da Baltazzar | Mag 8, 2010 | Testimonianze
In questo mese di Maggio che la devozione cattolica consacra alla Vergine Maria è opportuno presentare dei modelli di riferimento di nostri contemporanei particolarmente legati a Maria Santissima. Ai nostri recenti giorni, molto devoto alla Madonna è stato il giovanissimo Carlo Acutis (1991-2006), morto, ad appena 15 anni di età a causa di una leucemia fulminante, in concetto di santità perché ha offerto la sua vita per il papa e per la Chiesa. Nato a Londra il 13 maggio 1991 da Andrea e Antonia Salzano, entrambi ricchissimi, che si trovavano nella capitale inglese perché lavoravano nel mondo dell’alta finanza ed il 18 maggio riceve il battesimo in una chiesa intitolata alla Madonna di Fatima che si festeggia esattamente il giorno della sua nascita dopo qualche mese rientra con la sua famiglia a Milano. Molto intelligente, ma non secchione, era particolarmente portato verso l’informatica, tanto che sia i suoi …
… amici che gli adulti lo consideravano un genio in questo campo. A soli sette anni riceve la prima comunione nel monastero delle Romite di S. Ambrogio ad Nemus, di Perego, e da allora sempre più alimenta un grande amore al Santissimo Sacramento dell’Altare.
Frequenta le scuole della elite benestante di Milano, le elementari e le medie presso le suore Marcelline ed il liceo Classico Leone XIII gestito dalla Compagnia di Gesù.
Carlo è affettuoso, vuole molto bene ai suoi nonni ed ai suoi genitori, pur essendo ricco non fa assolutamente mai sentire sugli altri alcun complesso di superiorità dovuto alla sua estrazione sociale ma è estremamente alla mano ed affabile con tutti, iniziando dai domestici di casa fino ai mendicanti lungo la strada.
Ha un temperamento di base socievole ed attira facilmente le simpatie altrui per la sua gentilezza e bontà. Viene educato in ambienti profondamente cristiani, ma è lui che sceglie liberamente di seguire Cristo e di vivere da ragazzo cattolico, andando controcorrente contro la mentalità di oggi che è corrotta. E’ fondamentale per Carlo accostarsi quotidianamente all’Eucarestia, in particolare si comunica tutti i primi venerdì del mese.
Ogni giorno recita il santo rosario in onore della Vergine. I suoi compagni sono concordi nell’affermare che Carlo è stato un vero annunciatore di Gesù e testimone del Vangelo spesso parla del rischio di potersi perdere con il peccato mortale nella dannazione eterna. Verso i cinque anni durante un pellegrinaggio a Pompei, si consacra alla Madonna del Rosario e da allora inizia con i suoi parenti a recitarlo regolarmente. Nel percorso spirituale di Carlo la devozione mariana è stata fondamentale ed aveva accresciuto in lui il desiderio di recarsi a Fatima, luogo del Portogallo dove la Madonna era apparsa ai tre pastorelli.
Nel 2006, pochi mesi prima della sua morte, i suoi genitori lo accontentano. Poco dopo aver compiuto questo pellegrinaggio, Carlo si ammala e dietro a quella che appariva in un primo momento come una banalissima influenza si nasconde una leucemia fulminante. Qualche giorno prima di essere ricoverato in ospedale afferma risoluto: “ Offro tutte le sofferenze che dovrò patire al Signore per il Papa e per la Chiesa… e per andare diritto in cielo”. Stroncato da un’emorragia cerebrale, muore il 12 ottobre 2006.
Don Marcello Stanzione
da Pontifex.roma.it
da Baltazzar | Mag 8, 2010 | Chiesa sofferente, Cultura e Società, Segni dei tempi, Testimonianze
La sua conversione dovuta all’impotenza nel cambiare la Cina e al dolore per gli aborti forzati che avvengono nel suo Paese con la legge del figlio unico “cento volte più violenta del massacro di Tiananmen”. L’invito ai leader cinesi di pentirsi e a scoprire il perdono di Dio.

Boston (AsiaNews) – Chai Ling, l’unica donna leader di piazza Tiannamen nell’89, si è fatta battezzare il 4 aprile scorso. Aveva domandato di essere cristiana nel dicembre 2009.
Il giorno del suo battesimo ella ha spiegato il motivo che l’ha portata alla fede cristiana: la sua impotenza a cambiare la Cina e il dolore a vedere tanta violenza nel suo Paese, non solo nel campo dei diritti umani e della democrazia, ma soprattutto per gli aborti forzati causati dalla legge del figlio unico, che lei definisce “un massacro di Tiananmen quotidiano, cento volte superiore e fatto alla luce del giorno”.
La sua testimonianza è stata pubblicata integralmente sul sito di ChinaAid, dove racconta pure di tutti gli incontri e gli amici che l’hanno aiutata ad accogliere il cristianesimo.
Chai Ling è nata durante la Rivoluzione culturale da una coppia di soldati dell’esercito per la liberazione del Popolo, in una base militare del nord-est della Cina.
