La vedova Coletta: la vita civile rinasce dal perdono

da IlSussidiario.net

Il fatto grave dell’aggressione a Berlusconi lo hanno condannato tutti: leader di partito, cariche istituzionali, militanti, opinionisti. Chi è stato testimone di periodi ben peggiori della nostra storia lancia l’allarme, evocando gli anni ’70, gli scontri di piazza, la lotta armata. Il frutto di un clima deteriorato che, come ha scritto Mario Mauro su queste pagine, vede nell’avversario politico il nemico da abbattere, con ogni mezzo. Questo accade quando l’ideologia divide le persone, le mette le une contro le altre, si impadronisce del confronto politico e lo deforma. A quel punto non esistono più avversari politici, ma solo nemici. Poco importa che qualcuno li abbia eletti. E la dialettica, in un clima di individualismo esasperato, lascia il posto alla violenza.

La realtà è che le esortazioni alla calma, alla ragionevolezza e alla compostezza politica, che pure si ripetono da mesi, non hanno effetto. Verrebbe quasi da pensare che buona volontà non basta. Lo dice bene Margherita Coletta, vedova del brigadiere dei carabinieri ucciso nell’attentato di Nasiriyah del 2003. «Chi subisce violenza porta con sé il dolore per tutta la vita, chi commette il male, anche se non ne è ancora cosciente, pagherà portandone il peso nel cuore. Solo il bene spezza la catena del male». Buonismo? No. «Solo un Altro – dice Margherita Coletta – può perdonare».

Parole forti, dopo gli ultimi fatti di piazza Duomo a Milano, che vengono dal carcere Due Palazzi di Padova, dove Coletta venerdì scorso ha incontrato un gruppo di detenuti che lavorano dentro le mura del carcere. Un incontro privato e “inattuale” che insegna al paese molto di più sulla vita pubblica di tante esortazioni politicamente corrette al bene comune. Mentre il dolore ci riguarda e ci accompagna tutti, dice Coletta. Sia chi ha subito il male, sia chi lo ha fatto.

«Tra noi non ci sono differenze – dice la vedova ai detenuti -. Conoscete la mia storia, anche voi vivete come me la lontananza dai vostri cari. Il dolore ci unisce, ma Dio è padrone della vita e non lascia che le cose accadano senza motivo». La sua voce è la stessa che la sera di quel tragico giorno, appresa la notizia, aveva commosso il Paese citando un passo del Vangelo davanti alle telecamere del Tg2: «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori». La voce di una madre che non aveva smesso di credere nel disegno di Dio anche dopo aver perso Paolo, il suo figlio di soli sei anni, malato di leucemia.

Come si può essere liberi in carcere, se si conosce e si accusa il proprio limite originale, e il proprio errore, per lo stesso motivo si può essere prigionieri fuori. E la vita diventa confusione, conflitto e violenza verso l’altro. Alberto, che sta dentro, capisce: «è un’emozione averla qui. Lei, vittima, in un luogo di colpe. Il dolore ci ha unito, la ringrazio perché è una testimonianza del fatto che a questo dolore si possa dare un senso».

Lei ha detto ai detenuti che una nuova vita, a cominciare dal perdono, è possibile. Nel nostro paese la vita politica è dominata dalla violenza e non si sa più ormai cosa fare per uscirne. Che ne pensa?

Ma non è solo questione di politica, perché la violenza è prima dentro di noi. Nel Vangelo il peccato più grave è quello di negare all’altro la possibilità di redimersi. Pensare che una persona non possa cambiare. Queste persone hanno sbagliato e stanno giustamente pagando, ma con l’aiuto di chi gli vuol bene e li fa lavorare, la circostanza dura della prigione sta ridando slancio alla loro vita. Come ho detto a loro, sono i prediletti di Cristo, i loro occhi mi hanno ricordato i bambini di cui parla il Vangelo.

Sentendola parlare sembra che lei non abbia mai odiato.

Se l’odio vincesse, quale sarebbe la differenza tra me e gli assassini di mio marito? Loro sono stati mossi dalla pazzia, o forse dalle minacce e dalle promesse false di un futuro migliore per la loro famiglia. Non possiamo saperlo. Il gesto va condannato, ma li penso sempre con pietà. Se li odiassi a mente lucida sarei peggio di loro.

Quello che le è successo l’ha cambiata?

