da Baltazzar | Dic 1, 2010 | Cultura e Società, Libri, Testimonianze
Il noto commentatore della tv irlandese John Waters racconta il ritorno alla fede e l’emersione dalla cultura dominante • Amico degli U2, già legato alla star Sinead O’Connor, ora afferma: «C’è qualcosa di sbagliato in una visione culturale che schiaccia colui che cerca la via per l’Infinito»
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Avvenire del 27 novembre 2010
Prima la triste vicenda degli abusi sessuali di minori da parte di preti cattolici, con la forte opera di espiazione promossa da Benedetto XVI, ora la crisi finanziaria col rischio di ‘bancarotta pubblica’. Questi due fatti hanno riacceso le luci della ribalta sull’Irlanda, paese considerato ‘tout court’ cattolico. La nazione ‘verde’ è un esempio emblematico di un certo cattolicesimo ‘popolare’, ma stretto nella morsa di una tradizione che non interloquisce più con il popolo e un mainstream culturale progressista, che svilisce la religione nel suo afflato di verità. In questa tenaglia è caduto (ma si è pure liberato), John Waters, uno dei giornalisti e commentatori più apprezzati a Dublino, arrivato a scrivere dopo un’esistenza avventurosa in cui ha fatto diversi lavori manuali (magazziniere, benzinaio, …), amico degli U2 e già compagno di Sinead O’Connor, la celebre e trasgressiva pop star. Quella di Waters è una vita «da profugo a pellegrino», come recita il sottotitolo della sua appassionante autobiografia Lapsed Agnostic (Marietti, pagine 230, euro 22), sentenza che gioca sull’ambiguità del termine ‘lapsed’, ‘rinnegato’, usato di solito da chi si allontana dalla fede.
Nella vicenda di Waters si nota la parabola di molta intellighenzja europea rispetto al cattolicesimo, transitata dagli sberleffi giovanili del ’68 alla sofferta decisione di ritornare a casa: «Mi ha colpito molte volte il pensiero che nasciamo con un senso di Dio, ma poi veniamo convinti dal mondo e da noi stessi che è troppo bello per essere vero. Ci vogliono anni di punizione per ridurci a una condizione a causa della quale non ci viene lasciata altra opzione se non quella di riscoprire questo senso perduto». Il j’accuse di Waters (già intervenuto al Meeting di Rimini grazie alla conoscenza ‘libraria’ con don Giussani) è ferocemente ironico verso quella che lui chiama ‘generazione Peter Pan’, gli ex sessantottini ora ascesi nelle stanze del potere, culturale, mediatico, politico. Per i quali «Dio, essendo loro imposto da una generazione che sono giunti a disprezzare, dovrebbe essere abolito». Così nascono altri idoli, ad esempio «l’ossessione per la giovinezza» o la «cultura orizzontale» invece di quella «verticale», basata solo su «musica pop, film, televisione». Ma la morte di Dio, o meglio «l’assassinio di Dio perpetrato nella cultura postsessantottina», non ha liberato l’uomo: «La responsabilità grava solo sulle mie spalle, e questo mi provoca un’ansia e una paura così intollerabili che non sono capace di fare neanche le cose più ordinarie senza incappare in ulteriori fonti di stress». Profetiche, rispetto alla crisi economico-finanziaria di questi giorni nella terra di San Patrizio, queste parole del commentatore: «Benché godiamo di una maggiore ricchezza, di cure sanitarie più avanzate, di un ambiente più sicuro e di un assortimento di congegni risparmia-fatica più vasto che mai, una serie di ansie ostacola la crescita della vera soddisfazione. Enormi guadagni in termini di ricchezza materiale non hanno conseguito alcun aumento significativo di felicità». L’angoscia, per Waters, ha avuto il volto della dipendenza dall’alcol fino ai 35 anni: «Tutti gli alcolisti hanno ceduto alla tentazione di togliere Dio dal Suo trono e di sedercisi loro». Dal rifiuto della bottiglia per l’editorialista dell’ Irish Times è iniziato un cammino di conversione che l’ha portato a una drammatica confessione di fede: «La mia esperienza mi dice che possiamo giungere a Dio solo non credendo in Lui. Possiamo trovarLo solo quando lo abbiamo rifiutato e siamo tornati, abbattuti, alla disperata speranza di esserci sbagliati». Dalla sua esperienza Waters trae poi linfa per nuovi giudizi circa il valore pubblico della religione. Ne è prova Soggetti smarriti (Lindau, pagine 312, euro 26), un poderoso saggio in cui il commentatore d’Irlanda riflette su «come siamo diventati troppo intelligenti per ricercare Dio e il nostro stesso bene». L’autore prende a testimone il grande dissidente cecoslovacco Vaclav Havel, il quale soleva dire: «Io ho la fede, una condizione di apertura costante e produttiva, un continuo interrogarsi, il bisogno di ‘sperimentare il mondo’ ancora e ancora». Come i credenti devono rispondere alla sfida di un mondo post-secolare? Andando «oltre la consolazione» (titolo originario del testo di Waters) e offrire la speranza: «C’è qualcosa di sbagliato nella nostra cultura se consente a qualcuno di rivendicare come razionalità superiore una interpretazione della realtà basata solo sullo scetticismo, sul pessimismo, sul cinismo e sulla disperazione. Ogni giorno questo rumore di fondo culturale schiaccia l’individuo in cerca di una via per esprimere la sua dimensione infinita. Il risultato è una popolazione che ha fame di qualcosa che non sa più esprimere, avendo perso le parole con cui sperare».
