Oscar Romero, martire

di Andrea Sartori

Nei giorni in cui Barack Obama entra di diritto tra i Grandi della Storia grazie alla sua epocale Riforma della Sanità (ma dopo l’aperta sfida alla Cina con l’incontro col Dalai Lama in nome del diritto alla vita del popolo tibetano, Obama era già nell’Olimpo dei forti), nei giorni in cui i politici italiani gareggiano in populismo, nei giorni in cui Benedetto XVI prende finalmente una posizione netta contro i mali della Chiesa, è passata quasi inosservata la ricorrenza del martirio del coraggioso arcivescovo salvadoregno Oscar Romero.

Esattamente trent’ anni fa, il 24 marzo 1980, un grande ed incompreso sacerdote moriva. Oscar Arnulfo Romero veniva colpito dai cecchini della dittatura salvadoregna mentre celebrava Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza. Nella sua omelia si era nuovamente scagliato contro il potere, rappresentato dal governo di El Salvador, invitando i soldati ad “ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini”, come avrebbe detto San Paolo. Romero aveva apertamente invitato i soldati a disobbedire ad un governo che ordinava di uccidere. Fu ucciso nel momento supremo della Santa Messa, mentre elevava l’Ostia Santa, nella quale ogni domenica rivive il Supremo Sacrificio del Cristo.
Oscar Romero è protagonista di un mito, che vede in lui un sacerdote “marxista” vicino alla cosiddetta teologia della Liberazione, quel ramo teologico radicale molto fiorente in America Latina che mescola cristianesimo e marxismo, e che fu strenuamente combattuto da Giovanni Paolo II. E proprio sui rapporti tra l’arcivescovo Romero e Papa Wojtyla si sono versati i proverbiali fiumi d’inchiostro, specie da parte dei detrattori del pontefice venuto dall’Est.

E’ inutile negarlo, incomprensioni tra Giovanni Paolo II e Romero ci furono. L’operato dell’arcivescovo sudamericano è stato letto superficialmente e travisato da molti, e, in un primo momento, dallo stesso Papa. In realtà Romero non era un Che Guevara in veste talare, non era teologicamente vicino a Leonardo Boff e Hans Kung. Era invece un conservatore.
La fama di Romero come vescovo fu invece quella di un conservatore. Ai primi tumulti della teologia della Liberazione, Romero si mostrò subito prudente: aveva giustamente timore di una Liberaciòn intesa solo in senso politico, e non trascendente. Temeva un cristianesimo demagogico, populista, che non tenesse conto della superiore realtà dell’anima. Aveva capito che la religione è cosa troppo alta per abbassarsi a far politica, che la politica “sporca” irrimediabilmente la purezza della religione (e quanti di questi esempi ci offre la Storia). Romero preferiva parlare di Salvaciòn piuttosto che di Liberaciòn. Aveva compreso che la cosiddetta liberazione deve essere totale, e comprendere sia anima che corpo, mentre i cosiddetti teologi della Liberazione forse si occupavano un po’ troppo del corpo. E questo suo approccio “conservatore” gli aveva fatto guadagnare la stima dell’oligarchia salvadoregna, che pensava di avere un custode dello “status quo”.

Il 15 ottobre 1974 viene nominato vescovo di Santiago de Maria, una delle zone più povere del Paese. Il 3 febbraio 1977 è nominato arcivescovo di San Salvador. Il “conservatore”, l’uomo che prese posizioni nette contro la teologia della Liberazione in quanto riduceva il cristianesimo a mera questione politica, sceglie di stare con gli ultimi: rifiuterà di vivere in un palazzo vescovile, scegliendo di vivere in una stanza della sagrestia della cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza. E comincerà la sua denuncia profetica contro il Potere.
La morte del suo collaboratore gesuita padre Rutilio Grande sarà la miccia che accenderà l’incendio profetico di Romero. E questo porterà la chiesa salvadoregna a pagre un pesante tributo di sangue. Ecco il paradosso di Romero: un uomo che non amava la politica, che non voleva fare politica, che vedeva nel cristianesimo politico un qualcosa di limitato e limitante, si ritrova ad essere un personaggio politico, unico baluardo contro lo strapotere dello Stato-Leviatano. Ed è questo il compito “temporale” della Chiesa: essere il baluardo dei poveri e dei calpestati contro la prepotenza del Cesare di turno. Martin Luther King, altro martire cristiano del XX secolo, diceva: “La Chiesa non è la padrona o la serva dello Stato, ma la coscienza dello Stato”. Romero diceva: “Vedete, la Chiesa dei povero non è una chiesa della demagogia, ma una Chiesa (che) muovendo dal Papa e dal Vangelo ritrova una predilezione e un lavoro per i più bisognosi, perché da questo trae più forza per reclamare la conversione di tutti gli uomini. Non ci si salva senza conversione alla parola di Cristo nel giudizio finale: ‘Tutto quello che avete fatto ad uno di questi bisognosi lo avete fatto a me”. Romero era quindi un fedelissimo a Roma. La sua condanna del materialismo e dell’idolatria del denaro, presente sia nel capitalismo che nel marxismo, era chiara: “Non è marxista, la Chiesa, e non si è impegnata a favore di nessun sistema sociale. Nei sistemi, la Chiesa solo difende la sua etica religiosa, e così come dice che il comunismo ateo è incompatibile con la trascendenza e la fede in Dio, anche ha detto che il materialismo del capitalismo liberale è ateo, idolatra, perché adorando il proprio denaro e difendendo il proprio denaro calunnia senza riguardo la dignità altrui.”. Lontano dai due estremi del cristianesimo moderno, quello “liberazionista” e quello vicino al potente di turno, Romero riprendeva la celeberrima espressione del Vangelo, secondo la quale “Non si può servire a Dio e a Mammona”.
Romero era lontano dalla tentazione della lotta di classe, nonostante avesse scelto di stare vicino ai poveri: “Io continuo a credere a quanto dissi ai funerali dell’ingegner Borgonovo e del padre Navarro: ogni vita è sacra, sia del ricco sia del povero”. Predicava un giusto mezzo tra presenza sociale e spirituale della Chiesa: “Il pericolo di ogni movimento è andare agli estremi – sosteneva – o molta attività o molto spiritualismo. Deve esserci un equilibrio tra la preghiera e l’impegno per il prossimo”.

