L'audacia di un Papa

di Vittorio Messori

Pur impegnato a fondo ogni giorno come vaticanista de  il Giornale,   l’ancor  giovane Andrea Tornielli pubblica libri da storico professionista: volumi imponenti e rigorosi, con ampi corredi bibliografici e fonti spesso inedite. Tra questi, un paio di anni fa, per Mondadori, un Pio XII tradotto in varie lingue. In effetti, lontano da invettive e indignazioni, ma con la forza dei documenti, Tornelli sgretolava le “leggende nere“ create ad arte su quel grande pontefice, molti anni dopo una morte  che era stata accompagnata dall’omaggio riconoscente e unanime delle comunità ebraiche e dei governanti israeliani. Dopo il papa diffamato,  ecco ora il papa incompreso. Dopo il Pastor angelicus (come fu chiamato, sulla scorta dei motti attribuiti ai papi dallo pseudo Malachia), ecco colui che nell’immaginario corrente è una sorta di “Amleto bresciano“, uomo di dubbi ed esitazioni più che di certezze e di decisioni. Anche qui –in più di settecento, fitte pagine, ancora per i tipi di Mondadori- Tornielli smonta molti clichés e pregiudizi attorno a Paolo VI. Non a caso, in copertina, sotto il nome del biografato, il sottotitolo dice: <<L’audacia di un papa>>.

Il pontificato di Giovanni Battista Montini è  stato non solo largamente incompreso  ma anche quasi dimenticato, come schiacciato da coloro che lo hanno preceduto e seguito sul trono di Pietro. Successore, infatti  di Giovanni XXIII, il “papa buono“ per eccellenza, nella voce popolare; ma anche predecessore di colui che, subito dopo la morte, fu acclamato dal mondo come “Karol il Grande“. Straordinari carismi di due straordinarie figure, alle quali Montini poteva opporre solo doti meno comprese dalle folle: la discrezione, la sobrietà, la modestia, l’attitudine all’ascolto, il gusto della meditazione, la vastissima cultura non soltanto religiosa, il rispetto delicato per ogni persona. Non solo: Paolo VI  è stato (ed è tuttora) incompreso e magari avversato sia da sinistra che da destra. Per dirla con Tornielli: <<I progressisti lo sospettano di avere tarpato le ali al Concilio, soffocandone le speranze e frenandone gli slanci, mentre i conservatori gli attribuiscono la responsabilità della crisi della Chiesa, della riforma  liturgica, della fuga in massa di preti e suore, della caduta delle vocazioni>>.

In realtà, la tempra  dell’uomo, la mente lucida, la mano decisa  pur dietro modi cortesi e apparenze soft, sono testimoniate da un’impresa di portata storica. Papa Roncalli aveva indetto il Vaticano II seguendo, disse, una ispirazione dall’Alto, ma contando su uno svolgimento di pochi mesi e sulla approvazione all’unanimità degli schemi preparati dalla Curia romana. Alla fine, a suggello dei lavori, Giovanni XXIII aveva previsto -e va ricordato a chi ne deforma la personalità vera, spacciandolo per “progressista“- la proclamazione, per acclamazione, della santità di Pio IX, di  colui cioè che aveva dovuto interrompere, per l’aggressione risorgimentale, il Concilio  che  solo ora si portava  a compimento. In realtà gli schemi approvati e proposti  da Roncalli e Ottaviani  furono, a sorpresa, respinti dall’assemblea conciliare (il giovane teologo  Joseph Ratzinger fu tra coloro che si segnalarono per il netto rifiuto), i mesi diventarono anni e l’unanimità prevista si rovesciò in  duri confronti  tra opposte fazioni. Quando Roncalli morì, dopo la prima sessione, un cardinale osservò: << Ha lasciato porte e finestre spalancate a ogni vento, non c’è da invidiare chi dovrà cercare di chiuderle>>. Quel compito ingrato toccò al presunto “amletico  Montini“, il quale  non solo seppe governare  la barca della Chiesa tra i flutti della contestazione clericale  e del Sessantotto laico, ma riuscì addirittura a concludere i lavori conciliari con quella unanimità che era sembrata utopica. Una concordia che si ruppe subito dopo, non soltanto nel confronto tra le due ali estreme, ma anche nello sconcerto, nella caduta della tensione spirituale, nella confusione dottrinale che parvero contaminare la Chiesa intera. Qui pure, però –e Tornielli lo mostra in modo inequivocabile- Montini  sofferse, ma non subì rassegnato gli eventi, fece il possibile per governare la transizione, mai cedendo là dove la fede stessa era minacciata.

Alla pari di papa Giovanni, anche per lui il “dialogo“ non era un fine ma uno strumento per il rilancio della evangelizzazione. Apertura al mondo sì, ma per favorire la missione agli uomini moderni. Papa “di sinistra“? Alla tradizione familiare antifascista univa un saldo anticomunismo: una DC “alla De Gasperi“, che governasse da sola, sarebbe stato il suo ideale e solo in nome della Realpolitik, come necessità impostadai tempi accettò l’apertura ai socialisti. Singolare “progressista“ che, appena eletto, si affretta a togliere le censure imposte da papa Giovanni a padre Pio, icona del cattolicesimo pre-conciliare,  e che definisce <<sconsiderato>> (pur affermando di volergli bene) don Primo Mazzolari, esaltato come profeta dalla contestazione ecclesiale. Uomo, comunque, che la  bontà porta a pregare per la salvezza eterna di Pasolini, a mandare una privatissima lettera manoscritta a Pietro Nenni dopo la morte della moglie, ad annunciare dalla finestra le sue orazioni per Togliatti colpito da ictus in Crimea, a soffrire anche fisicamente per ogni guerra e miseria.

