da Baltazzar | Ago 15, 2009 | Controstoria
Senza memoria non c’è vera comunicazione. Una memoria corta o mutilata, infatti, distorce e falsa l’autenticità dei messaggi. Oggi poi che l’era della comunicazione informatica sottopone gli utenti dei media a un flusso incontenibile e spesso incontrollabile di dati – a confermare la valenza della tesi di Marshall Mc Luhan sul mezzo che diviene messaggio – appare ancora più evidente come il semplice comunicare non significhi di per sé rendere un servizio alla serietà dell’informazione. Anzi, spesso avviene proprio il contrario. Emblematico è il caso di Pio XII. Dopo essere stato lodato e celebrato negli anni del secondo dopoguerra come defensor civitatis – non solo di Roma, ma della civiltà stessa – dal 1963, e cioè dall’uscita dell’opera teatrale diffamatoria Der Stellvertreter di Rolf Hochhuth, Papa Pacelli è stato accusato di silenzi, di cinico distacco, addirittura di connivenze antiebraiche con il nazionalsocialismo al punto da essere bollato con l’epiteto tanto infamante quanto radicalmente falso di “Papa di Hitler”. Gran parte dell’opinione pubblica di mezzo mondo per decenni è stata accecata da falsità alimentate ad arte da una pubblicistica scandalistica per lo più animata da precise logiche politiche, da visioni ideologiche antireligiose, nonché dalla cattiva coscienza di qualcuno.
E dire appunto che a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, e per tutti gli anni Cinquanta, pressoché unanime era stato il coro di elogi e di ringraziamenti riversati sul Pontefice romano. E se qualche voce si era levata per rimarcare i silenzi o un pragmatico disinteresse a livello internazionale sulla tragedia degli ebrei, essa non aveva certo chiamato in causa la Santa Sede. Quanto però sarebbe avvenuto in seguito, a livello di comunicazione – giornalistica, letteraria, storiografica – nei confronti di Papa Pacelli, fino a imbastire una vera e propria leggenda nera, non avrebbe trovato corrispondenze, forse più giustificate, presso altri soggetti.
Per fortuna a volte viene in soccorso, come si diceva, la memoria, orale e soprattutto scritta. Risorsa umanissima sempre da coltivare, soprattutto in una società facile all’oblio come la nostra. Tre anni dopo la fine della guerra, un articolo intitolato La responsabilità dei governi americano e inglese nella tragedia degli Ebrei d’Europa usciva su “La Rassegna mensile di Israel” (14, 1948, pp. 105-115), la rivista dell’Unione delle Comunità israelitiche italiane fondata nel 1922 e diretta fino alla morte da Dante Lattes (1876-1965), scrittore, giornalista e docente di lingua e letteratura ebraica all’Istituto di Lingue orientali di Roma, nonché direttore del Collegio rabbinico italiano, figura di assoluto rilievo nel panorama della cultura ebraica in Italia. L’articolo si fonda sui diari di Henry Morgenthau junior (1891-1967), ministro del Tesoro statunitense durante la guerra, il quale sostiene senza mezzi termini che “l’incapacità, indolenza e gli indugi burocratici dell’America impedirono la salvezza di migliaia di vittime di Hitler” mentre “il Ministero degli Esteri inglese si preoccupava più di politica che di carità umana”.
“Fin dall’agosto del 1942 noi sapevamo a Washington che i nazisti avevano progettato di sterminare tutti gli Ebrei dell’Europa” – annota Morgenthau – “ma per circa diciotto mesi dal giorno in cui si ebbero i primi rapporti sull’orribile piano nazista, il Dipartimento di Stato non fece praticamente nulla. I suoi funzionari cercarono di schivare la loro ingrata responsabilità, indugiando anche quando vennero loro presentati piani concreti di salvezza e arrivarono persino a sopprimere le informazioni sulle atrocità già commesse, per impedire che l’opinione pubblica offesa forzasse loro la mano”.
“Non lo affermo – prosegue Morgenthau – a cuor leggero. La responsabilità del Ministero del Tesoro nell’autorizzare le transazioni monetarie con l’estero implica che noi dovevamo passare alla fase finanziaria del soccorso dei profughi”. Questo consentiva di rendersi conto direttamente di “quei terribili diciotto mesi di incapacità, d’indolenza, di rinvii burocratici e simili che avevano tutta l’apparenza di un ostruzionismo calcolato”. L’impegno di Morgenthau e dei suoi collaboratori così si infranse per lungo tempo su un muro di gomma. “La lotta fu lunga e straziante. La posta era la popolazione ebraica dell’Europa occupata dai nazisti. La minaccia era la distruzione totale. La speranza era di farne uscire una parte – un po’ di donne, forse qualche bambino, e alcuni lattanti – prima che le porte dei campi di concentramento e delle camere a gas si chiudessero”.
Alla fine solo grazie a un colloquio ottenuto direttamente con il Presidente Franklin D. Roosevelt alla Casa Bianca si riuscì a togliere la questione dei profughi al Dipartimento di Stato che aveva menato il can per l’aia così a lungo e ad affidarla a una speciale Commissione presidenziale, il War Refugee Board. Ora – continua Morgenthau – “il retroscena angoscioso che si nasconde dietro la creazione del War Refugee Board non deve rimanere più a lungo celato”.
Viene spontaneo chiedersi quali mai fossero i motivi di tanta noncuranza indolente da parte del Dipartimento di Stato americano. Morgenthau afferma che tale organismo “non era psicologicamente né amministrativamente organizzato per occuparsi dei profughi, né era adatto ad azioni rapide o ad attività umanitarie”. In breve, il tipico funzionario del servizio estero – afferma Morgenthau – “non viveva che di scartoffie, aveva l’istinto del rinvio, essendo teoria consacrata presso tutti i Ministeri degli Esteri che i problemi differiti finiscono a lungo tempo per risolversi da sé”. Indifferenza, dunque, unita a mancanza di spirito di solidarietà; un chiuso conservatorismo e l’antipatia per gli umili e per gli oppressi avrebbero fatto il resto.
