Marija da Caterina con la Regina del Cielo

Oggi, nel primo pomeriggio, Caterina avrebbe dovuto laurearsi in Architettura. Aveva passato tutta l’estate sulla tesi…. Ma non è il momento dello struggimento. Siamo in battaglia e come soldati bisogna stare all’istante presente, senza nostalgie.

Dobbiamo combattere con e per Caterina. Come lei sta facendo: ieri è stato evidente. Ha fatto altri “piccoli” passi che in realtà sono grandi scalate, come il fatto di respirare da sola…

Ieri era anche la festa di padre Pio: avevo chiesto al Padre un bel regalo per Caterina. Ne è arrivato uno inimmaginabile e grandioso: la visita della Regina del Cielo. Sì, sono certo che la Madonna è sempre lì con lei, ma ieri in modo speciale quegli “ojos de cielo” che Caterina canta con tanta passione (l’avete sentita), l’hanno teneramente abbracciata…

In breve: in mattinata mi telefona Marija Pavlovic (una dei sei veggenti di Medjugorje), nostra grande amica che già da giorni prega per Caterina, e mi dice che – per una serie di circostanze – può venire a Firenze e vorrebbe far visita a Cate proprio nell’ora della quotidiana apparizione.

E’ arrivata, abbiamo partecipato alla messa e poi è andata da mia figlia con mia moglie, mentre noi, con gli amici di Cate, recitavamo il rosario fuori. La Madonna è venuta, stava in cima al letto, dietro la testa di Caterina. L’ha benedetta e ha benedetto Alessandra e Marija che ha chiesto il miracolo della guarigione per Caterina.

La Madonna ha ascoltato e ha iniziato a pregare. Ci ha fatto capire col suo gesto che bisogna affidarsi totalmente a Lei e pregare ancora. E noi instancabilmente continuiamo…

Ce l’hanno insegnato i santi. San Francesco di Paola ha detto: “E’ cosa certa quel che vi dico: tutto ciò che chiedete nella preghiera abbiate certezza che è già vostro perché così dovrà avvenire per volere della Madonna”.

E alla mistica Maria Valtorta – che fra l’altro è sepolta proprio alla S.S. Annunziata, a Firenze – è stato detto: “Io vi dico: abbiate una fede sconfinata nel Signore. Continuate ad averla nonostante ogni insinuazione e ogni evento, e vedrete grandi cose quando il vostro cuore non avrà più motivo di sperare di vederle…”.

Penso che in questi giorni ci stia facendo capire molte cose preziose. Anzitutto che la vera malattia è quella di noi sani quando siamo lontani da Dio. Gesù ha bisogno che qualcuno lo aiuti a portare su di sé il male degli uomini. Per sanarli.

Noi cristiani che siamo parte del Suo Corpo, offrendoGli le nostre sofferenze e le nostre vite lo aiutiamo in questo. Io sono pieno di stupore e commozione per le tante persone che mi hanno scritto che offrono le sofferenze delle loro diverse prove e malattie… E’ stupore e commozione per l’abbraccio del popolo cristiano…

Una mail che ho ricevuto dice:

“Caterina senza fare nulla muove il mondo. Tutto quello che ci comunichi è un grande miracolo che accade davanti ai nostri occhi. Gesù è qui ora e possiamo vedere la Sua Gloria attraverso la fede del suo popolo. Caterina è i nostri figli e tu e Alessandra siete noi. Continuiamo a Pregare Maria perché Gesù guarisca la vostra e nostra Caterina. Un grande abbraccio.  A. T. ”.

Penso anche io che attraverso la sofferenza muta di Caterina, che commuove tanti cuori, la Regina del Cielo stia guarendo tante persone e sono certo che, con l’aiuto delle nostre preghiere e dei nostri digiuni, stia facendo grandi cose. Guarirà anche Caterina, facendola svegliare dal coma e facendola tornare a cantare la bellezza di Dio.

Fra le migliaia (letteralmente) di mail che mi arrivano e a cui tento di rispondere come posso, ne trascrivo una, di una mamma, che dice tutte queste cose:

Cara famiglia che stai soffrendo in un modo tanto simile alla mia, nelle due settimane di coma profondo della mia piccola Elena, una città intera ha pregato per lei. Amici e conoscenti, miscredenti e persone lontane da Dio si sono inginocchiate nelle tante veglie notturne organizzate per la mia piccina. Hanno strappato a Dio una promessa che ora si sta compiendo.

Noi, in sala rianimazione, abbiamo sollecitato continuamente Elena pregando su di lei a voce alta, cantando i canti della messa domenicale che lei, anche se piccolissima, aveva ascoltato, facendole ascoltare tanto Mozart.