Sono sempre la stessa, ma ho fatto un cammino. Rispetto a prima ho una consapevolezza e un approccio diverso alla fede e alla vita intera. La fede non cancella la fatica, gli attacchi subiti. Davanti a tutte queste lotte, però, so che Cristo c’è e la vita ha un senso diverso.

Quando le si chiede perché aiuta gli altri, lei risponde parlando di se stessa, del suo limite e del suo bisogno. Non ha mai pensato di aver già dato abbastanza?

Ognuno di noi ha un compito, nessuno nasce per caso e vive solo per se stesso. A volte ovviamente avverto la stanchezza, ma quello che faccio nasce da un’esigenza e non da un progetto. Dio ha fatto in modo che dal dolore nascesse qualcosa di più, che potesse dare speranza agli altri.

Cosa porterà con sé dopo la giornata di oggi?

L’incontro di oggi è stato il più bel regalo di Natale che potessi ricevere. Guardavo i loro occhi e pensavo alla loro vita, a tutto quello che hanno lasciato: le famiglie, i sogni che avevano da ragazzi, ma anche il dolore e la consapevolezza del male che hanno fatto. Chi non ha Cristo come può vivere un tormento del genere? Dopo l’incontro mi sono fermata a parlare con alcuni di loro e mi sono accorta che continuano a tormentarsi. Non si perdonano, non sono in grado di farlo. Ma nessuno di noi è in grado. È solo se un Altro ci perdona che possiamo accettare gli altri e, prima ancora, noi stessi.

“Come fai ad essere così bella?”

di Antonio Socci

“Avendo volto lo sguardo verso quel lato, vidi la Santissima Vergine all’altezza del quadro di san Giuseppe. La sua statura era media e la sua bellezza tale che mi è impossibile descriverla”.

Così suor Caterina Labouré parlando delle apparizioni del 1830. Tutti i veggenti di tutte le apparizioni concordano sulla straordinaria bellezza della giovane Donna che appare loro.

Una bellezza che  – dicono – è infinitamente superiore a quella di qualsiasi bellissima ragazza che si conosca e che – pure sui mass media, oggi – venga celebrata come bellissima.

Evidentemente la bellezza della giovane Madre di Gesù (che appare sempre giovane, perché partecipa all’eterna giovinezza di Dio: così saremo anche noi, una volta risorti nell’eternità) deve avere un significato importante e preciso.

Nel libro “Mistero Medjugorije” feci un capitolo con questo titolo:

“Come fai ad essere così bella?”.

Questa era la prima pagina:

Ma com’è lei? Che aspetto ha la giovane donna che dal 1981 appare a Medjugorje? E come si comporta, quale temperamento rivela, qual è il suo modo di parlare e di guardare, di pregare e di cantare, di abbracciare e di piangere, di sorridere e (quasi) di danzare per la felicità?

Le descrizioni dei sei veggenti sono univoche. “La Madonna si presenta come una meravigliosa ragazza di circa vent’anni”, alta (attorno a) 1 metro e 70, un fisico slanciato, capelli neri e ondulati, ha occhi spiccatamente azzurri (“di un azzurro straordinario, mai visto prima”), sopracciglia delicate, normali, nere.

Ha il volto regolare, leggermente rosato su zigomi e guance (forse quando sorride appaiono impercettibili fossette ai lati delle labbra), naso piccolo, bello e proporzionato.

Non è sempre sorridente, ma è come se il suo sorriso restasse ogni istante “sotto pelle”, perché traspare continuamente in lei “una beatitudine indescrivibile”. C’è “una luce che l’accompagna sempre”, che la illumina e che emana da lei.

Tutti i sei veggenti concordano su un giudizio: è la creatura più bella che abbiano mai visto. E’ abbacinante (come risulta evidente a chiunque guardi i ragazzi mentre sono incantati di fronte a lei).

La forza di attrazione del suo volto annulla ogni altra cosa, percezione o interesse, cosicché i ragazzi fin dai primi giorni erano preoccupati solo di non poterla vedere più, che non apparisse più; e superavano qualsiasi minaccia o ostacolo pur di rivederla.

“Ci siamo in un certo senso innamorati di lei – racconta Marija -, specialmente all’inizio non dico che eravamo dipendenti, tuttavia, la bellezza del suo viso e la sua voce quando parlava ci attiravano”.