Durante le manifestazioni di Tianamen nel maggio-giugno 1989, Chai Ling, 23enne, era studente di psicologia all’Università Normale di Pechino (Beishida). È stata l’unica donna leader del gruppo, che ha previsto con grande tristezza la fine tragica del movimento democratico (“Ci sarà un bagno di sangue”, aveva detto in un’intervista giorni prima del fatidico 4 giugno). Insieme ad altri 11 studenti aveva espresso il giuramento di versare il suo sangue per la patria, sul modello degli eroi-martiri cinesi del passato che si suicidavano per risvegliare il loro popolo.
Dopo il massacro, Chai Ling è divenuta una dei 21 più ricercati dalla polizia cinese. Grazie all’aiuto di un gruppo di buddisti e di personalità di Hong Kong, dopo un periodo di vita nascosta, è riuscita a fuggire prima in Francia e poi negli Stati Uniti.
Stabilitasi a Boston, si è laureata ad Harvard in economia e con il marito Robert Maggin jr hanno dato vita a una compagnia di software che impiega quasi 300 persone. Non ha mai dimenticato il suo giuramento e ha sempre usato parte dei loro profitti per aiutare orfanotrofi e organizzazioni per i diritti umani in Cina.
La scoperta di essere controllata dai servizi segreti cinesi, le loro minacce e le difficoltà del movimento democratico all’estero la rendono senza speranza. “Pur con tutte le battaglie e i successi – dice – ho capito quanto io fossi piccola se paragonata alla forza di un intero regime. Come potrei io, un umile individuo andare contro un intero regime con enormi risorse e una rete diffusa?”.
Nel novembre 2009, ascolta a Washington la testimonianza di Wujian, una donna cinese costretta ad abortire perché rimasta incinta senza il permesso dei responsabili dell’ufficio per il controllo della popolazione.
“Quel momento – racconta – ha riportato alla memoria tutta l’impotenza e il dolore che abbiamo provato la notte del massacro del 4 giugno. Quella notte è stata così brutale, e non avevamo la forza di fermarla, e nemmeno il resto del mondo ha potuto fermarla. La storia di Wujian è solo uno dei 10 mila casi che sono accaduti in una singola contea in Cina nel 2005. Nei 30 anni passati, circa 400 milioni di vite sono state stroncate in Cina con l’aborto; molti sotto forma di crudeli e disumane operazioni, terminate con la morte dei bambini, ma anche con il terribile trauma e danno delle madri che sono sopravvissute…Nessuno potrà dimenticare il massacro di Tiananmen del 1989, anche se ormai sono passati più di 20 anni. Ma pochi di noi hanno compreso che queste parole: Politica-del-figlio-unico” sono un ordine di marcia per una brutalità cento volte superiore al massacro di Tiananmen, che accade alla luce del giorno, ripetuto ogni singola giornata”.
Alla domanda su “chi può fermare tutto ciò?”, Chai Ling risponde per la prima volta con la fede in Dio: “Solo Dio può fermare questa brutalità”.
Occorre ricordare che Chai Ling non ha avuto alcuna educazione religiosa: “[In Cina] – racconta – non ci era permesso credere in Dio. Per i leader ‘Dio’ era una cosa cattiva che i capitalisti usavano per il lavaggio del cervello del popolo. Come risultato, perfino l’amore di Dio era visto come una cosa che faceva paura. La società era piena di odio, sfiducia, paura”.
Aiutata dal marito, cristiano protestante, e da alcuni amici e amiche che lavorano come volontari contro l’aborto, Chai Ling chiede di diventare cristiana il 4 dicembre 2009. Lo scorso 4 aprile ha ricevuto il battesimo. La fede nella resurrezione di Gesù la rende ora più sicura e più certa “della vittoria di Dio” anche in mezzo a tante tribolazioni.
Nella sua testimonianza Chai Ling ha parole di misericordia anche per i leader cinesi, responsabili del massacro e della politica attuale: “Il perdono di Dio è così pieno; perfino uno dei due ladroni, che è stato crocifisso con Lui, dopo che si è pentito per i suoi peccati, Cristo gli ha promesso di portarlo con sé in cielo. Se i leader della Cina potessero almeno ascoltare questo [annuncio], non importa quello che hanno fatto o commesso, se solo si pentissero, potrebbero ricevere lo stesso amore e perdono che tutti riceviamo. Quale grande dono riceverebbero? La libertà per se e per la Cina!”.