Un cervello che dorme va risvegliato! Le ho raccontato tutto quello che avevamo fatto insieme e le ho descritto tutte le cose belle che avremmo fatto ancora e tutte le meraviglie del creato che avrebbero visto i suoi occhi una volta guarita.

Si é svegliata. A dispetto delle sue condizioni definite gravissime. Il Signore ci ascolta. Anche Caterina vi sta sentendo come la mia piccolina. Anche la miocardiopatia dilatativa gravissima, di origine non virale e ancora oggi inspiegabile, si è risolta e il cuoricino di Elena batte senza bisogno di aiuto.

Coraggio, non pensate al domani, vivete giorno per giorno la vostra battaglia e il Signore vi darà forza e pace proprio come a noi.

Continuiamo a pregare per Caterina.

Alessandra.

Queste sono le bellissime testimonianze che mi state dando e che trascrivo qui perché penso possano essere di aiuto per molti. Mentre vi abbraccio tutti ringraziandovi per tutto quello che fate.

Tanti sono rimasti commossi nell’ascoltare “Ojos de cielo” cantata da Caterina con il coro Foné, degli universitari di CL. Nei prossimi giorni cercherò di mettere qui nel blog altri loro canti. Spero che sentire la sua voce e quella dei suoi amici sia un piccolo ringraziamento per le vostre preghiere e le vostre offerte di digiuni. Ma sono certo che la più grande ricompensa vi arriverà dal Cielo…

Antonio Socci

In silenzio tra i santi, una vita spesa per il Vangelo in Giappone

di don Antonello Iapicca

TOKYO, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- Ha lasciato questo  mondo in silenzio, l’umile e semplice silenzio che ha caratterizzato il suo più che ventennale ministero di Pastore a Takamatsu, Giappone. Mons. Joseph Fukahori, è scomparso oggi pomeriggio, poco dopo le tre del pomeriggio, accolto dalla tenerezza della Vergine della Mercede.

Non più di un paio di giorni fa, come risvegliandosi d’incanto e miracolosamente da un prolungato torpore, ha salutato un gruppo di trenta ragazzi e giovanissimi della sua Diocesi che si erano recati al suo capezzale persuasi di rendere visita ad un santo. E’ stato come se avesse voluto passare il testimone di una vita spesa per il Vangelo e per la Chiesa a quel grappolo di ragazzi che aveva battezzato e formato nella fede. Come accadde per Giovanni Paolo II, sono stati ancora i giovani, la speranza di una Chiesa che sempre si rinnova, ad essere testimoni della nascita al cielo di un santo. Per loro sono state le ultime energie di Mons. Fukahori, le stesse che, intrise di zelo apostolico, hanno guidato con spirito profetico la più piccola Diocesi del Giappone.

Takamatsu infatti, come Betlemme, piccola e con un futuro senza presbiteri da far tremare i polsi, ha visto nascere miracolosamente circa venti anni fa, per la ferma volontà del suo Vescovo e l’altrettanto deciso incoraggiamento del Servo di Dio Giovanni Paolo II, il Seminario Diocesano Internazionale Redemptoris Mater per l’evangelizzazione del Giappone e dell’Asia. In esso sono stati formati trenta presbiteri che attualmente lavorano in Giappone, in Asia ed in diverse parti del mondo. Oggi, a distanza di venti anni, si può constatare quanto fu profetica la scelta di Mons. Fukahori: in quasi tutte le diocesi del Giappone infatti si stanno accogliendo seminaristi provenienti da diversi Paesi dell’Asia per far fronte alla terribile scarsità di vocazioni.

Accanto al Seminario Mons. Fukahori diede impulso alla Nuova Evangelizzazione nella sua diocesi chiamando diverse “Famiglie in missione” del Cammino Neocatecumenale che, da tanti anni ormai, stanno  perdendo la vita con i loro numerosi figli. Attraverso di loro moltissimi giapponesi hanno avuto la Grazia di conoscere il Signore, nelle scuole, nei posti di lavoro.

Un nuovo Popolo Santo che sia luce, sale e lievito nel Giappone contemporaneo, questa fu l’intuizione di Mons. Fukahori, che nella sua esperienza personale aveva visto la guerra, la precarietà del dopoguerra e si era bene presto reso conto dell’abbagliante e vana prosperità cui era giunto il Giappone. Un’economia capace di saziare forse la carne, ma di lasciare sempre più vuoto lo spirito; i suicidi e l’alcool con le loro tragiche percentuali di morte come una guerra nucleare testimoniano l’urgenza di un’evangelizzazione che raggiunga ogni giapponese con la Buona Notizia del Vangelo. Per questa ha vissuto Mons. Fukahori, e tutto ha fatto per il Vangelo.

