Impressionante…
da Gloria.tv
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Sulla spinta dello “scandalo pedofila” che sta coinvolgendo diversi membri della comunità ecclesiale, in vari paesi del mondo, vorrei rendere la mia testimonianza “pro veritate”.
Sono nato a Roma, 47 anni fa, sono sposato e padre di due figli di 14 e 11 anni. Da molti anni lavoro in Rai, prima per Raiuno e poi per Raitre, ai programmi per ragazzi.
Dall’età di 10 anni, come penso molti altri della mia generazione, ho frequentato oratorio e parrocchia. Nel mio caso si trattava di luoghi affidati alle cure dei padri Salesiani, in uno dei popolari quartieri romani.
Sono stato chierichetto, poi, a 14 anni sono entrato in quello che potremmo definire “Seminario”, anche se il percorso di formazione previsto per chi desideri entrare in una congregazione religiosa (i Salesiani, appunto, nel mio caso) differisce un po’ da quello che è comune per gli aspiranti al sacerdozio nelle diverse diocesi.
Fino all’età di 22-23 anni ho effettivamente pensato di diventare prete, salvo poi maturare una scelta differente.
Ho conosciuto moltissimi sacerdoti, avuto molti compagni, provenienti da tutta l’Italia ma anche da alcune nazioni dell’allora “oltre cortina” e dall’Armenia.
Diversi di loro oggi sono preti. Credo anche bravi preti. Con qualcuno ci sentiamo ancora. Un siciliano, di Gela, ha celebrato le mie nozze e battezzato la prima figlia. Un ligure, di Varazze, ha invece battezzato il maschietto più piccolo.
Ho girato dal nord al sud d’Italia, ho vissuto anni in grandi case dove si dormiva in camerate con i servizi in comune. Ci si alzava presto, lavandoci in fretta, specie d’inverno, perché faceva freddo, di corsa si andava in cappella per la Messa, poi la colazione e la scuola. Le bellissime partite a pallone dopo pranzo, le lunghe ore di studio (quanto studio in quelle scuole e in quei licei!), la preparazione di commedie da portare in teatro, le prove di canto, le lezioni di galateo, i racconti della meravigliosa vita di Don Bosco, la scoperta di quel piccolo, meraviglioso ragazzo che fu Domenico Savio, poi Madre Teresa, M.Luther King, John Kennedy, Ghandi, Papa Giovanni, Giorgio La Pira e tanti altri grandi che ho avuto la fortuna di conoscere grazie a quegli straordinari insegnanti che sono i Salesiani.
A poco a poco iniziai anch’io a collaborare alle attività di formazione nei confronti dei ragazzi più piccoli: animazione in cortile, catechesi, incontri nelle carceri minorili (ce ne erano ancora nei primi anni ’80), campi scuola. Migliaia di ragazzi incontrati, in gran parte appartenenti a classi sociali popolari, oppure in condizioni di disagio e affidati ai salesiani dai servizi sociali comunali o regionali.
Ricordo la partita Italia Brasile, ai mondiali di Spagna ‘82, vista insieme ai ragazzi ospiti di un istituto nei pressi di Catania. Che caldo! Che odore terribile in quella stanza! Che gioia però, dopo la vittoria della Nazionale con centinaia di ragazzi, compresi noi seminaristi, in cortile a festeggiare. C’era un affetto fra noi e quei ragazzi, molti dei quali avevano padre e madre in carcere, che difficilmente può essere compreso da chi non abbia vissuto analoghe esperienze.
Sono debitore per quegli anni, coincidenti con il mio liceo e poi con l’università, di un tesoro di esperienze, di incontri, di un serio e approfondito studio, di una formazione spirituale e umana della quale vado fiero, perché mi ha dato la capacità di ragionare con la mia testa e fare delle scelte responsabili, provando a essere, pur con i miei tanti limiti, un “buon cristiano” e anche un cittadino onesto.