Il primo rapporto sul piano concertato da Hitler per lo sterminio degli ebrei in Europa risale al 24 agosto 1942. Gerhard Riegner, rappresentante del Congresso mondiale ebraico residente in Svizzera, in quella data inviò le prime notizie che parlavano del piano di deportazione e di sterminio nazista riguardante una cifra aggirantesi fra i tre milioni e mezzo ai quattro milioni di ebrei d’Europa; tra l’altro nel testo si fa anche cenno del possibile ricorso al cianuro (prussic acid). Il telegramma di Riegner fu inviato, attraverso alcuni passaggi, al presidente del Consiglio ebraico americano Stephen S. Wise, che a sua volta si rivolse a Sumner Welles del Dipartimento di Stato, e questi lo invitò a non rendere noto il fatto finché non si fossero avute notizie più precise.
In novembre giunsero le conferme attese: quattro dichiarazioni giurate che confermavano il rapporto di Riegner. Welles consegnò i documenti a Wise autorizzandolo a pubblicarli. La reazione popolare – ricorda Morgenthau – fu vivace e unanime e la Casa Bianca dichiarò che gli Stati Uniti avrebbero punito ogni assassinio razziale e politico. “Quando i fatti furono riferiti al Parlamento inglese, ci furono due minuti di silenzio. Le Comunità ebraiche vennero colte in tutto il mondo da angoscia e da lutto”.
Il 25 gennaio 1943 giunse un altro telegramma di Riegner dal tenore “netto e terrificante”. Diceva che i nazisti in Polonia stavano massacrando circa 6.000 ebrei ogni giorno; che agli ebrei della Germania si negavano pane e tessere alimentari, che in Romania gli ebrei morivano di fame”. Sumner Welles passò il telegramma a Wise e subito furono organizzate diverse manifestazioni di protesta a partire da un comizio tenuto al Madison Square Garden. Le agenzie di soccorso si mobilitarono per tentare di salvare una parte di quelle migliaia di sventurati e per settimane il Dipartimento di Stato fu bersagliato di richieste di azione, di progetti di salvataggio da appelli e promesse di assistenza. Annota qui Morgenthau che l’unica reazione sostanziale del Dipartimento fu di “dare una montagna di ragioni per non far nulla”.
La cosa più grave, al di là delle lentezze burocratiche, fu quella di tentare di eliminare la corrente d’informazioni che alimentavano la pressione dell’opinione pubblica. Noi – afferma Morgenthau – non avevamo altro che sospetti. Ci vollero mesi di lunghe e pazienti inchieste prima di ricostruire la dolorosa storia della soppressione degli ebrei. Pochi giorni dopo l’arrivo da Berna del nuovo telegramma di Riegner al ministro americano a Berna, Leland Harrison, giunse una risposta, con il numero 354, che in riferimento al primo telegramma diceva in sostanza: “Per l’avvenire noi vi consigliamo di non accettare rapporti che vi siano inviati per essere trasmessi a privati negli Stati Uniti, se non nel caso che un’azione di questo genere sia consigliabile per motivi straordinari. Messaggi privati di questa specie richiamano l’attenzione dei paesi neutrali e vi è da temere che, trasmettendoli, noi rischiamo di provocare da parte dei paesi neutrali stessi misure tali che limitino o impediscano i nostri mezzi di comunicazione intorno ad argomenti ufficiali di carattere confidenziale”.
Effetto del telegramma 354 fu quello di ordinare ad Harrison di non trasmettere più nessuna informazione che gli venisse da Riegner, nessun resoconto di atrocità che potesse provocare altri comizi e altre proteste pubbliche. Morgenthau sottolinea che in sostanza il testo del telegramma firmato da Sumner Welles è redatto in uno stile tale che un funzionario affaccendato, nel firmare il consueto numero di telegrammi quotidiani in partenza, può considerarlo come un atto di consueta amministrazione. “E io, – dice testualmente – sono persuaso che accadde proprio così”. Del resto Welles anche in seguito avrebbe sempre dimostrato attenzione e sensibilità al problema dei profughi tanto più che nell’aprile del 1943 chiese espressamente nuove notizie a Berna sulla situazione delle sofferenze degli ebrei. Harrison rispose trasmettendo un altro rapporto di Riegner e lamentando che notizie di tal genere non avrebbero dovuto rientrare nelle restrizioni del telegramma 354. Di tale telegramma, di cui peraltro si ignorava il testo, giunse notizia anche al ministero del Tesoro – ricorda Morgenthau – ma quando si ebbe notizia della reazione di Harrison, si richiese copia di quel telegramma al Dipartimento di Stato, che rispose con un rifiuto per il motivo che il telegramma 354 non trattava questioni che riguardavano il ministero del Tesoro. Si era nella primavera del 1943 e a Washington già da sei mesi si conosceva il piano di sterminio degli ebrei messo in atto dai nazisti.
In questo tragico contesto, la questione dei profughi “era vergognosamente tirata per le lunghe”, tra incontri e discussioni tra i vari dipartimenti, scambi interminabili di memoriali e di lettere; mentre il tempo passava. Nel marzo 1943, ad esempio, il Congresso mondiale ebraico telegrafava a Washington offrendo la possibilità – denaro alla mano – di liberare 70.000 ebrei di Francia e di Romania. Il riscatto sarebbe stato depositato in Svizzera. Serviva solo che il Governo facilitasse i collegamenti e desse la sua assistenza per l’esecuzione del piano. Il Dipartimento di Stato non voleva fare all’inizio neppure il passo iniziale per avere conferme circa la possibilità dell’operazione. Infine, il 25 maggio il telegramma venne inviato. Berna rispose il 14 giugno e il Dipartimento di Stato sollevò l’obiezione della guerra economica perché l’operazione sarebbe stata “vantaggiosa per il nemico”.