Contro i teorici del “declino“ del cattolicesimo, molti storici imparziali osservano che gli undici papi succedutisi da Pio IX sono state, tutte, figure non solo di grande rilievo culturale ma anche di esemplari virtù umane e cristiane: in effetti, alcuni già sono beati e santi e altri lo diverranno. Paolo VI figura degnamente in questa serie straordinaria: lo confermano queste fitte pagine di Tornielli, dove la precisione dello storico convive con il gusto per l’aneddoto del giornalista.

© Corriere della Sera

Luglio ’43, Hitler voleva eliminare Pio XII

Sono ormai molte e spesso contraddittorie le voci di piani nazisti per ‘allontanare’ Papa Pacelli dalla Santa Sede nelle ultime fasi del secondo conflitto mondiale. Ne aveva parlato nel ´72 l’ex-generale delle Ss Karl Wolf, scomparso nell’84 riferendo il contenuto del suo incontro con il Santo Padre avvenuto il 10 maggio del ’44. Poco attendibile il suo racconto, privo di riscontri. Più concrete le voci di un piano organizzato dal Reichssicherheitsamt (Quartier generale per la sicurezza del Reich) di Berlino dopo il 25 luglio ’43. Avvenire ha raccolto dagli eredi dei protagonisti testimonianze e visionato documenti. Una fonte diretta ci è arrivata dal figlio di uno dei personaggi chiave, Niki Freytag von Loringhoven, oggi lucidissimo 72enne, che abbiamo incontrato a Monaco dove risiede e con il quale ci siamo intrattenuti a lungo. La vicenda si è svolta a Venezia e ha avuto come teatro il mitico l’hotel Danieli ed il Lido.

L’autorizzazione a recarsi in volo a Venezia era stata firmata dal responsabile del Comando supremo della Wehrmacht, generale Wilhelm Keitel, impiccato a Norimberga il 16 ottobre ´46. A bordo dell’Heinkel He 111 della Luftwaffe atterrato nel pomeriggio del 29 luglio ´43 nella laguna si trovavano il capo dell’Ausland/ Abwehr (controspionaggio) ammiraglio Wilhelm Canaris e due colonnelli della sezione II (sabotaggio), Erwin von Lahousen e Wessel Freytag von Loringhoven. Canaris aveva avanzato un’ottima motivazione per la ‘gita’ nella città lagunare: saggiare la fedeltà degli italiani al Patto d’Acciaio dopo l’arresto di Mussolini avvenuto 4 giorni prima. Ma non solo. A Venezia Canaris e i suoi due accompagnatori avrebbero incontrato il capo del Sim (Servizio informazioni militari) generale Cesare Amé. Tra Amé e Canaris esisteva da tempo un rapporto di reciproca stima. S’erano già incontrati sempre a Venezia all’hotel Danieli. Canaris arrivava in volo da Berlino e Amé in auto da Roma.

Ambedue nutrivano ben poca simpatia per i rispettivi regimi anche se si vedevano costretti a collaborare. Nel diario di servizio del colonnello von Lahousen si legge: «29.07.43: partenza in volo per Venezia con il Capo del Servizio (Canaris) e il colonnello Freytag per un incontro con il gen. Amé, capo del controspionaggio italiano». Ed ancora: «31.07.43: Ritorno dal viaggio di servizio a Venezia». Sia Canaris che von Loringhoven e von Lahousen avevano raccolto presso il Reichssicherheitsamt, sede della Gestapo a Berlino, voci concrete sulla volontà del Führer di vendicarsi degli italiani che avevano arrestato Mussolini colpendo il Re e il Papa. Deportazione o morte erano le parole che i tre esponenti del controspionaggio avevano sentito pronunciare. In una deposizione al processo di Norimberga il 1° febbraio del ’46 Lahousen ha fornito anche dei particolari riportati a verbale sotto il titolo Warnreise. Testimony 1330­1430. Lahousen ha riferito sempre a Norimberga anche la reazione di Freytag von Loringhoven: «Èuna vera vigliaccheria! Bisognerebbe avvertire gli italiani!». Infatti, sempre secondo Lahousen, lo scopo prioritario del volo a Venezia consisteva soprattutto in questo. Far sapere agli italiani i progetti di Hitler verso il re e papa Pacelli. L’incontro avvenne come sempre in una sala riservata dell’hotel Danieli. I due parlarono a lungo ma nulla è trapelato dei loro scambi d’opinione. Nel pomeriggio del 30 luglio Amé e i due colonnelli passeggiarono a lungo al Lido e qui l’avvertimento dei progetti nazisti nei confronti di Pio XII fu l’argomento centrale dei colloqui.

