da Baltazzar | Dic 12, 2009 | Controstoria
Presentata dalla Pave the Way Foundation a New York
ROMA, venerdì, 11 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Con la presentazione di una ricerca questo giovedì alla Yeshiva University di New York, è stato aggiunto un altro tassello che illumina il vero comportamento di Papa Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale, contraddicendo le voci che lo vorrebbero inattivo di fronte alla barbarie nazista.
La ricerca, della Fondazione “Pave the Way” (PTWF), il cui obiettivo è rimuovere gli ostacoli tra le religioni, mostra infatti ancora una volta gli sforzi compiuti da Papa Pacelli per salvare la vita degli ebrei perseguitati dal regime tedesco dell’epoca.
I fondatori della PTWF, Gary e Meredith Krupp, e il ricercatore ed esperto di Pio XII William Doino Jr. hanno illustrato il rapporto a un gruppo di circa 70 studenti dell’Università l’8 dicembre.
La conferenza ha analizzato molti documenti, per la maggior parte scoperti di recente e alcuni dei quali venivano presentati al pubblico per la prima volta.
La figura di Pio XII, ricorda “Pave the Way” in un comunicato, è oggetto di interpretazioni controverse: questo Papa è infatti considerato da alcuni un eroe che ha salvato centinaia di migliaia di vite, soprattutto di ebrei, durante il secondo conflitto mondiale, da altri “l’esatto opposto”, ovvero una persona che non ha agito o che ha addiritttura collaborato con Hitler, al punto da essere stato definito “Il Papa di Hitler”.
La ricerca della Fondazione “Pave the Way” ha verificato che Pio XII è stato largamente apprezzato fino al 1963, cinque anni dopo la sua morte, quando è stato rappresentato “The Deputy”, uno spettacolo che ribaltava la reputazione di cui aveva goduto fino a quel momento.
Gli studenti della Yeshiva University sono rimasti “attoniti” constatando come un singolo spettacolo possa aver cancellato tutto ciò che il Pontefice aveva fatto (e che è ampiamente documentato), dando vita a un’ondata di speculazioni negative sul suo conto e a una serie di libri che ne distruggevano la memoria.
“La meticolosa documentazione di Gary Krupp mi ha convinto che non solo Papa Pio XII era innocente rispetto a tutte le accuse che gli venivano rivolte, ma che è stato un luminoso esempio di umanità, fede e coraggio durante l’Olocausto”, ha dichiarato lo studente rabbinico Noah Greenfield.
“Sono stato ispirato ad aiutare in ogni modo mi sia possibile per rendere giustizia al suo ricordo riconoscendo i suoi meriti”, ha aggiunto.
Il progetto di recupero di documenti della “Pave the Way Foundation” ha rivelato quasi 7.000 pagine di testi di tutto il mondo che apparentemente non sono stati studiati da storici o critici.
“L’unica frase a cui si adattano le azioni di Papa Pio XII nel suo sforzo per salvare quanti più ebrei poteva dalla furia nazista è ‘al limite del fanatismo’ – ha dichiarato Gary Krupp –. Ha agito per salvare il maggior numero di ebrei possibile, usando anche inganni per inviarli in Paesi che dicevano di non ammettere gli ebrei”.
Papa Pacelli, infatti, “ordinò di emettere falsi certificati di Battesimo per i rifugiati e li chiamava ‘cattolici-ebrei non ariani’. A molti venne quindi permesso di emigrare in Paesi come il Brasile, gli Stati Uniti e il Canada. Se queste persone fossero state davvero battezzate sarebbero state definite semplicemente cattoliche”.
Per Krupp, “moti critici hanno frainteso questo fatto e hanno dichiarato che Pio XII lavorò solo per salvare gli ebrei convertiti”.
I suoi sforzi, ricorda, vennero inoltre “compiuti in modo anonimo, che nella tradizione ebraica rappresenta la più alta forma di carità. Lo ha fatto quando nessun altro leader religioso o politico del tempo ha fatto niente di simile”.
Per questo motivo, la Fondazione ha raccolto le lettere personali di testimonianza per proporre allo Yad Vashem, il Memoriale dell’Olocausto di Gerusalemme, di dichiarare Eugenio Pacelli “Giusto tra le Nazioni”.
da Baltazzar | Dic 7, 2009 | Chiesa, Controstoria, Cultura e Società
Conferenza nel quadro della manifestazione Un anno, un secolo. 2009 – Il Settecento «Il Secolo dei Lumi» – Desenzano del Garda (Brescia), 4 dicembre 2009
di Massimo Introvigne
Il Settecento e noi
L’eredità del Settecento, il cosiddetto «Secolo dei Lumi», è ancora ampiamente tra noi. La domanda cui intendo rispondere in questa sede è che giudizio si può dare di questa eredità alla luce del Magistero della Chiesa. Infatti, anche se il Magistero si è occupato praticamente di tutto – senza risalire al corpus di Leone XIII (1878-1903), come dimenticare la ricchissima mole di testi di Giovanni Paolo II (1978-2005)? – un’attenzione particolare è stata dedicata a un’interpretazione della storia dell’Europa. L’Europa – c’insegna il Magistero – è stata una civiltà cristiana fino a quando è riuscita a mantenere l’equilibrio tra fede e ragione, cui corrisponde anche un equilibrio fra persona e comunità. Questo equilibrio è stato costruito in modo molto faticoso, e il messaggio evangelico è riuscito ad armonizzare quanto vi era di meglio tra la fede d’Israele e la filosofia greca, fra il diritto romano con il suo senso acuto della persona e gli apporti germanici che insistevano sulla comunità di vita e di tradizione, la gemeinschaft (distinta dalla gesellschaft, che è la «società» in senso giuridico). In particolare, come insegna l’enciclica Fides et ratio, «l’incontro del cristianesimo con la filosofia […] non fu immediato né facile» (Giovanni Paolo II 1998, n. 38), ma – attraverso un secolare processo – arrivò a costruire quell’«armonia fondamentale della conoscenza filosofica e della conoscenza di fede» (ibid., n. 42) che per molti versi culmina in san Tommaso d’Aquino (1224-1274).