Intanto, le notizie che giungevano dall’Europa erano sempre più tragiche. Telegrammi da Berna riferivano che 4.000 bambini tra i due e i quattordici anni erano stati strappati ai loro genitori in Francia e deportati in treni sigillati, chiusi in carri bestiame senza finestre: 60 per carro, senza scorta di adulti, senza pane, senza acqua e senza alcuna misura igienica. E il peggio doveva ancora accadere. Il 17 dicembre 1943, il Dipartimento di Stato americano riceveva un dispaccio da Londra ove si riferiva di una lettera del ministro britannico per la Lotta economica all’ambasciata statunitense. In essa si diceva che il Foreign Office era preoccupato per le difficoltà derivanti dalla sistemazione di un numero considerevole di ebrei qualora fossero stati in grado di lasciare i territori nemici. Per tale motivo il Governo di Sua Maestà era riluttante perfino ad approvare le operazioni finanziarie preliminari, per quanto esse fossero accettabili da parte del ministero per la Lotta economica. Commenta Morgenthau che “la lettera era una combinazione satanica di freddezza inglese e di doppiezza diplomatica, rigida e corretta che si riassumeva in una sentenza di morte”.
Mentre questo accadeva, dall’autunno del 1943 all’inverno del 1944, in una Roma occupata dai nazisti, durante i nove mesi che intercorsero tra l’armistizio e la liberazione della capitale, veniva attuata l’unica plausibile e attuabile forma di difesa degli ebrei e di molti altri perseguitati: quella silenziosa e promossa senza proclami da Pio XII e realizzata – oltre che tra le stesse mura vaticane – nei tanti istituti e conventi di religiosi che ospitarono, nascosero e salvarono moltissime persone, come documentano migliaia di testimonianze e di documenti e sottolineano ormai molti studi, libri e articoli, anche del nostro giornale. Certo, alla fine della guerra le vittime tra gli ebrei di Roma sarebbero state oltre duemila, ma diecimila furono i salvati.
di Raffaele Alessandrini da L’0sservatore Romano
da Baltazzar | Ago 12, 2009 | Controstoria
Come promesso nel mio articolo circa gli “Atti del Simposio Internazionale sull’Inquisizione” in questi giorni mi sono dedicato a tempo pieno sullo studio della famigerata “leggenda nera” e, prendendo spunto da svariati testi ufficiali della Chiesa, nonché libri di storia ed enciclopedie, sono riuscito a redigere un piccolo opuscolo abbastanza oggettivo e storicamente fondato. Negare l’esistenza dei misfatti compiuti in nome di Dio sarebbe come mentire a me stesso ed all’umanità, tuttavia negli appunti che seguiranno noterete come non è tutto vero ciò che ci viene raccontato; anzi, la verità storica riportata dalla maggior parte dei testi “di regime” è pura menzogna anticristiana. Cominciamo facendo un pò di storia: “L’Inquisizione è l’istituzione ecclesiastica fondata dalla Chiesa cattolica per indagare e punire, mediante un apposito tribunale, i sostenitori di teorie considerate contrarie all’ortodossia cattolica”.
Questo è quanto afferma l’enciclopedia on line Wikipedia. Nella realtà l’Inquisizione era un organo di controllo, facente parte dell’organigramma “Vaticano”, deputato alla difesa della fede ed di supporto ai tribunali secolari, nell’analisi dei reati di eresia. Per fare un esempio concreto, è un pò come accade oggi quando, dinanzi ad un reato, c’è un giudice dello Stato che ascolta, un pubblico ministero che formula accuse, un avvocato difensore ed infine una serie di figure (esempio i periti) che intervengono per valutare la veridicità e la fondatezza di accusa e difesa. L’Inquisizione, nel 90% dei casi, era oggettivamente un consulente in materia di fede che interveniva nei processi civili in caso di accuse di eresia.
“Storicamente, l’Inquisizione si può considerare stabilita già nel Concilio presieduto a Verona nel 1184 da papa Lucio III e dall’imperatore Federico Barbarossa, con la costituzione Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem e fu perfezionata da Innocenzo III e dai successivi papi Onorio III e Gregorio IX, con l’occorrenza di reprimere il movimento cataro, diffuso nella Francia meridionale e nell’Italia settentrionale, e di controllare i diversi e attivi movimenti spirituali e pauperistici”. [Wikipedia].
“Nel 1252, con la bolla Ad extirpanda, Innocenzo IV autorizzò l’uso della tortura e Giovanni XXII estese i poteri dell’Inquisizione nella lotta contro la cosiddetta stregoneria. Tale Inquisizione medievale si distingue dall’ Inquisizione spagnola, istituita da Sisto IV nel 1478 su richiesta dei sovrani Ferdinando e Isabella, che si estese nelle colonie dell’America centro-meridionale, e dall’ Inquisizione portoghese, istituita nel 1536 da Paolo III su richiesta del re Giovanni III, che si estese al Brasile, alle Isole di Capo Verde e a Goa, in India”. Questo paragrafetto, tratto sempre da Wikipedia, tende ad essere fazioso e, in seguito, vi spiegherò nel dettaglio le mie motivazioni a riguardo.
