da Baltazzar | Mar 7, 2010 | Testimonianze
La porta non l’ha chiusa definitivamente. «Potrei ripensarci solo se mi offrissero il titolo giusto nell’ambito di un progetto artistico serio» dice. Aggiungendo, però, che «per ora titoli e progetti all’orizzonte proprio non se ne vedono». José Carreras ha detto addio all’opera. Quella che negli anni Settanta e Ottanta lo ha visto trionfare nei teatri di tutto il mondo, conteso da direttori come Karajan e Abbado. E non se ne pente. «Perché, guardando indietro, posso dire di aver fatto molto di più di quello che progettavo all’inizio della mia carriera» confida il tenore spagnolo. Ma anche perché gli impegni musicali non gli mancano. L’altra sera era a Brescia. «Uno dei tanti recital che faccio in giro per il mondo per far conoscere e sostenere la mia Fondazione per la lotta alla leucemia».
Scusi, Carreras, ma chi glielo fa fare? A 63 anni, dopo tutti i successi raccolti, non avrebbe voglia di un po’ di riposo?
«Sento che devo assolvere a un dovere. Cantare, impegnarmi per raccogliere fondi da destinare alla ricerca è il mio modo per sdebitarmi. Per dire grazie alla vita. Per dare a chi oggi combatte contro la malattia quello che a suo tempo ho ricevuto gratuitamente. Una speranza. Il coraggio di andare avanti. Quando mi sono ammalato di leucemia, nel 1987, i medici mi avevano detto che avevo una possibilità su dieci di guarire. Mi crollò il mondo addosso. Roba da chiudersi in casa e non uscire più».
Invece cosa le ha dato la forza di non arrendersi?
«La famiglia e gli amici. Le tante persone che in molti modi mi facevano sentire il loro affetto, senza il quale non so davvero se ce l’avrei fatta. È stato fondamentale essere circondato da gente che era sicura che avrei sconfitto la leucemia. Mi ha dato la forza di lottare. Un’esperienza che cerco di trasmettere alle persone malate che incontro: se vi hanno detto che avete una possibilità su un milione dovete credere che quella sarà la vostra possibilità».
Detta così sembra facile.
«Naturalmente non ce l’avrei fatta senza la straordinaria équipe medica che mi ha seguito. Anche perché i momenti di sconforto sono stati tanti. Ma mi hanno temprato, hanno lasciato in me un segno indelebile. E mi hanno aiutato a trovare il lato positivo del dolore: ho modificato la scala delle priorità della mia vita, sono diventato più aperto al dialogo, alla comprensione, a sentimenti di solidarietà e di fratellanza».
Possiamo sintetizzare usando la parola fede?
«La malattia mi ha fatto riscoprire la dimensione spirituale dell’esistenza. Una presenza che da allora è diventata costante nella mia vita. Ogni anno con la mia Fondazione organizziamo un pellegrinaggio a Lourdes: una grande gioia per me, un’esperienza unica a contatto con la sofferenza e la fede».
E la musica l’ha aiutata? O in quei frangenti anche un musicista vorrebbe solo silenzio intorno a sé?
«Mi sono aggrappato in ogni istante alla musica. L’ho sempre considerata un conforto spirituale. E nella mia lotta contro la leucemia mi ha sostenuto il desiderio di poter un giorno tornare a cantare. Anche nei momenti peggiori non ho mai smesso di studiare musica. Ma soprattutto di ascoltarla. Le mie giornate avevano sempre la musica in sottofondo. E non era necessariamente classica. Anche se ascoltavo e riascoltavo il Concerto n.2 per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Non saprei dire il perché, ma avvertivo una malinconia, un misticismo che mi confortavano e mi davano speranza».
E oggi, in un mondo dove il dolore – quello provocato dalla malattia, ma anche dalle catastrofi naturali – mette molti alla prova, che speranza intravede?
«Nei momenti difficili ho sempre guardato ai più piccoli, ai bambini. Penso che dobbiamo combattere per loro, sforzarci di dialogare tra popoli di fedi e culture diverse, intraprendere la via della pace per garantire loro un futuro. Penso che la musica in questo possa giocare un ruolo fondamentale».
In che senso?
«Può essere uno strumento di dialogo che fa incontrare le persone. Può aiutare gli uomini a riflettere sulla vita. Anche per questo, quando canto, spero sempre di arrivare al cuore degli ascoltatori. Per comunicare emozioni. Per trasmettere quella speranza che per me è stata fondamentale».