Tuttavia, si può dire che, appena raggiunto questo apogeo, già vi erano forze che mettevano in crisi l’armonia tra fede e ragione. Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006, afferma che già «nel tardo Medioevo, si sono sviluppate nella teologia tendenze che rompono questa sintesi tra spirito greco e spirito cristiano» (Benedetto XVI 2006a). In seguito, per citare ancora la Fides et ratio, buona parte del pensiero moderno si sviluppa «allontanandosi progressivamente dalla Rivelazione cristiana, fino a raggiungere contrapposizioni esplicite» (Giovanni Paolo II 1998, n. 46). La storia dell’Occidente è ricostruita nella stessa enciclica di Giovanni Paolo II come storia di progressive «radicalizzazioni» (ibid.), e nel discorso di Ratisbona di Benedetto XVI come un seguito di tentativi di «deellenizzazione», cioè di negazione, in diverse e distinte «ondate», della tesi corretta la quale postula che «il patrimonio greco, criticamente purificato, sia una parte integrante della fede cristiana» (Benedetto XVI 2006a) e della sintesi che fa dell’Europa quello che essa è.
Di questo processo si possono distinguere quattro tappe, che la scuola detta contro-rivoluzionaria del pensiero cattolico – che nasce dalla critica alla Rivoluzione francese, ma va molto oltre nella sua indagine sulla crisi dell’Europa, che inizia ben prima del 1789 – ha tradizionalmente chiamato «Rivoluzioni». Il pensatore brasiliano Plinio Corrêa de Oliveira (1908-1995: cfr. soprattutto Corrêa de Oliveira 2009) ha riassunto l’analisi di questa scuola parlando di una I, di una II, di una III e di una IV Rivoluzione che attaccano rispettivamente i legami religiosi, politici, economici e morali che tenevano unita l’Europa e che hanno i loro momenti vessillari nella Riforma protestante, nella Rivoluzione francese, nella Rivoluzione bolscevica e nel 1968. Con riferimento alle prime tre tappe di questa «Rivoluzione» – che nella terminologia della scuola contro-rivoluzionaria non è un singolo avvenimento ma un processo, il quale ha una dimensione non solo politica ma dottrinale, culturale e morale – ritroviamo l’eco delle tesi degli autori contro-rivoluzionari in un celebre discorso di Pio XII (1939-1958) del 1952. Si tratta del discorso Nel contemplare agli Uomini di Azione Cattolica d’Italia, del 12 ottobre 1952, dove il Papa si serve di una formula che descrive la sequenza dell’allontanamento dell’Occidente dalla verità cattolica precisamente attraverso tre tappe che corrispondono al protestantesimo che nega la Chiesa, al deismo illuminista e all’ateismo marxista: «Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato» (Pio XII 1952).
Su questo processo oggi il magistero di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, che usa una diversa terminologia per la stessa sostanza, offre importanti delucidazioni storico-filosofiche. Da questo magistero ricaviamo anche che alle origini di ogni «Rivoluzione» c’è un momento esigenziale, una domanda che s’inserisce in un contesto di crisi e che di per sé non è infondata. Sfortunatamente, a ognuna di queste domande è data una risposta tragicamente sbagliata, così che la crisi, anziché avviarsi a soluzione, diventa più radicale e più profonda. Esamineremo in questa sede – dal momento che c’interessiamo al Settecento – la I e la II Rivoluzione, che peraltro preparano, proprio perché la Rivoluzione è un processo, anche la III e la IV.
Settecento e I Rivoluzione. Dal fideismo protestante all’assolutismo
La domanda posta da Martin Lutero (1483-1546) a un mondo orgoglioso, caratterizzato dal clima del Rinascimento in cui l’uomo si afferma solo artefice di se stesso non è senza fondamento: è Dio che salva l’uomo o l’uomo si salva da solo? La ragione può salvare senza la fede? Quella posta da Lutero rispetto al Rinascimento è un’esigenza reale, avvertita anche da molti buoni cattolici del suo tempo. Per quanto fondamentale sia l’armonia tra fede e ragione, se si deve rispondere alla domanda se sia la fede o la ragione a salvarci la risposta non è oggetto di dubbi: è la fede che salva.
Tuttavia, l’affermazione della fede come primaria rispetto alla ragione diventa nel pensiero maturo di Lutero, e in un certo mondo protestante, affermazione di una fede separata dalla ragione, cioè fideismo. Anche se volessimo prescindere dalle frasi più dure e polemiche di Lutero, più frequenti negli ultimi anni della sua vita – come quelle in cui invitava a considerare la ragione «la più grande prostituta del diavolo» (cit. in Maritain 1967, 72) – non è periferica, ma centrale nel suo pensiero una svolta per cui «la metafisica appare come un presupposto derivante da altra fonte [rispetto a quella biblica, alla sola Scriptura], da cui occorre liberare la fede per farla tornare ad essere totalmente se stessa» (Benedetto XVI 2006a). Nelle parole stesse di Lutero, «la ragione è direttamente opposta alla fede; perciò si deve abbandonarla; nei credenti essa dev’essere uccisa e sepolta» (cit. in Maritain 1967, 74); «deve essere affogata nel battesimo» (ibid., 72). Per essere davvero se stessa, la fede divorzia – nel senso etimologico del termine, che fa riferimento a due strade che divertunt, divergono – dalla ragione e dalla filosofia greca, così che Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona vede nella Riforma la prima ondata della deellenizzazione. E questo divorzio è pericoloso perché la fede separata dalla ragione conduce al fondamentalismo: in questo senso, come scrive uno dei maggiori sociologi protestanti contemporanei, Jean-Paul Willaime, «il protestantesimo è un fondamentalismo» (Willaime 1992, 78).
Ma nel protestantesimo si verifica anche un tipico processo di «eterogenesi dei fini», un’espressione che risale a Giambattista Vico (1668-1744) e che è passata a indicare un’azione o un pensiero che, immesso nella storia, finisce per causare anche effetti opposti a quelli che si proponeva. Così, se da un lato il fideismo di un certo protestantesimo porta al fondamentalismo, dall’altro – sganciando la ragione dalla fede e lasciandola, per così dire, libera di operare senza il freno del confronto con la teologia – è nell’ambito del protestantesimo che nasce anche il razionalismo che fiorirà nel Settecento: o, almeno, una forma di pre-razionalismo se si vuole riservare il nome di razionalismo a una prospettiva dove la ragione non solo ignora, ma nega il ruolo della fede. Se il libero esame e il rapporto diretto con la Scrittura da parte di ogni credente sono alle origini del soggettivismo – e alcuni riformatori pretendevano anche di stare liberando l’uomo da ogni autorità che si frapponesse fra la persona e Dio – la svalutazione della ragione porta altri, sempre nell’ambito della Riforma, a negare l’esistenza di un diritto naturale, di principi e di leggi che proprio in forza della ragione s’impongono a tutti gli uomini – e anche ai governanti. Per la verità, questo non è l’atteggiamento di tutta la Riforma e non mancano sostenitori protestanti del diritto naturale. Ma la svalutazione della ragione conduce altri protestanti – forse più coerentemente – a negare l’esistenza di una legge naturale. Il governante si trova così in grado di esercitare il suo potere secondo la regola dell’assolutismo: un potere absolutus, cioè solutus ab, «sciolto da» ogni vincolo a una legge superiore.