da Baltazzar | Nov 25, 2010 | Chiesa sofferente, Cultura e Società, Testimonianze
Operato a due anni dal pogrom in Orissa. «Ora passerò il resto della mia vita a predicare» • Non poteva permettersi l’intervento chirurgico. Grazie al suo racconto davanti ai «tribunale nazionale del popolo» allestito a New Delhi, c’è stata una mobilitazione per lui. E una struttura cattolica l’ha accolto
di Anto Akkara
Tratto da Avvenire del 24 novembre 2010
«Adesso sono in Paradiso». Junos Nayak, l’ex poliziotto del martoriato distretto indiano di Kandhamal (nello Stato dell’Orissa) non ha avuto altre parole per esprimere la propria riconoscenza.
Le ha pronunciate al risveglio, dopo l’intervento chirurgico a cui è stato sottoposto al Jubilee mission medical college hospital, il principale ospedale cattolico dello Stato meridionale di Kerala. È stato infatti solo grazie alle cure gratuite offerte dal centro medico guidato dall’arcidiocesi di Thrissur che il sessantaduenne Nayak ha potuto veder rimossi tre dei proiettili che aveva portato in corpo per due anni, dopo essere sopravvissuto agli attentati anticristiani portati a termine nella giungla dell’Orissa nel 2008. Gli attacchi ai cristiani, che hanno colpito il Kandhamal per settimane in seguito all’uccisione del religioso indù Swami Lakshmanananda Saraswati, il 23 agosto di due anni fa (di cui sono stati falsamente accusati i fedeli della Chiesa, mentre la responsabilità è probabilmente dei ribelli maoisti), hanno fatto almeno 93 vittime, lasciato 350 chiese e istituzioni cristiane profanate o burciate e oltre seimila abitazioni saccheggiate o distrutte, creando – secondo la Corte suprema federale – oltre 50mila rifugiati. È per narrare le proprie vicissitudini davanti al Tribunale nazionale del Popolo sul Kandhamal che Nayak, insieme a altre decine di vittime, è stato portato a New Delhi dove, tra il 22 e il 25 agosto scorsi – in occasione del secondo anniversario della violenza anti-cristiana pianificata – si sono organizzati tribunali pubblici presieduti da importanti giuristi e attivisti sociali, con lo scopo di attirare l’attenzione nazionale sull’ingiustizia e la continua sofferenza dei cristiani perseguitati.
