Bambini, schiavi silenziosi della criminalità organizzata

In un libro denuncia, la tragedia dell’infanzia violata

di Mariaelena Finessi

ROMA, giovedì, 15 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il male non è mai assoluto, «ci sono raggi di luce che rompono  le tenebre della notte», ed è lì che «emerge una prospettiva di svolta e di cambiamento». Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo metropolita di Napoli commenta, nella prefazione, ciò che è nel cuore del volume “Ali bruciate. I bambini di Scampia” (Edizioni Paoline), una fatica realizzata a quattro mani da don Alessandro Pronzato e Davide Cerulli.

Un libro che racchiude il vissuto dello stesso Davide, le sconfitte e la resurrezione di «un giovane uomo che – come dice lo scrittore sacerdote – è stato rapinato dell’infanzia e dei relativi giochi, divenuto precocemente adulto e introdotto, ancora ragazzino imberbe, nelle operazioni più spericolate e nei traffici meno limpidi, rotto a tutte le astuzie, esperto in comportamenti, se non abominevoli, certo ai margini della legalità. Uno che troppo presto ha conosciuto la faccia, non dico dura, ma odiosa della vita. E senza alcuna preparazione, senza una guida illuminata che lo avvertisse dei pericoli che correva».

In “Ali bruciate” c’è in nuce la vita, con i suoi errori e i suoi mali, con i suoi lampi di amore e di bontà: aspetti non in contraddizione tra loro ma ingredienti della stessa realtà. E della lotta tra la luce e le tenebre questo libro non può dirsi privo, ricco com’è di «esempi di uomini e di giovani – spiega il cardinale – che perseguono il cambiamento e l’opera di riscatto, esempi di religiosi e religiose che hanno fatto dell’altruismo una scelta di vita, esempi di sacerdoti coraggiosi che, come tanti confratelli in altre parti della città, vivono il loro impegno sacerdotale nell’ascolto e nella condivisione del disagio e della sofferenza, indicando la strada della redenzione e della salvezza».

Una realtà controversa, di “perdenti ma non vinti” che devono vedersela con il Sistema, come si chiamano oggi le mafie, la camorra o la ‘ndrangheta. Un sottobosco di criminalità di cui si parla e scrive tanto, specie dopo “Gomorra”, il bestseller di Roberto Saviano. Eppure, tra milioni di parole e caterve di carta un aspetto sfugge o è solo accidentalmente sfiorato dai nuovi autori: quello dei bambini coinvolti nei traffici loschi degli adulti. «Davide Cerullo, napoletano di origine controllata – come spiega Pronzato -, questo dramma te lo sbatte dolcemente in faccia. Te lo ficca impietosamente nello stomaco. Impossibile da digerire. A meno che tu abbia, oltre che il cuore, anche lo stomaco di pietra». L’ambientazione ha il volto di Scampia, un quartiere popolare nato dall’idea di inventare una nuova forma di convivenza che si riflettesse nell’architettura dei palazzi.

«La costruzione delle “Vele” avrebbe dovuto far viaggiare il nuovo speditamente – racconta il cardinale Sepe – mentre le grandi arterie e i lunghi viali a scorrimento rapido avrebbero dovuto richiamare l’idea della velocità del mondo, del fluire degli eventi (…). Le “Torri” sarebbero state abitazioni collegate tra loro, quasi dei cortili aerei, capaci di favorire la comunicazione e dunque la vita d’insieme (…). Un ideale alto, un disegno di città alternativa, che doveva essere a misura d’uomo». Così però non è stato, e per gli oltre 50mila abitanti (oggi 100mila) nemmeno un negozio, mentre qualche sparuto mercatino rionale è arrivato solo un ventennio più tardi. Ad accelerare la fine di un’utopia, una concreta fame di alloggi.