Se non ci sono princìpi che la ragione può conoscere e che valgono per tutti, la volontà del sovrano non ha limiti. Secondo l’espressione del filosofo del diritto Juan Vallet de Goytisolo si passa «dal legislare come legere al legislare come facere» (Vallet de Goytisolo 1973). Per chi crede nel diritto naturale l’autorità non «crea» la norma ma la «legge» nella natura stessa delle cose: il legislare è un legere. Ma per chi non ci crede l’autorità crea la legge con un puro atto d’imperio e di volontà: il legislare è un facere. La sola fides sembra ergersi sovrana, dopo avere divorziato dalla ragione. Ma è una sovranità limitata al campo della teologia, che lascia tutto il resto del pensare e dell’agire umano – una volta rimossa la ragione – alla volontà di potenza e all’arbitrio del principe. Così, la svalutazione della ragione e la prima ondata della deellenizzazione non creano libertà, ma assolutismo: il quale, naturalmente, non è una prerogativa del solo mondo protestante ma si diffonde anche in Paesi cattolici.
Il Settecento vede la fioritura dell’assolutismo e dei suoi teorici, particolarmente con gli ultimi anni del regno di Luigi XIV di Francia (1638-1715). L’assolutismo non è affatto una logica conseguenza della tradizione medievale europea, fondata sull’incontro fra fede e ragione. Al contrario, è la prima tappa del suo smantellamento. Quando l’invincibilità di Luigi XIV è messa in discussione dalla sua sconfitta nella battaglia di Torino del 1706, è del tutto anacronistico – come ha fatto una certa pubblicistica risorgimentale – vedervi una manifestazione di patriottismo «italiano» contro la Francia, e anche attribuire disegni ideologici al duca di Savoia Vittorio Amedeo II (1666-1732), personaggio caratterizzato al contrario da un notevole pragmatismo. Non è meno vero che una parte del mondo cattolico sabaudo, guidata dal beato Sebastiano Valfré (1629-1710), vede nella resistenza a Luigi XIV la doverosa opposizione a un principe che non riconosce sopra di sé né l’esistenza di una legge naturale né l’autorità superiore della Chiesa e del Papato.
L’assolutismo settecentesco, in questa prospettiva, non è «il contrario» dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. È piuttosto, nel quadro di una lettura della Rivoluzione come processo, la tappa precedente, che prepara il 1789.
Settecento e II Rivoluzione. L’Illuminismo francese e la Rivoluzione del 1789
Il momento esigenziale della seconda ondata, questa sì tipicamente settecentesca, della crisi europea consiste nell’idea di riaffermare il ruolo della ragione – contro il fideismo – e i diritti della persona rispetto allo Stato, contro l’assolutismo. Ma anche stavolta – forse ancora più rapidamente e brutalmente che nella I Rivoluzione – il momento esigenziale è travolto. La rivendicazione di un ruolo della ragione contro il rischio del fideismo non porta in questo caso a un equilibrio di ragione e fede ma al semplice rovesciamento, in direzione del laicismo, della tendenza al fondamentalismo insita in un certo protestantesimo. Se prima la fede rischiava di divorare la ragione, qui è la ragione a divorare la fede. Ma, in verità, non è la ragione ma una concezione – sbagliata – della ragione, che è diventata razionalismo.
«Questo concetto moderno della ragione» – dove «moderno» non ha un significato semplicemente cronologico, ma ideologico -, secondo un passaggio complesso ma importante del discorso di Ratisbona di Benedetto XVI, «si basa, per dirla in breve, su una sintesi tra platonismo (cartesianismo) ed empirismo, che il successo tecnico ha confermato. Da una parte si presuppone la struttura matematica della materia, la sua per così dire razionalità intrinseca, che rende possibile comprenderla ed usarla nella sua efficacia operativa: questo presupposto di fondo è, per così dire, l’elemento platonico nel concetto moderno della natura. Dall’altra parte, si tratta della utilizzabilità funzionale della natura per i nostri scopi, dove solo la possibilità di controllare verità o falsità mediante l’esperimento fornisce la certezza decisiva. [… ] Questo comporta due orientamenti fondamentali decisivi per la nostra questione. Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercavano di avvicinarsi a questo canone della scientificità. […] [I]l metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o pre-scientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione. […] [S]e la scienza nel suo insieme è soltanto questo, allora è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” intesa in questo modo e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo. Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale. È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo costatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più» (Benedetto XVI 2006a).
Si dirà che la citazione è densa, e anche difficile. È vero. Per semplificare, si potrebbe dire che per il razionalismo la ragione si occupa solo di quello che da una parte si può vedere, toccare e misurare, e di cui dall’altra si può immediatamente e sperimentalmente provare l’utilità. Siccome nessuno vede, tocca e misura Dio, e che Dio ci sia «utile» è certamente una delle affermazioni più vere che si possano fare, ma il modo di dimostrarlo è un po’ diverso da quello con cui si dimostra che è «utile» un coltello o un’automobile, ecco che la nozione moderna di ragione dichiara che per Dio e la fede non c’è posto in un mondo razionale e scientifico. Questo è dannoso per la ragione – che è ridotta a non occuparsi affatto delle questioni che sono in realtà le più importanti di tutte -; è dannoso per la morale, che non ha più un fondamento razionale ma al massimo volontaristico o emotivo; e infine è dannoso per la fede stessa che, sganciata dalla ragione, rischia, per altra via rispetto a quella della I Rivoluzione, di essere abbandonata alle derive patologiche del fondamentalismo.