Degli occhi di questa giovane ragazza di Nazaret, in particolare, Jakov dice: “non basta dire che sono azzurri”. Il fatto è che “nei suoi occhi si vede tutta la bellezza che la Madonna può trasmettere, tutta la bontà di una madre, tutto l’amore di una madre, tutto ciò che di bello una madre desidera per suo figlio”.

E’ lo sguardo della ragazza che fu madre di Gesù. Uno splendido endecasillabo di Dante dice che sono “gli occhi da Dio diletti e venerati” (Par. XXXIII, 40).

Gli occhi di cui Dio stesso si è innamorato, gli occhi che Gesù bambino ha guardato, incantato. Ma la bellezza di quegli occhi splende di santità.

Un giorno Jakov gli ha chiesto: “come fai ad essere così bella?”. Lei ha risposto col suo sorriso: “Sono bella perché amo. Anche voi, figli miei, se volete essere belli, amate!”.

Infatti “quando pregate voi siete molto più belli”, perché si diventa colui che si guarda con amore (infatti, dice la Madonna, “la preghiera è ciò che il cuore umano desidera”, 25.11.1994).

Ecco, nella festa dell’Immacolata Concezione, possiamo davvero pensare alle parole di Dostoevskij: “La bellezza salverà il mondo”.  E noi, mendicanti della bellezza, assetati dei suoi occhi buoni e delle sue consolazioni, abbiamo l’immenso privilegio di essere da lei confortati, abbracciati, carezzati, guariti…

Questo essere suoi figli ci spalanca davanti un grande compito…

Trascrivo qui sotto la “Solenne Consacrazione all’Immacolata” scritta da san Massimiliano Kolbe. E’ suggestivo leggerla oggi, festa dell’Immacolata Concezione, pensando alla vita e alla morte di questo grande innamorato di Maria:

O Immacolata,
Regina del cielo e della Terra, rifugio dei peccatori e madre nostra amorosissima,

cui Dio volle affidare l’intera economia della misericordia, io, indegno peccatore, mi prostro ai tuoi piedi,

supplicandoti umilmente di volermi accettare tutto e completamente come cosa e proprietà tua

e di fare ciò che ti piace di me e di tutte le facoltà della mia anima e del mio corpo, di tutta la mia vita, morte ed eternità.
Disponi pure, se vuoi, di tutto me stesso, senza alcuna riserva, per compiere ciò che è stato detto di te:”Ella ti schiaccerà il capo” (Gn 3,15)  come pure:”Tu sola hai distrutto tutte le eresie del mondo intero”,

affinchè nelle tue mani immacolate e misericordiosissime io divenga uno strumento utile per innestare e incrementare il più fortemente possibile la tua gloria in tante anime smarrite

e indifferenti e per estendere in tal modo, quanto più possibile, il benedetto Regno del ss.Cuore di Gesù.
Dove tu entri, infatti, ottieni la grazia della conversione e santificazione, poiché ogni grazia scorre, attraverso le tue mani, dal cuore dolcissimo di Gesù fino a noi.
CONCEDIMI DI LODARTI, O VERGINE SANTISSIMA.
DAMMI FORZA CONTRO I TUOI NEMICI.

AMEN

Mendico ancora aiuto…

di Antonio Socci

Molti di voi continuano, comprensibilmente, a chiedermi notizie di Caterina. Non posso scendere in particolari, ma naturalmente si tratta di una lotta drammatica.

Per questo vorrei sommessamente domandarvi un piccolo aiuto, che tuttavia è grande per Caterina e per me (già vi ringrazio dal profondo del cuore)….

Ma prima voglio ricordare che siamo nei giorni della Novena dell’Immacolata. Io ho riletto alcune pagine del libro di S. Alfonso M. de Liguori, “Le glorie di Maria”.

Vi consiglio caldamente di tuffarvi in questa fondamentale opera del grande Dottore della Chiesa, perché fa capire in modo travolgente chi è nostra Madre e com’è il Suo Cuore e quanto è accorata con noi poveracci….

Commentando il versetto del Salve Regina che dice “Ad Te clamamus, exsules filii Hevae” (a Te ricorriamo, esuli figli di Eva), S. Alfonso fa capire perché bisogna pregare senza stancarsi mai e perché non si deve pensare assolutamente che Lei sia sorda al nostro grido di aiuto.