Eppure sono notissime le difficoltà di Romero con la Curia Romana, uno degli aspetti più spinosi e controversi della carriera di Giovanni Paolo II. La vicenda è contestualizzata in un momento difficile, che vedeva il Papa in prima linea contro l’Unione Sovietica. L’incomprensione tra Romero e Wojtyla, tra due “santità” è nota: non è nemmeno la prima della Storia. Basti ricordare le incomprensioni tra GIovanni XXIII e Padre Pio da Pietrelcina e addirittura tra i due “principi degli Apostoli” Pietro e Paolo. Monsignor Cassidy ricorda il suo incontro con Romero in Piazza San Pietro  nel maggio 1979. Ricorda il presule latinoamericano come “molto triste” mentre diceva “Adesso non sono capito, non trovo comprensione”. Adesso sembra impossibile, in quanto Wojtyla e Romero era due personalità più vicine di quanto si possa credere: ambedue in lotta contro il Potere dello Stato, contro due dittature. Ambedue convinti che tra Fede e politica ci dovesse essere “unificazione, ma non identificazione”. Se la dittatura salvadoregna aveva martirizzato padre Grande come poi martirizzerà lo stesso Romero, la dittatura polacca serva dell’Urss avrebbe martirizzato, nel 1984, padre Jerzy Popieluszko, e aveva già spesse volte incarcerato il primate Wyszinski, e come avrebbe tentato di assassinare lo stesso Pontefice per mano di Ali Agça. Ma in quel momento, probabilmente e umanamente, Wojtyla vedeva solo la dittattura comunista, che avrebbe voluto combattere, e per questo consigliò Romero di scendere ad accordi col suo governo. Questo è il grande inganno del Potere: nell’appoggiare indirettamente un certo tipo di regime perché “meno peggio” dell’altro. La lotta al potere assoluto deve essere a trecentosessanta gradi, senza distinzioni fra “destra” e “sinistra”. Romero, il pastore evangelico e ontano da tentazioni liberazioniste è stato probabilmente interpretato come un “liberazionista”. Questo malinteso deve avergli fatto più male delle pallottole che lo uccisero un anno dopo, lui, fedele a Roma, fedele al Papa.
Ricordare Romero oggi, in un momento di grande difficoltà per la Chiesa a causa di pastori indegni che hanno abusato di innocenti, è ricordare tutti quei pastori che hanno fatto onore alla Chiesa. E’ ricordare che comunque senza la Chiesa, o almeno una certa parte della Chiesa, verrebbe a mancare un sostegno per i bisognosi e gli oppressi. E’ ricordare la lotta di pastori coraggiosi contro regimi criminali, come quello cinese: ricordiamo l’appello del cardinale emerito di Hong Kong Joseph Zen Ze-kiun a favore della democrazia in Cina. Ricordiamo l’alto prezzo pagato dal cardinale Ignatius Kung Pin-mei, per un trentennio nelle carceri cinesi. Ricoradre Romero è ricordare anche capi spirituali di altri religioni i quali, in nome di una superiore concezione dell’essere umano, si battono contro lo strapotere dello Stato, come i buddhisti Aung San Suu Kyi contro la Giunta birmana e Sua Santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, strenuo lottatore affinché un popolo, come quello tibetano, che non ha la possibilità di autodifendersi e che sta subendo un genocidio in silenzio, viva. E’ ricordare il grande martire della non-violenza del XX secolo, uomo di spirito prima che di Stato, che non sporcò mai la religione con la bassa politica: il Mahatma Gandhi. Romero è un esempio dell’insostituibile apporto sociale della Chiesa: ricordiamo come il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi sia arrivato laddove lo Stato non è stato capace di arrivare, con l’aiuto alle vittime della crisi. Ricordare Romero è anche ricordare i martiri del XX secolo.
In occasione del Giubileo del 2000 Giovanni Paolo II inserì il nome di Romero nel testo della “celebrazione dei Nuovi Martiri” riprendendo quanto aveva scritto in occasione proprio della morte dell’arcivescovo: “Il servizio sacerdotale della Chiesa di Oscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita mentre offriva la vittima eucaristica.”In Romero sono presenti tutti i martiri cristiani dell’ultimo secolo, martirizzati dai regimi di stampo fascista, comunista, islamista. Ultimi dobbiamo ricordare i martiri pakistani bruciati vivi perché non vollero convertirsi all’islam. Anche in loro vive Romero. Romero è uno dei 40 milioni di martiri del XX secolo. Forse non sarebbe azzardato consacrare il giorno della morte di Romero in onore dei martiri cristiani vittime dei totalitarismi.