Posso affermare che mai, lungo tutto quel periodo, mi sia capitato di incappare in situazioni non dico di deviazione a sfondo pedofilo ma neppure di velata morbosità in materia di sesso.
Certamente, come era giusto fosse, ci veniva trasmesso il valore della castità ma senza fraintendimenti o ipocrisia. Per noi e per tutti i ragazzi, da parte dei formatori, degli insegnanti e assistenti c’era un assoluto rispetto.
Potrei citare i nomi di tanti di loro e ricordare i tanti gesti di gentilezza, di simpatia, e di amicizia: a partire dai quei buonissimi pesciolini di liquirizia, che uscivano con una magia dalle tasche della talare di Don Longo. Lo vedo ancora oggi, seduto, con i piedi che non toccavano terra, piccoletto com’era, su uno dei grandi stalli di legno di quella grande e luminosa sacrestia. Lo trovavamo sempre li, nei pomeriggi dopo il catechismo, sorridente e gentile, sempre ordinatissimo e pulito, anche se la sua talare mostrava evidenti i segni di un lungo periodo di onorato servizio. Era veramente un mistero come potesse contenere nelle tasche quella quantità di dolcetti, caramelle, liquirizie, che sembravano non finire mai. Don Longo, oltre a insegnare nella scuola media, teneva in piedi un gruppo numeroso e preparato di chierichetti che spesso, durante l’Anno Santo 1975, fu invitato a prestare servizio nella Basiliche Patriarcali di Roma. Fu lui che accolse me, timido ragazzino di 9 anni e, con il suo affetto e la sua amicizia, mi fece tanto stimare quella sua figura che pensai anch’io di diventare come lui. Quando, tanti anni fa ormai, partecipai al suo funerale, piansi in lui il più caro amico della mia fanciullezza.
Per questa che è stata la mia esperienza, credo condivisa da moltissimi altri, sono rimasto prima incredulo, poi sconcertato e ferito nel constatare quanto fosse subdolamente diffuso il crimine pedofilo, anche in ambiente ecclesiale. Certo, questa è una società nella quale, spesso, le pulsioni, anche perverse e abiette, si spacciano per bisogni e poi diritti. Forse, in questa temperie, si è appannato quel senso di vigilanza contro il male, al quale è tenuto ogni cristiano e in particolar modo chi avesse responsabilità pastorali. Eppure mai avrei pensato a un fenomeno tanto grave. Che Dio abbia pietà chi ha compiuto crimini a danno dei più indifesi! Penso a quei bambini e a quelle bambine che avrebbero dovuto incontrare nel sacerdote un padre premuroso e invece hanno scoperto mostri pronti a tutto, pur di soddisfare le loro voglie inconfessabili.
Tuttavia, il tentativo sistematico di gettare fango ovunque, fa spavento. Cosa si vuole dimostrare? Che nella Chiesa ci siano infedeltà e tradimenti è storia nota da 2000 anni. Simone, che pure era la “pietra” sulla quale Cristo volle poggiare la comunità dei credenti, rinnegò tre volte il Salvatore, nelle ore terribili nelle quali tutto sembrava perduto. Eppure, grazie a questa comunità, composta da uomini e donne, ciascuno con le sue grandezze a le sue miserie, abbiamo ricevuto un patrimonio che non ha prezzo e costituisce oggi la Speranza per oltre 1 miliardo di persone. Questi uomini e donne, oggi, in molti paesi, sono perseguitati, imprigionati e uccisi, per la loro testimonianza di Fede e per la loro attività in favore di chi ha più bisogno. Lo scandalo prodotto da alcuni non può offuscare il bene che ogni giorno, senza clamore, la Chiesa tutta, compie in tutto il mondo!
I grandi mezzi di comunicazione hanno un ruolo decisivo, nel raccontare i fatti per quello che sono. Credo debbano essere responsabili e rispettare, sempre, la verità.