È dannoso anche per la scienza, che può – a prima vista – esultare perché non ha più limiti che ne frenino l’azione e dunque può fare tutto quello che è tecnicamente in grado di fare, anche clonare esseri umani o produrre chimere, ibridi di uomo e di animale, in laboratorio. Ma la negazione del limite può essere giustificata solo dalla negazione dell’esistenza di una realtà esterna alla scienza, che lo scienziato non crea ma che descrive sempre meglio. Se si ammette che la legge di gravità esisteva nel reale anche nella preistoria, e certamente prima che Isaac Newton (1642-1727) la formulasse esplicitamente – le mele cadevano anche prima che quella fatale colpisse la testa dello scienziato inglese – si deve, con questo, ammettere che la scienza fonda la sua pretesa di verità sull’esistenza di una realtà che non ha creato, le preesiste e le è per così dire esterna. Questa realtà – che contiene intrinsecamente leggi naturali sia fisiche sia morali – è il fondamento della scienza ma al tempo stesso è il suo limite. Come la politica e le leggi, anche la scienza classica è un legere: legge nel creato leggi che lì già esistono da sempre. Se vuole emanciparsi da tale fondamento e da tale limite, la scienza moderna diventa un facere, ma la sua illusoria libertà sega il ramo stesso su cui è seduta: se non ha un rapporto con un reale precedente ed esterno la scienza non più pretendere di fornire conoscenza e verità, ma soltanto «cose utili». Non è più scienza, è solo tecnologia.
Nell’enciclica Spe salvi, dopo avere nuovamente messo in luce il ruolo di Lutero nella svalutazione radicale della ragione, Benedetto XVI mostra come – separata dalla fede – la ragione rischi di diventare ragione strumentale, la «ragione del potere e del fare» (Benedetto XVI 2007, n. 23), misurata non più dal vero ma dall’utile. Mentre «non è che la fede […] venga semplicemente negata» (n.17) – non ancora – ma «viene piuttosto spostata su un altro livello – quello delle cose solamente private ed ultraterrene – e allo stesso tempo diventa in qualche modo irrilevante per il mondo» (ibidem). «Altri» (ibidem) si presentano rapidamente a occupare la piazza pubblica lasciata vuota dalla fede che Lutero ha separato dalla ragione, sotto la bandiera della scienza innalzata da Francesco Bacone (1561-1626). Il vero è sostituito dall’utile; la speranza, dalla «ideologia del progresso» (ibidem). Quando gli «altri» si accorgono che tutta la piazza pubblica è libera, cercano d’impadronirsi di tutta la cultura e la politica con l’Illuminismo francese del Settecento, che mostra il suo volto violento con la Rivoluzione francese.
La critica della Rivoluzione francese è condotta da Benedetto XVI nella Spe salvi analizzando due scritti del filosofo principe dell’Illuminismo, Immanuel Kant (1724-1804), separati da soli due anni ma molto diversi nel giudizio sugli eventi di Francia. Il primo, del 1792, s’intitola La vittoria del principio buono su quello cattivo e la costituzione di un regno di Dio sulla terra: già il titolo dice molto. Niente di meno dell’instaurazione del regno di Dio sulla Terra sembra possibile a Kant tramite la sostituzione, certo dolorosa ma provvidenziale, della «fede ecclesiastica», incrostata di vecchiume e superata dall’Illuminismo, con la «pura fede religiosa» che sarebbe «semplice fede razionale» (ibid., n. 19), religione nei limiti della sola ragione secondo la formula celebre dello stesso filosofo. Tuttavia, passano solo due anni e Kant in un nuovo scritto, La fine di tutte le cose, del 1794, dopo il Terrore del 1793 in Francia, paventa addirittura che la Rivoluzione si risolva nel regno dell’«Anticristo», «fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo»: «la fine (perversa) di tutte le cose» (ibidem). Qualcuno meno caritatevole del Papa potrebbe fermarsi a osservare che a questa «fine (perversa) di tutte le cose» Kant ha portato il suo neppure troppo modesto contributo, ma non è l’accertamento delle responsabilità dei singoli protagonisti della storia culturale dell’Europa che sta a cuore al Pontefice. È piuttosto l’inventario degli errori e degli orrori cui conduce il razionalismo settecentesco, che dopo aver tagliato il legame tra fede e ragione si ritrova con una nozione di ragione che non è più quella che aveva fatto dell’Europa l’Europa.
Importante ancora, nel complesso passaggio citato del discorso di Ratisbona, è anche il riferimento alla perdita della capacità di «creare una comunità». Non soltanto con la («seconda fase» della) Rivoluzione francese, chi chiedeva meno assolutismo, dunque meno Stato e più società, si ritrova in una situazione in cui c’è più Stato, e si creano forme che sono almeno preludio al totalitarismo (il quale richiede, per essere totalitarismo compiuto, anche l’abolizione della proprietà privata). Ma c’è anche meno società, perché si attacca in nome del rapporto unico e diretto fra il «cittadino» e lo Stato tutto quanto sta in mezzo, cioè quelli che il diritto chiama corpi intermedi, con conseguenze devastanti per l’economia. La libertà economica è rivendicata dall’Illuminismo radicale e dai suoi eredi ottocenteschi per il singolo, ignorando però la dimensione comunitaria dell’economia. Da un’esigenza di libertà dai vincoli dello Stato assolutista nasceranno così certo i successi tecnici, ma anche gli intollerabili costi umani, della rivoluzione industriale e dell’imprenditoria da «padroni delle ferriere» (secondo il titolo della traduzione italiana [Ohnet 1886] del fortunato romanzo strappalacrime di Georges Ohnet, 1848-1918). Sarà il preludio al socialismo e alla III Rivoluzione.
Illuminismo «illuminato»? Il volto umano del Settecento
Abbiamo visto come il Magistero ci mostri come ogni Rivoluzione nasca anche da esigenze a loro modo comprensibili, che però patiscono – e non possono non patire – un processo di eterogenesi dei fini. Vogliamo ora riflettere su queste esigenze comprensibili, alla ricerca di quello che potremmo chiamare il volto umano del Settecento, di cui la Rivoluzione francese costituisce il volto sanguinario. «Illuminismo» è un’espressione usata nel magistero di Benedetto XVI in contesti e con significati diversi. Nel discorso di Ratisbona il Papa trova addirittura nel monoteismo ebraico del Vecchio Testamento «una specie di illuminismo, che si esprime in modo drastico nella derisione delle divinità che sarebbero soltanto opera delle mani dell’uomo (cfr Sal 115)» (Benedetto XVI 2006a), realizzando così un incontro con la «parte migliore del pensiero greco» in cui si manifesta a sua volta «un autentico illuminismo» (ibidem). È evidente che – dal momento che né dall’Atene dei filosofi né dalla Gerusalemme dei Salmi risulta sia passato François-Marie Arouet, detto Voltaire (1694-1778) – Benedetto XVI usa qui il termine «illuminismo» con riferimento allo sforzo della ragione di conoscere per quanto possibile la verità, senza l’ausilio della rivelazione piena di Dio in Gesù Cristo che naturalmente, nei casi citati, doveva ancora venire.