Trascrivo qualche riga:

“Poveri noi che andiamo errando in questa valle di lacrime… piangendo, afflitti da tanti dolori… Ma beato chi in mezzo a queste miserie si volge spesso verso la consolatrice del mondo, rifugio degli infelici, e invoca e prega devotamente la celeste Madre di Dio!

‘Felice l’uomo che mi ascolta, vegliando alla mia porta ogni giorno’ (Prov 8, 34). Beato, dice Maria, chi ascolta i miei consigli e resta accanto alle porte della mia misericordia invocando la mia intercessione e il mio soccorso! (…)

Questo desidera Maria da noi, di essere sempre invocata e implorata, non per mendicare da noi omaggi e onori, troppo al di sotto dei suoi meriti, ma affinché così, crescendo la nostra fiducia e devozione, essa possa maggiormente soccorrerci e consolarci: ‘Ella cerca quei devoti, dice san Bonaventura, che ricorrono a lei con fervore e reverenza. Questi predilige, nutre, accoglie come figli’ ”.

Per spiegare che la Madonna non solo corre, ma vola a soccorrere ogni suo figlio che piange, come Dio stesso, S. Alfonso cita le parole del Novarino: “Il Signore vola subito in aiuto di quelli che glielo chiedono, mantenendo fedelmente la promessa che ci ha fatto ‘chiedete e otterrete’, così Maria vola in nostro aiuto” quando la invochiamo.

E perfino quando non la invochiamo, dunque “se Maria anche non richiesta è così pronta a soccorrere nei bisogni, che cosa non farà quando la si implora?”.

Bernardino da Busto afferma addirittura che “la nostra Regina vuole concedere a noi le sue grazie più di quanto noi desideriamo riceverle”.

Con la certezza di questa speranza chiedo  umilmente a chi vuole e può di recitare ogni giorno, fino all’Immacolata, il “Memorare” per aiutare Caterina a superare le difficoltà attuali e a svegliarsi guarita.

Trascrivo per tutti questa meravigliosa preghiera di S. Bernardo di Chiaravalle:

Memorare piissima Virgo Maria, a saecula non esse auditum quemquam ad tua corrente praesidia, tua implorantem auxilia, tua petentem suffragia esse derelictum.

Ego, tali animatus confidentia, ad te, Virgo virginum Mater, curro; ad te venio, coram te gemens peccator assisto.

Noi, Mater Verbi, verba mea despicere, sed audi propitia ed exaudi. Amen.

Traduzione:

Ricordati, piissima Vergine Maria, che non si è mai udito che alcuno sia ricordo alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, abbia cercato il tuo soccorso e sia stato abbandonato.

Animato da tale confidenza, a te ricorro, Madre Vergine delle vergini, da te vengo, dinanzi a te mi prostro, gemendo peccatore.

Non volere, Madre di Dio, disprezzare le mie parole, ma ascolta benevola ed esaudisci. Amen.

Io voglio essere fra quanti invocano l’aiuto e il soccorso della Madre di Gesù e Madre nostra, in ginocchio “alle porte della Sua misericordia”, notte e giorno…. Per Caterina la invoco e la invocherò instancabilmente notte e giorno…

Una famiglia di fronte alla malattia di un figlio

di Giulia Galeotti da (©L’Osservatore Romano – 5 dicembre 2009)

“Io questa storia non avrei proprio voluto scriverla”. Così inizia il libro di Cristiana Voglino, Aiutami a non avere paura (Torino, Claudiana, 2009, pagine 224, euro 18), in cui l’autrice racconta la sua esperienza di madre alle prese con quella che, forse, è una delle esperienze umanamente più difficili. Affrontare la grave malattia della propria bambina. Qualcosa che, cogliendoci impreparati, ci catapulta in una dimensione sconvolgente, ma che deve essere affrontata.
L’autrice non tace nulla, dopo aver superato le resistenze iniziali. Sebbene incoraggiata da tanti, infatti da principio la Voglino (che di mestiere fa l’attrice) non vuole raccontare:  le sembra che descrivere il dolore significhi esibirlo. Corredate da molti disegni infantili, le pagine descrivono l’incontro con la malattia della propria figlia di 7 anni; la diagnosi graduale; il distacco con la vita precedente (“per i genitori di un bimbo malato il sonno profondo è un incubo:  non si gioisce più. È un momento di terrore”); la necessità di riorganizzare tempi, spazi e stati d’animo nella vita in ospedale, e in quella che forse ne è una delle zone più lancinanti, l’oncologia pediatrica.