Quello stesso giorno Mussolini era già prigioniero a Ventotene ma la sua eventuale liberazione, tanto anelata da Hitler, non sembrava interessare nessuno dei tre. E infatti Amé non ne parlò. Sarebbe rimasto in carica solo ancora per una paio di settimane (fino al 18 agosto ´43) per essere quindi sostituito dal generale Giacomo Carboni. Siamo nel mezzo dei famosi 45 giorni di incertezza e ambiguità (25 luglio – 8 sett. ´43). Amé rientrato a Roma fece spargere la voce sui nefasti progetti di Hitler verso il re e Pio XII. Voci che giunsero ben presto anche all’ambasciatore del Reich presso la Santa Sede Ernst von Weisäcker, che si precipitò a chiedere informazioni a 360 gradi. Come riferisce nel suo libro Erinnerungen (Ricordi) del 1950, iniziò con il feldmaresciallo Kesserling, quindi con Kappler a Roma, con Wolf a Milano, a Berlino presso l’ufficio di Martin Bormann, capo della segreteria di Hitler, ed infine chiese spiegazioni allo stesso Canaris. Probabilmente il capo del controspionaggio tedesco non poté non sorridere a tale richiesta. Tutti si dissero all’oscuro di tali piani ma ormai le voci erano pubbliche e i progetti segreti per colpire il re ed il Santo Padre ormai di dominio pubblico e quindi da abbandonare. Tutto finì lì. Dei tre passeggeri atterrati a Venezia il 29 luglio ´43, solo von Lahousen è sopravvissuto al terrore nazista.

Trasferito sul fronte orientale al rientro da Venezia, il 1° agosto del ’43, riuscì a sfuggire alle retate contro i congiurati del 20 luglio ´44 (attentato fallito di von Stauffenberg contro Hitler) e fu fatto prigioniero dagli americani. Il servizio segreto inglese lo interrogò per alcuni mesi e quindi fu liberato. Canaris fu arrestato 3 giorni dopo l’attentato di von Stauffenberg e impiccato nel campo di concentramento di Flossenburg il 9 aprile ´45. Il terzo passeggero, il barone Wessel Freytag von Loringhoven, il 26 luglio ´44, avvertito che la Gestapo stava venendo ad arrestarlo e ben conoscendo i metodi di interrogatorio a cui sarebbe andato incontro, preferì suicidarsi con la pistola d’ordinanza. Aveva 45 anni a lasciava quattro figli in giovane età. A fianco, una foto dell’incontro di Venezia: Cesare Amé (a destra) assieme a Wessel Freytag von Loringhoven. Le foto furono scattate da Erwin von Lahousen (in alto al centro) con la sua Leica, ma sviluppate solo molti anni più tardi. In alto a destra in divisa ancora von Loringhoven all’epoca dei fatti di Venezia, sulla sinistra invece Wilhelm Canaris, capo del servizio di controspionaggio tedesco.


Da Monaco di Baviera Diego Vanzi per Avvenire

“Papa Pio XII è stato un vero eroe della II Guerra Mondiale”

La Fondazione Pave the Way scopre 2.300 pagine di nuovi documenti

NEW YORK, lunedì, 15 giugno 2009 (ZENIT.org).- La Fondazione Pave the Way (PTWF), con base a New York, ha annunciato la scoperta di più di 2.300 pagine di documenti originali risalenti agli anni compresi tra il 1940 e il 1945.

I testi sono stati rinvenuti nel corso degli studi sul pontificato di Pio XII e da una loro prima analisi emergono ulteriori prove sull’intervento di Papa Pacelli nel salvataggio di numerosi ebrei dall’Olocausto.

Il presidente della Fondazione, Gary Krupp, ha affermato in un comunicato inviato a ZENIT che “per sostenere la nostra missione di identificare ed eliminare gli ostacoli tra le religioni, la PTWF si è impegnata in un progetto di ricerca privata pluriennale per diffondere le azioni del Vaticano durante la II Guerra Mondiale”.

“Con oltre 1.000 libri scritti sul tema – ha aggiunto – , è diventato dolorosamente ovvio che questa controversia non verrà mai risolta, anche dopo l’apertura degli Archivi Segreti Vaticani fino al 1958”.

La scoperta dei nuovi documenti è avvenuta in un monastero di Avellino. E’ possibile e anche probabile che molti altri documenti fondamentali possano trovarsi in diocesi maggiori.

Il rappresentante tedesco della PTWF Michael Hesemann ha analizzato alcuni documenti dell’Archivio Segreto Vaticano, attualmente aperto fino al 1939, e in essi ha ritrovato molti esempi “delle azioni dirette e del ministero pastorale di Eugenio Pacelli (Pio XII) per salvare gli ebrei dalla tirannia nazista”.

Ugualmente, ci sono “prove documentate” della “diretta intercessione di Pacelli per difendere gli ebrei della Palestina dai Turchi ottomani nel 1917 e del suo incoraggiamento a istituire una patria ebraica in Palestina nel 1925”.

“Poiché la storia presunta è stata la giustificazione per odio, vendette e guerre, gli storici non hanno la responsabilità morale fondamentale di ristabilire la verità?”, chiede Gary Krupp.

Il presidente della Fondazione Pave the Way si è detto “deluso” dall’influenza di molti sedicenti storici che “hanno fallito nel ricercare le prove relative a questo periodo e sono rimasti in silenzio quando i fanatici hanno manipolato la verità”.

