia, responsabile della morte di tanti ahmadi, cristiani, musulmani e persino indù. Da troppo tempo questa legge getta in prigione degli innocenti, come me. Perché i politici lo permettono? Solo il governatore del Punjab, Salman Taseer, e il ministro cristiano per le Minoranze, Shahbaz Bhatti, hanno avuto il coraggio di sostenermi pubblicamente e di opporsi a questa legge antiquata. Una legge che è in sé una bestemmia, visto che semina oppressione e morte in nome di Dio. Per avere denunciato tanta ingiustizia questi due uomini coraggiosi sono stati assassinati in mezzo alla strada. Uno era musulmano, l’altro cristiano. Tutti e due sapevano che stavano rischiando la vita, perché i fanatici religiosi avevano minacciato di ucciderli. Malgrado ciò, questi uomini pieni di virtù e di umanità non hanno rinunciato a battersi per la libertà religiosa, affinché in terra islamica cristiani, musulmani e indù possano vivere in pace, mano nella mano. Un musulmano e un cristiano che versano il loro sangue per la stessa causa: forse in questo c’è un messaggio di speranza. Supplico la Vergine Maria di aiutarmi a sopportare un altro minuto senza i miei figli, che si chiedono perché la loro mamma sia improvvisamente sparita di casa. Dio mi dà ogni giorno la forza di sopportare questa orribile ingiustizia. Ma per quanto ancora?
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Asia Bibi
da Avvenire