D’altro canto, lo stesso Pontefice segnala al convegno di Verona del 2006 la «nuova ondata di illuminismo e di laicismo» contemporanea nella colonna delle perdite per la Chiesa cattolica in Italia (Benedetto XVI 2006b). Ma ancora, negli auguri alla Curia romana del 22 dicembre 2006, il Papa augura ai musulmani non solo di fare quei conti faticosi con l’Illuminismo che alla Chiesa sono costati «una lunga ricerca faticosa» ma anche di saper capire che «è necessario accogliere le vere conquiste dell’illuminismo» (Benedetto XVI 2006c). È dunque chiaro che «illuminismo» non ha sempre lo stesso significato nel magistero di Papa Benedetto XVI, e che il sostantivo deve essere aggettivato. Quanto al come aggettivarlo, ci aiuta quella sorta di enciclica sui rapporti fra Chiesa e modernità che è il lungo Discorso alla Curia romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, pronunciato sempre il 22 dicembre ma in questo caso non del 2006, bensì del 2005. Qui Benedetto XVI distingue due diversi modelli di modernità – quindi, anche, di Illuminismo – che hanno la loro espressione politica rispettivamente nella Rivoluzione americana e nella Rivoluzione francese, più precisamente notando come «la rivoluzione americana aveva offerto un modello di Stato moderno diverso da quello teorizzato dalle tendenze radicali emerse nella seconda fase della rivoluzione francese» (Benedetto XVI 2005). Si potrebbe quindi parlare di un Illuminismo «anglo-sassone» e di uno «latino» o «francese», o ancora utilizzare per il secondo «Illuminismo radicale», che sarebbe espressione coerente con il discorso del 2005 del Papa.
In tema di Stati Uniti il dibattito sulle loro origini settecentesche è stato rilanciato dal romanzo Il simbolo perduto di Dan Brown (2009). Il romanzo s’inserisce in un dibattito storiografico che dura da almeno cento anni e che contrappone due narrative a proposito delle origini americane. Per la prima i padri fondatori settecenteschi degli Stati Uniti – anche se non erano tutti né esempi di comportamento morale né cristiani di buona dottrina – misero al centro dell’esperimento americano valori condivisi il cui fondamento era almeno genericamente cristiano. Per la seconda, il sottofondo comune che univa i padri fondatori non era invece il cristianesimo ma il deismo tipico della massoneria, utilizzato come lieve vernice filosofica per coprire temi gnostici, esoterici e ultimamente naturalistici e neo-pagani.
Il dibattito, naturalmente, non si risolve con i romanzi. Ma la rozza presentazione di Brown è storicamente infondata. Benedetto XVI, visitando nel 2008 gli Stati Uniti, ha definito l’esperimento dei padri fondatori americani «un modello fondamentale e positivo» (Benedetto XVI 2008a). Sul prato della Casa Bianca il Papa ha affermato che «sin dagli albori della Repubblica la ricerca di libertà dell’America è stata guidata dal convincimento che i principi che governano la vita politica e sociale sono intimamente collegati con un ordine morale, basato sulla signoria di Dio Creatore. Gli estensori dei documenti costitutivi di questa Nazione si basarono su tale convinzione» (Benedetto XVI 2008b). I diritti della Costituzione americana sono insieme «fondati sulla legge di natura e sul Dio di questa natura» (ibid.): il Dio, ha precisato Benedetto XVI, della «fede biblica» (ibid.).
Naturalmente, è giusto che sulle origini degli Stati Uniti gli storici continuino a dibattere. Benedetto XVI nel suo viaggio americano del 2008 ha puntualmente elencato anche i mali dell’individualismo statunitense, e le ombre che fanno da contrappunto alle luci. Ma il Papa in America ha svelato il gioco – dove è entrato come protagonista anche Dan Brown – di chi presenta maliziosamente le origini degli Stati Uniti nel Settecento come soltanto massoniche per legittimare un’emarginazione del cristianesimo dalla vita politica di oggi.
Tornando dagli Stati Uniti all’Europa, ma rimanendo nel Settecento, si sarà notato nel discorso del 2005 di Benedetto XVI anche il riferimento a una «seconda fase della rivoluzione francese», che torna precisamente sulla differenza fra il momento esigenziale delle varie fasi della crisi dell’Europa e la relativa eterogenesi dei fini, la quale non è un processo spontaneo ma presuppone che qualcuno persegua fini estranei alle esigenze legittime in modo consapevole e, quindi, sovversivo. Molti di coloro che andavano a Parigi per partecipare agli Stati Generali – come ormai la storiografia ha definitivamente chiarito – non intendevano rovesciare in modo, appunto, «radicale» lo stato di cose vigente, e meno ancora chiudere le chiese o ghigliottinare gli oppositori. Intendevano solo protestare contro l’assolutismo in nome delle libertà dei singoli e della società che lo Stato assolutista aveva negato. Una «prima fase» della Rivoluzione francese, in questo senso, dovrebbe andare dal 5 maggio 1789 (se non, considerando i prodromi, addirittura dal 1788 e dagli Stati Provinciali) al 9 luglio 1789, cioè dalla convocazione degli Stati Generali fino alla loro trasformazione in Assemblea Nazionale. Si può ricordare anche la complessa vicenda delle contro-celebrazioni cattoliche del centenario della Rivoluzione francese, nel 1889, dove un autorevole esponente della scuola contro-rivoluzionaria come il marchese René de La Tour du Pin (1834-1924) si batte – tra l’incomprensione di ambienti ecclesiastici e cattolici di solito a lui vicini – perché non solo si ricordino, in negativo, gli errori e gli orrori rivoluzionari ma si commemori anche, in positivo, una prima fase in cui la Francia profonda aveva criticato l’assolutismo ponendo domande legittime cui la Rivoluzione non aveva poi dato risposte e segnalando problemi che la Repubblica non avrebbe risolto ma aggravato. La Tour du Pin si riferisce appunto, più che agli Stati Generali, agli Stati Provinciali del 1788 di cui – per quanto riguarda la terra d’origine dei suoi antenati, il Delfinato – fa celebrare il centenario nel 1888, ricordando gli Stati di Romans del secolo precedente.