“Se la PTWF, come ricercatrice amatoriale, può scoprire tante informazioni, com’è possibile che dei cosiddetti storici e delle istituzioni accademiche abbiano permesso che la valutazione di Pio XII, che dura da 46 anni, non sia stata sfidata, influenzando le opinioni di più di un miliardo di persone?”.

In generale, la risposta accademica su questo vuoto storico, ricorda la Fondazione, afferma che ci si “riserva il giudizio di Pacelli fino a che il Vaticano non aprirà la sezione che abbraccia pienamente il pontificato di Pio XII”.

Gli onori e la gratitudine nei confronti di Papa Pio XII si sono radicalmente trasformati nel 1963 dopo la rappresentazione dell’opera teatrale “The Deputy” di Rolf Hochhuth.

“Attraverso delle testimonianze confermate – ricorda la PTWF –, abbiamo scoperto che quest’opera era parte di un piano del KGB che mirava a distruggere la reputazione della Chiesa cattolica”.

“Secondo le nostre ricerche imparziali, e sulla base delle moltissime prove che abbiamo scoperto, la conclusione innegabile è che Papa Pio XII è stato un vero eroe della II Guerra Mondiale”, afferma Gary Krupp.

“Probabilmente ha salvato più ebrei di tutti i leader politici e religiosi del mondo insieme. Nel vero spirito dell’eroismo, inoltre, ha fatto tutto ciò con la diretta minaccia dei fucili tedeschi puntati ad appena 200 metri dalle sue finestre”, ha concluso.

Per ulteriori informazioni e per la consultazione dei documenti: www.ptwf.org

Un Rabbino americano chiede la canonizzazione di Pio XII

Nella prefazione all’ultimo libro di suor Margherita Marchione

di Antonio Gaspari


ROMA, venerdì, 12 giugno 2009 (ZENIT.org).- E’ un Rabbino statunitense, fino al settembre del 2008 aveva sollevato dubbi sull’idoneità per la beatificazione di Pio XII, mentre adesso prega per il Pontefice e propone di riconoscere Papa Pacelli come santo

Nella prefazione all’ultimo libro di suor Margherita Marchione, “Papa Pio XII. Un antologia di testi nel 70° anniversario dell’incoronazione”, edito in italiano e inglese dalla Libreria Editrice Vaticana, il Rabbino americano Erich A. Silver del Temple Beth David in Cheshire, responsabile per il miglioramento delle relazioni tra Giudaismo e Chiesa Cattolica, racconta il perchè del suo cambio di opinione.

“Credevo – ha scritto Silver nella prefazione al libro della Marchione – che poteva fare di più. Volevo sapere se, infatti, fosse stato un collaboratore, un antisemita passivo, mentre milioni furono uccisi, alcuni in vista del Vaticano”.

Poi – ha raccontato il Rabbino – nel mese di settembre del 2008 venne a Roma, invitato da Gary Krupp a partecipare ad un simposio organizzato dalla Pave The Way Foundation, in cui si voleva esplorare il ruolo di Pio XII durante l’Olocausto.

In quell’occasione il Rabbino Silver conobbe suor Marchione e una cinquantina tra, Rabbini, sacerdoti, studiosi e giornalisti che avevano studiato e indagato a fondo sul tema.

Per Silver, quel simposio è stata una folgorazione: “Le prove che ho visto – ha scritto – mi hanno convinto che la sua sola motivazione (di Pio XII ndr) è stata di salvare tutti gli ebrei che poteva”.

E l’immagine negativa contro Pio XII? Secondo Silver, tutto è cominciato con la pubblicazione del libro “The Deputy” con la diffusione di bugie e l’abitudine a non indagare i fatti storici. Così molte persone sono diventate “strumento di coloro che detestano Pio XII perchè fu sempre anticomunista”.

“E’ da notare – ha rilevato Silver – che, dopo la fine della guerra, e fino alla sua morte gli ebrei lo hanno lodato continuamente riconoscendolo come salvatore”.

“Io spero – ha auspicato il Rabbino – che la canonizzazione di Papa Pio XII possa procedere speditamente, affinché non solo i cattolici, ma tutto il mondo possa conoscere il bene compiuto da quest’uomo di Dio”.

Nella parte finale della sua introduzione al libro della Marchione, Silver ha ricordato che nel 50° anniversario della morte di Pio XII, nella predica di Yom Kippur, “ho parlato del bisogno che c’è di correggere gli sbagli fatti nel passato. Dopo tutto, Eugenio Pacelli è un amico speciale di Dio – un santo. Tocca a noi riconoscere questo fatto”.

Intervistata da ZENIT suor Margherita Marchione, conosciuta come “Fighting Nun” (la suora che combatte), autrice di oltre 15 libri sulla figura di Pio XII, ha ricordato di aver conosciuto e incontrato Papa Pacelli nell’estate del 1957, quando venne in Italia per condurre una serie di ricerche sul poeta Clemente Rebora.

Per suor Margherita, Pio XII è la più grande personalità dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale. “Questo Papa – ha detto a ZENIT – nel silenzio e nella sofferenza, senza armi e senza eserciti, riuscì a salvare tante vite umane e ad alleviare tante pene. E’ la verità storica”.

Suor Margherita ha dimostrato che Pio XII fu nemico acerrimo dei nazisti e dei comunisti.