Danilo Leonardi
da il Messaggero (15 aprile 2010)
Sofferenza, perdono, speranza: la Pasqua è anche questo. E questi tre elementi sono ancora presenti nell’esperienza di Carlo Castagna. Era l’11 dicembre del 2006 quando Olindo Romano e Rosa Bazzi uccisero sua moglie Paola, sua figlia Raffaella e suo nipote Youssef, oltre a Valeria Cherubini, loro vicina di casa corsa a soccorrerli. L’episodio è passato alla cronaca come la strage di Erba e Carlo stupì l’opinione pubblica quando dichiarò di perdonare gli assassini dei suoi cari. Sul perdono ha scritto anche un libro insieme a Lucia Bellaspiga (“Il perdono di Erba”) e a ilsussidiario.net racconta cosa significa per lui metterlo in atto, come ha alleviato la sua sofferenza e la speranza che gli ha donato.
Ci può spiegare innanzitutto che cos’è per lei il perdono?
È una grazia che mi sono trovato a poter disporre, perché Qualcuno mi ha aiutato a trovarla. Il merito è di Paola, mia moglie, e ancora prima dei genitori, dei parenti, dei religiosi e dei sacerdoti, che mi hanno accompagnato nella crescita. La questione è semplice: quando uno sbaglia, il Padre lo perdona. Noi uomini siamo oggetto di perdono, e dobbiamo a nostra volta essere capaci di concederlo ai nostri simili. Non sempre ci riusciamo, non sempre ne siamo capaci, ma il nostro sforzo deve essere questo. Il perdono lo abbiamo ricevuto, continuiamo a riceverlo e lo riceveremo ancora, ma a nostra volta dobbiamo essere capaci di offrirlo indistintamente agli altri uomini.
Quindi ha perdonato perché lei stesso è oggetto di perdono?
Certo, quante volte sbagliamo e ci pentiamo? Il pentimento è importante, è il primo passo. Il Signore poi ci dona il perdono, senza obbligarci ad accettarlo Noi uomini a volte non ce ne accorgiamo, ma siamo investiti dal perdono di Dio, quasi in maniera esagerata, abbondante, superiore alla miseria dei nostri errori. Il Padre ci accoglie tra le sue braccia, nonostante non lo meritiamo.
Lei ha anche detto: “Il perdono è una strada battuta da altri prima di me”. Cosa vuol dire?
Sappiamo che Cristo, con la sua morte in croce, è stato il primo a percorrere la strada del perdono (“Padre perdonali, perché non sanno quello che fanno”). Abbiamo poi l’esempio dei martiri, come Santo Stefano, che mentre veniva lapidato chiedeva al Signore di perdonare i suoi assassini. Anche se io non sono stato la vittima diretta, ma ho solo raccolto il testimone di un martirio (quello dei miei cari), ho subito un male che ricade anche sui miei figli, su mia suocera, sui miei cognati e sulle persone che mi hanno accompagnato e mi accompagnano nella vita. E per superarlo ci serve la forza del perdono, della misericordia.
Il perdono l’ha quindi aiutata a superare la sofferenza?
Il perdono mi ha aiutato a vivere la sofferenza in modo diverso: non è tristezza, non è rancore, non è desiderio di vendetta. Inoltre, mi ha fatto capire che la sofferenza ha un valore molto positivo, perché soffrire tanto vuol dire aver amato altrettanto, e nel tempo la sofferenza trova la gioia per aver avuto al fianco i nostri cari.
La sua sofferenza deve essere stata però forte.
Sì, ma non sono morto dentro. Grazie al sostegno di molti, grazie al fatto di essermi saputo affidare al Signore, ho avuto aiuto. Ho chiesto un mano a Dio, perché faticavo a capire il suo disegno, ho chiesto di avere la forza per accettarlo e ora sono sempre più sereno.
Avendo perso i suoi cari, come fa a non sentirsi solo?