In un libro sulla dottrina sociale della Chiesa che – con un’allusione scherzosa al suo stesso cognome – il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, ha voluto intitolare Il capitale è proposta una distinzione in tema d’Illuminismo che si ritrova anche in testi di Benedetto XVI, e che apprezza – distinguendolo dall’Illuminismo francese – in particolare quello inglese per la sua attenzione ai temi morali. I testi del cardinale Marx (e – sembrerebbe – anche di Benedetto XVI) hanno la loro radice, non citata esplicitamente ma talora richiamata in modo quasi letterale, nelle analisi dell’Illuminismo della storica statunitense di famiglia ebrea tedesca Gertrude Himmelfarb, rispettivamente moglie e madre di due esponenti importanti del movimento neo-conservatore, Irving (1920-2009) e William Kristol. Direttamente dall’opera più nota della Himmelfarb, The Roads to Modernity. The British, French and American Enlightenments (Himmelfarb 2004), vengono gli inviti del cardinale Marx a leggere gli scritti economici di Adam Smith (1723-1790), il padre dell’economia politica liberista, alla luce dei suoi scritti morali e non viceversa, così scoprendo in Smith un teorico dell’etica naturale (cfr. Marx 2009, 70-73).
Più in generale, il cardinale Marx attribuisce a un «Illuminismo illuminato» (ibid., 69) – distinto da altre forme d’Illuminismo – un ruolo ultimamente positivo nella fondazione dei diritti di libertà politica sulla base del senso comune e della ragione, che – se da una parte incontrava una certa ostilità delle Chiese e comunità cristiane, per cui questi diritti avrebbero dovuto piuttosto essere fondati su Dio – dall’altra offriva il vantaggio di poterli proporre come regole comuni a tutti gli uomini, fossero questi cattolici o protestanti, cristiani o musulmani, credenti o atei, posto che a tutti è comune la ragione. Secondo il cardinale Marx l’Illuminismo («illuminato») «ha sviluppato nuove vie per dare a questi valori un fondamento che non fosse divino. Ma non li ha scoperti, bensì li ha trovati nella cultura cristiana occidentale e li ha rifondati» (ibid., 127).
Al di là di singoli giudizi storici del cardinale Marx su cui si può o meno concordare, vi è qui un tema centrale del magistero di Benedetto XVI, che ha un collegamento particolare con il Settecento. Quest’epoca si trova di fronte in misura sempre crescente al pluralismo religioso. In Europa e nelle terre dove sono arrivati gli europei coesistono religioni diverse, che sono in disaccordo fra loro sull’essenziale. Se si ricavano i diritti della persona dal Vangelo, chi non crede nel Vangelo non sarà d’accordo. Di qui, se si vuole affermare l’universalità dei diritti, il tentativo settecentesco di fondarli sulla ragione, che è comune a tutti gli uomini a prescindere dalle loro diverse fedi. È un problema che Benedetto XVI – per esempio, ma non solo, in tema di rapporti con l’islam – si pone ancora oggi.
L’idea di cercare una fondazione dei diritti sulla base del retto uso della ragione, a prescindere dalla fede – ma non necessariamente «contro» la fede – sarebbe, in questa prospettiva, l’eredità positiva del Settecento, o dell’Illuminismo «illuminato» che si sarebbe sviluppato soprattutto nell’area linguistica anglofona, sulla base di premesse che fanno riferimento al diritto naturale e al senso comune. E si potrebbe accostare a considerazioni filosofiche ed etiche nate in Scozia e in Inghilterra in ambiente protestante, l’importanza del buon senso e della misura nel magistero morale di sant’Alfonso de’ Liguori (1696-1787), in questo senso eminente rappresentante del Settecento «buono».
Per evitare equivoci è però obbligatoria una precisazione, che ci viene dallo stesso magistero di Benedetto XVI. Non c’è nessuna contraddizione, ci spiega il regnante Pontefice nell’enciclica Caritas in veritate, fra fare un tratto di strada con i non credenti sulla base del diritto naturale e della ragione e ricordare agli stessi non credenti che il fondamento ultimo del diritto che si può leggere nella natura sta in Dio creatore di quella natura. Anzi, il Papa non teme di ribadire che l’ateismo fa male. Non solo non aiuta a uscire dalla solitudine, ma è un ostacolo allo sviluppo. «La chiusura ideologica a Dio e l’ateismo dell’indifferenza, che dimenticano il Creatore e rischiano di dimenticare anche i valori umani, si presentano oggi tra i maggiori ostacoli allo sviluppo. L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano» (Benedetto XVI 2009a, n. 78). Se si esclude la dimensione spirituale, non si troverà ultimamente un fondamento per i diritti. «Lontano da Dio, l’uomo è inquieto e malato» (ibid., n. 78). «Senza Dio l’uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia» (ibidem).
Nel 2008, visitando le Nazioni Unite a New York, Benedetto XVI aveva riaffermato insieme da una parte che i diritti umani, in quanto fondati sulla legge naturale, s’impongono a tutti gli uomini, credenti o non credenti, per il solo fatto di essere uomini e di condividere la stessa natura umana, dall’altra che il vero fondamento ultimo di questi diritti è di carattere religioso in quanto la legge di natura è parte del progetto creatore di Dio. Tra le due tesi non c’è nessuna contraddizione. Il non credente può e deve riconoscere la legge naturale sulla base della sola ragione. Ma chi nega che i diritti umani trovino il loro fondamento ultimo in Dio si priva del più forte sostegno per questi diritti proprio nel momento in cui la loro universalità è da più parti negata. I diritti umani «si applicano ad ognuno in virtù della comune origine della persona, la quale rimane il punto più alto del disegno creatore di Dio per il mondo e per la storia» (Benedetto XVI 2008c).
L’insegnamento di Benedetto XVI incontra la critica di Vico, un altro eminente esponente del Settecento «buono», ai teorici laici del diritto naturale come Thomas Hobbes (1588-1679), Huig van Groot (1583-1645) – italianizzato in Ugo Grozio -, e Samuel Pufendorf (1632-1694). Vico – e il suo è un giudizio su tanta cultura del Settecento e dell’Illuminismo – vede «la malattia mortale del giusnaturalismo moderno [laico] nell’avere elaborato il diritto naturale delle nazioni senza tener conto della provvidenza divina» (Ronco 2008, 239).