Pierachille Dolfini da Avvenire
da Baltazzar | Mar 6, 2010 | Chiesa sofferente, Testimonianze
Rodolfo Casadei da Il Sussidiario.net
Due anni fa Mazen Ishoa, sacerdote siro cattolico di Mosul, era stato rapito insieme ad un altro religioso mentre andavano a dire Messa. Una settimana di paura e maltrattamenti nelle mani dei rapitori, poi il rilascio per entrambi. Stavolta non sono venuti per lui: sono entrati nella casa dei suoi genitori, hanno picchiato le donne, rubato quei pochi oggetti di valore che c’erano e infine trucidato suo padre Metoka e i suoi due fratelli, Mukhlos e Basem.
Anche Adnan al Dahan, commerciante cristiano ortodosso di 57 anni, era stato rapito due anni fa e aveva dovuto pagare un forte riscatto per essere liberato. Stavolta è andata diversamente: una settimana dopo il rapimento il suo corpo senza vita è stato trovato per strada in un quartiere periferico di Mosul.
Lascia moglie e quattro figli. Zaiya Toma Soro, cristiano assiro originario di Dohuk, aveva solo 22 anni e studiava all’università di Mosul, è stato ucciso a revolverate da due finti poliziotti mentre camminava per strada insieme a un altro studente cristiano, rimasto ferito. Mancano pochi giorni al secondo voto politico libero nella storia dell’Iraq, e la caccia al cristiano è una delle caratteristiche salienti della campagna elettorale, specialmente nella tristemente famosa città settentrionale di Mosul.
Solo fra il 14 e il 24 febbraio sono stati trucidati 8 cristiani. Dietro consiglio delle autorità di pubblica sicurezza gli studenti cristiani non frequentano più l’università: sono arrivate minacce secondo cui gli autobus che li trasportano saranno fatti esplodere, cosa che è già avvenuta a fine gennaio, quando una bomba ha ferito cinque studenti su di una corriera e un’altra è stata scoperta per tempo.
Decine di famiglie hanno abbandonato la città. Va onestamente ricordato che anche nel resto dell’Iraq, fra i musulmani, la campagna elettorale è sporca di sangue: nella sola giornata del 22 febbraio 23 persone hanno perso la vita. In un quartiere sciita di Baghdad una madre coi suoi tre bambini sono stati trucidati in casa, in un altro otto persone della stessa famiglia, compresi sei bambini, sono stati uccisi e decapitati (tipico marchio di fabbrica di al Qaeda in Mesopotamia), un corteo d’auto del ministero della Difesa è stato preso d’assalto. Senza dimenticare gli attentati suicidi di Ramadi e quelli di Baghdad il giorno dopo l’esecuzione capitale di Alì il Chimico con decine di morti.
Però, come al solito in Iraq, fra i due ordini di tragedia c’è una differenza fondamentale: al contrario di quanto riguarda sunniti e sciiti, i cristiani non faranno rappresaglie. «Condanniamo gli atti di violenza contro le comunità cristiane presenti in Iraq, soprattutto quelli contro i fedeli di Mosul. Ma noi cristiani dobbiamo perseverare nel compiere gesti di bontà ed essere “buoni samaritani” verso tutti, senza distinzione di religione o gruppo etnico. In questi tempi terribili ricordiamo le parole del nostro Signore che ha detto: “Non abbiate paura di chi uccide il corpo, in quanto non si può uccidere l’anima”».
A parlare così è monsignor Avak Asadourian, arcivescovo armeno apostolico che è segretario generale del Consiglio dei leader cristiani in Iraq. L’unica novità del solito tran tran di persecuzione dei cristiani è la nascita di questo Consiglio che riunisce i rappresentanti di 14 diverse Chiese presenti in Iraq: caldei e assiri, siro cattolici e siro ortodossi, armeni ortodossi e cattolici, presbiteriani, copti, evangelici, ecc.
È diventato operativo il 9 febbraio scorso col duplice scopo, come ha spiegato l’arcivescovo siro cattolico di Mosul Georges Casmoussa, «di rappresentare la minoranza cristiana davanti al governo e alle istituzioni e per promuovere il dialogo ecumenico soprattutto sul piano pratico». Insieme agli altri due arcivescovi della città (il caldeo monsignor Emile Nona, successore del martirizzato monsignor Rahho, e il siro ortodosso Gregorios Saliba) dopo i recenti delitti Casmoussa ha indirizzato alle autorità una lettera di vibrata protesta per la scarsa protezione di cui usufruiscono gli iracheni di fede cristiana.