Grazie al percorso che ho avuto la possibilità di fare. Il cristiano può vivere la misteriosa comunione dei Santi. Noi chiediamo con la preghiera la loro intercessione per avere un conforto, un sostegno per tenere un comportamento consono a quello che il Vangelo ci indica. La comunione dei Santi è anche comunione con i nostri cari, di cui abbiamo una presenza costante. Non è una presenza visiva o materiale, ma è del cuore, della mente, spirituale. Paola, Raffaella e Youssef mi mancano, non posso negarlo. Ma riesco a supplire alla loro mancanza fisica col fatto di essere in comunione con loro. Nella gioia o nel dolore, posso comunque contare su di loro. Spesso è difficile far capire questo tipo di rapporto: si rischia di passar per matti o per visionari, ma le assicuro che è così.
Lei ha detto che gli “assassini sono le prime vittime”. In che senso?
I nostri cari sono vittime consequenziali. I loro assassini sono invece vittime dirette di un disegno tenebroso: del peccato, del demonio, di Satana, che è in grado di poter fare molto male, anche perché conosce l’uomo. E quando agisce nell’individuo, lo illude di poter ottenere una soddisfazione di cui pensa di avere assolutamente bisogno. Rosa e Olindo hanno purtroppo accettato una proposta, hanno condiviso un progetto che andava invece allontanato e rifiutato. Non avendolo fatto sono diventate vittime di un progetto, di un disegno che non è quello della luce. Ora che dovranno scontare il carcere, è chiaro che non hanno nemmeno raggiunto quell’obiettivo che si erano prefissati.
Lei ha anche dichiarato di sperare nel fatto che possano ravvedersi. Pensa che sia davvero possibile?
È un auspicio, un augurio. Nelle preghiere mie e di Mamma Lidia, mia suocera, lo chiediamo sempre. Proprio in questi giorni sto portando avanti un approfondimento sulla preghiera di intercessione e noi chiediamo che i loro cuori si sciolgano, ma loro continuano a scegliere di tenerli duri, freddi. Basti pensare al fatto che hanno rivisto la loro confessione iniziale, dicendo di essere stati costretti con la forza a farla. Avevano quindi dato segni di poter iniziare un percorso di conversione del cuore, di pentimento. Forse però la nuova strategia difensiva per il processo li ha portati di nuovo lontano. Se compissero i primi passi, potrebbero rendersi anche contro del tempo che stanno perdendo e hanno perso: non porteranno a casa nessun beneficio da questa difesa spregiudicata.
Ma che cos’è per lei la giustizia?
C’è la giustizia umana, terrena e c’è quella divina. L’unità di misura della Giustizia divina è diversa da quella umana, al punto che se il peccatore si converte, il Padre lo perdona immediatamente. La conversione e il pentimento sono i primi passi che il peccatore deve intraprendere, riconoscendo il male che ha compiuto. La giustizia terrena ha invece delle leggi, dei paletti, dei tempi, che non possono essere limitati a un riconoscimento vero del proprio errore: occorre passare attraverso la pena, un tempo di espiazione. Chi ne approfitta per riprendersi, per ravvedersi, può anche avere un giovamento: un cammino che verrà premiato con la riduzione della pena. E credo che sia doveroso riconoscere uno sconto per chi ha tenuto un comportamento esemplare in carcere.
Dato che si avvicina la Pasqua, mi può dire cosa rappresenta per lei?
La Pasqua è la vittoria della vita sulla morte. Cristo ha aderito a un disegno che era anche tentato di allontanare e che passava attraverso l’umiliazione, la sofferenza e la morte. La morte però non ha vinto. La Resurrezione ci porta la luce, la gioia, la speranza. La Pasqua ci ricorda che anche l’uomo è chiamato a risorgere, già in questa vita, dalla sua meschinità, dal suo egoismo, dai suoi limiti.