Era il 30 agosto 2008 quando il fratello maggiore di Nayak, Lalji, morì in seguito alle ferite riportate e sua cognata, Mandakini, perse la ragione a causa della frattura del cranio. Il poliziotto – in pensione dopo essere stato ferito in un attentato da parte di ribelli maoisti – riuscì miracolosamente a sopravvivere ai proiettili durante il tentativo di sfuggire ai fanatici. Ai genitori di Nayak, che avevano abbracciato il cristianesimo 70 anni prima, era stato dato un ultimatum di 30 giorni per rinnegare la propria fede se avessero voluto continuare a vivere nel villaggio di Gadaguda, nei pressi di Udaigiri, nel Kandhamal. In seguito alle minacce e alle pressioni perché abiurassero la fede cristiana, una cinquantina di famiglie scelsero di abbandonare il villaggio e di rifugiarsi nella giungla, mentre migliaia di cristiani venivano trascinati a forza nei templi per essere sottoposti a cerimonie di ‘riconversione’. Non intimorita dalle minacce, la famiglia di Nayak insieme ad altre due decise invece di rimanere nel villaggio, rifiutando più volte di essere riconvertita. Il 29 agosto, alla vigilia della scadenza dell’ultimatum, decine di fanatici armati raggiunsero il villaggio e si accamparono per la notte, ma alle quattro del mattino, unitisi a fondamentalisti locali, circondarono la casa di Nayak e fecero irruzione, mentre la famiglia era raccolta in preghiera.
Ai cristiani venne data un’altra possibilità di rinnegare la propria fede e recarsi al tempio ma, al loro rifiuto, gli estremisti indù misero brutalmente in atto ciò che da settimane stavano portando a termine in altri villaggi, attaccandoli senza pietà con armi da taglio. Laji e sua moglie persero conoscenza; Nayak cercò di fuggire, ma venne colpito dai proiettili. Verso le nove del mattino, funzionari di polizia raggiunsero il villaggio e trasportarono i feriti e i cadaveri – insieme a quelli dei paesi circostanti attaccati nelle stesse ore – all’ospedale di Udaigiri.
Nayak, date le sue condizioni critiche, venne trasferito al centro medico universitario statale di Berhampur, a oltre 150 chilometri di distanza, dove però, giudicato spacciato, gli fu rifiutata l’ammissione.
L’ospedale, nonostante le insistenze del figlio – che era riuscito a a scampare all’attacco dandosi alla fuga insieme alla moglie e alla sorella all’arrivo degli assalitori –, non era in grado di occuparsi di Nayak, perché già sommerso da cristiani feriti gravemente. Il suggerimento fu quello di rivolgersi a un altro centro medico, lontano 170 chilometri, da raggiungere, però, a proprie spese.
Raccolti con l’aiuto di amici i fondi necessari a noleggiare un furgone, il poliziotto venne trasportato all’ospedale universitario di Cuttak, il maggiore dello Stato dell’Orissa, dove tuttavia la negligenza dei medici proseguì. Dopo essere stato ignorato per ore, a Nayak venne inserita una piastra d’acciaio per contenere il tessuto osseo distrutto dai proiettili – senza che questi venissero rimossi – e gli furono sommariamente ricuciti una gamba e un braccio. Dopo due settimane fu dimesso con la prescrizione di sottoporsi, a spese proprie, alla fisioterapia, con la rassicurazione che i proiettili avrebbero potuto essere estratti in un secondo tempo, al costo di cento mila rupie (pari a circa 2. 000 euro). Prospettiva impensabile per l’indigente Nayak – rimasto senza tetto e costantemente minacciato affinché rinnegasse la propria fede e ritirasse la denuncia fatta alla polizia per l’attentato contro di sé e la famiglia del fratello ucciso, quali precondizioni per tornare al suo villaggio d’origine. L’ex poliziotto non ebbe quindi alternativa che vivere alla periferia di Kandhamal, soffrendo per le ferite riportate. Nemmeno l’ospedale cristiano – dove Nayak si è sottoposto alla rimozione di tre proiettili nella gamba e all’intervento alla cataratta dell’occhio sinistro – è però intervenuto sulla mano destra, limitando le cure a un ciclo di fisioterapia. Secondo il chirurgo ortopedico Manesh Chacko, che ha operato gratuitamente l’ex poliziotto, «è un miracolo» che non si sia sviluppata alcuna infezione nonostante la disintegrazione del tessuto osseo e la presenza di così tanti frammenti di proiettile. Il fatto poi che la mano, medicata con oltre 100 punti di sutura, abbia conservato le proprie funzioni motorie «è incredibile secondo i parametri medici». Rimuovere la piastra d’acciaio e le schegge metalliche richiederebbe però un intervento molto difficile, i cui rischi non verrebbero compensati dai risultati. Anche nel caso di successo, poi, Nayak sarebbe costretto a tornare presto nella remota area del suo villaggio, dove manca la possibilità di accedere alle cure necessarie in caso di complicazioni.