La conversione di Chai Ling è l’ultima di una serie da parte di diversi leader di Tiananmen. Dopo aver lottato per le idee di uguaglianza e democrazia, grazie al rapporto col mondo occidentale o con missionari in Cina hanno scoperto che il loro impegno per i diritti umani è ragionevole solo se fondato su una base cristiana. “Quando abbiamo pensato a far nascere un movimento democratico – dice Chai Ling – gridavamo che tutti gli uomini nascono uguali. Ora so e posso dire con tutta la fiducia il perché: Dio li ha creati uguali, a immagine di Lui”.
da Baltazzar | Mag 6, 2010 | Cultura e Società, Testimonianze
di Benedetta Frigerio
«Io, ex drogata di aborto, dico che solo chi sa chiamare le cose con il loro nome sfugge alla schiavitù del male»
La madre suicida. Il padre eterno bambino. La nonna che predicava la rivoluzione armata. Poi la perversa avventura con l’anziano insegnante progressista che la spinge a “liberarsi” tagliando tutti i legami. Anche quelli con i figli che porta in grembo. Per quindici volte.
«In un’ora imparai che la famiglia era un nodo di sofferenze, l’istruzione una presa in giro, Dio un sogno scaduto. Il mio compagno mi diceva che per essere libera dovevo dimenticare il passato e non avere figli, così abortii quindici volte in soli dieci anni. Mai avrei pensato di reinnamorarmi e avere due figlie». Lo racconta a Tempi Irene Vilar, 42 anni, americana di origini portoricane, direttrice della collana The Americas per la Texas Tech University Press, autrice di Scritto col mio sangue, (Corbaccio, 254 pagine, 17,60 euro). Autobiografia che esce ora in Italia dopo essere stata pubblicata negli Stati Uniti, tradotta in trenta lingue e aver venduto oltre un milione di copie. Un bestseller che però a stento ha trovato un editore. Ben cinquantuno case editrici lo hanno respinto, sebbene i precedenti della Vilar siano stati guardati con favore dal New York Times e i suoi libri abbiano goduto delle buone recensioni dei giornali più illustri degli States. Finché Irene Vilar ha raccontato «di una donna del sud, oppressa dagli adulti e tormentata dal passato», tutto è filato liscio. Lo scandalo di Scritto col mio sangue è che non è un sequel di quella bambina portoricana sbarcata a New York che si emancipa grazie al college progressista, alla cultura femminista, alla filosofia di Bertrand Russell e ai libri di Borges. Non è più solo la “vittima” di una madre morta suicida davanti ai suoi occhi, di un padre alcolista, di due fratelli tossicodipendenti e di una nonna idealista. Irene è una ex quindicenne che da una relazione amorosa intrecciata con un cinquantenne, professore liberal e sintesi di molte “cose democratiche”, diventa donna al passo di quindici aborti. Fino a maturare la coscienza di «un’aborto-dipendenza, di un’autodistruzione di sé e dell’altro ».
Irene Vilar, lei ha scritto che le volte che rimaneva incinta ritrovava «la speranza». Ma il suo compagno le diceva che per essere liberi non bisogna avere legami. Che razza di libertà è quella che chiede di sacrificare l’esperienza di una speranza?
Allora non avevo strumenti per capire. La mia immagine di libertà era falsata. Avevo una nonna che voleva liberare Portorico dall’oppressione americana con la rivoluzione. Avevo una madre che, sterilizzata a sua insaputa e vittima (come il 37 per cento delle donne portoricane) delle sperimentazioni per il controllo delle nascite, si è “liberata” dal suo dolore scappando dalla vita. Avevo un padre che dopo la morte di mia madre ha sposato una mia coetanea. Così mi sono legata a un uomo che predicava il femminismo e il progressismo avendo costruito la sua libertà sulla rottura con il padre e la fede ebraica. Perciò, anche se le prime gravidanze mi davano speranza, le interrompevo sapendo che altrimenti avrei perso l’unica cosa che mi dava sicurezza nella vita. Il paradosso è che, illudendomi di vivere un processo di liberazione, diventai schiava di quell’uomo.
Dopo un ennesimo aborto il medico la rimprovera con un «signorina, la prossima volta stia all’erta, sa che ha rischiato di abortire un bambino?». Non le è mai sembrata buffa questa idea che bambini si diventa a una certa settimana?
Sì, io sceglievo, sapevo cos’era il bene e non lo facevo. Se mi chiedi cosa sia un feto ti dico che quella è vita. Anche se non ne parlo nel mio libro. Avevo momenti di lucidità, ma poi cancellavo la realtà. Alla fine è diventata una vera e propria nevrosi: tu capisci cos’è il bene, lo vuoi, ma non riesci più a farlo. Per smettere di abortire ho dovuto sottopormi ad anni di analisi. Scrivere, invece, mi ha aiutato a guardare in faccia me stessa e la realtà. A slegarmi da mio marito. Il narcisismo per cui non si riesce ad accogliere nulla che non sia gestibile, l’incertezza dilagante e quindi il bisogno di ipercontrollo sono malesseri molto diffusi. Le tante anoressiche, bulimiche, le terrorizzate dalla maternità ne sono un esempio. La cosa pazzesca è che possono essere funzionali, sposarsi, fare carriera. E nello stesso tempo vivere privatamente una vita infelice. Questa schizofrenia è comune. Dopo aver scritto questo libro, ho scoperto che la mia più cara amica, sposata con figli e avvocato affermato, ha una nevrosi da automutilazione. Non l’avrei mai sospettato. Molti mi dicevano: ma perché non hai usato la pillola, perché ti facevi del male? Come se il corpo fosse slegato dalla mente. Purtroppo di questo non ne parla nemmeno il movimento femminista perché vorrebbe dire ridiscutere i presupposti di quanto difende: l’esclusiva materialità e il pieno controllo del corpo. Nessuno dice che il corpo è una realtà organica legata alla mente, e che se la mente viene piegata a un’idea innaturale, ciò fa soffrire.