Come ha scritto monsignor Fulton J. Sheen, “il Vaticano è stato tacciato di comunismo dai nazisti, di nazismo dai nazisti, di antifascismo dai fascisti, ma in realtà si oppone a ogni ideologia antireligiosa”.

In merito al rapporto con gli ebrei, suor Margherita può dimostrare che “Pio XII ha salvato più ebrei di qualsiasi altra persona inclusi Oskar Schindler e Raoul Wallemberg”.

“Durante la guerra – ha aggiunto – Pio XII ha fatto di più di qualsiasi altro capo di stato come il presidente americano Franklin Roosevelt oppure Winston Churchill i quali potevano servirsi di mezzi militari. L’unico capo mondiale che ha salvato migliaia di ebrei è stato Pio XII, il quale non aveva mezzi militari”.

“Per questo motivo – ha concluso la religiosa – Pio XII merita di essere riconosciuto come beato” .

Pio XII, operazione verità

Che ci sia stata cattiva co­scienza storica su Pio XII, più va avanti il dibattito più ap­pare evidente; proprio per questo In difesa di Pio XII, l’agile saggio cura­to da Giovanni Maria Vian sposta la questione: per lo storico è impor­tante adesso spiegare non tanto e non più l’infondatezza del giudizio riservato a questo Pontefice, quanto perché sia nata la leggenda nera che vuole Papa Pacelli nientemeno che il «Papa di Hitler».

Il libro, edito da Marsilio, è stato presentato a Roma alla presenza degli autori che hanno offerto il loro contributo e del Segretario di Stato Vati­cano, il cardinale Tarcisio Bertone, per il quale è in­giusto « per una cattiva co­scienza storica ridurre un Papa della statura di Pio XII, per gli atti che ha compiuto e per la visione complessiva che aveva della Chiesa, in un angolo così ristretto per i suoi presunti silenzi».

Per Giovanni Maria Vian, storico e direttore dell’Os­servatore Romano, il rovesciamento d’immagine di Papa Pacelli si spiega in due modi: per la sua scelta anti­comunista e per la contrapposizio­ne che si crea con il suo successore, Giovanni XXIII, che non fu il Papa di transizione che tutti avevano credu­to. «La questione del silenzio del Pa­pa – afferma Vian – è diventata pre­ponderante, spesso tramutandosi in polemica accanita. Così l’intermi­nabile guerra sul suo silenzio ha fi­nito per oscurare l’obiettiva rilevan- za di un pontificato importante, an­zi decisivo nel passaggio dall’ultima tragedia bellica mondiale a un’epo­ca nuova».

La cattiva coscienza ha perfino (fat­to insolito trattandosi di un elemen­to così complesso) una data di na­scita che corrisponde con la messa in scena di quell’indigesto dramma di Rolf Hochhuth, Der Stellvertre­ter( «Il Vicario»), che, dopo Berlino, fu messo in scena in mezza Europa. Ne­gli anni Sessanta, però, nasce anche un moda culturale che – dice Ro­berto Pertici – «tra mille virgolette può chiamarsi progressista.

La po­sta in gioco non era Pio XII – spiega – ma il ruolo della Chiesa nella sto­ria contemporanea, per cui gli equi­voci creati dalla cattiva coscienza ser­vivano a mettere in una lista tutto quanto avrebbe favorito il progresso e in un’altra, invece, quello e quelli che l’avrebbero ostacolato». Il gioco è fatto, e i sussurri diventano grida. «Nessuno nota – continua Pertici – che Stalin una sola volta cita gli ebrei e lo sterminio, ma del resto la sto­riografia occidentale del dopoguer­ra aveva già preferito dedicarsi ai si­lenzi del Papa e agli atteggiamenti acquiescenti delle democrazie occi­dentali ».

Paolo Mieli ( coautore con Saul Israel, Andrea Riccardi, Rino Fisichella, Gianfranco Ravasi e Tarcisio Bertone del libro che registra anche giudizi di Benedetto XVI) riprende questo tema nel suo breve saggio: «Prende­re per buone le accuse a Pacelli – di­ce – equivale a trascinare sul banco dei presunti rei, con gli stessi capi di imputazione, Roosevelt e Churchill, accusandoli di non aver pronuncia­to parole più chiare nei confronti del­le persecuzioni antisemite». Mieli vanta sangue ebraico nelle sue vene e si dice colpito direttamente dalla Shoah per i familiari che ha per­so nella persecuzione e nello ster­minio nazista, ma aggiunge con for­te convincimento: «Io non ci sto a mettere i miei morti sul conto di u­na persona che non ne ha responsa­bilità ».

Lo storico, superata l’emo­zione, aggiunge: «La Chiesa mise a disposizione degli israeliti tutta se stessa: quasi ogni basilica, ogni chie­sa, ogni seminario, ogni convento o­spitò e aiuto gli ebrei. Tant’è che a Roma, a fronte dei duemila ebrei de­portati, diecimila loro correligionari riuscirono a salvarsi». Come appunto Saul Israel, nato a Sa­lonicco, biologo, medico e scrittore che ottenne la cittadinanza italiana nel 1919 e della quale fu poi privato con le leggi razziali. Israel è morto nel 1981; suo figlio Giorgio ha offer­to nel libro un suo inedito: è una let­tera scritta nel 1941 quando, con al­tri ebrei, aveva trovato rifugio nel convento di Sant’Antonio di via Me­rulana. E così si salvò la vita. È una pagina struggente. «Non fu qualche convento o il gesto di pietà di pochi – dice Giorgio Israel – e nessuno può pensare che tutta questa so­lidarietà che offrirono le chiese e i conventi avvenis­se all’insaputa del Papa o ad­dirittura senza il suo con­senso. Quella su Pio XII resta la leggenda più assurda che si sia fatta circolare».