«E se gli anni Settanta – continua il porporato – riempirono le case dei senzatetto storici, gli anni Ottanta furono quelli dell’emergenza del terremoto in Irpinia. Gli amministratori, presi dal panico, finirono per riunire uomini e donne là dove erano già accatastati, sconvolgendo l’assegnazione delle case popolari. A questo si aggiunsero le occupazioni abusive, che non trascuravano sottoscala, ballatoi, cantine. L’arrembaggio fu reso possibile dalla totale assenza di controllo. Un commissariato di zona fu aperto solo negli anni Novanta, nel frattempo era arrivata la camorra e aveva già organizzato i suoi fortini». Dunque, quella che doveva essere una città a misura d’uomo è diventato un luogo a misura di malavita organizzata, dove il tasso di analfabetismo è più alto che in qualsiasi altro quartiere d’Italia e dove, secondo l’ASL, si registra il record italiano per il consumo di psicofarmaci anche perché, a Scampia, una “pallina” di cocaina, si vende a prezzi di saldo, il più basso al mondo e nel traffico sono impiegati, prezzolati dalla camorra, ragazzini, padri e madri di famiglia.

In quel marasma in tanti sono morti e continuano a morire, specie giovanissimi, al soldo di gente senza fede, senza addirittura una morale. Nel libro viene riportata anche la lettera di un padre a cui hanno ammazzato il figlio: «Rendetevi conto – scrive l’uomo – che non basta dare una volta la vita, e poi tirarsi da parte. La prima è abbastanza facile. È la seconda che conta. Convincetevi che si è padri due volte. E se non lo siete anche la seconda volta, siete dei padri mancati. Perché ci sono dei figli abortiti, ma anche dei genitori abortiti. Abbiate il coraggio e il senso di responsabilità che non ho avuto io, il coraggio di essere vivi per la vita dei figli. Trasmettete loro la forza e la capacità di pensare e di agire diversamente dalle mode correnti. Fate loro gustare la suprema libertà di dire no a tutto ciò che offusca o addirittura cancella in loro l’immagine di Dio».

Di tutto questo Davide tiene conto, salvato da una pagina strappata ad una copia della Bibbia conservata nella biblioteca del carcere di Poggioreale, a Napoli. Giovanissimo, Davide finisce in galera per spaccio di droga. Là dentro impara a leggere e a scrivere. Qualcuno gli mette in testa il nome di un personaggio biblico, un certo Davide. Un’ominimia che lo affascina, che lo spinge a «masticare le pagine che lo riguardano», a strapparle e quindi portarsele dietro una volta uscito dal carcere, da quel posto in cui «aveva imparato a vivere diversamente o, anche, semplicemente a vivere». Oggi, che «sgobba come camionista dalle dieci alle dodici ore al giorno», per rastrellare ogni mese una cifra che una volta racimolava in meno di una settimana, Davide ha l’orgoglio di chi riesce a portare a casa soldi che profumano di sudore». Una storia di rinascita, un esempio per molti. Troppi.

E’ uscito il mio libro: “Caterina”

E’ uscito oggi in libreria il mio libro “CATERINA. diario di un padre nella tempesta” (Rizzoli). Qua sotto anticipo la prefazione (uscita anche su Libero di oggi) dove spiego il perché mi sono messo in questa impresa

Antonio Socci

Quei bambini del lebbrosario…

Tante persone – scrivendo al mio blog – hanno continuato, nel corso dei mesi, a chiedermi come sta Caterina e come si evolve la sua situazione. Alcuni mi parlano delle proprie afflizioni, delle prove che devono vivere e mi domandano come riuscire a non restarne schiacciati.

Ho scritto questo libro per loro e per ringraziare i moltissimi che hanno pregato e pregano per Caterina. Ma oso (sfacciatamente) mendicare ancora preghiere ardenti perché restiamo nella tempesta o – almeno – siamo ancora in cammino. Un cammino lunghissimo, drammatico e pieno di pericoli e incognite.

Questo libro vuole essere anche un atto di fede in Gesù che ci esorta a pregare come se avessimo già ottenuto ciò che chiediamo. E quindi un atto di ringraziamento.

Insieme vuole essere il mio ringraziamento a Dio per averci dato Caterina. Lo ringrazio di averla creata e fatta cristiana. Lo ringrazio di averla fatta così buona e bella, anche nell’anima.