Motivo di controversia è il fatto che Romero, pur martire, non sia ancora santo. Molti detrattori di Wojtyla argomentano: per il martirio non serve il miracolo accertato. Giovanni Paolo II ha canonizzato una quantità incredibile di santi. Romero è venerato come santi dai luterani, dagli anglicani e dalla chiesa vetero-cattolica. Perché questo ostracismo proprio da parte della “sua” Chiesa? In realtà Romero ha il titolo di Servo di Dio. Per chi vede una parzialità politica in tutto questo, bisogna ricordare che anche Popieluzsko, il martire anticomunista polacco (quindi molto vicino a Giovanni Paolo II) morto solo quattro anni dopo Romero, è attualmente “solo” Servo di Dio. Nel 2007 Benedetto XVI si è pronunciato in favore della beatificazione di Oscar Romero, ma si è opposto ad una lettura esclusivamente politica della sua morte. E’ esattamente quel che avrebbe voluto Romero, “politico” suo malgrado.
Le cose di Cesare passano. I politici sono capaci di azioni cristiane, come recentemente ha dimostrato Obama nelle sue lotte per i diritti umani e per il diritto alla salute degli americani. Raramente un politico, però, si comporta da cristiano. Allora la Chiesa ha il dovere di parlare chiaro, e di prendere posizioni nette (anche se, purtroppo, spesso anche la Chiesa non è stata all’altezza di tale compito). Ma non si può, e non si deve, ridurre la missione del cristiano solo all’attivismo politico. E’ fortemente limitante, in quanto i sistemu politici muoiono, e muoiono in fretta. La Chiesa deve soprattutto dare una speranza che va oltre la politica: dinanzi a grandi misteri quali la Vita e la Morte né Berlusconi né Marx né Obama né i Radicali sono in grado di dare risposte: la Chiesa deve essere la coscienza della politica, ma non deve essere solo un organismo politico. Deve arrivare laddove la politica non sarà mai in grado di arrivare: a dare un senso alla vita dell’Uomo. E questo vale anche per altre religioni: anche la lettura esclusivamente politica di una grande figura come il Dalai Lama è limitante: Le parole di Tenzin Gyatso, proprio perché toccano corde profonde, vivranno anche quando il miracolo cinese si sgonfierà per la sua “impermanenza”.
Ed era questo che voleva Romero “profeta politico” suo malgrado. E per tale motivo la lettura di Ratzinger è esatta.

Storie di conversione. Il sole in un bicchiere d'acqua.

di Fabrice Hadjadj

Mi era stato chiesto di immergermi. Questo significa il battesimo, “immersione”. Allora volli andare in un monastero, dove quelli che erano stati immersi non erano mai più riemersi in superficie. Un insieme di circostanze, tra cui il mio amore per Léon Bloy, mi condusse all’abbazia di Saint-Pierre a Solesmes. Mi era stato detto che là avrei potuto incontrare qualcuno che aveva conosciuto il suo figlioccio, Jacques Maritain, che fu oblato con il nome di frère Placide. Quando entrai nell’abbazia, fu uno choc improvviso. Quello che cercavo non era la tradizione, meno ancora il “progresso”, ma la radicalità, qualcosa che avrebbe potuto essere sempre all’avanguardia. Ero soddisfatto nella mia ricerca. Giunse l’ora dei vespri.
Nel coro i monaci entrarono come due ali di grandi uccelli neri che si posano due a due davanti al tabernacolo prima di separarsi a destra e a sinistra, guadagnando dolcemente il loro posto. Mi sembrava di assistere ad una sorta di coreografia primordiale: la marcia lenta, la genuflessione profonda, subito il grande segno di croce come una cifra tracciata sul proprio corpo affinché il Verbo ci raggiunga in pieno petto! E d’altra parte i petti dei monaci si gonfiavano per intonare all’unisono: Deus, in adiutorium meum intende. Domine, ad adiuvandum me festina (“O Dio, vieni in mio aiuto. Signore, vieni presto a salvarmi”).
L’ufficio divino inizia con questa ammissione impossibile da fare con le proprie forze. Il vecchio benedettino arriva a recitarla ogni giorno, sette volte al giorno, comincia ogni volta dichiarando che non sa pregare, che ciò a cui si eleva è assolutamente nuovo, improbabile ed esige il soccorso dell’Altissimo. Da lì sgorgò questo canto che chiamiamo “gregoriano”. Esso si eleva, come un funambolo, sulla frontiera della parola e del silenzio. Nessuna musica più di questa rispetta il silenzio. Essa non lo rompe: lo esplora, ne sgombra l’interno, estende il suo dominio. Essa rivela, al di là dell’assenza di rumore, il raccoglimento di una presenza.
Ma questo canto possiede altre qualità d’avanguardia che non potevano lasciare indenne l’ebreo che sono. Mediante la sua antichità essa riuniva il passato e il futuro. Tramite il suo colore, si stende al punto di intersezione dell’Occidente e dell’Oriente; con le sue parole, soprattutto quelle dei salmi, spinge il Nuovo Testamento dentro l’Antico. E grazie alla sua disciplina del soffio, convoca i corpi intorno alla parola.
In breve: tutto quello che nel mondo mi è stato donato in frammenti sparsi, l’ho trovato riunito qui nell’epifania dell’unità cattolica. Ma c’è un’altra cosa che non dimentico e che si presenta come pendant del coro: il refettorio. Pure lì vi è il silenzio, intercalato dal tintinnio delle posate sui piatti, dal leggero rumore dei bicchieri sulla tavola di legno, tutto il brusio delle cose ordinarie e che, di solito, i ristoranti d’affari o i pasti famigliari interrompono con il loro impietoso bla bla. Dietro a me, nel refettorio, come l’accompagnamento di un basso continuo, un monaco fa la lettura recto tono, ovvero di voce tanto monocorde quanto priva di personalizzazione.
Proprio lì ho conosciuto alcuni dei più bei momenti di contemplazione: davanti ad un pezzo di pane, a piccoli piselli o una foglia di lattuga. In questo clima spirituale, grazie ad un’organizzazione scandita dalla liturgie delle ore, la caraffa e la cesta di frutta mi apparivano con lo stesso peso di mistero di un quadro di Chardin. Mi ricordo  specialmente del sole che veniva a giocare con il mio bicchier d’acqua.
Questo bicchiere era lo stesso della mia infanzia, di marca Duralex. Ma lo vedevo come il segno di un’altra infanzia, quella che vede tutte le cose bagnate dalla tenerezza del Padre. Allora mi sono immerso in questo bicchier d’acqua. Due giorni dopo il mio arrivo a Solesmes, ho domandato di essere battezzato. Questo avvenne durante la Veglia pasquale, oramai 12 anni fa.