L’ex poliziotto è comunque estasiato, sia per le cure ricevute sia per la sua visita nel cuore della cristianità. Fu infatti a Kerbala che nel 52 d. C. san Tommaso apostolo, arrivando sulle coste del Mar Arabico, cominciò a diffondere il cristianesimo in India.
«Cristo mi ha tenuto in vita per essergli testimone», ha spiegato Nayak, dicendo che tutte le sue sofferenze sono state compensate dall’attenzione ricevuta e dichiarando di voler «passare il resto della propria vita a predicare la fede in Cristo».
(traduzione di Loretta Bricchi Lee)
da Baltazzar | Nov 24, 2010 | Chiesa sofferente, Testimonianze
Intervista al Cardinale Husar, Arcivescovo di Kiev
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 22 novembre 2010
Kiev (Ucraina) – La Chiesa in Ucraina era destinata a scomparire. I comunisti tentarono di liquidarla nel 1946, ma i fedeli continuarono a professare la loro fede in segreto, mantenendola in clandestinità per più di 40 anni.
Lubomyr Husar, che sarebbe poi diventato esponente di spicco della Chiesa in Ucraina, è nato nel 1933 a Leopoli. Con l’insorgere del Comunismo, la famiglia è fuggita dal Paese, trovando rifugio prima in Austria e poi nel 1949 negli Stati Uniti, dove ha vissuto per 20 anni. Il giovane Lubomyr ha coltivato lì la sua vocazione, diventando prete dell’Eparchia di Stamford degli ucraini, nel Connecticut, nel 1958.
Si è successivamente trasferito in Italia, dove ha vissuto per più di vent’anni, per approdare, infine, dopo un’assenza di 46 anni, nella sua nativa Ucraina.
Oggi, all’età di 77 anni, cardinale dal 2001, è l’Arcivescovo maggiore di Kiev.
In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, il Cardinale ha condiviso le sue riflessioni sull’intervento della Provvidenza nella sua Chiesa che era “destinata a scomparire”.
I suoi genitori saranno stati, sicuramente, un esempio per lei. Ha sempre desiderato o sentito la vocazione?
Cardinale Husar: In effetti l’ho sentita molto presto. Credo che già prima dei 10 anni avevo in qualche modo il desiderio di diventare sacerdote. Poi, ovviamente, durante la guerra era molto difficile. Poteva essere solo un sogno da coltivare. Ma quando la guerra è finita e ci siamo trasferiti negli Stati Uniti, nel 1949, è stato possibile realizzare quel sogno e sono entrato in seminario a tre settimane dal nostro arrivo.
E’ accaduto qualcosa in particolare quando aveva 10 anni o c’è stata una persona che ha suscitato in lei questo desiderio per il sacerdozio?
Cardinale Husar: Credo che sia stato il buon esempio dei preti della chiesa che la mia famiglia solitamente frequentava. La chiesa era gestita dai padri redentoristi che lavoravano con grande zelo. Predicavano molto bene e si prendevano cura dei fedeli che andavano in chiesa. Da giovane facevo parte della comunità dedicata alla Santa Vergine, nella quale i padri redentoristi ci riunivano e ci guidavano. Sono certo che questo ha in qualche modo avuto a che fare con la mia vocazione.
Lei è ora responsabile dei greco-cattolici non solo in Ucraina, ma anche nella diaspora e molti di loro si trovano negli Stati Uniti. Secondo lei la Provvidenza l’ha portata negli Stati Uniti così presto perché potesse conoscerne la cultura e la gente?
Cardinale Husar: Sono convinto che il movimento che si è verificato nella storia della nostra Chiesa, negli ultimi – diciamo – 130 anni, sin dai tempi in cui vi è stata la prima ondata di emigrazioni negli Stati Uniti – ovvero negli ultimi due decenni del XIX secolo –, che si è poi ripetuta dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale, sia stato in qualche modo provvidenziale. Il fatto che la nostra Chiesa si sia stabilita nell’America del nord e del sud, sopravvivendo a quei difficili anni di persecuzione nella Madrepatria, ci ha aiutato moltissimo. Credo che oggi si stia verificando una nuova ondata di emigrazioni negli Stati Uniti e in Canada, dove le persone trovano chiese che esistono ormai da un secolo.