(Lorenzo Torrisi)
© Copyright Il Sussidiario
Sempre più musulmani riferiscono di visioni di Gesù e della Vergine. Per l’islamologo Khalil Samir è la prova che «Dio parla ad ognuno attraverso la sua cultura». E quella orientale è molto sensibile ai segni soprannaturali
Una tradizione popolare
Anno dopo anno si accumulano le testimonianze di musulmani che raccontano sogni e visioni di Gesù e della croce. La faccenda è tornata d’attualità dopo che l’Ansa e il Los Angeles Times hanno raccontato che le presunte apparizioni luminose della Vergine Maria nel dicembre scorso sopra le cupole di una chiesa copta in un quartiere periferico del Cairo hanno attirato anche folle di musulmani. La sensibilità islamica per i segni soprannaturali è acclarata: manuali islamici di interpretazione dei sogni datano dall’ottavo secolo dell’era cristiana. Nell’islam popolare i sogni e la loro interpretazione sono funzionali a una serie di scopi: la comunicazione coi morti e coi santi, la diagnosi di una malattia, la chiamata ad una professione, il nome da imporre a un figlio, ecc. Ma anche nelle conversioni dall’islam al cristianesimo hanno spesso un ruolo: in uno studio pubblicato nel 1999 intorno alle esperienze di 600 musulmani di 39 paesi diversi convertiti al cristianesimo, condotto da Dudley Woodberry, pastore evangelico con lunghe esperienze in Afghanistan, Pakistan e Arabia Saudita, risulta che ben un quarto di essi affermano di aver avuto sogni, visioni ed esperienze soprannaturali. Il primo studio di qualità accademica sull’argomento risale al 1984, quando il noto missiologo Seppo Syrjanen documenta il ruolo di sogni e visioni nella conversione al cristianesimo di molti pakistani di fede islamica. La prima autobiografia di una convertita in cui si parla di sogni rivelatori è I Dared To Call Him Father, scritto nel 1979 da Bilquis Sheikh, gentildonna dell’alta borghesia pakistana e moglie divorziata dell’allora ministro degli Interni costretta a riparare negli Stati Uniti dopo la conversione per le reiterate minacce di morte. Da allora il flusso di racconti non si è mai arrestato. Heidi Baker, protestante carismatica americana di Iris Ministries parla di migliaia di musulmani africani che hanno incontrato Cristo e ricevuto il battesimo. Un libro su sogni e visioni di contenuto cristiano riferiti da musulmani è The Jesus visions – Miracles among Muslims, della predicatrice evangelica Christine Darg. Attiva col suo Exploits Ministry installato a Gerusalemme dal 1982, la Darg afferma di avere lei stessa sperimentato un incontro sovrannaturale con Cristo quand’era bambina. Nel libro si leggono anche esperienze di missionari evangelici in altri paesi.
Nessuna magia
D’accordo padre Samir Khalil Samir, studioso gesuita di islamistica: «Dio parla ad ogni uomo attraverso la sua cultura: allo scienziato parla attraverso la scienza, all’artista attraverso l’arte, all’uomo dell’Oriente anche attraverso i sogni, che sono considerati manifestazione del soprannaturale». Khalil Samir, che concilia perfettamente l’attività accademica (è autore di 40 libri e docente in molte università) con l’assistenza spirituale, ha incontrato personalmente musulmani che riferivano di sogni e visioni: «Mi ha colpito il fatto che molti avevano sognato Cristo o la Vergine che li invitava a un cammino. Io ho cercato di aiutarli in questo, invitandoli a leggere il Vangelo e poi a meditare insieme a me sui passi che li avevano colpiti e sulle domande che nascevano in loro. Sono tuttora in contatto con loro». Che il sogno e la rivelazione soprannaturale siano più spesso l’inizio di un cammino di fede che passa attraverso una compagnia umana che non le cause di una conversione istantanea e perfettamente conclusa lo afferma anche il battista americano Nik Ripkin, autore di un altro studio sul tema: «Questi segni e miracoli servono a spedire chi li ha ricevuti in un viaggio spirituale che spesso dura dai tre ai sette anni. In quel periodo molti musulmani cessano di pregare ritualisticamente in moschea». E nella loro vita puntualmente succedono due cose: vengono introdotti alla Parola di Dio, in forma orale o scritta, e incontrano altri credenti locali convertiti. È insieme a questi che si compie il cammino della conversione.