Allo scopo di combattere più efficacemente la Riforma protestante, il 21 luglio 1542 Paolo III emanò la bolla Licet ab inizio, con la quale si costituiva l’ Inquisizione romana, ossia la «Congregazione della sacra, romana ed universale Inquisizione del Santo Uffizio». Mentre nell’Ottocento gli Stati europei soppressero i tribunali dell’Inquisizione, questa fu mantenuta dallo Stato pontificio e assunse nel 1908, regnante Pio X, il nome di «Sacra Congregazione del Santo Uffizio», finché con il Concilio Vaticano II, durante il pontificato di Paolo VI, in un clima profondamente mutato dopo il papato di Giovanni XXIII, assunse nel 1965 l’attuale nome di «Congregazione per la Dottrina della Fede».
In questo primo articolo dedicato alla Santa Inquisizione vi riporterò parte della conversazione che Gianpaolo Barra, direttore de “il Timone” ha tenuto a Radio Maria giovedì 4 marzo 1999, durante la “Serata Sacerdotale” condotta da don Tino Rolfi, Conservando lo stile colloquiale e la divisione in paragrafi numerati:
Preliminari
1. In questa conversazione affrontiamo un argomento delicato, di cui si parla molto ma di cui si conosce poco: l’Inquisizione.
2. Quando parliamo di Inquisizione è proprio il caso di dire: basta la parola. Basta pronunciare il termine Inquisizione ed ecco che noi cattolici restiamo senza parole, ammutoliti.
3. “Come è possibile che la vostra Chiesa cattolica sia stata capace di istituire i tribunali dell’Inquisizione?” ci domandano e ci ricordano i laicisti e gli avversari della Chiesa. E noi, spesso, non sappiamo che cosa rispondere. Anzi, molti cattolici si aggiungono al coro di quelli che puntano il dito accusatorio contro la Chiesa del passato e talvolta rincarano la dose, per non sentirsi fuori moda, praticando quella strana disciplina che sta diventando comune nel nostro mondo: quella di dare le colpe di ogni male ai Cristiani del passato.
4. Gli amici radioascoltatori sanno bene che l’Inquisizione è un argomento utilizzato per denigrare la storia della Chiesa e sanno bene che denigrando la storia della Chiesa si finisce prima o poi per denigrare la Chiesa tutta intera, quindi anche la fede che essa insegna e trasmette.
5. Stasera, da buoni apologeti, quindi da difensori della Chiesa, tenteremo di fare un pò di chiarezza su alcuni aspetti dell’Inquisizione. Ripeto: su alcuni aspetti, i più utilizzati dalla propaganda anticattolica, non su tutta l’Inquisizione.
Il Rogo
6. Veniamo subito ad un primo punto. Che cosa viene in mente appena si parla di Inquisizione? Viene in mente il rogo, la morte per rogo.
7. Nell’immaginario popolare si pensa che i tribunali dell’Inquisizione siano stati istituiti per mandare tutti gli eretici al rogo. Si pensa che tutti gli inquisiti, tutti coloro che cadevano nelle terribili braccia dell’inquisitore finivano al rogo.
8. Questo è quello che si pensa, questo è quanto molto spesso ci viene detto ed insegnato e affermazioni di questo genere zittiscono ogni possibile difesa.
9. Noi ci domandiamo: le cose stanno proprio così? Vediamo qualche dato storicamente documentato, che ci aiuti a formulare un giudizio più vicino alla verità storica.
10. Innanzitutto, va precisato che la condanna al rogo per gli eretici era una pena stabilita dal diritto penale e non dal diritto canonico. Non esiste nel diritto canonico la condanna al rogo.
11. Fu uno dei più grandi avversari della Chiesa Cattolica e del Cristianesimo, l’imperatore Federico II di Svevia, che dichiarò per tutto l’impero (1231-2) – e lui era la massima autorità dell’impero e poteva farlo, allora, – l’eresia come crimine di lesa maestà, e stabilì la pena di morte per gli eretici. Ogni sospetto doveva essere tradotto davanti a un tribunale ecclesiastico e arso vivo se riconosciuto colpevole.
12. Dunque, è vero che quando il tribunale dell’Inquisizione abbandonava un eretico al braccio secolare, questi veniva condannato a morte dalla giustizia secolare, se non si pentiva, ma non era la Chiesa a condannarlo a morte, né era la Chiesa ad ucciderlo. La Chiesa si limitava a riconoscerlo come eretico che rifiutava ogni pentimento. Era il diritto penale e il braccio secolare della legge che prevedevano la morte ed eseguivano la sentenza.
13. Detto questo, entriamo un pò nel merito e qui emergono sorprese: quale stupore ci coglie tutti se esaminiamo quante sono state le condanne al braccio secolare. L’esame dei dati ci indica che i tribunali dell’Inquisizione furono estremamente benevoli, furono molto prudenti nel consegnare gli eretici al braccio secolare.
14. I dati, documentati storicamente, non mancano, basta conoscerli. Facciamo l’esempio di Bernardo Guy, che ha esercitato con una certa severità l’ufficio di inquisitore a Tolosa. Bene: dal 1308 al 1323 egli ha pronunciato 930 sentenze. Abbiamo l’elenco completo delle pene da lui inflitte: 132 imposizioni di croci – 9 pellegrinaggi – 143 servizi in Terra Santa – 307 imprigionamenti – 17 imprigionamenti platonici contro defunti – 3 abbandoni teorici al braccio secolare di defunti – 69 esumazioni – 40 sentenze in contumacia – 2 esposizioni alla berlina – 2 riduzioni allo stato laicale – 1 esilio – 22 distruzioni di case -1 Talmud bruciato – 42 abbandoni al braccio secolare e 139 sentenze che ordinavano la liberazione degli accusati.
15. L’Inquisizione di Pamiers ci fornisce i seguenti dati: dal 1318 al 1324 furono giudicati 98 imputati. Due furono rilasciati – per 21 manca ogni informazione e per questo si pensa che non subirono condanne – 35 condannati alla prigione e 5 abbandonati al braccio secolare. I rimanenti 25 furono assolti.