(©L’Osservatore Romano – 22-23 marzo 2010)

I Dialoghi delle Carmelitane, un canto contro il terrore

Francis Poulenc (1899-1963), compositore francese dalla produzione eclettica, nei primi mesi del 1953 si mise a scrivere l’opera Dialoghi delle Carmelitane, di cui nel 2007 cadeva il 50° anniversario della prima rappresentazione, e che è tratta da una vicenda storica la quale può essere esemplare per comprendere a quali atrocità arrivò il furore rivoluzionario contro la Chiesa Cattolica.

di Tommaso Scandroglio


Durante la Rivoluzione Francese il secco schiocco della ghigliottina risuonò migliaia di volte in centinaia di piazze, facendo ruzzolare nel paniere le teste non solo di aristocratici, ma anche di borghesi, di popolani, di sacerdoti e di religiosi. Forse solo in questo la rivoluzione fu davvero “democratica”, non facendo per nulla discriminazioni di ceto. È comunque indubitabile che il terrore giacobino prediligeva una categoria molto invisa alle menti illuminate di allora: la categoria del clero e dei religiosi.

Voto di martirio

Il 15 dicembre 1789 l’Assemblea Nazionale vietò a tutti gli ordini religiosi di pronunciare nuovi voti e molti conventi furono fatti sfollare. Questa sorte toccò anche alle carmelitane di Compiègne, piccolo borgo a nord est di Parigi, le quali nel 1792 furono obbligate ad andarsene dal convento e smettere gli abiti da religiose.

Ma dato che il loro proponimento era quello di “vivere e morire da carmelitane”, si risolsero di continuare ad incontrarsi per pregare in comune, nonostante ciò fosse vietato. Così, divise in tre gruppi e alloggiate in abitazioni tra loro vicine, si trovavano quotidianamente per pregare di nascosto.
In una di queste riunioni segrete, su proposta della Superiora, fecero voto di martirio, un «atto di consacrazione per il quale la comunità si offre in sacrificio affinché cessino i mali che affliggono la Chiesa e il nostro Regno infelice», come si può leggere nei documenti di archivio.

Morire cantando le lodi al Redentore

Nel giugno del 1794 le carmelitane furono scoperte e arrestate «per aver tenuto conciliaboli antirivoluzionari, mantenuto corrispondenze fanatiche e conservato scritti liberticidi». Dapprima furono incarcerate nel locale convento della Visitazione e poi tradotte nella stessa prigione parigina dove fu detenuta Maria Antonietta. In questo luogo rimasero quattro giorni, tempo sufficiente affinché Suor Giulia componesse un inno al martirio da cantarsi sulla linea melodica della Marsigliese. I versi iniziali della prima strofa suonano così: «Disponiamo i nostri cuori all’allegrezza / Il giorno della gloria è arrivato / (…) Prepariamoci alla vittoria».

Giunte davanti al tribunale rivoluzionario, la Madre Superiora cercò di addossarsi tutte le colpe, ma il suo tentativo fu vano. Dal tribunale furono subito fatte salire su un carro che le avrebbe condotte al patibolo.

Durante il tragitto intonarono in coro il Miserere, il Salve Regina ed infine il Te Deum. La folla che assisteva al loro passaggio – di solito abituata ad inveire contro i condannati – rimase ammutolita per il coraggio dimostrato da costoro.
Arrivate al patibolo, ai piedi di esso, cantarono il Veni Creator. Poi furono chiamate una ad una per essere giustiziate. Sedici volte la lama scese per compiere, su quell’altare laico, un sacrificio di sangue così simile a quello sofferto da Cristo sul Calvario.

Dalla prima all’ultima esecuzione le sorelle non cessarono mai un istante di cantare il salmo Laudate Dominum omnes gentes. Il canto, man mano che l’eccidio si compiva, si affievoliva sempre più dato che le religiose non ancora giustiziate diminuivano progressivamente di numero.
L’ultima a trovare la morte fu la Madre Superiora che aveva chiesto al boia di essere giustiziata per ultima, affinché potesse sostenere le sue consorelle in quell’ora tremenda. Il canto con essa si spense definitivamente qui sulla terra, ma continuò in cielo per sempre. Infatti nel 1906 la Chiesa Cattolica beatificò le sedici martiri.