BARI – Una bottiglietta d’acqua appena aperta. Tre pillole appena buttate giù. Sara è una donna sicura: non la tradiscono gli sguardi tristi che scambia con suo marito, che è voluto stare tutto il tempo con lei. Non la tradisce il viso stanco, le mani che si accavallano. Rimane sicura per tutto il tempo, jeans, camicia bianca e un maglioncino blu dove si appoggiano capelli rossi ordinati. Come ordinate sono le sue parole. Sara ha appena assunto la prima Ru486 commercializzata in Italia.
Come mai è arrivata a questa decisione?
“Non avevo alternative, avrei messo a rischio la mia vita. Non posso portare a termine la gravidanza, poco fa ho subito un intervento all’utero e già una volta ho perso un figlio al quinto mese per un aborto spontaneo. So cosa vuol dire, non è facile rinunciare alla maternità”.
Ha già avuto altri figli?
“Sì, sono madre e questo rende tutto più doloroso. Se avessi potuto avrei tenuto anche questo bambino, ma proprio non posso. Avere un figlio è comunque una esperienza bellissima che auguro a tutte le donne. Abortire, a prescindere dalle motivazione, è la cosa più difficile che abbia mai fatto”.
Perché ha scelto la pillola abortiva?
“Ne avevo sentito parlare, ma ero poco informata. Poi quando mi sono ritrovata a vivere questa situazione sulla mia pelle, ho iniziato ad indagare e tramite alcune conoscenze sono arrivata a Bari e alla clinica del dottor Nicola Blasi”.
Ha scelto subito la Ru486?
“Sì. Sarei stata disposta ad andare ovunque, con mio marito saremmo arrivati in Francia pur di non tornare in sala operatoria. Non volevo i ferri, non volevo l’anestesia”
E’ spaventata?
“No, non ho paura, la pillola non mi spaventa, l’aborto chirurgico invece sì. Ho scelto il metodo meno invasivo e problematico per me. Davvero sono molto serena, così almeno non sono costretta ad ulteriori sofferenze”.
Sa che la legge prevede il ricovero per la somministrazione della pillola?
“Sì, ma una donna può firmare e lasciare l’ospedale. Io non voglio essere ricoverata, ho preso le tre pillole e vado via. Ritornerò a distanza di 48 ore in clinica. Non capisco perché se rilasciano una donna subito dopo l’aborto chirurgico, chi prende la Ru non può andare via. Perché bloccarla in ospedale per tre giorni? Non ha senso”.
Ha sentito tutte le polemiche a questo proposito?
“Sì le ho sentite. Ogni donna deve decidere per la sua vita, poi ognuno è libero di avere opinioni differenti. La chiesa e la politica dovrebbero tacere, soprattutto gli uomini. Vorrei che una gravidanza potesse capitare a loro, così ci penserebbero meglio prima di parlare”.
Immaginava tanto clamore in questa giornata?
“Sinceramente no, non me lo aspettavo, è capitato che le mie settimane di gestazione coincidessero con questo momento, ma se lo avessi saputo in anticipo, non sarei venuta qui. Decidere di interrompere una gravidanza, in un momento in cui è sempre più difficile avere figli, è una scelta difficile e combattuta”.
E’ cattolica?
“Sì, sono cattolica. Ma non sento che, per questo mio gesto, il Signore mi vorrà meno bene”.
(08 aprile 2010)
© Copyright La Repubblica
Le testimonianze di Michele, 38 anni, ricercatore, e di Giuliano, 31 anni, programmatore, che hanno ricevuto il Battesimo durante la veglia pasquale a Santa Francesca Romana dopo un lungo cammino di formazione di Marta Rovagna
La scoperta di una nuova esigenza. Della possibilità di vivere una vita radicati in Cristo. Di essere davvero presenti a se stessi. Una grande opportunità per la propria esistenza. Un tesoro che schiude un futuro di gioia. È questo il percorso e il traguardo dei catecumeni che, durante la veglia pasquale, hanno ricevuto il sacramento del Battesimo dopo un cammino di formazione durato diversi anni. Lo hanno compiuto nella parrocchia di Santa Francesca Romana all’Ardeatino, vicino a piazza dei Navigatori. A guidare il gruppo il parroco, don Fabio Rosini, che ha seguito personalmente gli otto catecumeni, provenienti da storie molto diverse.