16. Queste proporzioni valgono anche per quella considerata la più terribile delle Inquisizioni, quella spagnola. Lo storico danese Gustav Henningsen ha analizzato statisticamente 44.000 casi di inquisiti tra il 1540 e il 1700 e ha rilevato che solo l’ 1°/o fu giustiziato.
17. Soltanto l’ 1% ! Questi dati contestano il mito della crudeltà dell’Inquisizione spagnola. E non solo. Lo storico statunitense Edward Peters ha confermato questi dati. Sentiamo che cosa scrive: “La vellutazione più attendibile è che, tra il 1550 e il 1800, in Spagna vennero emesse 3000 sentenze di morte secondo verdetto inquisitoriale, un numero molto inferiore a quello degli analoghi tribunali secolari”‘.
18. Come vedete, grazie a questi dati, va sfatata la leggenda che tutti coloro che venivano giudicati dall’Inquisizione finivano a rogo. È una leggenda che gli storici hanno smontato, ma che perdura ancora nell’immaginario popolare. Almeno noi cattolici evitiamo di farci raggirare da essa.
La Tortura
19. Veniamo ad un secondo punto. Dopo il rogo, appena si parla di Inquisizione, l’altra cosa che viene in mente è la tortura.
20. Sappiamo che la tortura veniva applicata dai giudici inquisitori. Vi erano precise disposizioni ecclesiastiche che stabilivano la liceità di costringere l’Inquisito a confessare la sua colpa.
21. La procedura inquisitoriale ha fatto ricorso alla tortura. Essa fu ordinata con la bolla Ad extirpanda di Papa Innocenzo IV il 15 maggio 1252. Leggiamo il passo di questa bolla che ci interessa: “II podestà o il rettore della città saranno tenuti a costringere gli eretici catturati a confessare e a denunciare i loro complici”.
22. Ora, di solito i denigratori dell’Inquisizione si fermano qui. E noi restiamo senza parole. Ma si dimenticano di dirci che nella stessa bolla si precisa che la tortura degli imputati non doveva “far loro perdere alcun membro o mettere la loro vita a repentaglio e, assolutamente, non doveva prevedere perdita di sangue”.
23. Dunque, si prevede una tortura, ma una tortura che non può provocare mutilazioni, non può far morire il torturato. E non solo. Si prevede anche che la tortura non poteva durare, di regola, più di 15 minuti, che si poteva applicare una sola volta, che non poteva essere ripetuta e che la confessione così ottenuta non aveva alcun valore ai fini del processo se non era confermata dall’imputato dopo due giorni e in condizioni normali.
24. Ma fermiamoci un momento a riflettere. Ci rendiamo conto che queste disposizioni ecclesiastiche riguardanti la “tortura” avrebbero fatto sorridere i professionisti della tortura del nostro secolo?
25. Le testimonianze di coloro che sono finiti sotto tortura dei nazisti o dei loro degni compari comunisti ci hanno descritto veramente che cosa è la tortura e chi ha ascoltato queste testimonianze si accorge subito che la tortura prevista dalle procedure inquisitoriali è semplicemente dilettantesca.
26. Ma andiamo avanti. Sappiamo che la tortura fu applicata con somma cautela e solo in casi eccezionali. I Papi ripeterono più volte che la tortura non poteva essere spinta fino alla perdita di un membro e ancor meno fino alla morte. Si poteva applicare solo quando tutti gli altri mezzi di investigazione erano stati esauriti. Ancora una cosa: non poteva decidere arbitrariamente l’Inquisitore, magari troppo ansioso della ricerca della verità. Doveva esserci anche il parere favorevole del vescovo, e spesso vescovo e giudice inquisitore non andavano d’accordo.
27. Oggi abbiamo informazioni precise su quante volte venne applicata la tortura: -nelle 636 sentenze iscritte nel registro di Tolosa dal 1309 al 1323, la tortura fu applicata una sola volta. -A Valertela, dal 1478 al 1530 si celebrarono 2354 processi. La tortura si applicò solo 12 volte.
28. Come si vede da questi dati, non solo la tortura era estremamente più leggera di quelle che la nostra epoca, che non è un’epoca cristiana, ha escogitato, ma veniva applicata raramente, praticamente quasi mai.
Le Garanzie
29. Veniamo ad un terzo punto. Quando parliamo di Inquisizione si pensa sempre a giudici il cui potere sarebbe stato così totale, così assoluto, così insindacabile che può essere paragonato a quello esercitato nei moderni sistemi totalitari.
30. Ora, anche in questo caso bisogna sfatare questa leggenda. Non è affatto vero che i giudici inquisitoriali fossero onnipotenti e che, di conseguenza, l’imputato non avesse alcuna garanzia di un equo processo.
31. Dobbiamo subito precisare che gli inquisitori erano costantemente controllati. Papa Innocenzo IV (1246) e papa Alessandro IV (1256) ordinano ai provinciali e ai generali dei Domenicani e dei Francescani di deporre gli inquisitori dei loro ordini che, a causa della loro crudeltà, avessero provocato proteste popolari.
32. Come si vede, il papa del tempo teneva conto dell’opinione pubblica e ordinava di punire il giudice inquisitore che avesse provocato proteste popolari e fosse andato contro la Parola.
33. Non solo. Al Concilio di Vienna, papa Clemente V (1311) fulminò di scomunica – scomunica da potersi togliere solo in articulo mortis e sotto riserva della riparazione del danno – l’Inquisitore che avesse approfittato delle sue funzioni per ottenere guadagni illeciti e per estorcere agli accusati somme di denaro.