Lei chiama l’aborto «uno strano diritto» e, come scrive la femminista Robin Morgan nella postfazione del libro, la sua esperienza sembra la dimostrazione che l’aborto è innanzitutto «l’aborto di sé». Perché continua a dichiararsi pro-choice?
Non voglio fare la filosofia dell’aborto. Io ho compiuto quindici anni e dentro di me c’erano due braccia. Di colpo capisci che sei diversa da un uomo, che hai dentro di te un potere, quello riproduttivo, grandissimo. Ti incuriosisce, ne sei contenta, ma non sai dargli un senso, nessuno te lo ha dato, non hai un linguaggio per descrivere quella realtà. Quando non abbiamo un linguaggio non capiamo e facciamo cose devianti e distruttive. Quando una relazione amorosa non va, se non riesci ad affrontare il perché e non riesci a descrivere cosa ti sta capitando (cioè che quell’uomo non ti basterà mai), non sarai in grado di affrontare la situazione e magari inizierai a tradire quell’uomo pensando di risolvere l’insoddisfazione. E la relazione si disintegrerà. Lo stesso avviene con il corpo, la libertà, la maternità. Ma nessuno sembra disposto a fare la fatica di capire e definire le cose. I pro-life dicono che l’aborto non deve esistere e non affrontano il nocciolo del problema. Ugualmente, i pro-choice si vergognano di parlarne seriamente. Penso a Hillary Clinton e Jimmy Carter. Per loro l’aborto è un diritto ma da tenere ben nascosto. Così il problema si ingigantisce: le statistiche britanniche, canadesi e americane dicono che la maggioranza di chi ha abortito sono donne educate e benestanti con sei o sette gravidanze interrotte alle spalle. Forse ci si dovrebbe chiedere perché, pur istruite su come evitare la gravidanza, queste donne abortiscano.
Lei aveva amici chic, girava in barca, vinceva premi letterari, frequentava i salotti liberal, i suoi scritti venivano pubblicati dal New York Times. Eppure dice che la sua vita, all’apparenza ricca e libera, era una vita disperata. Perché?
Perché una vita senza confini sembrava riempire il mio bisogno di libertà e di essere amata. In realtà era disperante perché illudendomi di rimarginare le mie ferite le lenivo dimenticando e diventando schiava delle barche, dei salotti, delle idee. Così, a lungo andare, invece che rimarginarsi le ferite si aprivano ancora di più.
Aveva un padre che non le ha mai detto un “no”, ed è la cosa che meno gli perdona. Adesso dice che per amare i figli bisogna scontrarsi con loro. Come è arrivata a queste conclusioni?
Per me libertà significava mancanza di limiti e di confini. Nessuno mi ha mai guidata. I miei genitori erano due bambini. Vivevano come in una soap opera. I genitori dicono ai figli: “Ti voglio bene”. Ma questo non ha implicazioni. Così, non conoscendo il significato delle cose, i genitori mandano ai figli messaggi confusi. Dare argini ai figli, dare loro una lingua per esprimere e capire quello che vivono, penso sia questo il compito di un genitore. Mio padre non sapeva capire il suo disagio davanti al mio. Così, pur dandomi ogni attenzione materiale, girava la testa. Se ci pensiamo, l’ingiustizia è solo il riflesso di questa lotta tra la volontà di distruzione e quella di dare i confini alle cose per rispettarle. Ho dovuto leggere, studiare, lavorare su di me per comprendere, per dare nomi alle cose.
Lei aveva diciassette anni e lui cinquantuno quando siete andati a vivere insieme. Poi lui, invecchiando, le ha chiesto di sposarlo, cosa che prima diceva impossibile, e si è pentito di non averle lasciato avere un figlio. La sua amica diventa incline a capire i dolori altrui davanti a un cancro. Cosa pensa di questi mutamenti?
Nel caso di mio marito posso dire che, vedendo che io non ero più schiava di lui, che mi stava perdendo, ha capito che anche lui dipendeva da me e che anche lui non era così libero come teorizzava. Mercedes, femminista rigida ma come me sottomessa a un marito autoritario, davanti alla malattia e al fatto che io mi stavo liberando prendendomi cura di me, ha vissuto la mia rinascita come la sua. Ha iniziato a provare compassione.