Credo anche e sento che sia provvidenziale il fatto di poter servire l’intera comunità. Non solo la nostra comunità, aiutandola a mantenere la fede e la tradizione, ma che possiamo testimoniare anche ad altri l’effettiva cattolicità della Chiesa, la grandezza della Chiesa, la sua capacità di esistere in diverse culture e lingue e credo che anche questo sia un’azione della divina Provvidenza.
Lei è tornato in Ucraina solo dopo la fine del Comunismo. Qual è stata la sua prima impressione al suo ritorno in Ucraina?
Cardinale Husar: Ho visitato l’Ucraina per la prima volta nel 1990, per un breve periodo: solo per 10 giorni. Ho conosciuto sacerdoti e laici. La mia impressione è stata in qualche modo contrastante, perché da un lato vedevo persone che erano riuscite a superare un periodo molto, molto difficile, e dall’altro vedevo che queste persone, proprio a causa di ciò che avevano passato, ne erano rimaste molto influenzate negativamente.
Ora mi trovo in Ucraina da quasi 15 anni e rimango impressionato – non tutti i giorni, ma quasi tutti i giorni – nello scoprire sempre qualcosa di nuovo sulla realtà passata e sugli effetti e le conseguenze che questa ha lasciato nel cuore delle persone.
Il partito comunista, sostenuto dallo Stato comunista, ha cercato caparbiamente e in modo molto sottile di cambiare le persone, di cancellare in loro il ricordo di essere creature di Dio e di convincerle veramente di essere creature dello Stato, di essere completamente dipendenti dallo Stato. In altre parole, ha cercato di rivestirli di una diversa natura e di un diverso senso morale. Di questo ne vediamo ancora oggi le tracce, anche se molta gente, grazie a Dio, ha mantenuto la fede e va numerosa in chiesa. Ma non è facile per loro vivere quotidianamente la vita cristiana, perché sono stati educati diversamente, in modo contrario ai principi della morale cristiana.
Qual è la ferita più profonda e persistente che il Comunismo ha lasciato nei cuori o nella spiritualità della gente?
Cardinale Husar: Non saprei identificarne una in particolare, o quella peggiore, ma in generale direi che è la mancanza di fiducia nella gente, nei vicini e persino negli stessi membri della propria famiglia, perché l’intero sistema era costruito sulla paura e sulla diffidenza verso l’altro.
Lei ha detto una volta che “il problema è che l’Oriente – la tradizione bizantina – non conosce l’Occidente, la Chiesa latina, e che l’Occidente non conosce l’Oriente”. Cosa intendeva dire con questo?
Cardinale Husar: Il senso è praticamente quello letterale: che l’Europa occidentale, di cultura latina, e l’Europea orientale, sostanzialmente di cultura bizantina, non si conoscono tra loro, semplicemente a causa di circostanze storiche in cui non vi è stato un interscambio sufficiente.
Due possono esserne le cause. Una, di natura esterna, che riguarda la situazione politica, la divisione politica tra l’Europa occidentale e quella orientale, che era del tutto ovvia durante la Guerra fredda: la cortina di ferro. Questa mentalità da “cortina di ferro” potrebbe essere fatta risalire ai passati decenni ma anche secoli scorsi.
Il secondo aspetto è che l’Europa occidentale, di cultura latina, è anche una cultura cattolica, mentre nell’Europa orientale, per via delle circostanze che si sono sviluppato nel corso dei secoli, la cultura bizantina si è identificata principalmente in quelle che vengono chiamate le tradizioni ortodosse. Parlo qui di ortodossia in senso confessionale. Questo ha ostacolato l’interrelazione tra queste due culture, che oggi conosciamo come quella orientale e quella occidentale.
Il Papa Giovanni Paolo II ha parlato dei due polmoni dell’Europa: quello bizantino o ortodosso e quello cattolico. Che doni può apportare la Chiesa latina a quella bizantina, e quella bizantina, o di tradizione ortodossa, alla Chiesa cattolica?
Cardinale Husar: Qui occorre fare un po’ di chiarezza, perché gli aspetti orientale e occidentale – i due polmoni, come ha detto lei – non dovrebbero essere così univocamente identificati in quello cattolico e quello ortodosso. La maggioranza dei fedeli in Oriente è ortodossa e la maggioranza di quelli in Occidente è cattolica, ma esistono anche i cattolici nelle tradizioni orientali, quindi non dovremmo identificarli in modo così univoco.