Il suo pessimismo è tale che poi ha dichiarato: «Abbiamo bisogno di un intervento internazionale per spingere il governo centrale e quello locale ad agire immediatamente». Ma perché i cristiani di Mosul continuano ad essere bersaglio di violenze brutali?
Fra i cristiani stessi circolano due tesi: la prima incolpa i jihadisti iracheni e stranieri ben radicati nella città, dalla quale sarebbero intenzionati ad espellere ogni presenza non islamica; la seconda allude ad una strategia sotterranea dei curdi, che sarebbero dietro agli attacchi ai cristiani di Mosul per convincerli a trasferirsi nella piana di Ninive e nel Kurdistan vero e proprio, dove diventerebbero un utile cuscinetto fra i territori controllati dai curdi e quelli arabi.
Comunque stiano le cose, gli appelli di vari vescovi (soprattutto di monsignor Louis Sako arcivescovo di Kirkuk) all’unità politica dei cristiani sono destinati a cadere nel vuoto anche per questa tornata elettorale: al voto si presenteranno almeno cinque differenti liste cristiane, e cioè il Movimento democratico assiro, il Congresso nazionale caldeo, il Partito dell’unione democratica caldea, il Consiglio popolare caldeo siriaco assiro e la Lista democratica Ishtar che riunisce in coalizione altri tre partiti cristiani.
Non è detto che i cinque seggi parlamentari (su 325) riservati ai cristiani dalla legge elettorale vadano a candidati di questi partiti, poiché ci sono cristiani che si presentano alle elezioni con altre forze politiche. Dei quattro parlamentari cristiani uscenti uno è stato eletto col Pdk (il Partito democratico curdo) e un altro con la Lista Allawi.
Per la verità i cristiani non sono più frazionisti delle altre entità religiose ed etniche irachene: alle elezioni parteciperanno ben 306 partiti. I favoriti per la vittoria in realtà sono solo tre: l’Alleanza nazionale irachena erede dell’alleanza sciita che vinse le passate elezioni; lo Stato della Legge del premier uscente al Maliki, che ha abbandonato la vecchia alleanza sciita, e il Movimento nazionale iracheno di Iyad Allawi. Seguirà il solito mercato delle vacche, che purtroppo in Iraq prevede anche le auto bomba.
da Baltazzar | Mar 3, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
Un vecchio libro narra il coraggio di un prete ucciso nella rivoluzione spagnola
“Religione significa permettere che il proprio corpo venga spalmato di miele e lasciato in balia delle api per amor di un sussurro. Religione significa guadare un fiume col fango fino al collo perché si è puntato sulla gloria. Religione è desiderio di assaporare la verità”. Ritrovo queste parole in un vecchio romanzo di Bruce Marshall, “La sposa bella”, credo oggi scomparso dalle librerie italiane. E illuminano per un attimo la mia giornata. Lo scrittore inglese le mette in bocca al protagonista, un prete che durante la rivoluzione spagnola si sente attratto inizialmente dal comunismo. Il prete, dopo averla persa, ritrova la fede per vie impervie. E’ chiamato a testimoniarla, chiuso in una cella, proprio dagli ispiratori della rivoluzione comunista, sapendo che l’indomani verrà torturato ed ucciso. E’ in questo momento che don Arturo, di indole poco coraggiosa, si interroga sulla profondità e sul senso della religione.
Rileggo queste parole con una sorta di timore, e di paura. La paura che quel desiderio, quello immenso di assaporare la verità, non possa trovare la prova della propria autenticità che nella situazione più dura e tremenda, dove la nostra coscienza è posta di fronte alla scelta: o la propria vita, o la verità. Questo momento terribile, nel senso più pieno e splendido della parola, capita spesso, anche in situazione più minute e meno drammatiche. Capita nelle piccole lealtà nei confronti della verità che ci sono chieste tutti i giorni. E di questi tempi, in cui un po’ tutti si dicono cristiani, e cattolici, con un misto di leggerezza e interesse personale, vale la pena avere negli orecchi e nel cuore le immagini di coloro che hanno scelto di difendere la verità mettendo in gioco la propria vita, in periodi dove essere cristiani non solo non era di moda, ma era un reato punito con la morte. Queste immagini, che si ripetono ancor oggi in alcune parti del mondo, sono un antidoto efficace contro la leggerezza di certe affermazioni, che fanno del dirsi cristiani un orpello, o un crocifisso da appendere al collo ogni tanto, a seconda delle situazioni e delle convenienze.