Nel libro spiega la sua vita da sottomessa citando Camus: «Per chi è solo senza Dio né padrone, il peso dei giorni è terribile. Perciò visto che Dio non è più di moda, bisogna scegliersi un padrone». Ma mentre la sua biografia è piena di “padroni”, Dio vi compare solo quando racconta dei mesi dell’infanzia trascorsi nei boschi del New Hampshire: «Certa della sua esistenza, ho vissuto il periodo della vita in cui mi sono sentita più in pace e in armonia con me stessa». Che ne è di quella bambina?
La prima esperienza religiosa è quella che un bimbo fa con la madre. Lui dipende totalmente da lei. Mia madre si allontanò prima emotivamente, poi fisicamente. Fu la lenta morte di Dio per me. Da allora l’ho cercato in ogni singola relazione. Poi nella fede cattolica del mio popolo, ma non lo vedevo. Poi in mio marito, che non a caso era professore di Filosofia delle religioni. Poi attraverso la psicologia ho ritrovato un nuovo modo di capire le cose, di crederle e amarle. Perciò per essere una buona madre continuo a voler comprendere di più chi sono io e ciò che ho intorno. Affinché le mie figlie non debbano cercare per tutta la vita la loro madre e il loro Dio nei posti e nei modi sbagliati.
Sembra che la decennale e ancora persistente (specie contro i preti cattolici) campagna antipedofila in America abbia contribuito a elevare un muro tra adulti e bambini. Qualunque espressione di affetto rischia di essere interpretata come un abuso. Non crede che il suo paese sia in marcia verso una società di orfani?
Mi occupo di una collana chiamata The Americas, edita dalla Texas Tech University Press, che sta per pubblicare un mio progetto a riguardo. È la raccolta di scritti di grandi autori americani che tentano di ottenere una fotografia precisa dell’infanzia negli Stati Uniti. Emerge come fino a cento anni fa la compassione verso il bambino non è mai stata un valore per la maggioranza. Ora in teoria lo dovrebbe essere, ma sembra stia scomparendo. In America c’è davvero un muro tra adulti e bambini. La ragione è l’iperindividualismo a cui siamo giunti. Ogni diritto viene assicurato al cittadino dallo Stato, dalle banche e dalle compagnie assicurative. La società ti dice: “Non ti preoccupare, farò valere ogni tuo diritto, non hai bisogno d’altro che di me”. Però c’è un paradosso. Invece che essere sicuri, tutti hanno paura degli altri e nella vita pubblica si sono instaurati dei sistemi di controllo iperinvasivi. Se un alunno ha un livido, la maestra è obbligata a indagare, non tanto per il bene del bambino, ma per difendersi da una possibile querela. I piccoli ne sono così consapevoli che arrivano addirittura a chiamare i servizi sociali per vendicarsi della mamma che li sgrida. Non sanno però che, senza bisogno di prove, possono essere tolti ai genitori. Così accade che l’adulto preferisce mantenere le distanze per non incorrere in cause legali. Si capisce che abisso si crea. Viviamo in un mondo come quello descritto da Orson Welles, dove la democrazia è apparente e i cittadini rinunciano all’esercizio di parte della propria libertà in cambio di altre ridotte. Solo pochi giorni fa ero dal dentista e c’erano otto mamme coi loro figli. I bimbi continuavano a chiamarle e loro, tutte prese dai loro cellulari, sembravano rispondere in coro: “Un minuto, un minuto”. Va bene dire ad un figlio di aspettare se devi cucinare per lui o dedicarti a cose importanti. Ma se gli chiedi continuamente di essere lasciata in pace per usare l’iPhone, lui crescerà convinto che l’importante è essere lasciati in pace. Tutto questo è perfetto per il consumismo: una società fatta di uomini soli, che non obbediscono a nessuno se non al mercato.
L’ingiustizia, dice lo scrittore caraibico Chamoiseau, «fa parte del patrimonio genetico dell’umanità ed è invincibile, a meno che intervenga un amore incondizionato».
La storia ci mostra che siamo così pieni di male stratificato che mi chiedo: ma un amore incondizionato avrebbe spazio in una società secolarizzata come la nostra? È davvero abbastanza potente? Non lo so.