Il Giappone d’altronde è una terra difficile, quasi impermeabile, apparentemente interessato ad ogni novità ma anche profondamente attaccato alle proprie tradizioni e da esse irremovibile. Non è impresa facile seminare il Vangelo. Occorre credibilità, occorre una testimonianza reale, capace di smuovere  la corazza con cui i giapponesi si difendono. Occorre che il seme muoia per penetrare in profondità e porti frutto che rimanga. Le sofferenze, le difficoltà, che ha vissuto Mons. Fukahori dovute alla carica profetica delle sue scelte spesso non comprese e spesso avversate che lo hannno reso proprio un piccolo seme gettato in terra; ed ancor più la sua totale dedizione alla Chiesa e il suo amore senza limiti che lo ha sempre fatto sorridente e pieno di pace anche nei momenti più difficili, i suoi silenzi pieni di misericordia, hanno irrorato di uno specialissimo sangue, quello di un martirio spirituale, questa terra cosi aspra.

Le orme imporporate dall’amore genuino con il quale Mons. Fukahori ha governato la Diocesi e ha poi accolto la volontà di Dio che lo ha condotto per cammini di amara solitudine, sono l’eredità più grande che lascia alla diocesi di Takamatsu e alla Chiesa intera del Giappone. Solo questo amore sino alla  fine potrà evangelizzare il Giappone; solo la presenza viva di Cristo e del suo Mistero Pasquale può condurre al Cielo questa generazione. E’ Gesù infatti che ogni giapponese attende nella sua vita. Mons. Fukahori ci ha mostrato la via dischiudendoci nella sua vita il cammino alla vera evangelizzazione.

Sacerdote cattolico dona un rene per salvare la vita ad un indù

di Nirmala Carvalho
P. Chiramel, del Kerala, si è offerto per un trapianto d’organo per Gopinath, 46enne dializzato, che egli non conosce. Il gesto ispirato dall’Anno sacerdotale: “Per me donare un organo è l’occasione unica e privilegiata di partecipare alle sofferenze di Cristo”.

New Delhi (AsiaNews) – Un sacerdote cattolico ha deciso di donare un rene ad uno sconosciuto padre di famiglia indù. P. Davis Chiramel, 49 parocco della chiesa di San Francesco Saverio a Vadanapally (Kerala), ha deciso di donare il suo organo per Gopinath, ex-elettricista, padre di due bambini, affetto da insufficienza renale cronica.
P. Chiramel è segretario generale della Accident Care and Transport Services (ACTS) di Thrissur. Il 15 febbraio scorso i volontari che lavorano per l’organizzazione si trovano nella chiesa del sacerdote per discutere del loro lavoro. Parlano di un uomo povero, di religione indù, di nome Gopinath. È vittima di un incidente ed ora è in dialisi: ogni tre giorni deve sottoporsi al trattamento presso il Jubilee Mission Hospital di Thrissur. Avrebbe bisogno di un trapianto, ma i volontari non sanno come fare. Dicono che sarebbero necessari almeno 1 milione di rupie, oltre 14 mila euro, ma soprattutto bisognerebbe trovare un donatore. In India i donatori di organi sono uno su un milione.
P. Chiramel sente la discussione dei volontari del ACTS e li rimprovera: “Mi sono accorto che stavano parlando di raccogliere soldi per trovare qualcuno a cui comprare un rene”.
L’India, con Pakistan e Nepal, è uno dei Paesi asiatici in cui il traffico d’organi e soprattutto di reni è molto diffuso. Le autorità controllano a fatica questo commercio che da un parte vede poveri e diseredati disposti a donare organi per guadagnare qualche soldo; dall’altra facoltosi e ricchi malati che non hanno scrupoli a pagare a peso d’oro per la loro salute.
Così, p. Chiramel decide di essere lui il donatore. Comincia le analisi ospedaliere per verificare la compatibilità; intanto partono le procedure burocratiche per ottenere il permesso delle autorità sanitarie.  Il sacerdote racconta ad AsiaNews: “Donare il mio rene per me è una grazia. È avvenuta a febbraio, ma solo lo scorso 19 giugno ho capito quello che stavo facendo. Quel giorno il Papa ha inaugurato l’Anno sacerdotale ed io ero in ospedale per una delle analisi necessarie per il trapianto. È accaduto tutto in un momento: mi sono reso conto che mi era stata donata la grazia di offrire anche il mio corpo per salvare un uomo”.
P. Chiramel usa parole come “gioia”, “dono” e “tesoro” per descrivere quanto gli è capitato. “Cristo è la fonte e l’origine di ogni buona azione ed è Lui che ci da la forza ed il coraggio per agire”, afferma il sacerdote. “Non avevo mai immaginato prima di donare il mio rene, men che meno ad un estraneo”.
Il 30 settembre prossimo Gopinath e p.Chiramel si conosceranno. In quella data è fissato il trapianto presso il Lakeshore Hospital di Kochi e il sacerdote  attende quel giorno come il compimento di una vicenda che “mi ha cambiato la vita”.