Proporre «un fondamento che non fosse divino» (Marx 2009, 127) ai principi del diritto naturale può avvenire per due ragioni, e sta qui l’ambiguità del Settecento e anche dell’Illuminismo «illuminato». Può essere una necessità didattica a fronte del pluralismo religioso e ideologico. In questa prospettiva – ed è chiaramente il caso del magistero di Benedetto XVI – non si manca mai di ribadire nello stesso tempo, confutando ogni ipotesi di contraddizione, che la legge naturale s’impone a tutti gli uomini dotati di ragione e ai non credenti può essere presentata sulla base di argomenti razionali, e che tuttavia il suo fondamento ultimo si trova soltanto in Dio. Può darsi, invece, che proporre un «fondamento non divino» della legge naturale derivi da una negazione o da un’esclusione di principio del suo fondamento divino. In questo secondo caso non solo si compie quella che Vico definiva «ingiuria della gente cristiana» (cfr. Ronco 2008, 239) ma s’ingiuria anche la verità e si apre la strada al laicismo.
Per i cattolici è importante non perdere di vista i progressi compiuti nel Settecento dal processo rivoluzionario e il senso anzitutto negativo dell’espressione «Illuminismo», che gronda di lacrime e di sangue con riferimento alla Rivoluzione francese, alla sua preparazione ideologica e alle sue conseguenze in tutta Europa se non in tutto il mondo. Ogni affermazione che rischia di attenuare questo giudizio negativo comporta dei pericoli. Nello stesso tempo il problema di come convincere i molti che non credono a rispettare almeno il diritto naturale sulla base della ragione è un problema decisivo, che il Settecento si è posto e che ha cercato d’impostare, anche se non sempre correttamente. Ultimamente la questione è se debba prevalere una ragione cognitiva misurata dalla verità o «la ragione del potere e del fare» (Benedetto XVI 2007, n. 23), una ragione strumentale misurata dall’esito e dall’utile. Dopo il Settecento, il rischio è che la seconda ragione offuschi la prima, che l’uso di ragione si degradi in razionalismo. E quando si afferma una «dittatura del razionalismo» che del resto prepara la «dittatura del relativismo» (Benedetto XVI 2009b) a difendere la ragione – non solo la fede – rimane davvero soltanto la Chiesa.
da Baltazzar | Nov 26, 2009 | Chiesa, Controstoria
di Piero Gheddo
ROMA, mercoledì, 25 novembre 2009 (ZENIT.org).- Su ZENIT del 20 novembre ho già scritto del volume di Michael Hasemann “Pio XII. Il Papa che si oppose a Hitler” (Paoline, Milano 2009, pagg. 336), riportando parecchi fatti storicamente documentati che dimostrano come Pio XII sia stato veramente “il Papa che si oppose ad Hitler”.
Il Relatore della sua Causa di Beatificazione, il gesuita padre Peter Gumpel, scrive nella Prefazione che, “mentre il nostro immane lavoro di ricerca e studio procedeva, i miei collaboratori e io ci siamo convinti sempre più che nei riguardi di Pio XII era stata creata una vera e propria “leggenda nera””. Cioè un’immagine “politicamente corretta”, ma storicamente del tutto falsa del grande Papa, che avrebbe favorito l’ascesa al potere di Hitler e poi taciuto di fronte alla Shoa.
Ci chiediamo come è stato possibile, a circa 18 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, capovolgere radicalmente l’immagine di un Papa che le massime autorità ed esponenti del mondo ebraico avevano fino a quel momento ringraziato ed esaltato per l’importante contributo che aveva dato, lui e la Chiesa cattolica da lui mobilitata, alla salvezza di centinaia di migliaia di ebrei dai campi di stermini nazisti.
Hasemann, che ha studiato bene la questione, afferma e documenta che tutto è nato per le trame del KGB sovietico. Impossibile ridurre in una pagina i passaggi che il volume di Hasemann racconta e pubblicati negli ultimi anni negli Stati Uniti, senza suscitare alcuna reazione nella stampa internazionale. Ormai la campagna contro Pio XII non interessa più o interessa molto meno e l’immagine negativa del Pontefice “politicamente corretta” è entrata in molta parte dell’opinione pubblica.
Tutto nasce da Ion Mihail Pacepa, generale della “Securitate”, i servizi segreti (sezione esteri) del dittatore rumeno Ceausescu, espatriato all’inizio degli anni ottanta, al quale il Presidente americano Carter concesse il diritto d’asilo e la nazionalità americana, che collabora con la CIA e si segnala per il suo “contributo importante, anzi unico, al servizio degli Stati Uniti d’America”.
Pacepa rivela che all’inizio degli anni Sessanta era stato incaricato “di contribuire a una campagna diffamatoria contro Pio XII, che il KGB stava montando su ordine di Krushev in persona… Lo scopo era di minare l’autorità della Santa Sede nell’Europa occidentale, mostrandola come un bastione del Nazismo”.
Il KGB si rivolse ai servizi segreti della Romania, paese in contatto con la Santa Sede (per un ipotetico scambio di rapporti diplomatici, mai realizzato) e con la possibilità di inviare studiosi negli Archivi vaticani. Così tra il 1960 e il 1962 tre “sacerdoti” (agenti del Die, servizi segreti rumeni) frequentano gli Archivi Vaticani, fotografando di nascosto molti documenti del Pontificato di Pio XII e dei rapporti tra Santa Sede e governo hitleriano nell’anno (1933) in cui venne firmato il Concordato fra Germania e Vaticano, sul modello di quello firmato da Mussolini con l’Italia nel 1929 (allora il card. Pacelli era Segretario di Stato di Pio XI).
Nei documenti fotografati, scrive Hasemann, non c’era nulla di compromettente, ma le migliaia di foto di testi originali permisero ai tecnici del KGB di manipolare dei falsi che servirono alla stesura dell’opera teatrale “Il Vicario”. Nel 1963 questa viene pubblicata in Germania da uno sconosciuto giovane tedesco Rolf Hochhuth (che mai aveva frequentato gli Archivi vaticani) e ha un successo immediato e internazionale, anche perché accompagnata da alcune pagine di “illuminanti documenti storici” che, secondo Hasemann, erano falsi del KGB.
Nasce la campagna contro Pio XII, naturalmente sostenuta dai Partiti comunisti dell’Occidente e dalla stampa fiancheggiatrice. Qualsiasi smentita circa la falsità delle tesi sostenute non trova spazio nella stampa internazionale, quando già nel marzo 1963 il governo della Repubblica Federale tedesca aveva preso le distanze da “Il Vicario”, con questo comunicato (pag. 323):
“Il Governo Federale si rammarica che siano state mosse accuse contro Papa Pio XII. Il defunto Pontefice aveva levato in diverse occasioni la voce contro le persecuzioni razziali del Terzo Reich e liberato quanti più ebrei possibile dalle mani dei persecutori. Il Governo Federale è e rima e grato a Pio XII per essere stato fra i primi, subito dopo il crollo del regime nazista, ad adoperarsi per una riconciliazione interna alla Germania e tra la Germania e le altre nazioni. Questo rende tanto più incomprensibile e deplorevole una denigrazione della sua memoria proprio da parte tedesca”.