Il prete di Marshall è una persona dubbiosa, piena di paure, tutt’altro che un supereroe. E’ una persona la cui fede trema e vacilla. Un peccatore. Ma nonostante questo o, forse, proprio per questo, riesce a compiere la sua missione e a difendere la verità. Anche a noi, dunque, è dato sperare di poter essere all’altezza.
(www.cristiancarrara.it)
Cristian Carrara da PiuVoce.net
da Baltazzar | Feb 19, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
François-Marie Arouet, più noto con lo pseudonimo di Voltaire fu il peggior nemico che ebbe il Cristianesimo nel secolo XVIII (aveva per obiettivo l’annientamento della Chiesa) che, analogamente a tutti gli anticlericali di oggi (in due secoli e mezzo non sono cambiati di una virgola), classificava i suoi bersagli come “fanatici religiosi”. Ciò nonostante Voltaire era moralmente vicino all’insegnamento cattolico e alla legge naturale.
Non potendosi esimere dall’uso della ragione, Voltaire finì per convertirsi. A riprova di ciò uno studio dello spagnolo Carlos Valverde:
[…] il tomo XII di una vecchia rivista francese, Corrispondance Littérairer, Philosophique et Critique (1753-1793) […] nel numero di aprile del 1778 […] (pagine 87-88), si incontra niente di meno che la professione di fede di M. Voltaire. Letteralmente dice così:
“Io, sottoscritto, dichiaro che avendo sofferto di un vomito di sangue quattro giorni fa, all’età di 84 anni e non essendo potuto andare in chiesa, il parroco di Saint Sulpice ha voluto aggiungere un’altra buona opera alle sue inviandomi a M. Gauthier, sacerdote. Io mi sono confessato con lui, e se Dio vuole, muoio nella santa religione cattolica nella quale sono nato, sperando dalla misericordia divina che si degnerà di perdonarmi tutte le mie mancanze, e che, se ho scandalizzato la Chiesa, chiedo perdono a Dio e a lei.
Firmato: Voltaire, il 2 marzo del 1778 nella casa del marchese di Villete, in presenza del signor abate Mignot, mio nipote e del signor marchese di Villevielle”. Firmano anche: l’abate Mignot, Villevielle. Si aggiunge: “dichiariamo la presente copia conforme all’originale, che è rimasto nelle mani del signor abate Gauthier, che abbiamo firmato, come firmiamo il presente certificato. In Parigi, il 27 maggio del 1778. L’abate Mignot, Villevielle”.
Che la relazione possa stimarsi come autentica lo dimostrano altri documenti che si incontrano nel numero di giugno della medesima rivista, che non è per niente clericale certamente, perchè era pubblicata da Grimm, Diderot ed altri enciclopedisti.
Voltaire morì il 30 maggio del 1778.
[…]
L’abate Mignot presenta al priore il consenso firmato dal parroco di Saint Sulpice e una copia (firmata anche dal parroco) si ringrazia Giacabi per questo testo
Questo testo dimostra che Voltaire si era già convertito tre mesi prima di morire ma esiste un documento ancora più antico che, non solo anticipa la sua conversione (almeno il suo cambiamento nei confronti della religione) di diversi anni, ma dimostra anche che non fu né la paura della morte né la senilità a convertirlo, bensì l’aver appurato la vera natura dell’islam e di Maometto:
Una lettera da M. de Voltaire a Papa Benedetto XIV.
Beatissimo Padre,
Vostra Santità perdoni la libertà presa da uno dei peggiori fedeli, anche se ammiratore zelante della virtù, di presentare al capo della vera religione questo componimento, scritto in opposizione al fondatore di una setta falsa e barbara. A chi avrei potuto con più decoro inscrivere una satira sulla crudeltà e gli errori di un falso profeta, che al vicario e rappresentante di un Dio di verità e di misericordia? Vostra Santità, pertanto, datemi il permesso di porre ai vostri piedi, sia il pezzo e l’autore della stessa, e umilmente a chiedere la protezione dell’uno, e la sua benedizione dell’altro, nella speranza di ciò, con il rispetto più profondo, le bacio i suoi sacri piedi.