Afferma p. Chiramel: “Cristo dona se stesso per la salvezza del mondo ed ogni giorno, nella Messa, i sacerdoti offrono il sacrificio del Suo corpo e del Suo sangue. Ma lo fanno senza condividere le pene e le sofferenze di nostro Signore. Per me la possibilità di donare un mio organo ad una persona che non conosco è diventata l’occasione unica e privilegiata di partecipare alle sofferenze di Cristo”.

Caterina. Siamo al momento cruciale

tratto dal blog di Antonio Socci

Ieri Caterina ha recuperato piena autonomia cardiaca (questi medici sono veramente bravissimi). Nei prossimi giorni si spera che possa recuperare anche l’autonomia respiratoria, ma ogni passo sembra aver bisogno delle nostre lacrime e delle nostre suppliche (e vi ringrazio dal profondo del cuore di quello che tutti voi state facendo!!!).

Quando è tornata dalla sala operatoria, ieri sera, aveva le mani e i piedi un po’ gonfi e così una guancia e un occhio. Ma non molto. Poverina, è veramente crocifissa, tante sono le ferite e le sofferenze atroci di questi giorni.

Ma resta sempre bella come il sole. Incredibilmente bella. Quella sua bella fronte, quelle belle labbra vermiglie come rose, quella sua lunga chioma scura riccioluta…

Cosa provano una madre o un padre di fronte a una figlia distesa su un letto, immobile, nell’impotenza di svegliarla non si può dire. L’angoscia e la paura di quello che potrebbe essere non hanno limiti e bisogna subito rifugiarsi nel presente e nell’implorazione alla nostra buona Madre, che può tutto e che ci ama.

Guardare la nostra bimba così è come trovarsi davanti al tabernacolo, nell’adorazione eucaristica, ma anziché nel pane e nel vino è in un volto, il volto della figlia che ami, che il Signore ti sta di fronte…

Da oggi cominciamo a farle sentire la musica, quella musica che lei tanto ama. Tutto può accadere: che si risvegli e torni fra noi, sana e bella come prima, o che….. non oso dirlo.

Non so veramente perché  tutto questo stia accadendo. Vedo attorno a me cose immense che Dio sta compiendo: persone che intenerite dalla vicenda di Caterina addirittura ritornano a Dio, che ricominciano a pregare e perfino a digiunare, altre che offrono le loro sofferenze…

Signore se la sofferenza di Caterina e la nostra che ti offriamo, abbracciate dalla Tua, ti serve a guarire tante vite, ti lodiamo, commossi e stupiti. E ti imploriamo, ti supplichiamo: consenti ora alla Tua e nostra Madre di guarire Caterina.

Non potete immaginare quanto ci ha commosso scoprire un altro piccolo dettaglio della vita di Caterina, qua a Firenze, con gli amici con cui vive questa bellissima esperienza cristiana.

Vi ho già detto che per lei il coro degli universitari di Comunione e liberazione (il Coro Foné) è una cosa importantissima perché cantare è qualcosa di vitale per lei, è il modo con cui esprime ciò che sente nella profondità della sua anima.

Ebbene, nel concerto di Natale alla S.S. Annunziata, Caterina eseguì come voce solista un canto spagnolo dedicato alla Regina del Cielo intitolato “Ojos de cielo”.

Una sua amica ci ha dato la traduzione di quella parole e ancora una volta i nostri occhi si sono riempiti di lacrime. C’è come il presagio di quello che sarebbe accaduto e il grido di Caterina che sia Lei, la nostra amata Maria, a risvegliarla e riportarla alla vita. Ecco quelle parole tradotte:

Occhi di cielo

Se guardo il fondo dei tuoi occhi teneri

mi si cancella il mondo con tutto il suo inferno.

Mi si cancella il mondo e scopro il cielo

quando mi tuffo nei tuoi occhi teneri.

Occhi di cielo, occhi di cielo,

non abbandonarmi in pieno volo.

Occhi di cielo, occhi di cielo,

tutta la mia vita per questo sogno…

Se io mi dimenticassi di ciò che è vero

se io mi allontanassi da ciò  che è sincero

i tuoi occhi di cielo me lo ricorderebbero,

se io mi allontanassi dal vero.