Lo ringrazio dello splendido popolo cristiano in cui è cresciuta e che l’ha sostenuta nella terribile prova presente. A questo popolo chiedo, con gratitudine, ancora preghiere per la nostra principessa…

Voglio testimoniare infine ciò che ha sostenuto me finora, ciò che mi ha dato conforto, coraggio, forza e anche gioia, pur fra le lacrime. Perché forse può essere un conforto e un abbraccio per altri che si trovano nella prova.

È un gesto d’amore che voglio fare con Caterina e per Caterina, verso molti sofferenti che sono soli, che non hanno la fortuna di avere tanti amici accanto, come abbiamo noi. Vorrei che ci sentissero vicini.

La Madonna ci esorta ad aver compassione della sofferenza di tutti come l’abbiamo per il dolore dei nostri figli. Come se fossero tutti nostri figli.

Tentare di dare anche un soccorso materiale, concreto, è una delle cose che abbiamo deciso di fare, fin dall’inizio del dramma di Caterina.

Abbiamo aiutato i bambini del lebbrosario di un Paese del Terzo Mondo (non posso essere più preciso perché il regime di quel Paese non tollera che si parli di lebbra: ne pagherebbero le conseguenze i missionari) che ci hanno sciolto il cuore facendoci sapere, tramite un meraviglioso missionario, di aver pregato per Caterina.

Li sentiamo come parte della nostra famiglia e della nostra compagnia.

Il dolore del mondo è un oceano sconfinato. Se noi facciamo la nostra piccola parte, il possibile, al resto pensa Lei, la Madre dolce e benedetta. Anche con i diritti d’autore di questo libro, dunque, voglio continuare aiutando – finché avrò respiro – altre opere missionarie e di carità per i più poveri e abbandonati.

Per esempio sosterremo il Meeting Point International (partner dell’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale, AVSI) della splendida Rose Busingye[1] che a Kampala rappresenta una luminosissima speranza per tante donne poverissime e ammalate di Aids.[2]

Vorremmo aiutare anche – in ricordo di Andrea Aziani (di cui parlo nel libro) – i ragazzi più poveri delle disastrate periferie di Lima in Perù, per metterli in condizione di poter studiare.

E anche una grande opera come Radio Maria, che sta compiendo un mirabile sforzo missionario in Africa.

Infine vorremmo aiutare, con adozioni a distanza, le povere ragazzine cristiane del Pakistan, dove essere cristiani condanna a una sorte pesantissima, a volte orrenda.

Cosicché da un grande male che ha colpito la nostra famiglia, per grazia di Dio, possano nascere un bene e un conforto per tanti che sono sottoposti a dure prove.

Con Caterina, offriamo le nostre sofferenze per la gloria di Gesù, perché sia visibile la sua misericordia già quaggiù e per la salvezza dell’umanità intera (a cominciare da coloro che odiano).

Antonio Socci


[1] Per capire chi è Rose consiglio di leggere Un’avventura per sé (a cura di Paola Brizzi e Alberto Savorana), BUR 2008, pp. 17-25.[2] Nel 2008 è stato presentato al festival di Cannes un documentario su Rose e le donne del Meeting Point, Greater, che è stato premiato dalla giuria presieduta da Spike Lee.

I martiri cinesi continuano ad essere fonte di ispirazione

I cattolici di Hong Kong hanno celebrato la festa dei 121 santi

HONG KONG, mercoledì, 14 luglio 2010 (ZENIT.org).- Il martirio non è un avvenimento solo  del passato, ma un evento che continua ad ispirare, afferma il settimanale diocesano di Hong Kong, il Sunday Examiner, celebrando la festa liturgica dei 121 martiri cinesi.

La rivista ha riflettuto la settimana scorsa sulla canonizzazione, nel 2000, di 121 martiri che ha scatenato il conflitto tra la Santa Sede e il Governo cinese.

La canonizzazione ha avuto luogo il 1° ottobre, Giornata Nazionale della Cina, ed è stata vista da Pechino come “una provocazione per colpire il popolo cinese”, ricorda l’editoriale.

“Sono trascorsi dieci anni – aggiunge -. Dobbiamo considerare se si è imparato qualcosa da queste dispute sfortunate o se quei 121 martiri sono morti invano”.

“Il martirio non è semplicemente un avvenimento del passato, ma qualcosa che può ispirarci anche oggi”.