Ciò a cui si riferiva il Santo Padre è l’interscambio di doni, in termini spirituali. Credo che esistano alcuni aspetti in Occidente e in Oriente che, se entrambe le parti li conoscessero, comporterebbero un reciproco arricchimento. Non posso qui identificarli con precisione, ma in generale uno di questi è la fede. E credo che dovremmo essere consapevoli del fatto che, sebbene abbiamo due polmoni, vi è sempre un solo cuore, e che quel cuore è Gesù Cristo che è riconosciuto dalle diverse culture in modi un po’ diversi, ma che sostanzialmente è lo stesso Gesù Cristo sia per l’Occidente che per l’Oriente. Vi sono accenti diversi e credo che questi accenti debbano essere studiati e debbano essere posti come espressione di questo scambio reciproco di doni.
Lei ha conosciuto padre Werenfried, il fondatore di Aiuto alla Chiesa che soffre. Ci può dire qual è stata l’importanza di Aiuto alla Chiesa che soffre nella storia della Chiesa greco-cattolica e qual è tutt’oggi la sua importanza?
Cardinale Husar: Tra gli anni Sessanta e Ottanta il lavoro di padre Werenfried e di Aiuto alla Chiesa che soffre, l’organizzazione da lui fondata, direi che è stato di grande amore alla nostra Chiesa, poiché ci ha aiutato quando ciò non riscuoteva consenso tra la gente.
Noi eravamo destinati a scomparire; eravamo stati liquidati. Pubblicamente non se ne poteva parlare, ma ciò nonostante padre Werenfried ci ha voluto dare tutto l’aiuto che era possibile in quei giorni di persecuzione. Credo che in questo senso – oltre a tutto l’aiuto materiale che ci ha offerto – l’aiuto morale, questa fede nella nostra Chiesa, nella sua esistenza e nella sua futura risorgenza, sia stato di un’importanza capitale per noi.
Oggi la situazione è diversa. Oggi Aiuto alla Chiesa che soffre, per esempio, ci aiuta ancora molto in certi progetti. Uno dei progetti più grandi è quello dell’Università cattolica ucraina, l’unica università cattolica nell’ex Unione sovietica.
Quando il Santo Padre Giovanni Paolo II è venuto in Ucraina nel 2001, è passato lungo il lato dove c’era il seminario e la facoltà di teologica, alla presenza dei rappresentanti dell’Università. Tra questi vi era padre Werenfried e il Santo Padre lo ha ringraziato proprio per ciò che ha fatto per noi. Credo che, in questo senso, nel contesto attuale che consente alla nostra Chiesa di essere libera e di svilupparsi, il lavoro di padre Werenfried trovi la sua continuazione.
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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.
da Baltazzar | Nov 9, 2010 | Libri, Segni dei tempi, Testimonianze
Parla l’autore del nuovo libro, José María Zavala
di Carmelo López-Arias
MADRID, lunedì, 8 novembre 2010 (ZENIT.org).- E’ stato pubblicato in Spagna il libro “Padre Pío. Los milagros desconocidos del santo de los estigmas” (“Padre Pio. I miracoli sconosciuti del santo delle stimmate”, LibrosLibres), in cui l’autore, José María Zavala, ha raccolto testimonianze di conversioni e guarigioni sperimentate per sua intercessione.
“Non avevo mai provato tanto desiderio di condividere un’esperienza che mi ha cambiato per sempre”, ha affermato l’autore in questa intervista concessa a ZENIT, ricordando che la canonizzazione di Pio da Pietrelcina (1887-1968), nel 2002, ha battuto tutti i record di fedeli nella storia.
Come viene ricordato Padre Pio nel convento di San Giovanni Rotondo, dove ha trascorso quasi tutta la vita?
José María Zavala: Con immenso affetto. Ci sono fedeli che continuano a percepire l’intenso profumo delle sue stimmate come il miglior segnale del fatto che non li abbandona mai, quella stessa fragranza che ha gelato più di un incredulo.
Sono vive ancora molte persone che hanno avuto uno stretto rapporto con lui?