34. Andiamo avanti. I Vescovi avevano l’ obbligo di segnalare al Papa tutti gli abusi che venivano commessi nel corso della procedura e di denunciare i colpevoli. Lo stesso obbligo era imposto a tutti quelli che, prestando aiuto agli inquisitori, erano in ogni istante testimoni dei loro atti.
35. Capitò anche che i vescovi di Reims e di Sens avvisarono il Papa che Robert La Bougre, un domenicano, era un inquisitore crudele. Roma indagò, questo Inquisitore viene destituito e addirittura incarcerato (1239).
36. Altro che onnipotenza ! Altro che potere insindacabile dei giudici inquisitoriali. Questa leggenda va sfatata.
37. Come va sfatata un’altra leggenda: quella che ci narra di un imputato sempre indifeso, senza garanzie e dunque destinato irrimediabilmente alla condanna.
38. Molte garanzie che le norme canoniche, cioè della Chiesa, prevedevano per l’imputato inventate in quel tempo, al tempo dei tribunali dell’Inquisizione, durano ancora oggi, sono entrate nel nostro sistema giudiziario.
39. Facciamo qualche esempio. Innanzitutto l’Inquisitore non era mai solo, ma formulava il suo giudizio circondato da una giuria, composta da laici ed era questa giuria che decideva in merito al valore da dare ai testimoni e alle testimonianze.
40. Questi laici erano esperti di diritto, e da nessun documento risulta che si accontentassero di svolgere un ruolo da comparse e, soprattutto, costituivano la garanzia che l’Inquisitore non poteva allontanarsi dal diritto a proprio piacimento.
41. Un altro esempio, un’altra garanzia per l’imputato. L’imputato poteva dichiarare di avere dei nemici mortali, doveva provarlo, doveva spiegare i motivi e fare i nomi di questi nemici. Da quel momento nessuno di quelli indicati dall’imputato poteva far parte della giuria e se vi era stato incluso veniva allontanato.
42. Un terzo esempio: per togliere ai testimoni la tentazione di approfittare del segreto di cui venivano circondati per accusare degli innocenti, gravissime pene colpivano le false deposizioni. Uno storico protestante, il più fiero avversario dell’Inquisizione, Charles Lea, scrive onestamente: “Quando veniva smascherato un falso testimone costui era trattato con la stessa severità usata per gli eretici”.
43. Gli storici hanno dimostrato e qui ci sono veramente delle sorprese che le pene inflitte dall’Inquisizione venivano spesso attenuate o addirittura cancellate nella pratica.
44. Iprigionieri ottenevano permessi di congedo da passare a casa. A Carcassonne, il 13 dicembre 1250, il vescovo diede ad una certa Alazais Sicre il permesso di uscire dal carcere dov’era rinchiusa per crimine di eresia e, fino a Ognissanti, di andare dove voleva in tutta libertà. Vi sono molti esempi di questo genere, non si tratta affatto di un caso isolato.
45. Esistevano i congedi per malattia Abbiamo molti casi documentati. L’Inquisizione metteva in libertà provvisoria i detenuti le cui cure erano utili ai genitori o ai figli. Talvolta si giungeva a commutare la pena.
46. Nel 1244 l’arcivescovo di Narbonne e i vescovi di Carcassonne, di Eine, di Maguelonne, di Lodeve, di Adge, di Nimes, di Albi, di Beziers, di Saint Benoit decisero: “Nel caso in cui per l’assenza del carcerato dovesse incombere un evidente pericolo di morte dei figli o dei genitori, procurare di ovviare al pericolo facendo in modo, laddove non ci sia altro rimedio, di commutare prudentemente la pena del carcere in un’altra; occorre infatti in tal caso mitigare il rigore con la mansuetudine”.
47. Perfino gli Inquisitori più severi attuarono questa prassi. Bernard de Caux, nel 1246, condannò alla prigione perpetua un eretico recidivo, Bernard Sabatier; ma nella stessa sentenza aggiunse che, essendo il padre del colpevole un buon cattolico, vecchio e malato, il figlio poteva restare presso di lui per accudirlo finché fosse rimasto in vita.
48. Malgrado il suo odio anti-cattolico, Charles Lea riconosce che “questa facoltà di attenuare le sentenze era frequentemente esercitata” e ne cita un considerevole numero di casi.
49. Nei documenti inquisitoriali, abbiamo incontrato condanne alla prigione “perpetua e irremissibile”. Ma attenti a non farsi ingannare da certi modi di esprimersi del tempo. Abbiamo condanne al “carcere perpetuo per anni uno”. Solitamente “perpetuo” vuoi dire 5 anni, “irremissibile” vuoi dire 8 anni. La pena dell’ergastolo non era prevista: fu inventata nel ‘700 illuminista, cioè nell’epoca che ha dato il via alla nostra società anticristiana e anticattolica.
50. Facciamo un’ultima considerazione e sfatiamo un’ultima leggenda. Questa leggenda dice, naturalmente, che tutti gli eretici erano buoni cristiani, che si preoccupavano solo di vivere in pace la loro fede diversa da quella ufficiale.
51. Ora, diciamo subito una cosa molto scomoda e fuori moda: non si deve pensare come è abbastanza diffuso nell’immaginario popolare che gli eretici fossero pacifici cittadini adibiti a pratiche religiose del tutto innocue.
52. Gli eretici erano puniti anche dal potere civile perchè costituivano un autentico pericolo per la pace sociale. Pensiamo ai catari. Negavano il valore del corpo, che consideravano prigione dell’anima. Questa soffre e si può liberare solo sopprimendo il corpo. Talvolta praticavano il suicidio. Condannavano il matrimonio, la famiglia e la procreazione. Non bisogna comunicare la vita. Ma distruggere la famiglia, ricordiamolo era quanto distruggere l’intera società medievale. Aborrivano il giuramento, pilastro dei rapporti personali nel Medioevo: dal giuramento traeva la sua forza ogni autorità. Lottavano anche violentemente contro la Chiesa.