Tra loro Michele e Giuliano, il primo trentottenne, ricercatore del Cnr e sposato da un anno con Ilaria; il secondo trentunenne, programmatore. Per Michele, figlio di atei, l’approccio al cristianesimo si è verificato in un momento particolare della vita: «Ho perso mia madre nel 2003 e mio padre nel 2005 – racconta – e, grazie a un amico, mi sono avvicinato alla Bibbia che ho iniziato a studiare con interesse. Poi ho conosciuto Ilaria, oggi mia moglie, e con lei, praticante, ho avuto modo di iniziare a conoscere il cattolicesimo». Michele, fino a qualche anno fa, pensava alla religione cattolica come a qualcosa di oppressivo, un modo di vivere e di approcciarsi alla realtà predeterminante. «Non mi ero mai reso conto – ammette adesso – che le mentalità atea e liberale hanno, ugualmente, una forte influenza sulla formazione di una persona, determinando ugualmente l’agire». Non essere stato battezzato, quindi, non ha significato essere «libero di scegliere», ma semplicemente vivere ed essere educato con altri valori e un’altra «bussola». Per Michele l’esperienza del catecumenato, vissuta da tre anni all’interno di una delle comunità neocatecumenali della parrocchia, e poi più specificatamente con il gruppo di catecumeni, è stata la scoperta di «un nuovo modo di stare al mondo e nella realtà, con la possibilità concreta di accoglierla, valorizzarla, cercando di amarla anche quando spiazza e disorienta».
Il catecumenato, pratica antichissima, presente sin dai primi secoli del Cristianesimo, è un percorso che dura diversi anni, finalizzato ad accedere al sacramento del Battesimo. I sacramenti dell’iniziazione cristiana sono amministrati ai catecumeni nel corso della veglia pasquale, dopo un periodo finale, di preparazione, quasi quotidiana, al momento conclusivo del percorso e centrale per il mondo cristiano, la Resurrezione di Cristo.
«Sono cresciuto in una famiglia che ha scelto di non battezzarmi perché non era interessata alla religione – racconta invece Giuliano -. I miei genitori erano più che altro indifferenti. Quando mi sono fidanzato con la mia attuale moglie ho iniziato a frequentare con lei delle catechesi di approfondimento sulle Dieci Parole, i “Dieci Comandamenti”, tenute da don Rosini a Santa Francesca Romana». Il primo impatto è stato forte: «Non ci ero andato con alcuna aspettativa, ma sono rimasto subito colpito – spiega -. Poi tutto è stato quasi automatico. Mi sono reso conto che non mi ero mai guardato dentro davvero e invece, piano piano, ho preso consapevolezza di me stesso». È iniziato così il percorso di catecumenato. «So, e ci dicono spesso – afferma Giuliano – che il Battesimo non è una bacchetta magica, ma è un processo che hai dentro e che cresce nel tempo, ma io mi aspetto una vita nuova, una gioia piena, come quella che ho assaggiato, in alcuni momenti, in questi anni. Come se avessi avuto l’antipasto e ora, ora desidero tutto il banchetto!». Per Michele l’attesa è segnata «da una grande stanchezza per questo periodo di preparazione così intenso, ma anche da tanta gioia. Per uno come me, con un percorso così lungo, per la mia età il Battesimo è un dono veramente prezioso e chiedo la forza di saperlo valorizzare, in modo che Gesù Cristo mi dia la beatitudine e la pienezza che promette a chi Lo segue. La mia speranza – conclude – è di godere di questa gioia».
6 aprile 2010
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