da Baltazzar | Apr 30, 2010 | Testimonianze
Sport e vita, così a Roma la periferia regala speranza • Storia di un ex autista di pullman ora in pensione, che dedica tutte le sue giornate a centinaia di ragazzini difficili, dando loro una casa, un pallone e un campetto da gioco
di Giovanni Ruggiero
Tratto da Avvenire del 29 aprile 2010
C’è un pezzo di terra rubato 25 anni fa ai palazzinari e al cemento, nel cuore del Laurentino 38. È proprio un fazzoletto verde, con un po’ di giardino, un campo di calcetto e uno di pallacanestro. Continua con un lembo di terra diventato orto, poi sotto c’è una ‘marana’, uno di quei laghetti un po’ pozzanghera di Roma in cui anni fa morì annegato anche un bambino. Questa, alla fine di via Paolo Buzzi, è la «Polisportiva Joyce», che però i ragazzi di questo rione grande come una città chiamano i «Campi di Tonelli». Lui, Alfredo Tonelli, non ha mai capito perché i ragazzi lo chiamano per il cognome. «A Tonè!», dice appunto un ragazzo che entra dal cancello, è il primo ad arrivare. Gli stende il cinque. «Questo è pure russo!», dice Tonelli presentando Kirill. Il ragazzo, intanto che arrivano gli altri, tira calci a un pallone, sotto gli occhi di Isco e di Shiva, due cani che in qualche modo, come i ragazzi del Laurentino 38, hanno avuto una famiglia difficile. Tonelli, che cosa ha fatto? «Ho ‘cosato’ – dice schietto – e ho preso anche loro». I due cani – ci assicura – abbaiono solo quando qui entra un estraneo». E infatti ecco un abbaiare, ma poco convinto. Tonelli li tranquillizza: «Boni! Sta con me».
Alfredo Tonelli, che oggi ha 66 anni, è rimasto vedovo. Qui la moglie Giuseppina gli dava una mano. Adesso i due figli, Andrea e Adriano, l’aiutano in questa straordinaria impresa che finanzia togliendo qualcosa alla pensione di tranviere. Per 20 anni ha condotto gli autobus che, sempre gonfi di gente, scivolano lungo la Laurentina. «Venni qui da San Paolo, – dice Tonelli, che ogni tanto si interrompe per salutare quelli che arrivano alla spicciolata – e qui sembrava un altro monno. ’Anvedi, semo tornati a 50 anni fa, coi regazzini che camminavano con le ciavatte ai piedi». ‘Sor’ Tonelli (e chiamiamolo dunque anche noi così!) viene dalla scuola dei Giuseppini del Murialdo che tanta attenzione hanno sempre dedicato ai giovani: giunto al Laurentino per prima cosa pensò a loro. Veniva su quella cooperativa, che poi gli ha dato casa e, aiutato dagli altri soci, ha creato questo piccolo miracolo in mezzo al cemento. «Una volta – racconta – un ragazzo mi chiese: ’A Tonè, ma Gesù chi è? E allora mi resi conto che chiedevano aiuto, perché sono ragazzi ai quali nessuno ha mai dato nulla, e sono capaci di commuoversi anche solo se gli regali un paio di guantoni per giocare in porta». Sono più di duecento i ragazzi che frequentano questa singolare polisportiva, così povera che non ha nemmeno la corrente elettrica, perché anche a Tonelli nessuno ha mai dato nulla. Vanno da un’età compresa dagli otto a… «nun se sa» – come dice lui –, perché continuano a passare di qui quelli che una volta erano ragazzini e adesso portano i figli. Al Laurentino non c’è altro posto dove andare. Anche la sua casa è diventata di fatto ‘casa famiglia’ per le situazioni più difficili: i ragazzi che scappano di casa. Quelli che lo chiamano di notte e gli dicono: «A Tonè, so’ scappato da casa, perché papà me mena. ’Ndo vado?» Lui risponde: «E dove voi annà, fijo mio, vieni a casa, no?». Molti dei ragazzi che giocano nelle squadre create per i tornei del Laurentino (c’è la Colombo, per la strada che corre là vicino, e la Nottingham Forest, ma non si sa perché si chiama così) hanno una storia difficile: genitori separati, qualche papà in galera e poi anche droga e violenza. Ce n’è abbastanza per esplodere, per lasciarsi andare e abbandonarsi a tutto. Qualcuno stava per caderci, perdersi e morire, come finire in una ‘marana’ fatta con il fango del malessere e dell’abbandono. Lo hanno salvato i quattro calci dati a un pallone con una maglietta della Roma sognando di essere Totti che dribbla Samuel, tira e fa goal. Poi i ragazzi gli dicono grazie, ma non è questo che conta per Tonelli: «Conta che, ‘cosando’ qui, non hanno fatto una brutta fine». Una volta sereni, e basta un pallone per far felice un ragazzino, nascono le domande come quella su Gesù. Tonelli li affidava una volta a padre Gianni Passacantilli che adesso è parroco in una chiesa a San Lorenzo: «Quanto è bravo. Solo che è d’a Lazzio. Che ci vuoi fare!?» Don Gianni ha dato a molti la prima comunione, li ha portati alla cresima e qualcuno anche al matrimonio, partendo dalla risposta alla domanda: «A Tonè, ma Gesù chi è?».