“Nel continente, molte Chiese locali lottano ancora per essere in comunione – dichiara l’editoriale -. I fedeli soffrono a causa di un’ideologia politica sbagliata e per pressioni perché rifiutino la verità rivelata. Ad ogni modo, l’esperienza passata ha insegnato alla Chiesa che in ogni epoca la presenza dei martiri non fa che rafforzare la fedeltà dei fedeli alla Chiesa”.

“I martiri della Cina hanno dato l’ultima testimonianza del Vangelo con coraggio. La loro fedeltà ricorda l’ideale confuciano di sacrificarsi per una nobile causa”.

L’editoriale ricorda che “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani” (Tertulliano, 160-220 d.C.), e “certamente questo seme di fede porterà frutto in Cina”.

Tra i 121 martiri dichiarati santi nel 2000, il più giovane aveva 7 anni, il più anziano 79. Tra questi c’erano 87 cinesi e 34 martiri espatriati.

I santi, martirizzati tra il 1648 (Dinastia Qing) e il 1930 (il periodo della Repubblica della Cina), includono sei Vescovi, 24 sacerdoti, 8 religiosi, 7 religiose e 76 laici.

Il 9 luglio è stata commemorata la festa di questi martiri cinesi e ha avuto luogo una celebrazione liturgica presso il Centro dei Santi Martiri e Beati della Cina, nei Nuovi Territori.

I fedeli hanno anche assistito a un seminario su “Come i cattolici cinesi seguono l’esempio dei Santi Martiri e Beati”.

Sneijder diventa cattolico: battezzato alla Pinetina grazie a capitan Zanetti

Dopo la partita Olanda VS Giappone, sotto la maglietta del campione interista Wesley Sneijder in molti hanno notato un rosario, simbolo della conversione del giocatore. La notizia sta rimbalzando su tutti i quotidiani sportivi. Sneijder è infatti diventato cattolico dopo un percorso iniziato con l’amore per la sua ragazza Yolanthe Cabau. Si è così fatto battezzare in una cerimonia celebrata alla Pinetina di Appiano Gentile prima di partire con la Nazionale arancione per i Mondiali in Sudafrica. Lo stesso giocatore racconta al giornale “de VolksKrant”: «Ad Appiano c’è una cappella e lì mi sono fatto battezzare. Insieme ai miei compagni sono andato una volta a messa e ho percepito nel loro modo di prendervi parte una tale forza e una tale fiducia da rimanerne turbato». Molto del merito va anche a capitan Zanetti, cattolico praticante, che ha mediato con il cappellano e, accelerando i tempi, ha fatto seguire a Sneijder il corso di catechismo necessario per gli adulti prima di ricevere il sacramento. Wesley abita a cento metri dal Duomo e racconta delle sue giornate di preghiera: “Prego ogni giorno, e seguo con Yolanthe ogni domenica le funzioni. La fede è un qualcosa che mi dà forza. Alle volte le mie convinzioni mi mantengono saldo e determinato, a volte prego per avere più forza. Ogni giorno, poi, recito il Padre Nostro con Yolanthe. Cerco sempre un angolo prima delle partite per pregare”. Ecco forse spiegata la trasformazione di questo giocatore: prima normale giocatore nel Real Madrid in Spagna e poi autentico fuoriclasse e leader nell’Inter in Italia e nella sua nazionale
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«Mia figlia rapita dalla giustizia»

Disegnò un fantasma e suo papà  finì in galera • La storia di Angela Lucanto, portata via ai genitori quando aveva 7 anni e tenuta nascosta per un decennio • Il padre era stato accusato di pedofilia incestuosa ma era innocente. Eppure per quasi 3 anni è rimasto in carcere • E dopo la sua assoluzione la piccola è stata data lo stesso in adozione
Tratto da Avvenire del 10 luglio 2010

«I Carabinieri la prelevarono a scuola senza dirci nulla. Sparì nel 1995, l’abbiamo trovata nel 2005. Aspettiamo le scuse del pm»

Raffaella Lucanto, mamma di Angela, mi guarda fisso e mi porge carta e penna. «Mi disegni un fantasma». La penna sul foglio sale, poi arrivata in alto si incurva e scende sinuosa come un lenzuo­lo… «Basta così. Lei per questo è già in ga­lera». Non esagera: così è iniziata la trage­dia che per suo marito Salvatore ha signifi­cato 2 anni e mezzo di carcere da innocen­te, e per la figlia Angela una reclusione an­cora più dolorosa, durata dieci anni. Un ra­pimento vero e proprio, eseguito non da u­na banda criminale ma da quella che chia­miamo ‘giustizia’.