Addentrandosi in queste dolenti e sospese giornate, le pagine raccontano l’impatto che la malattia di un figlio produce sui genitori, individualmente e come coppia (“è veramente più semplice lasciarsi. Decidere di proseguire insieme significa, credo, rinunciare al ricordo di ciò che era prima”). L’impatto devastante sugli altri fratelli (sui quali spesso si producono dei traumi psicologici enormi, giacché non riescono a comprendere perché uno dei genitori li abbandoni per dei mesi interi), nonché la difficoltà di gestire i parenti, il più delle volte invadenti e inopportuni (“come ci si può chiedere se un bambino avrà capito che il suo tumore è maligno se il giorno dopo l’esito istologico i parenti invadono la sua stanza con i regali?”, si domanda un padre arrabbiato).
Con un tono che riesce a essere al contempo lieve e profondo, ironico e caldo, Cristiana Voglino racconta le strategie di sopravvivenza (“dopo un po’ che vivi l’ospedale, impari davvero a cambiare il tuo punto di vista:  dobbiamo imparare a guardare la flebo mezza piena!”), i legami tra le madri dei piccoli pazienti (“in quel reparto non sei la mamma solo di tuo figlio, sei la mamma di tutti i bambini ricoverati:  anche quelli ti appartengono”). Poi, inaspettato ma mai dato per impossibile, il ritorno alla normalità, il rientro a casa per lei e sua figlia, momento tanto sognato ma che porta anche un profondo senso di vertigine. E ancora, quasi il senso di colpa per avercela fatta, perché c’è anche “chi-non-ce-la-fa”.
C’è molto dolore in queste pagine, ma non c’è mai disperazione. Perché il merito del libro è proprio quello di dimostrare che esiste, almeno, la possibilità di vedere una strada. “È strano come appaiono diversi i rumori quando sei pervaso dal dolore:  la sensorialità è al massimo. Il rumore del phon, il chiacchiericcio della gente, lo squillo del telefono… ti diventano insopportabili se metti il tuo dolore al centro del mondo. Ma se accetti che la vita ti porti per un po’, quei rumori diventano suoni. E ti accompagnano anche”.
Cristiana Voglino racconta dunque la ricerca di senso e di aiuti negli scambi con gli altri bambini, con i loro genitori, così come con medici, chirurghi, infermiere, maestre e terapiste (“attorno a noi è stata costruita una rete”). Tra gli adulti, spicca la maestra, questa giovane donna che ha indubbiamente scelto gli alunni più “esigenti”. Avendo con i piccoli pazienti un rapporto non mediato da legami di parentela, è spesso con lei che i bambini sono più schietti. Più lucidi e onesti:  molti bimbi tacciono con i genitori perché vogliono preservarli dal dolore. È duro da accettare per noi adulti, racconta la maestra, “perché credere nella leggerezza, nell’innocenza del bambino, ci permette di rifugiarci in un pensiero più tranquillo, ci permette di illuderci che il nostro bambino soffra di meno, perché meno consapevole, meno appesantito, meno pauroso! Convincerci di questo però vuol dire negare a lui la possibilità di essere accolto nel suo dolore, con la sua paura, nella sua rabbia”.
Nonostante la voce del racconto sia quella di un adulto il libro riesce a restituire l’ottica del bambino. È lo sguardo del bambino che si posa sulla sua malattia, e la descrive (“ho un cancro nella pancia. È una ranocchia:  non dovrebbe stare nella pancia, quindi i dottori mi daranno delle medicine per farla diventare piccola. Poi potrò farla uscire, facendo la cacca”). È il suo sguardo maturo e lucido che giudica gli adulti che lo circondano. Adulti che a volte sono i suoi stessi genitori:  non visto, “Testa d’Uovo” ascolta il medico dire ai genitori che non ce la farà. “Volete abbracciarlo?” domanda il luminare, “non ne avrei il coraggio; non deve vederci in questo stato”, rispondono loro. “Testa d’Uovo pensa:  vigliacchi. Sono due vigliacchi. Peggio:  sono due vigliacchi che mi prendono per un vigliacco”.
Aiutami a non avere paura è la richiesta del titolo. La domanda che i bambini  rivolgono agli adulti. Eppure, forse, il senso del racconto e della testimonianza della Voglino è che sono i bambini stessi ad aiutarsi. E ad aiutare gli adulti, inermi, che li circondano. “I bambini riescono a dare un senso alla loro vita anche di fronte all’assenza di un domani. Sapete perché i bambini sono una scuola incredibile di accettazione della propria malattia? Perché non la nascondono. Un bambino non-vedente si definisce cieco, un non-udente è sordo e un bimbo ricoverato in oncologia ti dice:  ho il cancro. Le cose vengono chiamate con il loro nome, per questo non fanno più paura”.