Una conversione

La vicenda delle carmelitane di Compiègne per più di un secolo rimase sconosciuta, dal momento che costituiva cattiva pubblicità ai falsi ideali della Rivoluzione Francese e stonava non poco con il famigerato motto “Liberté, Égalité, Fraternitè”. La prima ad interessarsi di quei fatti madidi di sangue fu appunto Santa Romana Chiesa e poi il martirio delle carmelitane attirò anche l’attenzione della scrittrice Gertrud Von Le Fort che nel 1931 compose una novella dal titolo L’ultima al patibolo.

Successivamente, nel 1948, Georges Bernanos pubblicò il romanzo Dialoghi della Carmelitane, da cui prese spunto Poulenc per il suo dramma utilizzando il testo di Bernanos come libretto (nel ’59 e nell’83 furono girati anche due film sullo stesso canovaccio).
Il compositore fino all’età di 37 anni era rimasto abbastanza indifferente alla pratica cristiana; ma nel 1936, in seguito alla morte in un incidente stradale di un suo caro amico, Pierre Ferroud, volle recarsi in pellegrinaggio presso il santuario della Vergine Nera a Rocamadour.

Lì, per sua stessa ammissione, fece ritorno alla fede dell’infanzia, e sempre lì, ai piedi della Vergine Nera, successivamente pose sotto la protezione di Maria diverse sue opere tra cui i Dialoghi. La morte dell’amico non fu solo il detonatore che innescò la sua conversione, ma costituì una sorta di presagio e fonte di ispirazione per la realizzazione dei Dialoghi, opera che incominciò a scrivere solo 17 anni dopo. Infatti il suo amico, nell’incidente, morì decapitato.

La forza di Bianca

Poulenc rispettò sostanzialmente lo svolgersi dei fatti storici avvenuti nell’ultimo decennio del 1700, ma inserì nella trama un personaggio di fantasia, Bianca de la Force, già presente nello scritto della Von Le Fort. Bianca, decisa ad entrare in convento perché terrorizzata dal mondo, sperava di trovare tra quelle mura una vita protetta e sicura. La Seconda Guerra Mondiale era terminata da pochi anni e il musicista vedeva in Bianca la personificazione dell’uomo sopravvissuto a tale conflitto, smarrito e desideroso di pace interiore, atterrito ed anelante ad un vivere tranquillo e sereno. L’autore la descrive così: «l’incarnazione dell’angoscia umana posta di fronte a un’era che stava avanzando inesorabilmente verso la sua fine».

Quando entra nel Carmelo, quasi presaga del suo destino futuro, sceglie di prendere come nome da religiosa Suor Bianca dell’Agonia di Cristo. Anche lei aderirà al voto di martirio perché, come si legge nel libretto, «la preghiera è un dovere, il martirio una ricompensa. […] Non si muore mai ciascuno per sé, ma gli uni per gli altri, ed anche gli uni al posto degli altri».

Dopo che i commissari rivoluzionari hanno evacuato il convento, Bianca si rifugia nella casa paterna, ma apprende che il genitore è stato ghigliottinato, la casa ceduta e i nuovi inquilini decidono di tenerla presso di loro come serva. Intanto le carmelitane vengono arrestate e arriva il giorno dell’esecuzione della sentenza capitale. Tutte le monache salgono al patibolo intonando il Salve Regina (e non il Laudate Dominum come avvenne in realtà) e ricevendo dal cappellano l’assoluzione.

Bianca però non è tra loro, si nasconde tra la folla. È atterrita, ma ad un certo punto tutto cambia in lei e si fa avanti continuando il canto della consorella Costanza, canto interrotto dalla lama della ghigliottina.
Ecco le ultime battute del libretto in cui si descrive il martirio di Bianca, alla quale la ghigliottina troncherà sulle labbra la parola “Amen”: «(Bianca, con il viso spoglio di ogni timore, si apre un varco nella folla tra la quale è confusa) Costanza: “O clemens…”. (Costanza la scorge. Il suo volto si fa radioso di gioia. Si ferma un breve  istante. Riprendendo la sua marcia verso il patibolo, ella sorride dolcemente a Bianca). Costanza: “O pia, o dulcis Virgo Ma…”. (Incredibilmente calma, Bianca si fa strada tra la folla stupita, e sale al supplizio). Bianca: “Deo Patri sit gloria/ Et filio qui a mortuis/ Surrexit ac Paraclito/ In saeculorum secula…”. (Improvvisamente, la voce tace, come hanno fatto, ad una ad una, le voci delle Suore. La folla si disperde lentamente)».

(RC n. 32 – Febb/Marzo 2008)

GIUSTO FRA I GIUSTI

di Vincenzo Andraous

Ho accompagnato Padre Pier Sandro Vanzan, grande amico della Comunità Casa del Giovane, giornalista e scrittore della Civiltà Cattolica, e relatore del Convegno in memoria di Giovanni Palatucci, nell’aula magna della Questura di Pavia.

Ha iniziato il suo intervento definendo Palatucci eroe umile, servo di Dio come la sua fede, un grande poliziotto non per stazza fisica, ma per quell’amore autorevole che ha saputo incarnare e profondere, uno di quei personaggi che sanno smuovere le coscienze, esempio di grande impatto umano, che non è possibile fare a meno di ammirare e sperare di emulare anche solo di rimbalzo.

