Il testamento spirituale del martire Shahbaz Bhatti

“Non ho più alcuna paura dedico la vita a Gesù”
di Shahbaz Bhatti

“Il mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia.
Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l’amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio di Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.

Mi è stato richiesto di porre fine alla mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. Lamia risposta è sempre stata la stessa. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora — in questo mio battagliero sforzo di aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan — Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita.

Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese. Molte volte gli estremisti hanno desiderato uccidermi, imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Io dico che, finché avrò vita, fino al mio ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.

Credo che i cristiani del mondo che hanno teso la mano ai musulmani colpiti dalla tragedia del terremoto del 2005 abbiano costruito dei ponti di solidarietà, d’amore, di comprensione, di cooperazione e di tolleranza tra le due religioni. Se tali sforzi continueranno sono convinto che riusciremo a vincere i cuori e le menti degli estremisti. Ciò produrrà un cambiamento in positivo: le genti non si odieranno, non uccideranno nel nome della religione, ma si ameranno le une le altre, porteranno armonia, coltiveranno la pace e la comprensione in questa regione.
Credo che i bisognosi, i poveri, gli orfani qualunque sia la loro religione vadano considerati innanzitutto come esseri umani. Penso che quelle persone siano parte del mio corpo in Cristo, che siano la parte perseguitata e bisognosa del corpo di Cristo. Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarLo senza provare vergogna”.
(a cura di M.Antonietta Calabrò, per gentile concessione della Fondazione Oasis e di Marcianum press)
da Corriere della Sera

Silvia e l'aborto. E poi fuori a riveder le stelle

di Giorgio Gibertini
Tratto da La Bussola Quotidiana il 2 marzo 2011

Sabato scorso, ricevendo in assemblea i membri della Pontificia Accademia per la vita, Papa Benedetto XVI ha dapprima parlato dell’aborto come inganno per la vita e per la donna (soprattutto quello terapeutico), quindi ha richiamato i medici al proprio impegno per la vita e la società tutta a un impegno maggiore verso le mamme che hanno abortito.

In Italia della sindrome post-abortiva si occupano saltuariamente molti Centri di aiuto alla vita, magari appoggiandosi direttamente a qualche psicologa locale, e sistematicamente associazioni quali La Vigna di Rachele e Il Dono.

Proprio grazie a Il Dono incontriamo Silvia, 34 anni, nella sua città, Milano: un aborto alle spalle, un futuro davanti «perché la morte non abbia l’ultima parola», come continua ripeterci con le parole, e lo sguardo, durante l’intervista.

Non volevi pregiudizialmente bambini o hai deciso l’aborto dopo aver scoperto di essere incinta?
Mi ero sempre proclamata contraria all’aborto, ma quel test positivo era talmente inatteso che, pochi minuti dopo aver visto il risultato, alla domanda fatta tra me e me “e adesso?” quel pensiero si è insinuato, quasi ovvio, tra un palpito del cuore e l’altro: “Prima di tutto devo dirlo a lui. E comunque, si può sempre interrompere”.

Quando hai scoperto di essere incinta che sensazioni hai vissuto?
Lo stupore ha prevalso su tutto: avevo vissuto un solo momento d’intimità negli ultimi anni, in occasione di un incontro con il mio ex ragazzo. E quella sera sono rimasta incinta. Allo stupore son seguiti a breve la paura e la confusione…

La scelta dell’aborto l’hai condivisa con il padre di tuo figlio o sei stata lasciata sola?
Ero stupita e un po’ spaventata da qualcosa di tanto grande e tanto lontano dai miei programmi. Ho cercato rassicurazioni, ma le ho cercate nel posto sbagliato: lui da subito non ne ha voluto sapere. Ma quel che è peggio, a posteriori, è che non si è fatto da parte subito: voleva che io mi convincessi che l’aborto era la scelta migliore, per me, per lui, persino per il bambino. Abbiamo passato notti intere a parlare e mi sembrava che, per quanto dolorose, le sue ragioni fossero ragionevoli. Quanto a me, alternavo momenti in cui tutto sembrava chiaro a favore dell’interruzione della gravidanza ad altri in cui ogni cosa sembrava ugualmente chiara ma dire il contrario, tanto che una volta chiamai l’ospedale per annullare tutto. Però ritelefonai due giorni dopo, convinta che quella non fosse la scelta migliore, ma l’unica possibile. Mi sentivo sola, confusa e angosciata, e volevo che tutto passasse. Volevo solo che la mia vita tornasse come prima.
Lui mi ha accompagnato in ospedale, c’era prima e dopo l’intervento. Dopo ha iniziato a sparire. Più stavo male io, più si allontanava lui. Eravamo amici da 16 anni, avevamo alle spalle una storia di 2, credevo ci fosse un legame forte fra noi. Non l’ho più sentito.

Cosa ti ha fatto rinascere?
La mia rinascita è avvenuta nelle mani di Dio, che si è manifestato in più persone e in più momenti. Di questo non sarò mai grata abbastanza. Un ruolo chiave l’hanno avuto, in modi diversi, un amico sacerdote, una psicologa, e soprattutto le donne e gli uomini de “Il Dono”. Con loro sono stata aiutata a fare verità, non solo sul mio aborto, ma sulla mia vita, perché ho capito che il mio “no” a quel figlio inatteso veniva da lontano. Non era un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di tanti altri rifiuti, il gesto logico di una mentalità che, fino ad allora, non sapevo appartenermi.