José María Zavala: Sono poche, ma ho avuto la grande fortuna di intervistarle, come nel caso di suor Consolata, una monaca di clausura di 95 anni che mi ha accolto nel convento per riferirmi episodi tanto indimenticabili quanto sconosciuti. Non la ringrazierò mai abbastanza. Lo stesso vale per Pierino Galeone, sacerdote ottuagenario con fama di santo, che Padre Pio curò miracolosamente dopo la Seconda Guerra Mondiale, e per Paolo Covino, il cappuccino che amministrò l’Estrema Unzione a padre Pio. Tutti rompono per la prima volta il silenzio per parlare di Padre Pio in questo libro.
Esprimono qualche idea comune?
José María Zavala: Tutti concordano nel dire che ha agito come Gesù sulla terra: ha convertito i peccatori, ha guarito i malati, ha consolato gli afflitti… Ha portato la Croce per tutta la vita per redimere gli uomini dal peccato. Padre Pio sapeva molto bene che senza sacrificio personale era impossibile guadagnare anime per il Signore.
Chi è stato Padre Pio?
José María Zavala: Un dono che Dio ha fatto agli uomini in pieno XX secolo perché continuino a credere in Lui. E’ impossibile avvicinarsi con semplicità e senza pregiudizi alla sua figura e restare insensibili. Conosco molta gente la cui fede era morta per mancanza di opere e che per sua intercessione è ora molto vicina al Signore, prega ed è felice facendo felici gli altri.
C’è un rapporto tra le sue ore al confessionale e le stimmate?
José María Zavala: Tutto è un gioco d’amore, diceva. D’Amore, con la maiuscola, per il prossimo; sapeva molto bene che il meglio si compra sempre al prezzo di un grande sacrificio. Padre Pio ha vissuto “crocificato” per cinquant’annni con stimmate alle mani, ai piedi e al costato che sanguinavano ogni giorno. Una simile sofferenza morale e fisica era un mezzo infallibile per liberare molte anime dai legami di Satana. Per questo a volte trascorreva 18 ore di seguito nel confessionale.
Come un nuovo curato d’Ars…
José María Zavala: E’ in questo che si radica la grandezza di quest’uomo di Dio. San Giovanni Rotondo, dov’è vissuto ed è morto, continua ad essere oggi un’autentica via di Damasco lungo la quale migliaia di peccatori tornano al Signore. E’ il primo sacerdote con le stimmate della storia della Chiesa, e con alcuni carismi che lo rendono molto speciale, dalla bilocazione alla capacità di scrutare i cuori, che gli permetteva di leggere l’anima dei penitenti.
“Farò più rumore da morto che da vivo”, disse un giorno. Che cosa intendeva?
José María Zavala: Bisognerebbe chiederlo alle centinaia di persone in tutto il mondo che per sua intercessione continuano oggi a convertirsi e/o a guarire miracolosamente da una malattia mortale. Molti di loro apportano le proprie testimonianze toccanti in questo libro. Possiamo affermare che Padre Pio continua ad operare dal Cielo più prodigi di quando era sulla terra.
Lei riporta alcune conversioni toccanti…
José María Zavala: Gianna Vinci mi ha riferito a Roma uno di quei miracoli che lasciano a bocca aperta. In un’occasione, una donna malata di cancro pregò suo marito, agnostico, di portarla a San Giovanni Rotondo, perché aveva sentito dire che Padre Pio operava miracoli. L’uomo pose una condizione: avrebbe aspettato fuori dalla chiesa. Entrò quindi solo la donna, insieme al figlio di dieci anni.
Gianna Vinci era lì e ha visto tutto. La donna si inginocchiò al confessionale di Padre Pio mentre questi diceva al bambino di avvisare il padre. Il piccolo obbedì: “Papà, ti vuole Padre Pio!”, gli disse dalla porta. Ma quel bambino… era sordomuto! Emozionato, il padre finì per confessarsi, e la moglie guarì immediatamente.
Qual è il segreto della popolarità di questo santo?
José María Zavala: Insisto, l’Amore per gli altri. Padre Pio continua a raccogliere oggi i frutti della sua semina dal Cielo. In Italia si può percepire il grande affetto che la gente ha per questo santo. Tornando a Madrid, mentre facevo il check-in all’aeroporto, un poliziotto ha iniziato a farmi problemi, ma quando ha visto il ritratto di Padre Pio che portavo per un amico mi ha fatto passare con un sorriso. “Piccolo salvacondotto!”, ho pensato.
Padre Pio è conosciuto fuori dall’Italia?