Che cosa è successo quel 24 novembre 1995?
Angela, che aveva 7 anni, era a scuola, se­rena come sempre. Entrarono in classe due carabinieri e un’assistente sociale e la pre­levarono. A noi non dissero nulla: il pome­riggio andai a prenderla al pullmino e non c’era. Immagini la nostra angoscia, ma so­prattutto la paura della bambina, non sa­peva perché l’avessero portata in un posto con le sbarre, dove passavano notti e gior­ni e di mamma e papà non otteneva noti­zie. Le dicevano che il papà le aveva fatto brutte cose e che solo se lei lo avesse am­messo sarebbe tornata a casa. Ma quelle brutte cose non erano mai avvenute e An­gela, che ha sempre avuto un carattere di ferro, non si piegava. Finché una delle ze­lanti psicologhe che collaboravano con il pm con il compito di ‘far parlare’ la bam­bina non le chiese di disegnare un fanta­smino e lei lo fece proprio così… Fu inter­pretato come simbolo fallico e mio marito il 26 gennaio alle 5 del mattino fu trascina­to a San Vittore. Non capivamo cosa stesse accadendo, eravamo certi che in poche o­re l’equivoco si sarebbe chiarito, invece re­stò in cella due anni e mezzo.

Ma come nacque questa follia?
Una cuginetta di 14 anni, molto disturbata (poi finì in un ospedale psichiatrico ed è tut­tora in cura) aveva accusato il proprio fra­tello di molestie. Poi man mano aveva al­largato la cerchia, tirando dentro i suoi stes­si genitori, due fratelli, mio marito, altri pa­renti e persino uno zio di mio marito che non aveva mai visto e che viveva in Ameri­ca… ma secondo i suoi racconti tutti i fine settimana era in Italia e partecipava alle or­ge. Non ce l’ho con lei, era malata, il guaio invece è che un pm le ha creduto.

Chi era questo pubblico ministero?
Pietro Forno. Non lo avevo mai sentito no- minare prima, ora so che è molto noto per il cosiddetto ‘metodo Forno’: si interroga­no i bambini, li si sottopone a psicologi e as­sistenti sociali, li si toglie alle famiglie anche senza prove, e tocca al presunto colpevole riuscire a dimostrare la propria innocenza. La posizione di mio marito si aggravò quan­do la cuginetta di colpo si inventò che oltre a lei violentava pure Angela. Infine il disegno del fan­tasma divenne la ‘pro­va schiacciante’ e Sal­vatore fu condannato a 13 anni.

Ma in secondo grado e poi in Cassazione la sua completa innocenza fu ovviamente rico­nosciuta: tante scuse, ci siamo sbagliati…
Fu assolto, sì, ma senza scuse. Ancora a­spetto che il pm Forno venga a chiedere per­dono per aver distrutto la nostra famiglia, soprattutto la vita di Angela. Dal giorno in cui fu prelevata a scuola non l’abbiamo più vista per dieci anni. Immagini l’inferno di due genitori e pensi a cosa avrà vissuto quella bam­bina, prima sbattu­ta al Caf, il Centro di Affido familiare, poi, dopo che io mi in­catenai al di fuori perché me la restituissero, trasferita a sire­ne spiegate e di nascosto al Kinderheim di Genova, da dove tentò persino di evadere, infine data in adozione a una famiglia di Va­rese. Tenga conto che di tutto questo noi e­ravamo tenuti all’oscuro: di Angela dalla mattina del 24 novembre 1995 non abbia­mo saputo più nulla per un intero decen­nio.

Qual è stato il momento più atroce?
Non il giorno del rapimento da scuola, ma quando, nonostante mio marito fosse sta­to assolto, la pratica di adozione è andata a­vanti. Per la giustizia lui era innocente, ma la stessa giustizia continuava a nascondere Angela e poi la dava addirittura a nuovi ge­nitori! Un ingranaggio, infernale, assurdo, che non sai come fermare.