Un funzionario dello Stato che non si è celato dietro le leggi, le sanzioni, quelle leggi antisemite che in tanti fecero rispettare, ma che egli invece sfidò, le mise di lato clamorosamente, rischiando in prima persona, aiutando gli indifesi, quegli ebrei ridotti a cose, non più parte di alcuna umanità, neppure quella più derelitta e sconfitta.

“Ci tengono dietro le scrivanie, invece di mandarci in mezzo alla gente “: denunciare pubblicamente questa disfunzione bastò per esser punito e spedito al confino a Fiume, ma  non riuscirono a placcarlo, fece tutto ciò che solo i miracoli possono fare.

Morì a Dachau di umiliazioni, di stenti, di tifo, ma non sono le medaglie che ha ricevuto in seguito a farne il famoso Questore buono, bensì l’esser stato testimone attivo della speranza, proprio come sta in quel motto che contraddistingue chi serve in Polizia, vicini alla gente, tra la gente, con la gente.

Palatucci bandiera di dignità, di fiducia, nonostante le contraddizioni delle leggi, Palatucci dilacerato da quelle leggi che andavano violate, disattese, perché profondamente sbagliate, proteso a salvare quanti più cittadini in disgrazia, di ebrei e futuri deportati, uomini nati liberi e privati ingiustamente della propria libertà.

Cinquemila uomini trasse in salvo, esseri umani destinati al macero, facendoli fuggire su navi greche, dirottandoli con documenti falsi, nascondendoli dallo zio Vescovo, dove l’accoglienza si fece salvezza.

Quale spirito scavava al fondo della sua anima, muoveva i passi della sua missione, forse occorre chiederlo a quanti ha salvato per comprenderne il furore di Giustizia, ben sapendo che solo colui che è lassù sopra di noi, è nella posizione di salvare chicchessia, ma forse Palatucci ha avuto dal suo “Capo”, l’autorizzazione a farsi uscita di emergenza.

Non andavano da lui, era lui che andava a cercare quegli uomini, quelle donne, quei bambini,  in procinto di varcare i cancelli della morte nei campi di stermino, quando non erano neppure più numeri da apporre alla fossa.

In ebraico il titolo di giusto tra le nazioni di Israele, significa santo, sono 417 i giusti degli ebrei, ognuno per lo meno con una azione eroica al suo attivo: Palatucci fu eroe tutti i giorni, nei gesti quotidiani ripetuti, nel rispetto della sua fede, oltre la legge degli uomini, un esempio da portare a mano nelle scuole, nella vita di ciascuno.

La Shoà, un dramma che si sta studiando ancora per il bisogno di riappacifare, riconciliare, metabolizzare per non negare l’inaccettabile, bisogna ricordarlo e bisogna guardare a “Palatucci giusto fra i giusti, perché davvero pochi lo furono veramente, molti furono complici, solamente complici”.

POPIELUSZKO. UN MARTIRE CHE HA FATTO LA STORIA DELL'EUROPA.

L’altra sera quando sono uscito dalla sala del cinema Cristallo in quel di Cesano Boscone, all’estrema periferia sud di Milano, dopo aver visto il film del regista polacco Rafal Wieczynski, Popieluszko. Non si può uccidere la speranza, ho  pronosticato scarsa diffusione anche per questo film così come per Katyn, il film di Wajida. Lo vedranno i soliti interessati all’argomento. Invece Popieluszko dovrebbe essere visto in tutte le scuole e  nelle parrocchie, chissà se i nostri sacerdoti avranno il tempo di proporlo ai loro parrocchiani.

Era stato presentato il 18 gennaio scorso al solito cinema Palestrina di Milano da l’associazione Sentieri presente il regista, il console polacco in Milano, Krzysztof Strzalka, il giornalista del quotidiano “Avvenire” Luigi Geninazzi,  la produttrice del film Julita Swircz Wieczynska e la Presidente dell’Associazione Polacchi a Milano.

Come per Katyn il film sul sacerdote polacco ha avuto una vita distributiva travagliata ed è uscito in poche sale. Diretto dal giovane regista polacco Rafal Wieczynski, rievoca, a 25 anni esatti dalla violenta morte, l’uccisione di padre Jerzy Popieluszko, sacerdote nemmeno quarantenne che divenne a inizio anni 80 una spina nel fianco del regime comunista. Popieluszko divenne infatti in quegli anni la guida spirituale del sindacato libero Solidarnosc, inviso al Potere. In realtà cominciò tutto casualmente, quando un gruppo di operai impegnati in duri scioperi nelle acciaierie di Varsavia chiese alla Chiesa locale un sacerdote per poter seguire la Messa anche dentro l’“assedio” dell’occupazione.

Padre Popieluszko fu l’interprete visibile della tenacissima resistenza della società polacca al comunismo, impossibile senza il ruolo discreto della Chiesa polacca.

Il film del giovane regista è fedelissimo ai fatti, addirittura tra gli interpreti c’è l’incredibile apparizione del primate Jozef Glemp nei panni di se stesso. (con obbligatoria, e non frivola, tinta ai capelli ormai bianchi per renderli nuovamente neri come un tempo) in due colloqui che riproducono esattamente quelli avvenuti realmente.