Occhi di cielo..

Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse

e una notte buia vincesse sulla mia vita,

i tuoi occhi di cielo mi illuminerebbero,

i tuoi occhi sinceri, che sono per me cammino e guida.

Occhi di cielo…

Come si fa a non piangere?!!! … E ora, se volete, potete sentire come canta la mia Caterina: è sua la voce solista. Oh Madre mia, permettile di tornare a cantare per Te !!!

Ascolta il brano “Ojos de cielo”

Ojos de cielo

Si yo miro el fondo de tus ojos tiernos

se me borra el mundo con todo su infierno.

Se me borra el mundo y descubro el cielo

cuando me zambullo en tus ojos tiernos.

Ojos de cielo, ojos de cielo,

no me abandones en pleno vuelo.

Ojos de cielo, ojos de cielo,

toda mi vida por este sueño.

Ojos de cielo, ojos de cielo…

Ojos de cielo, ojos de cielo…

Si yo me olvidara de lo verdadero,

si yo me alejara de lo más sincero,

tus ojos de cielo me lo recordaran,

si yo me alejara de lo verdadero.

Ojos de cielo, ojos de cielo,

no me abandones en pleno vuelo.

Ojos de cielo, ojos de cielo,

toda mi vida por este sueño.

Ojos de cielo, ojos de cielo…

Ojos de cielo, ojos de cielo…

Si el sol que me alumbra se apagara un día

y una noche oscura ganara mi vida,

tus ojos de cielo me iluminarían,

tus ojos sinceros, mi camino y guía.

Ojos de cielo, ojos de cielo,

no me abandones en pleno vuelo.

Ojos de cielo, ojos de cielo,

toda mi vida por este sueño.

Ojos de cielo, ojos de cielo…

Ojos de cielo, ojos de cielo…

Padre Angelo Confalonieri pioniere dell'evangelizzazione fra gli aborigeni in Australia

Piccola storia di un grande missionario
di Stefano Girola

La mattina dell’11 giugno 1848 qualcosa d’insolito accadde a Port Essington, isolato avamposto militare inglese nella penisola di Cobourg, nel remoto nord australiano. Il contingente al completo, soldati e ufficiali, rese gli onori militari alla salma di un prete di 35 anni, morto di stenti e di malaria due giorni prima. Lo accompagnarono alla tomba “con tutto il rispetto che era dovuto a un uomo tenuto in così alta stima”, assicurò il comandante MacArthur al primo arcivescovo cattolico di Sydney, John Bede Polding.
Il fatto che dei militari protestanti rendano onore a un missionario cattolico, passerebbe forse inosservato nell’Australia d’oggi. Ma alla metà del XIX secolo molti nella colonia britannica condividevano le tesi del reverendo presbiteriano John Dunmore Lang, secondo cui il Papa era l’anticristo e la diffusione della “superstizione papista” nel nuovissimo continente una minaccia da scongiurare a tutti i costi.
Chi era l’uomo nei confronti del quale il pregiudizio anticattolico non ebbe alcun effetto?