Oggi Angela è con voi. Com’è avvenuto l’in­contro?
Non avevamo mai smesso di cercarla. In ca­sa non spostavamo nulla, i suoi vestitini da bambina, i suoi giocattoli, tutto era lì ad a­spettarla. Nell’estate del 2005 scoprimmo da un documento che la famiglia adottiva la portava al mare ad Alassio, così per setti­mane io e mio marito abbiamo battuto le spiagge. Chissà com’è diventata, ci chiede­vamo, ma appena Salvatore l’ha vista l’ha ri­conosciuta. Che fatica non correrle incon­tro.

Così siete riusciti a risalire alla famiglia a­dottiva.
Ma per mesi abbiamo taciuto, andavamo a guardarcela di nascosto fuori da scuola… Il momento più incredibile è stato quando suo fratello Francesco le ha rivolto la paro­la per la prima volta: temevamo non ci vo­lesse più, invece ci aspettava da sempre. Ap­pena entrata in casa è andata dritta a cer­care le sue cose… Angela aveva 17 anni ed era adottata, le era vietato incontrarci e i magistrati le hanno fatto la guerra, ma ap­pena ne ha compiuti 18 è tornata da noi.

Una felicità difficile da immaginare.
La vita di tutti e quattro è ripresa in quel momento, prima c’è una bolla di dolore. A­desso ci resta ancora la fatica di adottarla: per i giudici non è più nostra figlia, ha un al­tro cognome… E sì che dovrebbero pensar­ci loro, come risarcimento, invece dobbia­mo affrontare tanta burocrazia… Ma non è questa la cosa più paradossale: per il rapi­mento ci hanno mandato il conto, 60 mi­lioni di lire solo per il primo anno. Il riscat­to no, non lo pagheremo!

Le profonde radici cristiane del Kazakistan

Intervista al vescovo Athanasius Schneider

KARAGANDA (Kazakistan), lunedì, 5 luglio 2010 (ZENIT.org).- L’esperienza fatta da giovane quando sfuggiva alle autorità comuniste pur di poter andare a Messa, ha instillato nell’attuale vescovo ausiliare di Karaganda una particolare devozione per l’Eucaristia che egli si augura possa essere condivisa da tutti.

Monsignor Athanasius Schneider è il segretario generale della Conferenza episcopale del Kakakistan e autore del libro “Dominus Est. It is the Lord: Reflections from a Bishop in Central Asia on Holy Communion” (Newman House Press, 2009), in cui parla di come ricevere l’Eucaristia in maniera appropriata.

Nato in Kirghizistan, dove i suoi genitori tedeschi erano stati esiliati dal regime comunista. Nel 1973 è migrato in Germania, trasferendosi dopo poco in Austria per entrare nel monastero dei Canonici regolari della Santa Croce.

Monsignor Schneider insegna teologia al Seminario Mary, Mother of the Church di Karaganda sin dal 1999. La sua ordinazione episcopale è avvenuta a Roma il 2 giugno 2006.

In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, il Vescovo parla della sua esperienza nella Chiesa cattolica mentre viveva sotto il regime comunista, del percorso che lo ha portato fino al suo attuale incarico, e delle necessità della comunità in Kazakistan.

Quando si sente parlare del Kazakistan non si pensa immediatamente ai cattolici, ma in effetti la Chiesa cattolica ha radici profonde in quel Paese. Ci può parlare della storia della Chiesa cattolica in Kazakistan?

Mons. Schneider: Vorrei precisare: non la Chiesa cattolica in sé, ma il Cristianesimo stesso ha radici molto profonde.

Già nel III e IV secolo vi erano segni del Cristianesimo in Asia centrale e nel Medioevo vi sono stati anche missionari di rito latino. Ma la grande presenza del Cristianesimo e soprattutto dei cattolici è legata al regime di Stalin.

Alla fine degli anni ’30 Stalin ha fatto deportare milioni di europei in Kazakistan, che è diventato un enorme campo di concentramento in cui improvvisamente si sono ritrovati quasi mezzo milione di cattolici.