Il Papa saluta la sorella di un assassino di cui è in corso la beatificazione

Jacques Fesch è stato ghigliottinato nel 1957

CITTA’ DEL VATICANO, mercoledì, 2 dicembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha salutato questo mercoledì Monique Fesch, sorella di Jacques, ghigliottinato a Parigi il 1° ottobre 1957 per un omicidio ma convertitosi in carcere, tanto che l’Arcidiocesi di Parigi ne ha aperto la causa di beatificazione.

Ha accompagnato la donna nell’incontro con il Papa, alla fine dell’Udienza generale, il Cardinale Angelo Comastri, che ha raccontato a “L’Osservatore Romano”: “È stato un detenuto, quando ero cappellano a Regina Coeli, a farmi conoscere la storia affascinante di Fesch”.

“È una testimonianza unica: giovane sbandato di ricca famiglia, diventa assassino e viene condannato a morte. Aveva ventisette anni. In carcere vive una conversione radicale, folgorante, raggiungendo alte vette di spiritualità”.

Da parte sua, Monique ha dichiarato: “Con mio fratello ci intendevano alla grande. Di otto anni più grande, sono stata sua madrina di battesimo e andandolo a trovare in prigione ho seguito da vicino la sua straordinaria conversione”.

La donna, insieme al biografo Ruggiero Francavilla, ha mostrato al Papa le lettere scritte in cella dal fratello.

Jacques Fesch (1930-1957), nato in una famiglia dell’alta borghesia, per l’acquisto di una barca tentò il 25 febbraio 1954 una rapina in un negozio di cambiavalute. Nella colluttazione venne ferito leggermente, fuggendo poi con una cospicua somma di danaro.

Il quartiere venne circondato. Braccato, Jacques cercò di aprirsi un varco a colpi di rivoltella. Ferì un passante, un agente di polizia e un altro, che però venne colpito mortalmente.

Acciuffato poche ore più tardi all’uscita del metrò, venne rinchiuso in carcere e processato. Il verdetto non lasciò appello e venne ghigliottinato, come era uso in Francia, nel 1957.

Dopo la sua morte vennero dati alle stampe il diario tenuto in carcere, in Italia “Il Giornale Intimo” (LDC Torino-Leumann), e le lettere inviate agli amici e parenti dalla prigionia, che testimoniano la sua conversione.

Nel 1993 l’Arcivescovo di Parigi, il cardinale Jean-Marie Lustiger, ha dato il via alle pratiche procedurali per l’istituzione del processo di beatificazione.

Le testimonianze raccontano che al momento di salire il patibolo Jacques Fesch non pronunciò che queste parole a mezza voce: “Signore, non abbandonarmi”.

L’amore per la vita offre più certezze della scienza

di Cristián Borgoño, L.C.*

ROMA, domenica, 29 novembre 2009 (ZENIT.org).- La vicenda di Rom Houben non può non echeggiare quella a noi più nota in Italia: il caso Eluana Englaro. Troppe le analogie, troppe le somiglianze, troppi anche i luoghi comuni. «Signora, suo figlio è come un vegetale, non sente nulla, non pensa nulla. Di suo figlio non è rima­sta più traccia», si è sentita dire la mamma di Rom. Non è questo ciò che ci dicevano di Eluana? C’era una differenza, però. Quella che intercorre tra chi vuole mettere fine a una vita ritenuta “non degna di essere vissuta” e chi sa che, malgrado le apparenze, quella vita è degna perché è di suo figlio, ovvero di un essere umano come noi. Eluana è uno di noi, diceva uno dei tanti titoli scritti a proposito della drammatica vicenda della donna morta a febbraio scorso.