Come suo padre, tanti si salvarono proprio per la scelta di Pio XII che – spiega Tarcisio Ber­tone – «scelse quell’atteggia­mento non per paura né per connivenza, ma per un cal­colo preciso, finalizzato a salvare la vita del numero maggiore possibile di ebrei». Bertone ha invitato gli sto­rici a studiare tutti i documenti vati­cani di quando Eugenio Pacelli fu Se­gretario di Stato con Pio XI. Aiute­rebbero – in attesa di rendere pub­blici anche quelli che vanno dal 1939 al 1945 – a capire come e perché può nascere una cattiva coscienza stori­ca. E bene farebbero ad aprire i loro archivi anche tutti gli altri che li pos­seggono.

Chi ha incastrato Papa Pacelli?

di Andrea Riccardi
Tratto da cronache di Liberal del 10 giugno 2009

Il pontificato di Pio XII abbraccia un periodo storico drammatico. La chiesa cattolica è sconvolta dalla II Guerra mondiale, provata dalla Guerra fredda e dai regimi comunisti.

In quegli anni tragici, i responsabili vaticani si chiedevano che spazio restasse al cristianesimo, almeno in alcune parti del mondo. Durante la guerra, si aveva in Vaticano la netta sensazione che l’«ordine nuovo» nazista, se vittorioso, si sarebbe risolto in un duro attacco alla chiesa, per lasciare sopravvivere un cristianesimo mutilato. Dopo la guerra, le comunità cattoliche nei paesi comunisti erano languenti sotto la persecuzione. I problemi non mancavano nemmeno in Europa occidentale. Le società, investite dalla crescita economica, mostravano sintomi di crisi a livello di comportamenti collettivi e di adesione ai modelli proposti dalla chiesa. Le difficoltà del cattolicesimo latino-americano spingevano la Santa Sede a profonde ristrutturazioni delle varie chiese. Intanto la chiesa nelle terre coloniali richiedeva rapidi aggiornamenti perché stava per finire il colonialismo, nel quadro del quale si era sviluppata l’opera missionaria tra Ottocento e Novecento. Infine, la divisione dell’Europa in due, con la guerra fredda, mutila un continente decisivo nella missione della chiesa nel mondo. Affrontare gli anni in cui fu papa Eugenio Pacelli è studiare la transizione più profonda del Novecento. Chi vuole ricordare quel periodo, la vicenda di Pio XII e della sua chiesa, trova a disposizione un’abbondante saggistica e storiografia. Papa Pacelli è un pontefice che ha fatto molto discutere. La discussione è concentrata in particolare attorno alla questione dei cosiddetti silenzi sullo sterminio degli ebrei e sulle atrocità naziste. Ne è emersa, anche al di là della storiografia, un’immagine di Pio XII come diplomatico, chiuso al dolore della storia, prigioniero di procedure ecclesiastiche, ossessionato dalla lotta al comunismo. I suoi anni sono essenziali per capire il cattolicesimo novecentesco, senza lasciarsi imprigionare da una logica giustizialista o, al contrario, difensiva. La storia deve fare il suo lavoro. Con il passare del tempo, anche se i drammi non sbiadiscono, si acquista maggiore capacità di comprendere, mentre si può accedere a più ampia documentazione.