Il film è lungo ma appassionante, racconta i fatti così come avvennero, dall’inserimento di numerosi spezzoni documentari, con le vere immagini del prete polacco, di Walesa e dei vari viaggi di papa Wojtyla nella sua terra. interpretati da Adam Biedrzycki, davvero somigliante al martire della Polonia cattolica.

“Così vediamo Popieluszko predicare tra la sua gente (in messe strapiene di fedeli, e seguite da numerose spie), parlare di libertà e verità ma sempre fedele al suo ministero sacerdotale, ovvero non dimenticandosi mai di essere un prete e non un agitatore (come si vede in varie scene, alcune ironiche, rispetto ai suoi fedeli semplici e spesso impetuosi ma anche verso i suoi nemici che non sono mai oggetto di odio), testimone appassionato di Cristo”.(Antonio Autieri, Nei cinema la fedele vita di un martire che ha fatto la storia dell’Europa, 6.11.2009 Il Sussidiario.net).

Padre Popieluszko fu un prete scomodo per il partito comunista polacco succube dell’Unione Sovietica, fu amico del popolo e della gente semplice, come gli operai e le loro famiglie, che certo trovavano nella Chiesa quella solidarietà e quel sostegno di fronte alle provocazioni e alle angherie del regime. Un uomo mite ma deciso, di cui non si nascondono sentimenti come la paura di fronte alla violenza che via via stringe il suo cerchio attorno a lui; anche se il popolo non gli farà mai mancare il suo sostegno.

Il film risente di un’impostazione televisiva e poco cinematografica, il film non ha invenzioni di regia o di sceneggiatura folgoranti – scrive Autieri – come poteva essere Katyn di un maestro come Andrzej Wajda.

E’ una precisa scelta di Rafal Wieczynski, raccontare una storia importante attraverso il realismo semidocumentaristico, vicina allo spettatore polacco non più giovane.

Ma il taglio documentaristico e a tratti didascalico, senza essere mai noioso, diventa però molto utile anche ai giovani che non hanno mai sentito parlare di quei fatti. In Polonia come altrove. Nel nostro paese Solidarnosc e padre Popieluszko, 25 anni fa, erano nomi familiari e cari almeno ai cattolici. Oggi, ahinoi, se ne è persa la memoria. Questo film giunge dunque prezioso a rinnovarla. Giovanni Paolo II lo definì un “autentico profeta dell’Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte”.
Popieluszko è il sacerdote che si fece martire per guidare la sanguinosa rivoltà di Solidarnocs, guidata dal mitico Lech Walesa. Popieluszko diventa per il suo popolo una guida non solo spirituale ma anche un leader politico, sebbene non nel senso wajdano, arrestato e sottoposto a un processo imparziale. Purtroppo pagherà il suo interventismo appassionato con la vita: il suo corpo verrà ritrovato senza vita il 10 ottobre 1984.

Popieluszko è un film di guerra, – scrive Angela Cinicolo – la guerra che fu combattuta dai giovani e dagli operai per le strada di Varsavia, pacificamente, e che il regime comunista sedò duramente con lo scontro armato. Una guerra che coinvolse il giovane prete Popieluszko il quale predicava solo la speranza per la libertà nelle sue messe di piazza, i primi fulcri della democrazia assetata di verità.

Popieluszko appare una figura molto forte per i suoi seguaci, potente come un martire e ostinato come un cavaliere (…) Il pathos che lo caratterizza gli attribuisce un valore mitologico che inevitabilmente lo avvicina al Cristo, eroe e uomo caritatevole e giusto, pugnalato alle spalle dal suo Pietro, “in ginocchio” sulla sua lunga via Crucis e flagellato dalle barbarie immorali e corporee mortali. (Angela Cinicolo, La passione di Popieluszko, in Movieplayer.it).

In un’Europa che invece oggi dimentica le sue radici, è quanto mai opportuno ricordare questo martire cristiano del nostro continente, la cui morte precedette di pochi anni il crollo del comunismo e del dominio sovietico sui paesi dell’Est.

DOMENICO BONVEGNA

domenicobonvegna@alice.it

Card.Dionigi Tettamanzi,quel grande impegno sociale.

Nella ricorrenza del Suo compleanno.

Una “voce” che sempre si è levata ed ancora continua ad elevarsi, mirata a concetti di carità cristiana e di solidarietà concreta, verso gli ammalati, specie quegli psico-fisici, dimenticati dalle Istituzioni, esseri umani che devono essere sempre tutelati nella loro dignità, nella loro precaria esistenza e non essere dimenticati.

Quel grande impegno cristiano e sociale, Sua Eminenza Reverendissima, nato a Renate , in provincia di Milano, il 14.3.1934 entrò undicenne nel Seminario Diocesano di Severo San Pietro , dove iniziò gli studi , completati poi nel Seminario di Vengono Inferiore:Qui frequentò i corsi istituzionali di teologia , fino alla Licenza ottenuta nel 1957.

Ordinato sacerdote dall’Arcivescovo Giovanni Battista Montini ed inviato a Roma frequenta la Pontificia Università Gregoriana , conseguendo il dottorato in Sacra Teologia. Rientrato in diocesi  insegna come professore di discipline teologiche nei Seminari minori di Masnago e Severo San Pietro fino al 1966.