Oltre a questa grandissima testimonianza di umanità, il caso di Rom Houben, il ragazzo belga la cui diagnosi di stato vegetativo persistente (SVP) è risultata errata, ci costringe a rivedere alcune delle certezze scientifiche ed anche etiche che il caso Englaro, e anche il caso di Terri Schiavo, sembravano dare come scontate. La prima di esse è la difficoltà della diagnosi dello SVP. Infatti il quotidiano Avvenire riportava alcune mesi fa che nel Convegno della Società Europea di Neurologia tenutosi a Milano era stato comunicato che le diagnosi errate “sfioravano il 40%. A simili conclusioni arrivava anche uno studio dell’Università di Tubinga e un altro svolto da ricercatori belgi pubblicato recentemente in BMC Neurology. Nel caso Houben, peraltro, la scoperta della diagnosi sbagliata è stato rivelata dall’uso delle tecniche di risonanza magnetica funzionale (RMNf) che consentiva di “vedere” come le diverse aree del cervello di Rom comunicavano in modo quasi identico a quelle di un soggetto normale. In un convegno alla Facoltà di Bioetica dell’Ateneo “Regina Apostolorum” nel mese di settembre sono stati presentati da Andrea Soddu, membro del Coma Study Gruop di Liegi, incoraggianti risultati sull’uso della RMNf per la diagnosi differenziale degli stati di coscienza alterata. Infatti, dal punto di vista clinico è estremamente difficile distinguere lo SVP da altri stati quali soprattutto lo Stato di Coscienza Minima e la sindrome del “Locked-in” o del “Chiavistello”, che era appunto la situazione di Rom Houben scoperta grazie alla RMNf. Sembra quanto meno problematico prendere decisioni di vita o morte, come la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, in casi di così grande incertezza sulla vera situazione del paziente. E se Eluana potesse aver capito e sentito tutto? Può esistere una forma più crudele e raffinata di tortura? Non si vede come possa essere ragionevole il disporre o rigettare in anticipo determinate misure tramite un testamento biologico quando neanche si è certo della diagnosi.

Ma la stessa vicenda di Houben mette in crisi anche il nostro atteggiamento davanti a questi pazienti. Ci sembra che è molto difficile ritenere che l’alimentazione e l’idratazione possano costituire accanimento terapeutico in casi di questo genere. Infatti, come si sa, non esistono parametri scientificamente collaudati che possano parlale dell’irreversibilità dello SVP, anche a distanza di molto tempo. Cioè, davanti a questi pazienti non solo non abbiamo certezza della diagnosi ma ancor di più della prognosi. Come può essere ritenuto sproporzionato fornire loro ciò di cui ogni persona ha bisogno? Poi, non si tratta di staccare nessuna “spina”, semplicemente di frullare il cibo normale per renderlo abbastanza fluido per essere ingerito tramite una sonda. Infatti, come ci ricordava poco tempo fa il presidente dell’Associazione Risveglio, Francesco Napolitano: “Io stesso e mia moglie, per 3 anni e mezzo, ab­biamo dato da mangiare e da bere a casa a nostro figlio cibi naturali (car­ne, pesce, verdure, frutta, ecc.), cioè esattamente i cibi che mangiamo noi, solo portandoli allo stato quasi liquido attraverso un normalissimo elettrodomestico, con grande sem­plicità quotidiana”. L’unica spina da staccare, in questo caso, è quella della frullatrice, una volta che ha fatto il suo compito. Può questa essere considerata una terapia medica? Come diceva Marina Corradi mercoledì 25 sull’Avvenire, occorre umiltà per non spacciare per certo ciò che non si conosce bene e tenacia per stare accanto a questi malati, attenti ai segnali più minimi di coscienza. In realtà, la storia di Rom è la storia di una donna, sua mamma, che non ha voluto ridurre e cambiare il suo amore materno per le certezze di una scienza fredda, disincarnata e sicura di sé, come alcuni, pochi fortunatamente, concepiscono la medicina odierna.

Come dice ora Rom: “Mi chiamo Rom. Non sono morto. E de­vo la vita alla mia famiglia”. La certezza di una madre che vale una vita. Non credo che nessuno abbia il diritto di contraddire questa verità che va ben al di là della scienza.

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* Padre Cristián Borgoño è docente stabile alla Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”. Laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università Cattolica del Cile è stato coordinatore accademico del Corso estivo di Bioetica “Etica alla fine della vita. Tra morte degna e dignità del morente” presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.