IL PAPA DELLA GUERRA La prima grande transizione da affrontare è lo scenario turbinoso dell’incipiente guerra mondiale. Pio XII ha un profilo internazionale, una nota capacità diplomatica e di governo. Ma la situazione è difficilissima per la chiesa, che non vuole rassegnarsi alla guerra. Nei primi mesi di pontificato, il papa si concentra sullo scenario internazionale servendosi del fragile strumento della diplomazia vaticana. Viene eletto il 2 marzo 1939 e il 15 marzo le truppe tedesche invadono la Cecoslovacchia. Tenta di evitare il conflitto. Con gli accordi Molotov-Ribbentrop appare chiaro che non si può scongiurarlo. Allora il papa sceglie un obiettivo più limitato: evitare l’ingresso dell’Italia in guerra. Compie una visita al re d’Italia al Quirinale alla fine del 1939, dieci anni dopo la firma dei patti del Laterano: è la prima volta che un papa ritorna nell’antica dimora pontificia. Mussolini non partecipa all’evento ed è segno tangibile che il tentativo di Pio XII non ha effetto. (…) Pio XII guidò la curia molto da vicino, essendo – come notò un diplomatico americano – segretario di Stato di se stesso, dando centralità alla segreteria di Stato. Scrupoloso, riservato, delicato, finanche timido, era pervaso dal senso di responsabilità del suo ministero. Chi lo conosceva notò una profonda trasformazione nell’uomo con l’elezione al pontificato. Le più diverse pressioni si esercitavano sulla Santa Sede, perché si schierasse nel conflitto da una parte o dall’altra. Grandi dolori e atrocità sembravano reclamare una partecipazione più marcata del papa. Pio XII lanciò un vibrante appello – al cui testo collaborò Montini – nell’agosto 1939: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra». Questa è la visione del papa: evitare che il conflitto si allarghi, favorire una pace negoziata, umanizzare la guerra e rappresentare, come chiesa, uno spazio di asilo e di umanità tra la barbarie della lotta. Il papa non cede alle pressioni naziste per benedire la lotta dell’Asse come una crociata antibolscevica. Non intende, d’altra parte, assumere una posizione vicina agli Alleati. Con gli anni, affluiscono in Vaticano informazioni sulle atrocità naziste, a cominciare dalla Polonia. Ma Pio XII si attiene alla «dottrina» dell’imparzialità, già elaborata da Benedetto XV. È nota la polemica sui «silenzi» di Pio XII, in particolare sullo sterminio degli ebrei. Negli anni Sessanta si registra un netto cambiamento del giudizio su Pio XII in senso negativo, anche se la propaganda sovietica, intellettuali francesi come Mauriac, alcuni settori polacchi da tempo accusavano papa Pacelli di complicità o remissività verso il nazismo. Il fatto sorprendente è anche che Pio XII ebbe consapevolezza del suo silenzio: «Mi chiese», scrive nel 1941 l’allora monsignor Roncalli nei suoi diari dopo un colloquio con il papa, «se il suo silenzio circa il contegno del nazismo non è giudicato male». Infatti Pio XII, nei suoi interventi, richiamò principi generali, applicandoli alla situazione, ma non operò condanne. (…) In un’Europa dominata dai tedeschi, Pio XII era consapevole della fragilità del cattolicesimo a fronte della propaganda e della repressione: «Nelle file stesse dei fedeli, erano fin troppo accecati dai loro pregiudizi o sedotti dalla speranza di vantaggi politici» afferma nel 1945. Il papa voleva evitare ulteriori persecuzioni e percepiva le debolezze dei cattolici tedeschi. Questa situazione da una parte, le pressioni sul Vaticano (sino alla minaccia di deportazione del papa) dall’altra, ponevano seri dubbi sul fatto che Pio XII avrebbe potuto continuare liberamente il suo ministero. Il papa, mantenendo il riserbo, voleva che la chiesa restasse come spazio di umanità nel cuore della guerra. Qui si inserisce l’attività in soccorso alle popolazioni colpite dalla guerra, di asilo ai prigionieri e ai ricercati (in particolare a Roma con l’opera di nascondimento di ebrei e ricercati dai nazifascisti). (…) Il Vaticano era isolato durante il conflitto. I rapporti erano assenti con l’Urss, difficili con la Germania e l’Italia, protocollari con i britannici. Pur in assenza di relazioni diplomatiche, Roosevelt era interessato alla Santa Sede. Durante tutto il pontificato, gli Stati Uniti sono infatti un interlocutore decisivo. L’azione della Santa Sede non ebbe successo da un punto di vista diplomatico, ma il papa, specie sul finire del conflitto, sentì sorgere molta attenzione attorno a lui. Per questo moltiplicò i contatti con i visitatori e soprattutto gli interventi pubblici. (…) La presenza cattolica mostra, dopo la guerra, una nuova vitalità anche sul piano politico, con i partiti di ispirazione cristiana in Europa occidentale. Ma pesa sulla chiesa l’occupazione sovietica nel cuore dell’Europa, con i regimi comunisti in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia, Iugoslavia, Albania, Romania e Bulgaria, oltre all’incorporazione dei paesi baltici nell’Urss. La persecuzione è pesante. La Santa Sede vorrebbe tenere aperte le rappresentanze diplomatiche nell’Est, ma non lo consentono i regimi comunisti. L’ultima è chiusa in Romania nel 1950. Due anni dopo, il governo di Belgrado rompe le relazioni diplomatiche a causa della creazione cardinalizia di Stepinac, arcivescovo di Zagabria. I contatti della Santa Sede con gli episcopati dell’Est sono scarsi e difficili. In Vaticano si era convinti che i sovietici avessero un disegno distruttivo del cattolicesimo, mirante prima di tutto a «nazionalizzare» le chiese. (…) C’è infatti una volontà di perseguitare il cattolicesimo e di controllarne la vita infiltrandone le strutture.

L’OCCIDENTE E IL SUD DEL MONDO Pio XII non manca di ammonire l’occidente sul pericolo comunista, registrando con preoccupazione l’affermazione dei partiti comunisti (ed esprimendo contrarietà alla collaborazione governativa con essi). Il papa, però, è attento a non confondere la causa della chiesa con quella politica dell’occidente. Da qui origina qualche sua perplessità sull’adesione dell’Italia all’alleanza Atlantica. In occidente la chiesa rappresenta una grande forza religiosa e sociale, che si esprime con organizzazioni e movimenti di massa. Una delle posizioni politiche più originali di Pio XII è il sostegno all’unificazione europea. È consapevole che l’Europa unita non sarà solo cattolica e comprenderà evangelici e laici, ma è convinto che le ragioni della pace e della lotta al comunismo militino per unire gli europei. Il papa indica nel cristianesimo l’humus connettivo del continente e incoraggia i dirigenti cattolici a impegnarsi nel progetto europeo. (…) Tuttavia, proprio nel mondo occidentale, la chiesa di papa Pacelli registra segnali di crisi, legata alle trasformazioni indotte dallo sviluppo. Un elemento di difficoltà è la persistente forza del comunismo, rivelatrice della lontananza del mondo operaio dalla chiesa. (…) Nel mondo occidentale si avverte una crisi incipiente, di fronte a cui Pio XII moltiplica non solo gli inviti allo di azione pastorale che di impegno sociale.