Michael Hasemann cita l’ex-generale rumeno che oggi “spera che vengano aperti gli Archivi del KGB e venga alla luce l’intera procedura con cui i comunisti sono riusciti a screditare uno dei più importanti Papi del secolo XX”.
E ricorda il discorso di Pio XII del 20 febbraio 1949 in Piazza San Pietro: “Esso (il comunismo) vorrebbe una Chiesa che tace quando dovrebbe parlare; una Chiesa che indebolisce la legge di Dio, adattandola al gusto dei voleri umani, quando dovrebbe altamente proclamarla e difenderla; una Chiesa che si distacca dal fondamento sul quale Cristo l’ha edificata, per adagiarsi comodamente sulla mobile sabbia delle opinioni del giorno o per abbandonarsi alla corrente che passa… E’ questa la Chiesa che voi venerate e amate? Riconoscereste voi in una tale Chiesa i lineamenti del volto della vostra Madre? Potete voi immaginare un successore del primo Pietro che si pieghi a simili esigenze?”.
“Dalla massa dei fedeli si innalzò una sola risposta – continua Hasemann – ‘Nooo!’. Allora, quale modo migliore di incrinare la fiducia in quel paladino della giustizia, che accusarlo di aver assunto nei confronti del più spaventoso massacro della storia , l’atteggiamento che lui stesso esecrava: tacere?”.
da Baltazzar | Ott 23, 2009 | Controstoria, Cultura e Società
Umbria, un dirigente radicale denuncia: «Contro di me minacce sul web e sul posto di lavoro. L’accusa? Non aver coscienza di classe» • «La mia colpa è aver elogiato un’opera considerata “revisionista”» • Lo storico: «È un poveretto…»
di Felice Manti
Tratto da Il Giornale del 22 ottobre 2009
In Umbria non c’è spazio per un libro che denuncia i crimini della Resistenza, né per il suo autore né tantomeno per chi, liberamente, ne consiglia la lettura. La «colpa» di Marcello Marcellini, avvocato ternano col pallino della storia, è quella di aver violato l’immagine della Brigata di partigiani comunisti Antonio Gramsci in un libro, I Giustizieri (Mursia editore) che raccoglie i documenti dell’epoca. Siamo in piena Resistenza, tra i territori appenninici tra le province di Terni e Rieti, la zona di Leonessa. La brigata Gramsci, infarcita di comunisti e titini e fiore all’occhiello della nomenklatura rossa che da sessant’anni governa indisturbata l’Umbria, secondo la ricostruzione del libro avrebbe compiuto almeno sei blitz a casa di alcuni civili tra l’11 marzo e il 18 maggio 1944. I responsabili, processati grazie alle testimonianze dell’epoca, vennero però assolti dalla magistratura perché erano «atti di guerra» nonostante le «violenze gratuite, le sevizie, gli omicidi brutali, feroci e ipocritamente ammantati di connotati politici». Le vittime, almeno sette, «venivano trascinate fuori e uccise a bastonate e pugnalate. Spesso venivano evirate e ai cadaveri venivano strappati gli occhi».
La colpa di Francesco Pullia, dirigente nazionale dei Radicali è invece quella di essere l’autore di una recensione favorevole al libro, pubblicata su Notizie radicali e sul Corriere dell’Umbria. Crocifisso per quell’articolo, Pullia al Giornale non nasconde un po’ di preoccupazione per il clima che si è creato intorno a lui. Su internet, nei forum ma anche nel suo ufficio, alla Provincia di Terni, non si parla d’altro che di lui, con toni tutt’altro che lusinghieri e slogan anni Settanta come «la coscienza di classe» che secondo i suoi superiori nell’ufficio pubblico il giornalista non avrebbe. Lui si schernisce, non vuole nemmeno pronunciare la parola mobbing, ma l’atmosfera intorno a lui è incandescente, al limite dell’esplicito invito a trovarsi un altro lavoro. «Per favore, preferisco rimanere zitto. Non voglio peggiorare le cose», si limita a dire al cellulare. Domani un centro sociale umbro ha annunciato una manifestazione di protesta contro quel libro «revisionista». Alla faccia della libertà di stampa.
Insomma, nella democratica Umbria rossa guai a chi tocca l’icona della Resistenza, guai a chi smentisce la versione recitata a memoria dalle vestali della storia. Il messaggio è questo. «Peccato. Il mio voleva essere un contributo al dialogo – dice l’autore del volume – mettere in luce certi episodi non significa criminalizzare quella stagione da cui nacque la Repubblica italiana». Ma a chi grida alla censura invocando l’intervento dell’Europa, (e perché no, i caschi blu dell’Onu) contro lo strapotere mediatico di Silvio Berlusconi, sbeffeggiato a ogni ora del giorno sulle tv pubbliche e private, non va giù che qualcuno come Marcellini e Pullia abbia osato violare il codice rosso dei partigiani. Guai a sostenere che certi eccidi non avevano niente a che fare con la liberazione ma erano puri e semplici «omicidi politici» nati dal brodo di coltura del tempo e alimentati dall’odio ideologico.
Non è un caso dunque se le accuse più pesanti rivolte al «collaborazionista» radicale arrivino da Renato Covino, docente di storia contemporanea all’università di Perugia: «Pullia soffre di manie di persecuzione dopo che un imbecille gli ha spedito una lettera anonima, si considera bersaglio di una fatwa», ha scritto il docente nei giorni scorsi. «In realtà è un poveretto che si è messo in testa di fare il Pannella, ma imita male il suo guru dalla foga iconoclasta e campione di malafede come Indro Montanelli». E ancora: «Quello di Marcellini non è altro che romanzo, una sorta di thriller sanguinolento con effettacci. Oggi si pubblica tanta robaccia e non è un libro più o meno brutto che fa la differenza quanto i suoi esegeti e apologisti».
Insomma, guai a ripensare a quella stagione, guai a dire all’Umbria rossa che «non si può negare rispetto e pietà per tutti i morti di quella stagione», perché solo così «si può trovare quell’unità nazionale finora negata da vecchie contrapposizioni». Come dice quel «revisionista» del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.