53. Per fare un solo esempio: nel 1112, la diocesi di Utrecht viene sconvolta da un eretico chiamato Tanchelmo che negava l’autorità del Papa, occupava e devastava le chiese, bastonava e cacciava i preti, appoggiato da 3.000 uomini organizzati e armati. I vescovi di Utrecht e di Colonia decidono di combatterlo non con l’uso della forza, ma chiamando a predicare San Norberto, il fondatore dei Premostratensi.
54. Tanchelmo fu poi perseguitato da Goffredo il barbuto, duca di Lorena. E noi sappiamo che il duca era un acerrimo nemico e un severo persecutore della Chiesa.
55. Credo che per stasera possa bastare. Tante altre cose si dovrebbero dire. Naturalmente, gli amici radioascoltatori si saranno accorti che non ho trattato esaurientemente tutto il tema dell’Inquisizione. Ci vorrebbe ben più di una trasmissione. Ma ho voluto sottolineare solo alcuni punti scelti tra quelli più dibattuti, più utilizzati per contestare in blocco la storia della Chiesa, specialmente della Chiesa medievale, per avvertire di stare attenti, di verificare bene le cose che ci vengono dette, per incoraggiare tutti a non avere paura della verità.
Bibliografia – Jean-Baptiste Guiraud, Elogio della inquisizione, Leonardo, Milano 1994. – Jean-Pierre Dedieu, L’Inquisizione, Edizioni Paoline, Cinisello Bal.mo (MI) 1990. – John Tedeschi, Il giudice e l’eretico, Vita e pensiero, Milano 1991. – Luigi Negri, Controstoria. Una rilettura di mille anni di vita della Chiesa, San Paolo, Cinisello Bal.mo (MI) 2000. – Franco Cardini [a cura di], Processi alla Chiesa. Mistificazione e apologia, Piemme, Casale Mon.to (AL) 1994.
Terminato questo breve articolo, non posso far altro che procedere nell’analisi di atri documenti storici e, come promesso, sarà mia premura studiarli, commentarli, impaginarli e pubblicarli sul sito. Per ulteiori dettagli, per ora, potete leggere questo altro mio articolo.
Carlo Maria di Pietro (WebMaster e Promoter della M.S.M.A.)
da Pontifex
da Baltazzar | Lug 23, 2009 | Controstoria
MILANO, mercoledì, 22 luglio 2009 (ZENIT.org).- Il centro culturale cattolico San Benedetto (www.cccsanbenedetto.it) in collaborazione con la Fondazione Vittorino Colombo, il circolo Milano Polis e il centro culturale San Protaso hanno organizzato il 25 di giugno, a Milano, una serata sulla figura di Pio XII.
All’evento sono intervenuti Andrea Tornielli, giornalista e vaticanista de “Il Giornale”, e Alessandro Persico, storico e collaboratore di Agostino Giovagnoli alla cattedra di Storia contemporanea dell’Università Cattolica di Milano.
Dopo i saluti del presidente del centro culturale San Benedetto, Paolo Tanduo, è iniziata la discussione divisa in due parti dei due relatori: la prima riguardante il magistero e il ruolo di Pio XII come pontefice nel dopoguerra e la seconda il ruolo di Pio XII nella seconda guerra mondiale.
Il moderatore Luca Tanduo ha introdotto la discussione citando le ultime rivelazioni dei giornali dei mesi scorsi sul complotto del KGB per screditare Pio XII e i documenti che attestano l’aiuto di Pio XII agli ebrei durante la seconda guerra mondiale e le citazioni di vescovi e del Papa sul ruolo di Pio XII dal punto di vista teologico come premessa al Concilio Vaticano II.
I due relatori si sono soffermati su come la figura del magistero di Pio XII venga letta in modo differente a seconda che lo si consideri l’ultimo Papa preconciliare e quindi in un ottica che vede il Concilio Vaticano II come una spaccatura rispetto al passato, oppure come ispiratore del Concilio se si vede nel Concilio una continuità assoluta.
Soprattutto, si parla e si scrive di Pio XII per sostenere un certo modello di Chiesa, anziché un altro. Se si vede nel Concilio Vaticano II un momento di discontinuità molto forte rispetto al periodo pacelliano, ecco che su Pacelli si tenderà a dare un giudizio negativo.
Se invece si concepisce il Concilio come un semplice momento di “aggiornamento”, si tenderà a includere la figura di Pio XII in una tradizione che va da Pio IX (1846-1878) fino ad oggi.
Evitando di cadere da un eccesso ad un altro i due relatori hanno sottolineato come Pio XII abbia sicuramente influenzato il Concilio anche solo per la vicinanza temporale e la lunghezza del suo mandato papale e la molteplicità dei suoi scritti e delle sue encicliche (più di 40).
Il Concilio infatti va visto secondo i due relatori come una continuità del magistero della Chiesa e nei testi conciliari Pio XII è stato il più citato, ben 51 volte. Inoltre Pio XII aveva già cominciato ad affrontare nelle sue encicliche la responsabilità dei laici e il ruolo dei mezzi di informazione e comunicazione moderni come la televisione.
Nella seconda parte i due relatori hanno affrontato il ruolo di Pio XII durante la seconda guerra mondiale e in particolare relativamente alla discussione riguardante la posizione di Pio XII sulla Shoah. I due relatori hanno detto che i fatti storici dimostrano che la propaganda della leggenda nera su Papa Pacelli si è venuta a creare a partire dal 1963, con la prima rappresentazione del dramma di Rolf Hochhuth, Der Stellvertreter («Il Vicario»).