Parigi, 17 agosto 1745.
Voltaire. tratto da The Online Library of Liberty.
Si ringrazia Amadigi.
Il componimento di Voltaire fu pubblicato. Papa Benedetto XIV rispose a Voltaire con gratitudine, gli comunicò una disquisizione sul testo risolta appellandosi a Virgilio durante un dibattito pubblico ed elargì la sua benedizione. Voltaire rispose a sua volta così:
Le sembianze di Vostra Eccellenza non sono meglio espresse sulla medaglia che è stato così gentile da mandarmi, quanto lo sono le sembianze del suo pensiero nella lettera con la quale mi avete onorato: mi permetta di porre ai vostri piedi la mia riconoscenza sincera. Nella letteratura, come pure in materia di maggiore importanza, la sua infallibilità non è in contestazione: Vostra Eccellenza è molto più esperto in lingua latina del francese che si degnò di correggere. Io sono davvero stupito di come si poteva così facilmente appellarsi a Virgilio: i papi sono stati sempre classificati come i sovrani più dotti, ma tra loro credo non ci sia mai stato uno in cui tanto apprendimento e buongusto furono uniti.
[…]
Non posso fare a meno di considerare questo versetto come un felice presagio dei favori conferitemi da Vostra Eccellenza. Così Roma avrebbe acclamato quando Benedetto XIV è stato eletto Papa. Con il massimo rispetto e la gratitudine bacio i suoi piedi sacri, ecc.
Voltaire. tratto da The Online Library of Liberty.
Si ringrazia Amadigi
© http://seraphim.splinder.com/ – 18 febbraio 2010
da Baltazzar | Feb 18, 2010 | Testimonianze
In tanti, veramente tanti di voi mi chiedono di Caterina…. Ho difficoltà a spiegare anche perché non posso entrare nei particolari. Diciamo che la sua situazione è sempre molto delicata. Ha bisogno veramente tanto delle nostre preghiere ardenti.
E sono certo che ognuna delle vostre preghiere arriva diritta al cuore di Dio, tramite Maria Santissima, nostra Madre. Per questo vi ringrazio ancora di cuore, con tutta l´anima, certo che la Regina della pace riempirà il nostro cuore di meraviglia e di felicità. E dedico a voi, come dedico a Caterina (che quel giorno era a Loreto) queste parole del papa, Benedetto XVI, pronunciate al raduno dei giovani del 2 settembre 2007. Mi sembra il modo migliore di entrare nella Quaresima e trovo che siano parole commoventi per Caterina. Il Papa disse: “In questo momento ci sentiamo come attorniati dalle attese e dalle speranze di milioni di giovani del mondo intero (…). A tutti vorrei giungesse questa mia parola: il Papa vi é vicino, condivide le vostre gioie e le vostre pene, soprattutto condivide le speranze più intime che sono nel vostro animo e per ciascuno chiede al Signore il dono di una vita piena e felice, una vita ricca di senso, una vita vera. Purtroppo oggi, non di rado, un´esistenza piena e felice viene vista da molti giovani come un sogno difficile, e qualche volta quasi irrealizzabile. Tanti vostri coetanei guardano al futuro con apprensione e si pongono non pochi interrogativi. Si chiedono preoccupati: come inserirsi in una società segnata da numerose e gravi ingiustizie e sofferenze? Come reagire all´egoismo e alla violenza che talora sembrano prevalere? Come dare un senso pieno alla vita? Con amore e convinzione ripeto a voi, giovani qui presenti, e attraverso di voi, ai vostri coetanei del mondo intero: Non abbiate timore, Cristo può colmare le aspirazioni più intime del vostro cuore! Ci sono forse sogni irrealizzabili quando a suscitarli e a coltivarli nel cuore è lo Spirito di Dio? C´è qualcosa che può bloccare il nostro entusiasmo quando siamo uniti a Cristo? Nulla e nessuno, direbbe l´apostolo Paolo, potrà mai separarci dall´amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Cf Rm 8, 35-39). Lasciate che questa sera io vi ripeta: ciascuno di voi se resta unito a Cristo, può compiere grandi cose. Ecco perché, cari amici, non dovete aver paura di sognare ad occhi aperti grandi progetti di bene e non dovete lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà. Cristo ha fiducia in voi e desidera che possiate realizzare ogni vostro più nobile ed alto sogno di autentica felicità. Niente è impossibile per chi si fida di Dio e si affida a Lui. Guardate alla giovane Maria!”. – Antonio Socci –
da Baltazzar | Feb 5, 2010 | Famiglia, Testimonianze
di Alessandra Turrisi da Avvenire
I suoi genitori avrebbero voluto farla abortire, ma lei ha gridato il suo “no” nel modo più coraggioso. Adesso stringe tra le braccia la sua bambina che, ignara di tutto, chiude i pugnetti e sorride. Miriam (il suo è un nome di fantasia) ha 25 anni e una volontà di ferro. Ha scelto la vita andando contro la volontà dei genitori, contro i benpensanti, contro i pregiudizi. Ora ne è fiera ed è lieta di raccontare al mondo la sua gioia, perché nessun’altra donna si trovi costretta a rinunciare a una nuova vita.