José María Zavala: Spero che questo libro serva a farlo conoscere di più in Spagna, dove ha già fatto alcuni miracoli. In Argentina, Messico, Cile e Filippine ha sempre più devoti.
Che cosa significa questo libro nella sua bibliografia?
José María Zavala: E’ senz’altro la mia opera più importante. Non avevo mai provato tanto desiderio di condividere un’esperienza che mi ha cambiato per sempre. Dicono che quando Padre Pio eleva un’anima non la lascia più cadere. L’ho sperimentato personalmente. Invito chiunque, per quanto possa essere scettico, a conoscere quest’uomo di Dio. Gli assicuro che non resterà indifferente.
Per ulteriori informazioni, www.libroslibres.com
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
da Baltazzar | Nov 8, 2010 | Segni dei tempi, Testimonianze
Ieri in provincia di Reggio Emilia i funerali della donna che ha detto no alla chemioterapia per salvare la vita che aveva in grembo
di Davide Parozzi
Tratto da Avvenire del 7 novembre 2010
«Quando ha saputo di essere ammalata e che l’alternativa erano le cure o la vita del bambino, mia moglie non ha avuto dubbi. Ha sospeso la chemioterapia e ha aspettato che il nostro piccolo venisse alla luce. Poi ha ricominciato a curarsi ma ormai era troppo tardi». Poche parole asciutte e dignitose come è costume della gente della montagna e poi la sobrietà di un silenzio che non nasconde il dolore: Adelmo Stefanelli, 66 anni, operaio in pensione, ha dato ieri l’ultimo saluto a sua moglie Malgorzata – Margherita Burakowska, 39 anni polacca, nella chiesa di Castelnovo né Monti sulla montagna reggiana. La donna, nel 2008, ha rifiutato le cure per fare nascere il piccolo Gabriele che oggi ha 19 mesi e si è spenta stroncata da un tumore al seno. Una storia «di gente semplice e buona», spiega il parroco, don Evangelista Margini, della parrocchia della Resurrezione nella cittadina appenninica che con don Benedetto Usai e don William Neviani ha concelebrato la messa esequiale.
Una vicenda, quella di Margherita e Adelmo che comincia quando i due si conoscono, alcuni anni fa a Ligonchio, un paese a poca distanza da Castelnovo ancora più abbarbicato sull’appennino, sulla strada che porta verso il Passo del Cerreto e la Toscana. Margherita faceva la badante presso alcune famiglie del paese per mantenere sé e un altro figlio – ora 15enne – avuto in patria. Quando Adelmo e Margherita si sposano lasciano Ligonchio per Castelnuovo e qui la donna quattro anni fa, si accorse di un nodulo al seno. Le analisi confermarono la malignità della neoplasia e così Margherita iniziò le cure e la chemioterapia. Un percorso interrotto nel 2008, quando la donna si rese conto di portare una nuova vita dentro di sé. Di fronte al medico che, con estrema chiarezza, le disse che se non avesse abortito e continuato la terapia la sua sorte era segnata, la donna non tentennò. «Mia moglie racconta Adelmo Stefanelli – non ebbe dubbi. Sospese subito ogni cura decisa a sacrificare se stessa per salvare il bimbo». La famiglia, spiega ancora don Margini, è stata aiutata ed accompagnata da altre della comunità che si sono strette in un abbraccio di affetto e amicizia mano a mano che la malattia avanzava. Poco più di un anno fa il battesimo del piccolo Gabriele e poi i mesi di lotta finale con il male che avanzava inesorabile. «Negli ultimi tempi anche le cure la facevano stare male racconta ancora Adelmo -. Mangiava pochissimo ed era sempre molto debole». Lunedi la crisi definitiva e martedì mattina, in ospedale, la fine.
«Margherita – ha detto don Neviani nell’omelia del funerale – aveva fede nella vita e nella solidarietà. Ha sperato e ha creduto nel Signore che unisce e che ci dà la forza di andare avanti anche nelle difficoltà». Una fede semplice, ribadisce don Margini, ma profonda. «Margherita aveva voglia di vivere sul serio, ma ha scelto di difendere il diritto alla vita del suo bambino. Non era gente che veniva sempre in parrocchia – aggiunge il parroco di Castelnovo – ma aveva valori forti, tradizionali, comuni alla gente della nostra montagna». Quei valori su cui Margherita ha giocato la sua vita fino alla scelta del dono estremo.