Padre Angelo Bartolomeo Confalonieri era nato a Riva del Garda nel giugno del 1813 e si era formato in vari istituti cappuccini del Trentino. Per realizzare la sua vocazione di missionario fra gli aborigeni si era preparato non solo spiritualmente al Pontificio collegio urbano de propaganda fide, ma anche fisicamente sulle montagne della sua regione, con prove estreme di sopportazione del digiuno, del freddo e del caldo intenso.
Fu a Roma che egli incontrò l’irlandese John Brady, vicario generale per il Western Australia. Costui intendeva riportare con sé a Perth un folto gruppo di missionari europei disposti a contribuire all’edificazione della Chiesa nell’Australia occidentale e settentrionale, le zone di più recente colonizzazione. Confalonieri accettò l’invito di Brady e il 15 settembre del 1845 partì da Londra per gli antipodi.
Appena due anni prima, a Stradbroke Island, vicino a Brisbane, tre preti italiani e uno svizzero, appartenenti all’ordine passionista, avevano fondato la prima missione cattolica fra gli aborigeni, nell’Est del Paese. Si trattava ora di dare vita a nuove missioni anche nel resto della colonia, soprattutto nelle zone in cui i contatti fra europei e aborigeni erano recenti o inesistenti, circostanza ritenuta più propizia all’opera di evangelizzazione.
Poco dopo essere arrivato a Perth, il 1° marzo del 1846 Confalonieri s’imbarcò per raggiungere Port Essington, a nord-est della zona in cui oggi si trova la città di Darwin. Era accompagnato da due giovani catechisti irlandesi, James Fagan e Nicholas Hogan, con i quali avrebbe dovuto fondare la missione.
Non esistendo allora un servizio marittimo nell’Australia occidentale, essi dovettero circumnavigare l’intera isola continente in barca a vela, passando per Sydney.
Mentre stava attraversando lo stretto di Endeavour, fra Australia e Nuova Guinea, la barca urtò la barriera corallina e si inabissò rapidamente. Pur non sapendo nuotare, Confalonieri riuscì a salvarsi restando aggrappato a uno scoglio insieme al capitano. Tutti gli altri passeggeri perirono nel naufragio, inclusa la giovanissima figlia del capitano. L’indomani i due naufraghi furono tratti in salvo da un piccolo vascello britannico che li portò a Port Essington.
Sarebbe difficile immaginare un inizio più disastroso per la nuova missione. Privo dei suoi compagni morti tragicamente, Confalonieri aveva anche perso tutto ciò che portava con sé. Fu il comandante MacArthur a fornirgli il vestiario e beni di prima necessità.
Nonostante ciò, Confalonieri non si perse d’animo e si accampò da solo all’ingresso della baia, a quattordici miglia di distanza dal più vicino insediamento europeo. Occorre ricordare che in quei tempi era convinzione generale che gli aborigeni del remoto nord fossero molto bellicosi, nonché dediti al cannibalismo.
Confalonieri non sembrò dar peso a questa sinistra reputazione e anzi ottenne persino l’aiuto di alcuni aborigeni nella costruzione d’una baracca. Come ha sottolineato lo storico Tom Luscombe, il missionario trentino “sembrava vivere seguendo una scala di valori completamente diversa da quella seguita da tutti gli altri uomini”.
Dopo essere entrato in contatto con gli indigeni, Confalonieri fece una scelta del tutto eccezionale fra i missionari che operavano in Australia a quei tempi. Anziché cercare di convincerli dei benefici della vita sedentaria, egli  decise di seguire gli aborigeni nei loro spostamenti, adottando il loro nomadismo. In questa scelta sarà imitato alcuni anni dopo dal più famoso missionario cattolico fra gli aborigeni, Rosendo Salvado, il fondatore della comunità monastica benedettina di Nuova Norcia.
Condividendo la loro vita quotidiana, Confalonieri riuscì presto a ottenere una buona conoscenza della lingua del gruppo tribale degli Iwaidja. Oltre a ciò, egli disegnò una mappa della zona, che delimitava con precisione le diverse aree tribali. La mappa è tuttora conservata nella State Library di Melbourne.
La padronanza delle lingue aborigene dovette apparire al prete trentino come essenziale per l’opera di evangelizzazione. Proprio negli stessi anni, l’altra missione italiana a Stradbroke Island  stava  fallendo anche per l’incomunicabilità  fra  missionari  e aborigeni.
Confalonieri cominciò a lavorare a un dizionario della lingua Iwaidja e tradusse in questo idioma anche alcune preghiere e letture dal Nuovo Testamento. Oltre a ciò, egli edificò un rudimentale ospedale da campo e nel curare gli aborigeni durante un’epidemia d’influenza mise in pratica competenze mediche apprese in Italia.
Ma la vita nomade, la solitudine e la difficoltà nell’adattarsi a un clima e a un cibo tanto diversi da quelli europei prostrarono fisicamente e moralmente Confalonieri.