Questa presenza era tuttavia caratterizzata dalla sofferenza e la Chiesa poteva esistere solo se clandestina.

Lei è tedesco. Come è arrivato in Kazakistan?

Mons. Schneider: I miei genitori facevano parte degli insediamenti tedeschi nel Mar Nero, vicino Odessa. Verso la fine della Seconda guerra mondiale, le forze armate tedesche hanno preso tutta questa gente – 300.000 persone – e l’hanno portata a Berlino per proteggerla dai russi.

E quando l’esercito russo ha occupato Berlino questa gente è stata ripresa e messa ai lavori forzati, dislocandola in tre luoghi: Kazakistan, Siberia e gli Urali.

I miei genitori sono finiti tra i monti degli Urali. Sono stati costretti a lavorare lì ed è un miracolo che siano sopravvissuti. Quando sono stati liberati si sono spostati in Asia centrale, che allora faceva parte dell’Unione Sovietica. Sono andati nell’attuale Kirghizistan, una piccola Repubblica ai confini con la Cina, poco al di sotto del Kazakistan.

Lì sono nato io e ho vissuto la mia infanzia. Poi, dal Kirghizistan ci siamo trasferiti in Estonia, che era ancora parte dell’Unione Sovietica. Lì ho vissuto per quattro anni.

Avevamo una chiesa a 100 chilometri di distanza e solo lì potevamo andare a Messa.

Ogni domenica percorrevate 100 chilometri?

Mons. Schneider: Una volta al mese, perché non ce lo potevamo permettere. Eravamo quattro figli più i genitori.

Come vi spostavate, in macchina?

Mons. Schneider: In treno. Ma anche così era pericoloso, perché a quel tempo il governo comunista vietava ai bambini di partecipare alla Santa Messa.

Solo gli adulti potevano andare, ma noi eravamo quattro bambini. Allora i miei genitori decisero di prendere il primo treno della mattina quando era ancora buio, così da essere meno visibili. Ricordo il nostro primo viaggio; è stato per me indimenticabile.

Ero un bambino di 10-12 anni e queste escursioni e questi viaggi per partecipare alla Santa Messa erano indimenticabili. La sera prendevamo l’ultimo treno, quando il cielo era già scuro.

Queste domeniche le passavamo con il nostro parroco che aveva solo una piccola stanza – non una casa, ma solo una piccola stanza, che era al contempo la sua cucina, camera da letto e libreria. Le trascorrevamo lì perché eravamo la famiglia che veniva da lontano.

Lì ho fatto la mia prima confessione e la Prima Comunione con questo santo sacerdote che era anche stato imprigionato a Karaganda in precedenza.

Quando era in Brasile il suo superiore l’ha mandata a Roma per proseguire gli studi: il dottorato in patrologia[1]. Durante il suo soggiorno a Roma è stato nominato consigliere generale dell’Ordine e sognava sempre di tornare in Brasile al termine del mandato. Ma poi ha incontrato qualcun altro, che le ha fatto dare una svolta alla vita?

Mons. Schneider: Sì, qualcuno mi ha detto che c’era un sacerdote che era appena arrivato dal Kazakistan (io non ero mai stato in Kazakistan, ero stato in Kirghizistan). E mi è stato detto che voleva parlare con me. Non conoscevo questo prete, né lui conosceva me.

Però mi disse: “Abbiamo istituito un seminario a Karaganda e non abbiamo insegnanti. Potrebbe venire ad aiutarci?”. E così mi ha invitato.

Come descriverebbe la fede della gente?

Mons. Schneider: La fede della gente è caratterizzata dal dolore per i nostri martiri – testimoni della fede, e dalla situazione di persecuzione della Chiesa. La gente quindi cerca di mantenere viva questa vede, di viverla, di dare grande valore ai sacramenti, alla sacralità, alla dignità del sacerdote.

L’ex Unione Sovietica ha sofferto 70 anni di ateismo di Stato. Sono ancora visibili le ferite dell’ateismo di Stato nel cuore della gente?