Tonelli li ha visto crescere, diventare grandi nel rispetto di sé e degli altri. Li ricorda tutti, ma per lui tutti si somigliano, come questi che arrivano adesso dal cancello: «A Toné, come butta?». Per 365 giorni all’anno passati così, a Tonelli è stato conferito il premio Leonardo Murialdo «Una vita per la gioventù», perché – dice la motivazione – «usa tutta la sua dolcezza e la sua pazienza per orientarli a una vita civile e onesta a far riscoprire la dignità e il rispetto, i valori morali e religiosi, l’ideale della famiglia e della patria». E questo spiega anche il tricolore in mezzo al campetto. «Toné, mettemo quella d’’a Roma», chiedevano gli uni. «Tonè – lo strattonavano gli altri – mettemo quella d’’a Lazzio». Lui srotolò questa bandiera e disse: «No, noi mettemo questa, perché prima de tutto semo italiani».
da Baltazzar | Apr 22, 2010 | Chiesa sofferente, Testimonianze
Inviati opuscoli sulla preghiera in due prigioni di massima sicurezza
ROMA, mercoledì, 21 aprile 2010 (ZENIT.org).- I prigionieri dei settori di massima sicurezza dello Zambia – compresi i detenuti nel braccio della morte – riceveranno degli opuscoli sul rosario grazie a un’iniziativa congiunta tra due organzzazioni caritative con base nel Regno Unito.
L’ufficio britannico di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) si è unito all’organizzazione per il rosario Crown of Thorns per fornire 1.600 copie dell’opuscolo di ACS ai detenuti della Prigione di Stato di Kamfinsa e della Prigione di Massima Sicurezza di Kabwe.
L’iniziativa risponde alla richiesta dei prigionieri a Crown of Thorns di ricevere più informazioni sul rosario.
Lisa de Quay, direttore esecutivo dell’organizzazione, ha spiegato che Crown of Thorns riceve regolarmente molte lettere dai reclusi, anche quelli nel braccio della morte.
Il contatto con i detenuti, ha affermato, è stato probabilmente favorito da un cappellano visitatore che ha distribuito delle schede di Crown of Thorns che descrivevano la preghiera del rosario.
“I prigionieri sono in genere il sostegno della famiglia, e sono preoccupati per la povertà e le difficoltà in cui il loro crimine ha lasciato le famiglie, oltre ad essere troppo lontani da casa perchè i loro cari possano far loro visita”.
“Pur se trattata umanamente, la maggior parte dei detenuti trascorre anni in prigione solo con i vestiti che aveva al momento dell’arresto, senza sapone e senza coperte o lenzuola con cui ripararsi nei mesi freddi dell’anno, spesso rifiutata dalla società”.
Inviare ai prigionieri schede sul rosario – e ora l’opuscolo di ACS – può fare la differenza nella loro vita.
“Le loro lettere vi sorprenderanno: sono piene di grande gioia per il fatto di avere questo contatto, essere accettati e aver trovato Dio”.
Un prigioniero nel braccio della morte ha scritto: “E’ la prima volta che ricevo un pacchetto, anche se sono in carcere ormai da 14 anni. Possa Dio ricompensarvi abbondantemente”.
Il direttore nazionale britannico di ACS, Neville Kyrke-Smith, ha spiegato che “recitare il rosario può toccare la gente nel profondo e trasformarne la vita”.
“Maria, la Madre di Dio, ama tutti i suoi figli, e nella sofferenza e nella disperazione possiamo stare accanto a Lei nella preghiera, guardando attraverso le lacrime di questa esistenza verso la speranza della nuova vita e della resurrezione”.
“Siamo molto felici di partecipare a questa splendida iniziativa che cambierà la vita dei reclusi e li avvicinerà a Dio”, ha aggiunto.
Un prigioniero della sezione di massima sicurezza di Kabwe ha espresso la propria riconoscenza per il pacchetto che ha ricevuto definendo l’opera delle organizzazioni caritative “una lampada che non si può nascondere sotto il tavolo”.
Crown of Thorns promuove il rosario come mezzo per raggiungere la pace, e invia in Africa materiale come paramenti liturgici, statue, schede di preghiera e del rosario.
ACS sostiene la Chiesa del continente attraverso l’aiuto a sacerdoti, suore e altri progetti per far fronte alle necessità pastorali. Nel 2008 ha donato allo Zambia aiuti per oltre 330.000 euro.
da Baltazzar | Apr 21, 2010 | Chiesa sofferente, Testimonianze
Intervista al Patriarca di Alessandria dei copti
ROMA, martedì, 20 aprile 2010 (ZENIT.org).- La Chiesa copta d’Egitto, insieme alla Chiesa di Roma, conta su circa 200.000 fedeli, guidati da sua beatitudine Antonios Naguib, Patriarca di Alessandria dei copti.
Il Patriarca, di 75 anni, ricopre questo ufficio, con sede al Cairo, dal 2006.
In questa intervista rilasciata a ZENIT, parla della situazione del dialogo con l’Islam, del Sinodo speciale per il Medio oriente e dell’aumento del fanatismo.
A fine febbraio, una delegazione del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ha effettuato una vista al Cairo. È stata ricevuta dal Gran Sceicco Muhammad Sayyid Tantawi, successivamente deceduto. Qual è la situazione del dialogo interreligioso in Egitto?