In seguito a Vengono Inferiore insegna morale , svolgendo trattati del matrimonio e delle penitenza ed a Milano sotto il profilo dogmatico-morale e teologia pastorale . Negli anni d’insegnamento si rivelò per la limpidità del pensiero , la semplicità incisiva dell’esposizione , nella convinzione del Magistero della Chiesa affrontando problemi morali nel campo della vita culturale , sociale e politica.

Autore di numerose pubblicazioni su temi di morale generale e speciale , in particolare sul matrimonio , sulla famiglia , sull’accoglienza dei nascituri , sul mondo della sofferenza , pubblicando numerosi scritti teologico-pastorali di alto livello.

E’ facile descrivere l’uomo , perché i suoi scritti sono pervasi di umanità ed al servizio della persona nella sua totalità , soprattutto verso le coppie e le famiglie che possono conoscere , apprezzare e vivere il messaggio risplendente sui valori e sulla responsabilità dell’amore coniugale.

Il 16 aprile 1978 il Comitato Permanente della Conferenza Episcopale Italiana lo nominò consulente ecclesiastico della Confederazione dei Consultori di Ispirazione Cristiana ed ebbi la fortuna di conoscere  questo grande sacerdote colpendomi il suo “cammino”, con notevole umiltà, ma di proficuo intenso lavoro pastorale “mirato” alla “nuova evangelizzazione” soprattutto di tematiche sociali.

Significativo il libro, fra tanti che mi donò , “L’Eutanasia :l’illusione della buona morte”, pubblicato in un periodo della storia italiana complessa ed inquietante , quando le motivazioni del ricorso all’eutanasia diventano e sono tutt’ora , banali cause e scuse dell’uomo , despota assoluto della vita e con il diritto a programmare, l’improgrammabile. Una tematica di pressante attualità affrontata a “viso aperto” con giuste naturali legali antropologiche argomentazioni sul diritto alla vita fino al suo declino.

Le riflessioni del Cardinale Tettamanzi sottolineano l’urgenza di una testimonianza inequivocabile di servizio alla vita secondo l’insegnamento del S:Vangelo della carità , perché “più Parola e meno parole”, come scrive in un suo libro , cioè parole che abbiano un legame con quella Parola che si è fatta carne.

Sul piano prettamente pratico , l’uomo Pastore e Teologo di coerente linearità , attira l’apprezzamento e la simpatia della gente comune perché guidato da una visione pienamente umana nella realtà quotidiana in una sintesi di non comune umiltà.

L’attività pubblicistica , culturale e l’insegnamento non hanno impedito l’attività pastorale diretta nelle Parrocchie sia nella predicazione e sia nella conduzione di ritiri ed esercizi spirituali per le famiglie e per le persone consacrate.

Nel 1987 fu chiamato a reggere il Pontificio Seminario Lombardo a Roma e il 1à luglio 1989 dal S:Padre Giovanni Paolo II° viene eletto Arcivescovo Metropolita di Ancona –Osimo .Nel 1991 ricopre l’incarico  di Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana e nel 1995 nominato Arcivescovo Metropolita di Genova , finché nel 1998 diventa Cardinale di Santa Romana Chiesa per poi diventare Arcivescovo di Milano.

Nella attuale società , alquanto complessa, la Sua opera di fraternità e solidarietà continuano a coltivare e costruire l’identità individuale e collettiva.

Gli obiettivi che persegue restano , al di là dei dogmi della Fede , nell’individuare problemi inerenti l’amore fraterno , nell’aiutare  persone e società nello spirito evangelico, sopratutto nell’agire su tutta la realtà sociale, sollecitando la formazione di una coscienza critica nei confronti di comportamenti sociali negativi.

Un impegno di vicinanza sociale, quella del Cardinale Tettamanzi, che ben merita la qualifica di missionario e che nella “persona” ricordo sempre con grande amichevole affetto, formulando l’augurio con la Comunità tutta di ancora individuare i problemi, analizzare le componenti,indicare le soluzioni continuando giorno per giorno a servire l’uomo cosciente di servire il Signore.

A nome personale mi permetto porgere gli Auguri più fervidi, assicurando che la nostra preghiera è sempre a Lei vicina affinché il Signore Le conceda lunghi e fecondi anni di sostegno al Suo Magistero Episcopale ed alla Santa Chiesa Universale.

Che il Signore Le conceda sempre la sapienza e la carità degli Apostoli per continuare nell’esercizio del Suo Ministero Pastorale.

Ad “multos annos” Eminenza Reverendissima.

Franco Previte

Presidente dell’associazione Cristiani per servire

previtefelice@alice.it

Preghiera dei disabili mentali


Padre della vita,
che con infinito amore
guardi e custodisci coloro che hai creato,
ti ringraziamo per tutti i tuoi doni.
Ascoltaci quando ti invochiamo.
sostienici quando vacilliamo,
perdona ogni nostro peccato.

Signore Gesù, Salvatore del mondo,
che hai preso su di te
i pesi e i dolori dell’umanità,
ti affidiamo ogni nostra sofferenza.
Quando non siamo compresi, consolaci,
nell’inquietudine donaci la pace,
se siamo considerati ultimi, tu rendici primi.

Spirito Santo,
consolatore degli afflitti
e forza di coloro che sono nella debolezza,
ti imploriamo: scendi su di noi.
Con il tuo conforto, il pellegrinaggio della nostra vita
sia un cammino di speranza
verso l’eternità beata del tuo Regno. Amen.

Card. Dionigi Tettamanzi
Genova Giugno 2000
Ascolta la Preghiera.  Radio Vaticana > GAETANO LIZZIO