Recentemente è stata diffusa anche la testimonianza di un ex generale dei servizi segreti romeni, Ion Mihai Pacepa, per cui a ispirare l’opera di Hochhuth sarebbe stato proprio il KGB.
Prima di allora molti ebrei negli anni successivi al 1945 ringraziarono pubblicamente Pio XII per l’aiuto agli ebrei e Golda Meir in occasione della morte di Pio XII ricordò che “Quando il martirio più spaventoso ha colpito il nostro popolo, durante i dieci anni del terrore nazista, la voce del Pontefice si è levata a favore delle vittime. Piangiamo – disse – la perdita di un grande servitore della pace “.
Nel maggio 1955 l’Orchestra Filarmonica d’Israele volò a Roma per un’esecuzione speciale della Settima Sinfonia di Beethoven, come espressione della duratura gratitudine dello Stato d’Israele verso il Papa per l’aiuto prestato al popolo ebraico durante l’Olocausto.
Inoltre la questione ebraica e in generale la sensibilità verso l’Olocausto, subirono un mutamento sopravvenuto appunto all’inizio degli anni ’60, dopo una lunga rimozione nel periodo postbellico.
Il processo al criminale nazista Adolf Eichmann, condotto nel 1961 a Gerusalemme, spinse l’opinione pubblica internazionale a interrogarsi sulle responsabilità di ciò che era avvenuto.
Alcuni studiosi avanzano l’ipotesi che Pacelli, per vari motivi, abbia mantenuto una linea più “diplomatica” che “profetica” nei riguardi di Hitler e di Mussolini. Altri invece, come Andrea Riccardi, affermano che la prudenza del Vaticano servì a sostenere le tante iniziative di soccorso agli ebrei da parte di strutture e singoli fedeli cattolici.
Al di là dei diversi orientamenti storiografici, comunque oggi risulta chiaro che il problema dell’atteggiamento della Chiesa verso l’Olocausto non può essere riferito solo alla persona di Pio XII: la questione ha una portata collettiva, non individuale.
Per giudicare l’operato di Pio XII non bisogna pensare che tutti negli anni 40-45 anche all’interno della Chiesa avessero le stesse posizioni e le stesse strategie su come agire ed oltre al papa esistevano vari organi anche nazionali.
Riguardo a questo punto certamente ha influito la repressione dei nazisti dopo la forte posizione dei vescovi olandesi. Infatti Pio XII sapeva che se avesse pubblicamente denunciato le atrocità di Hitler verso gli ebrei, la situazione sarebbe facilmente peggiorata.
Non solo avrebbe esposto i cattolici a pericoli più gravi, ma sapeva anche che sarebbe fallita la sua azione di aiuto agli ebrei. Ogni volta che i vescovi cattolici protestarono, i nazisti aumentarono le deportazioni e le atrocità.
Oggi esistono documenti che provano come egli avesse agito in favore degli ebrei prima da Nunzio (nel novembre 1917, documenti degli archivi sionisti pubblicati negli anni Sessanta da Pinchas Lapide e recentemente rilanciati dalla Fondazione Pave the Way), poi da Segretario di Stato (ad esempio il documento ritrovato nell’archivio del cardinale Tisserant che attesta un interessamento in favore degli ebrei discriminati in Polonia).
Esiste anche l’epistolario di Pacelli con i vescovi tedeschi maggiormente esposti contro il nazismo. Inoltre come non esiste un documento scritto di Hitler che ordini la terribile “soluzione finale” contro gli ebrei, ma nessuno ovviamente dubita che sia stato il Führer in persona a pianificare il genocidio, lo stesso criterio dovrebbe essere applicato alla Chiesa cattolica e al Vaticano di fronte alla mancanza di un ordine scritto del Papa in favore degli ebrei.
Non contano solo i documenti, conta anche la realtà dei fatti relativi ai conventi e agli istituti religiosi che accolsero ebrei a Roma: quasi trecento su settecento. Davvero difficile immaginare che tutto ciò potesse avvenire senza la benedizione del Papa.
Riguardo al periodo in cui Pacelli era Nunzio in Germania e alla firma del concordato con la Germania del 1933 i relatori ricordano che la politica di Pio XI era quella di delegare agli organi delle Chiese nazionali le questioni locali e la firma dei concordati era ritenuta una garanzia per i cristiani cattolici anche dove come in Germania si sapeva che non sarebbero stati rispettati. Pacelli scrisse più volte per lamentarsi con Hitler della mancata applicazione del concordato.
Circa la polemica sull’enciclica di Pio XI che non fu pubblicata da Pacelli oltre a non essere possibile che un Papa pubblichi il testo di un predecessore con la sua firma Pio XII nella prima enciclica la Summi Pontificatus, del 20 ottobre 1939, affrontava lo stesso tema di quella del predecessore: l’unità del genere umano, minacciata dall’idolatria dello Stato e della razza. Pio XII condannava “la dimenticanza di quella legge di umana solidarietà e carità, che viene dettata e imposta (…) dalla comunanza di origine e dall’uguaglianza della natura razionale in tutti gli uomini, a qualsiasi popolo appartengano”.
Il presidente del centro culturale cattolico San Benedetto, Paolo Tanduo, ringraziando i relatori per le precise e approfondite relazioni ha dato appuntamento a tutti per continuare l’approfondimento dei temi di carattere storico – iniziati con la visione pubblica del film KATYN realizzata da questo centro culturale insieme alle Coop-Lombardia comitato soci Baggio-Corsico-Zoia – alla mostra “Sia che viviate sia che moriate. Martiri e totalitarismi moderni” che si terrà dal 12 al 18 ottobre prossimi, e al successivo incontro del 22 ottobre su “La Persecuzione dei cristiani nel mondo” con Padre Piero Gheddo.