La sua è la storia di una ragazza di un paesino della provincia siciliana. Proviene da una buona famiglia, studia all’Università, ma, durante una relazione con un uomo di cui preferisce non parlare, scopre di essere incinta. È spaventata, eccitata, emozionata. L’idea di interrompere la gravidanza non la sfiora nemmeno. Così, come racconta il “Giornale di Sicilia”, si confida con i genitori, ma trova un muro di vergogna e dissenso. «Devi abortire, non sei sposata, non possiamo perdere la faccia», le dicono. Miriam non riesce neppure a replicare, non ci vuole credere, si sente terribilmente sola. Ma non perde la ragione e nemmeno il coraggio. «Ho amato la mia creatura sin dal concepimento – racconta con emozione, ancora coricata nel letto di ospedale –. Ho una solida vocazione genitoriale e non potevo permettere a nessuno che la scintilla di vita che si era accesa nel mio grembo venisse spezzata».
Ricorre allora a uno stratagemma. Simula un aborto spontaneo, cosicché non è necessario recarsi in ospedale. Poi, quando i genitori si sono rasserenati, cerca di trovare un’altra strada per far crescere quella vita. Riflette, si rivolge ai servizi sociali attraverso il Centro aiuto alla vita del suo paese, chiede di essere aiutata a continuare la gravidanza. La informano che a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, esiste il centro di accoglienza “Don Pietro Bonilli”, gestito dalle suore della Sacra Famiglia, nato proprio per ospitare le donne in difficoltà. Quasi due anni fa Niscemi era salito agli onori della cronaca per una terribile storia di violenza da parte di tre minorenni che massacrarono e gettarono in un pozzo una ragazza di 14 anni, Lorena Cultraro. Oggi, a pochi giorni dalla Giornata per la vita, diventa il luogo della speranza.
Miriam pensa che sia la Provvidenza a indicarle quella strada. Così, dice ai genitori che deve andare in una città lontana per motivi di studio e, invece, va a Niscemi dove trova suor Genoveffa Calì e suor Provvidenza Orobello a braccia aperte. La più anziana, suor Genoveffa, diventa una seconda mamma per Miriam: la conforta, la sostiene, le dà la forza per andare avanti e non demoralizzarsi, le è vicina al momento delle doglie del parto. Il 26 gennaio scorso Miriam si ricovera all’ospedale di Niscemi “Suor Cecilia Basarocco”, dove viene alla luce la piccola Gianna, una bellissima bambina paffuta e piena di capelli corvini. Miriam ha voluto darle il nome di Santa Gianna Beretta Molla, che strenuamente ha difeso la vita della creatura che portava in grembo. La gioia è infinita, indescrivibile. Ma Miriam, poche ore dopo il parto, viene colpita da una forte emorragia. La sera stessa l’équipe del dottore Giovanni Di Leo interviene per bloccarla. Adesso stanno bene sia la mamma che la figlia. Nella stanza del reparto è un viavai di suore, volontarie, nuove amiche di Miriam.
Fanno a gara per cambiare pannolini, mettere la tutina alla piccola, cullarla. «Questa ragazza ha mostrato una fragilità e una forza incredibili. È vero che il Signore non abbandona i deboli», commenta suor Provvidenza, 38 anni, responsabile della casa. E racconta il lieto fine della storia. «Dopo la nascita di Gianna, Miriam ha voluto chiamare i suoi genitori ai quali aveva nascosto dove si trovava realmente e per quale motivo – aggiunge suor Provvidenza -. Papà e mamma sono rimasti sbalorditi, ma sono venuti subito a trovarla. Pochi giorni fa, nonni, mamma e nipotina si sono riabbracciati».