UN PAPA PROFETA La chiesa di Pio XII sente di dover essere presente nella società, perché per il papa la radice dei mali moderni è l’assenza di un radicamento del mondo in Dio stesso. (…) È convinta (…) di dover proporre una via di civiltà cristiana. La chiesa non è legata a civiltà del passato né a una sola civiltà, non è «inerte nel segreto dei suoi templi», ma cammina guidata dalla «legge vitale», dice il papa, «di continuo adattamento». Pio XII discute di tutto e lo fa per mostrare che niente è estraneo alla chiesa. Lo evidenzia, per esempio, il vasto capitolo sulla vita, il corpo, la salute, le cure, la riduzione della sofferenza (dove ci furono posizioni innovative). Il papa assume su di sé contraddizioni, ricerca di nuove piste, responsabilità di dare impulso e risposte, prefigurandosi non solo come dottore ma anche come profeta. C’è qualcosa di drammatico nell’assunzione diretta la fedeltà, ma quelli alla mobilitazione dei cattolici e a una pastorale più incisiva. Pio XII vuole, con i suoi costanti inviti alla mobilitazione, che la chiesa sia movimento nella società, con un’azione missionaria incisiva. Pio XII guida la chiesa attraverso il mondo comunista e quello occidentale, coeso attorno alla leadership americana. (…) Contemporaneamente intende rafforzare l’azione della chiesa nel Sud del mondo. (…) Il papa è consapevole della debolezza della chiesa nel mondo coloniale di fronte ai nazionalismi, al comunismo e all’Islam. Per questo intende «indigenizzare» le chiese locali e rafforzare l’impegno missionario. Il volto della sua chiesa non vuol essere legato al vecchio regime coloniale, ma attento alle istanze dei «popoli nuovi». (…) C’è in Pio XII la consapevolezza che i cattolici dell’America Latina sono sottoposti a nuove sfide sociali e politiche, con il proporsi di un’alternativa rivoluzionaria. Per questo il papa insiste che il cattolicesimo del continente si attrezzi a tempi nuovi, sia a liveldi tanti compiti. Il senso drammatico viene accresciuto dalla percezione della crisi con la persecuzione, la secolarizzazione, le «cose nuove». Desideroso di adattare e cambiare, ma preoccupato della portata dei cambiamenti, il papa traccia lui stesso la linea, moltiplicando iniziative e interventi. Vuole rispondere ai problemi aperti. La percezione di Pio XII sullo stato della chiesa fu drammatica soprattutto nei suoi ultimi anni, segnati dalla malattia. La guerra fu un periodo difficilissimo, ma il lungo dopoguerra fu di una complessità inedita. La sua eredità umana e dottrinale è stata quella di un papa che si è confrontato con la complessità del mondo contemporaneo alla luce della tradizione, animato dall’ansia di raggiungere la gente. Alla fine del suo pontificato, il bilancio era difficile. (…) Il cattolicesimo, dal dopoguerra, è chiamato a farsi movimento nella società per comunicare il suo messaggio. Negli ultimi anni i problemi – la situazione dell’Est o la crisi in occidente – lo spingono a sottolineare con forza come solo l’aiuto di Dio possa liberare dalle difficoltà. Per un futuro migliore «è necessario rimuovere la pietra tombale con cui si sono voluti chiudere nel sepolcro la verità e il bene: occorre far risorgere Gesù» dichiara. Il papa conclude con l’invocazione: «L’umanità non ha la forza di rimuovere la pietra che essa stessa ha fabbricato, cercando di impedire il tuo ritorno. Manda il tuo angelo, o Signore, e fà che la nostra notte si illumini come il giorno». C’è nel papa il senso che la chiesa poco risponda agli appelli e alla missione. A Pasqua del 1957 egli parla di un «viandante smarrito», «sommerso nell’ombra, ombra quasi di morte»: come ridestare la vita? «Pare che ogni sforzo sia inutile», «la via non si ritrova, le parole si perdono nell’infuriare della procella». L’ottimismo moderno è infondato: «Non è vero che la scienza, la tecnica e l’organizzazione sono divenute spesso fonte di terrore per gli uomini?». Alcuni cristiani hanno tradito. In mezzo alla notte spira un senso cupo. A questo punto il discorso si fa invocazione. È il senso di fine e vanità che caratterizza sempre ogni grande stagione di governo, in cui però l’appello alla fede si fa più forte. Nelle parole del suo testamento si legge la fibra spirituale di un uomo, tenace e fragile, che ha vissuto un periodo tanto travagliato. Pio XII scrive: «La consapevolezza delle deficienze, delle manchevolezze, delle colpe commesse durante un così lungo pontificato e in un’epoca così grave ha reso più chiara alla mia mente la mia insufficienza e indegnità».