Dopo soli due anni dal suo arrivo a Port Essington, il giovane prete morì a causa di una febbre malarica. Giunti a conoscenza del suo stato, i militari inglesi cercarono inutilmente di soccorrerlo, e nei pochi attimi di coscienza che gli rimasero, il missionario pregò il comandante MacArthur di far avere a sua sorella una piccola croce e uno scapolare, i suoi unici possedimenti materiali.
Proprio riflettendo sull’esperienza di Confalonieri, il missionario tedesco Georg Walter, che visse per molti anni fra gli aborigeni del Kimberley, espresse nel 1928 un dilemma cruciale per molti missionari in Australia:  “La regola principale per ogni missionario è quella di adattarsi alle condizioni locali e allo stile di vita delle popolazioni cui intende portare la luce della fede. Il problema con gli aborigeni è che è impossibile per il missionario seguire la loro vita nomade, è troppo difficile per chi non v’è abituato”.
Per quanto riguarda l’evangelizzazione degli aborigeni, è difficile giudicare i risultati immediati della predicazione di Confalonieri. L’affermazione del cardinale di Sydney, Patrick Moran nel 1896, secondo cui il missionario convertì quattrocento aborigeni al cattolicesimo era probabilmente troppo ottimistica.
Ma per altri versi l’importanza della breve e drammatica esperienza australiana di Confalonieri è sempre più evidente. Grazie anche al suo lavoro, l’immagine dei missionari come “distruttori delle culture tradizionali”, in passato molto popolare fra storici e antropologi, appare sempre più inadeguata. Anche studiosi laici, in particolare i linguisti, ammettono sempre di più il loro debito nei confronti degli studi dei missionari, fra i primi a occuparsi con serietà delle lingue indigene, molte delle quali sono ormai scomparse.
Inoltre, l’interesse missionario in questo campo, oltre al suo significato culturale, aveva una valenza più profonda. Ai tempi di Confalonieri la maggioranza dell’opinione pubblica addirittura negava la piena umanità degli aborigeni o li considerava un curioso relitto preistorico. Dimostrare la complessità e la ricchezza delle strutture lessicali o grammaticali aborigene era una scelta controcorrente, che smascherava la falsità delle opinioni più diffuse sugli indigeni. Non a caso, quasi quarant’anni dopo la missione di Confalonieri, i gesuiti austriaci che nel territorio del Nord proseguirono la sua opera evangelizzatrice, cercarono di convincere l’opinione pubblica coloniale che le lingue aborigene erano tanto ricche quanto quelle classiche europee.
Non a caso, dunque, quando nel 1992 gli aborigeni ottennero finalmente il riconoscimento dei loro diritti sulle terre tradizionali, si dovette spesso ricorrere proprio alle mappe dei missionari per dirimere questioni legate ai confini tribali, davanti a tribunali non sempre pronti ad accettare la prova della memoria orale indigena.
Per tutti questi motivi, il contributo di Confalonieri non è mai stato dimenticato nell’Australia del Nord, e in particolare nella diocesi di Darwin, quella in cui l’inculturazione della fede cristiana ha avuto sviluppi notevoli. Basti pensare che proprio da questa diocesi partì per il Congresso eucaristico di Melbourne del 1973 un gruppo di aborigeni che diede vita alla prima “messa aborigena”, con una liturgia adattata ai riti e alle simbologie indigene.
Sembra vi siano ancora tracce di Confalonieri nelle storie orali d’alcuni indigeni, mentre una targa lo ricorda su una parete della cattedrale di Darwin, città in cui si trova un parco dedicato alla memoria del giovane missionario trentino.
Finora, tuttavia, il ricordo di padre Confalonieri è rimasto prevalentemente confinato alla diocesi di Darwin. Tutto ciò potrebbe cambiare anche grazie all’iniziativa d’un insegnante di religione al liceo classico “Prati” di Trento, Rolando Pizzini. In seguito ad alcune conversazioni con emigrati trentini in Australia, Pizzini era venuto a conoscenza della figura del suo conterraneo. Un viaggio nella penisola di Cobourg, che rese evidenti le difficilissime condizioni ambientali e climatiche che Confalonieri dovette affrontare in solitudine, convinse Pizzini che la storia del missionario di Riva del Garda meritava d’essere approfondita e raccontata. Così, grazie al generoso sostegno del museo storico e della provincia di Trento, il docente è riuscito a riunire intorno a sé un gruppo di studiosi, sia dall’Italia che dall’Australia, impegnati in un ambizioso progetto di ricerca che porterà nel 2010 alla pubblicazione d’un libro e di un documentario dedicati a Confalonieri e al contesto storico-geografico della sua missione.  L’intenzione  è  quella di presentare i risultati di questa ricerca in un grande raduno  previsto a Trento nel settembre 2010, alla presenza dei missionari trentini in Asia e in Oceania.
Fra gli studiosi impegnati in queste ricerche anche Elena Franchi, docente a contratto presso l’università di Trento, che vede in Confalonieri “un missionario che cedeva solo in minima parte al mito del buon selvaggio e in tal senso si qualificava come antropologicamente all’avanguardia”.