Patriarca Antonios Naguib: Nei giorni 23 e 24 febbraio 2010 la Commissione del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso si è recata al Cairo per incontrare la Commissione di Al-Azhar. Queste riunioni hanno luogo periodicamente, un anno a Roma e un anno al Cairo.
Si tratta della struttura ufficiale del dialogo interreligioso tra il Vaticano e l’Islam d’Egitto.
Vi sono anche altre istanze locali che tentano di rafforzare i vincoli tra i musulmani e i cristiani nel Paese. I responsabili delle comunità religiose si scambiano le visite in occasioni delle grandi festività.
Noi sentiamo la necessità di intensificare queste relazioni e soprattutto di estenderle alla base, ovvero, alla gente comune.
Questo è l’unico modo per diffondere l’accettazione dell’altro e la fratellanza, e di opporci al fanatismo e all’estremismo.
Commentando i fatti avvenuti a Nag Hammadi in occasione del Natale dei copti, un musulmano ha detto che gli assassini non erano musulmani anche se si autodefinivano tali. I musulmani moderati hanno condannato questo crimine. Ma qual è la sensazione dei copti? Considerano questo incidente come un episodio isolato o temono piuttosto che vi sia un clima di progressiva recrudescenza?
Patriarca Antonios Naguib: Mi fa piacere sentire commenti simili da parte di un musulmano. È vero che i musulmani moderati hanno condannato questo crimine.
Sono molti gli scrittori musulmani che hanno pubblicato articoli oggettivi, molto buoni. Hanno chiesto di affrontare le vere cause del fanatismo e dell’estremismo, soprattutto quelle culturali e religiose.
Per quanto riguarda i copti, questo crimine ha rappresentato un duro colpo, che ha ferito il loro senso di fraternità e di appartenenza al Paese.
Molti lo considerano un atto confessionale. Ma quelli più saggi scorgono in esso il risultato di un insieme di fattori che generano e alimentano il fanatismo. Gli stessi fattori citati dai saggi pensatori musulmani.
Si parla di costruzione di una nuova chiesa nel centro del Cairo. Vengono posti degli ostacoli alla costruzione di nuovi luoghi di culto?
Patriarca Antonios Naguib: Nessuna legge vieta la costruzione di una chiesa. Ma vi sono procedure e requisiti. Le risposte alle domande edilizie giungono dopo molto tempo.
Esiste un progetto di legge unificato, relativo alla costruzione dei luoghi di culto. È stato presentato in Parlamento e sarà preso in esame.
Lei parteciperà al Sinodo speciale per il Medio Oriente? In tal caso, quale sarà il suo messaggio?
Patriarca Antonios Naguib: Tutti i vescovi del Medio Oriente parteciperanno al Sinodo speciale.
Lo stesso tema scelto per il Sinodo ne indica il messaggio principale: testimonianza e comunione.
La nostra prima missione, nei nostri Paesi, si realizza attraverso la testimonianza di vita tra noi, con i nostri fratelli e sorelle musulmani ed ebrei.
E perché la nostra testimonianza sia autentica e credibile, deve scaturire da una vita di comunione, in ogni Chiesa cattolica e tra le diverse Chiese cattoliche.
Inoltre, dobbiamo trovare modi per vivere e rafforzare questa comunione con le altre Chiese cristiane e con i nostri cittadini musulmani ed ebrei.
Il numero di donne che portano il velo è aumentato molto in questi ultimi vent’anni. È indice di un’evoluzione sociale che va verso il consolidamento di un sistema integralista? Quali sono, secondo lei, le cause di questa evoluzione?
Patriarca Antonios Naguib: La sua osservazione è esatta. Attualmente sono poche le donne musulmane che non portano il velo. Anche il niqab [velo che copre l’intero volto salvo gli occhi, n.d.r] si vede ormai sempre più frequente.
Credo che questa evoluzione sia il risultato dell’influenza dell’Islam wahabita nel Paese. Il fenomeno è iniziato con le istanze dei lavoratori egiziani nei Paesi del Golfo e si è propagato rapidamente rafforzandosi e generalizzandosi.
È poi diventato un fenomeno sociale, che si impone anche nelle famiglie più moderate e aperte. Ma il fatto indica anche un aumento del fanatismo.
Qual è la situazione dei mezzi di comunicazione cristiani di lingua araba? Esiste una cinematografia cristiana?
Patriarca Antonios Naguib: In Egitto, i media cristiani di lingua araba sono diversi. Vi sono riviste e quotidiani che appartengono alle diverse Chiese.
Il Libano era l’unico Paese del Medio Oriente che aveva emittenti radiofoniche cristiane. Télé Lumière ha anche avviato un canale televisivo – Noursat – che si sta sviluppando sempre di più.
Attualmente vi sono vari canali televisivi in lingua araba. La Chiesa copta ortodossa in Egitto ne possiede tre.
Questa Chiesa ha iniziato una serie di film a soggetto religioso che hanno riscosso un grande successo tra i cristiani copti.
[Intervista realizzata da Michaela Koller]