Mons. Schneider: Come conseguenza di questo ateismo, che era intrinsecamente materialistico, si sono distrutti il soprannaturale, i valori spirituali. Per esempio, l’alcolismo si è diffuso ancora di più, perché la vita della gente non aveva senso senza spiritualità, senza valore spirituale.

Si è creato un vuoto, che è cresciuto nei tempi del Comunismo. La famiglia è stata distrutta dal materialismo; si sono diffuse pratiche come il divorzio e l’aborto.

Questo materialismo ha distrutto il senso dei valori spirituali.

Lei ha scritto il libro “Dominus Est. It is the Lord: Reflections from a Bishop in Central Asia on Holy Communion”, nel quale sostiene l’opportunità di riconsiderare la modalità di ricevere la Comunione con le mani e se non sia meglio di riceverla, come in passato, direttamente in bocca e stando in ginocchio. Come è arrivato a questa considerazione?

Mons. Schneider: Per me non è una novità. L’ho vissuta durante tutta la mia vita. Ricevevo la Santa Comunione durante la persecuzione, e questa devozione era per me del tutto naturale.

Mi veniva detto che lì era realmente presente Dio. Era quindi del tutto naturale inginocchiarsi davanti al “Santissimo”.

Anche mia madre la viveva così, ai tempi della persecuzione. Una volta ha salvato un sacerdote dalla polizia, negli Urali dove era stata deportata. Quando poi quel prete doveva partire, mia nonna che era molto malata ha chiesto a mia madre di farsi lasciare dal prete un’ostia consacrata, per poter ricevere la Santa Comunione in punto di morte. Il sacerdote disse: “Sì, vi lascio un’ostia consacrata, ma a condizione che voi la amministriate con la più grande deferenza possibile”.

Mia madre poi diede la Santa Comunione a mia nonna e per farlo si mise un paio di guanti nuovi, per non toccare l’ostia con le mani nude. Non osava toccare il Santissimo Sacramento con le sue mani nude e utilizzò un cucchiaio per amministrarla.

Questo sentimento era così profondo e così naturale per noi, che quando siamo arrivati e abbiamo visto le chiese occidentali, più che sorpresi, eravamo addolorati nell’anima. Non giudico la persona che riceve la Comunione nelle mani: questa è un’altra questione, perché può comunque riceverla così, con la stessa deferenza e lo stesso amore. Ma giudico invece la situazione oggettiva di distribuire così la Santa Comunione. È innegabile che vi sia stata una banalizzazione; come distribuire fette di torta.

Questo è il Signore. Quando il Signore risorto è apparso alle donne e queste lo videro, si inginocchiarono.

Caddero in ginocchio.

Mons. Schneider: Caddero in ginocchio e lo adorarono.

E anche gli Apostoli fecero lo stesso quando il Signore salì al Cielo. Perché non dovremmo noi fare lo stesso?

Ecco il Signore, realmente presente come è stato per millenni nella Chiesa cattolica. Perché dovremmo cambiare questo?

Che appello vorrebbe fare ai cattolici? Quali sono le necessità della Chiesa in Kazakistan?

Mons. Schneider: Certamente l’appello a pregare. Perché le preghiere sono il dono più prezioso che possiamo fare gli uni agli altri, in solidarietà con la Chiesa locale, che è molto lontana e in una situazione difficile. Abbiamo pochissime risorse umane e materiali. Chiediamo preghiere per le vocazioni sacerdotali locali.

Abbiamo bisogno di un clero locale, perché solo allora la Chiesa potrà mettere radici. E, per favore, se è possibile, sosteneteci nello sforzo di costruire più chiese, per rendere la Chiesa più visibile in questa parte del mondo in cui viviamo, come segno di evangelizzazione.

Siamo grati per tutti questi segni di fraternità e di solidarietà.

NOTE

[1] Patrologia deriva dal latino (pater) e dal greco (logos). In termini teologici, è lo studio della persona del Padre. Essa consiste nello studio teologico della sua qualità di Dio Padre, dei suoi attributi essenziali che compongono il suo essere Dio, come l’onniscenza, l’onnipotenza, ecc., e della sua rivelazione nell’Antico e nel Nuovo Testamento. (Glossary of Theologically useful terms)

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Per maggiori informazioni: www.WhereGodWeeps.org