(©L’Osservatore Romano – 19 settembre 2009)

Nella giungla con Dio, la Bibbia e i guerriglieri

Testimonianza • La donna che è stata per 6 anni ostaggio delle brigate colombiane con Ingrid Betancourt racconta la sua storia e la sua fede • «In un mese lessi tutta la Scrittura e fu come se avessi compiuto un viaggio esotico» «A volte cantavo canzoni a Maria, mi pareva così di sollevarmi da quelle miserie»
di Clara Rojas
Tratto da Avvenire del 3 settembre 2009

Ma fu durante il sequestro che la mia fede venne messa veramente alla prova, assumendo nella mia vita una rilevanza  che prima avrei ritenuto impensabile. Per tutti i giorni di quei 6 anni in cui rimasi nella foresta, privata della mia libertà, fu la fede a mantenermi in vita.

Sono certa che non sarei riuscita a sopravvivere a quell’incubo, se non avessi avuto una profonda convinzione religiosa. Fin dai primi giorni della prigionia decisi di accettare senza riserve tutto quello che sarebbe successo, limitandomi a chiedere a Dio di concedermi le forze per affrontarlo. A differenza di altri prigionieri che, in preda alla disperazione, arrivarono a pensare al suicidio come a una possibile soluzione per porre fine a quell’inferno, non mi passò mai per la mente l’ipotesi di togliermi la vita, perché per me l’esistenza è un dono di Dio: perciò spetta all’uomo disporne. Era tanto che desideravo leggere la Bibbia interamente e il sequestro mi offrì l’occasione perfetta, dato che disponevo di tutto il tempo possibile. I guerriglieri non fecero alcuna difficoltà a procurarmene un esemplare. Ogni giorno mi prefissavo un certo numero di pagine come obiettivo, e leggevo in media per 7 o 8 ore al giorno. In capo a un mese l’avevo già terminata, e lo considerai un grande risultato. Era come se avessi compiuto un viaggio esotico, di quelli che si fanno soltanto una volta nella vita. Durante il giorno, mentre facevo il bagno, a volte cantavo alla Madonna le canzoni che avevo imparato al collegio. La verità è che ne ricordavo poche per intero, ma non mi importava: mentre cantavo, mi pareva che il mio spirito si innalzasse, allontanandosi per qualche istante da quelle miserie. So che ai militari prigionieri nel nostro stesso accampamento piaceva ascoltarmi cantare, perché li aiutava a sentirsi meno soli.

E i guerriglieri in genere non mi facevano osservazioni. Natural- mente c’era sempre chi trovava da ridire: una volta qualcuno arrivò perfino a fischiarmi, ma poi tutto tornò tranquillo. Una volta, uno dei guerriglieri che ci sorvegliavano, un tipo giovane che sembrava educato e gentile, mi chiese, dopo aver raccolto le pentole del pranzo: «Clara, ma lei per chi canta?». Gli risposi che cantavo per mio papà Dio, e gli spiegai che mi avevano insegnato ad amare Dio come se fosse mio padre. Lui replicò: «Se Dio esistesse, stia sicura che lei non sarebbe prigioniera». Io ribattei che non ero certo prigioniera per volontà di Dio, ma per volontà dei suoi capi, che non avevano neppure la più pallida idea del perché stavano al mondo. E conclusi dicendogli che quando in futuro avesse avuto bisogno di un aiuto – perché sicuramente un giorno o l’altro ne avrebbe avuto bisogno – chiedesse al Signore di illuminargli il cammino. (…) Quando ormai ero libera, uno dei primi libri che mi regalarono fu quello che Benedetto XVI aveva scritto su Gesù di Nazareth. Lo lessi quando ero convalescente dopo un’operazione: per ovvie ragioni, ciò che più mi colpì fu il tema della libertà dell’uomo. Il Santo Padre analizza la vita di Gesù e la legge della Torah, citando anche la Lettera ai Galati: «Siete stati chiamati alla libertà… però non prendete la libertà come pretesto per i vostri appetiti disordinati… la libertà è libertà per il bene, libertà che si lascia guidare dallo spirito di Dio. Ora, il male esiste ed esiste Dio. Però il male proviene dal cattivo uso del libero arbitrio degli uomini». Io applicavo quella frase al caso concreto delle Farc, pensando che certamente sono, quanto meno, degli irresponsabili, dato che la libertà non dovrebbe mai essere utilizzata per schiacciare altre persone sotto il giogo delle armi, mediante la pratica del sequestro e la detenzione forzata.

Non c’è stato un solo momento durante la prigionia in cui la mia fede in Dio e nella sua profonda misericordia abbia vacillato.

La Rojas incontra il pubblico a Milano e Roma

Clara Rojas arriva in Italia la settimana prossima per presentare il suo libro «Prigioniera. Sei anni ostaggio delle Farc con Ingrid Betancourt», stampato da Cairo Editore (pp. 238, euro 15) e da cui anticipiamo un brano. A Milano l’incontro è organizzato l’8 settembre alle 18 presso la Feltrinelli Libri e Musica di piazza Piemonte, con gli interventi di Maurizio Chierici e Alessandra Tedesco. A Roma l’appuntamento avverrà il 9, sempre alle 18, alla Feltrinelli di piazza Colonna 31/35; partecipano Concita De Gregorio e Anais Ginori. Clara Rojas ha 46 anni, è avvocato e durante il sequestro ha avuto un figlio.