Il Papa ha invitato i medici a non ingannare le madri con l’aborto. Anche per te l’aborto è un inganno?
Sì, perché a chi lo compie sembra l’unica strada percorribile e invece c’è sempre un’altra via. È un inganno perché chi lo compie pensa di riportare le cose come prima, ma un figlio cambia sempre la vita. E un figlio che ti entra sempre più nel cuore e nell’anima, ma che non potrai mai veder crescere e abbracciare, e questo per tua scelta, è qualcosa che la stravolge la vita.

Quanto potrebbero fare i medici e quanto avrebbero potuto fare per te?
Potrebbero fare molto. Anche indirizzando le donne che si rivolgono a loro verso associazioni ed enti in grado di ascoltarle con pazienza e attenzione. Nel mio caso, anche se alla visita piangevo come una fontana, la risposta glaciale che ebbi al mio «non sono sicura di volerlo fare», fu un secco «non è un mio problema». Il medico che avviò l’iter non mi chiese neppure i motivi del mio rivolgermi a lui. Penso che sarebbe stato importante sentirmi accolta e ascoltata con i miei timori e i miei dubbi.

A una madre che oggi si trova nella tua situazione di allora cosa diresti?
Prima di tutto le farei le congratulazioni! Cercherei di spostare la sua prospettiva: dal considerare quella novità come un problema da risolvere al vederla un’opportunità di gioia. E prima di qualunque consiglio, la ascolterei, mi metterei al suo fianco, le direi: “Parliamone. Come ti senti, cosa ti preoccupa, quali sono i tuoi pensieri?”. Promettendole che non resterà sola…

La sindrome post-abortiva è poco studiata, ma esiste. Come stai “sopravvivendo” al tuo aborto?
Dopo l’aborto avrei voluto morire. Provavo un dolore, un senso di vuoto e un senso di colpa così grandi che pensavo che continuare a vivere fosse un inferno. Il cammino umano e di fede co “Il Dono” e col mio padre spirituale ha accompagnato la mia conversione: mi hanno insegnato che con il dolore, e con un’altra morte, benché non fisica, non avrei rimediato al mio sbaglio, non avrei restituito la vita a mio figlio, né avrei onorato la memoria della sua breve esistenza. Mettere in pratica invece tutto quello che grazie a lui ho imparato e imparo ogni giorno, mettermi in gioco per diventare una persona migliore, mettermi alla scuola dell’Amore per vivere una vita piena e autentica, questo posso farlo, e farlo per lui. Perlomeno ci provo. Il sacramento della Riconciliazione è stato una tappa fondamentale perché si compisse la trasformazione del mio sguardo.

Silvia e l’aborto. E poi fuori a riveder le stelle

di Giorgio Gibertini
Tratto da La Bussola Quotidiana il 2 marzo 2011

Sabato scorso, ricevendo in assemblea i membri della Pontificia Accademia per la vita, Papa Benedetto XVI ha dapprima parlato dell’aborto come inganno per la vita e per la donna (soprattutto quello terapeutico), quindi ha richiamato i medici al proprio impegno per la vita e la società tutta a un impegno maggiore verso le mamme che hanno abortito.

In Italia della sindrome post-abortiva si occupano saltuariamente molti Centri di aiuto alla vita, magari appoggiandosi direttamente a qualche psicologa locale, e sistematicamente associazioni quali La Vigna di Rachele e Il Dono.

Proprio grazie a Il Dono incontriamo Silvia, 34 anni, nella sua città, Milano: un aborto alle spalle, un futuro davanti «perché la morte non abbia l’ultima parola», come continua ripeterci con le parole, e lo sguardo, durante l’intervista.

Non volevi pregiudizialmente bambini o hai deciso l’aborto dopo aver scoperto di essere incinta?
Mi ero sempre proclamata contraria all’aborto, ma quel test positivo era talmente inatteso che, pochi minuti dopo aver visto il risultato, alla domanda fatta tra me e me “e adesso?” quel pensiero si è insinuato, quasi ovvio, tra un palpito del cuore e l’altro: “Prima di tutto devo dirlo a lui. E comunque, si può sempre interrompere”.

Quando hai scoperto di essere incinta che sensazioni hai vissuto?
Lo stupore ha prevalso su tutto: avevo vissuto un solo momento d’intimità negli ultimi anni, in occasione di un incontro con il mio ex ragazzo. E quella sera sono rimasta incinta. Allo stupore son seguiti a breve la paura e la confusione…

La scelta dell’aborto l’hai condivisa con il padre di tuo figlio o sei stata lasciata sola?
Ero stupita e un po’ spaventata da qualcosa di tanto grande e tanto lontano dai miei programmi. Ho cercato rassicurazioni, ma le ho cercate nel posto sbagliato: lui da subito non ne ha voluto sapere. Ma quel che è peggio, a posteriori, è che non si è fatto da parte subito: voleva che io mi convincessi che l’aborto era la scelta migliore, per me, per lui, persino per il bambino. Abbiamo passato notti intere a parlare e mi sembrava che, per quanto dolorose, le sue ragioni fossero ragionevoli. Quanto a me, alternavo momenti in cui tutto sembrava chiaro a favore dell’interruzione della gravidanza ad altri in cui ogni cosa sembrava ugualmente chiara ma dire il contrario, tanto che una volta chiamai l’ospedale per annullare tutto. Però ritelefonai due giorni dopo, convinta che quella non fosse la scelta migliore, ma l’unica possibile. Mi sentivo sola, confusa e angosciata, e volevo che tutto passasse. Volevo solo che la mia vita tornasse come prima.
Lui mi ha accompagnato in ospedale, c’era prima e dopo l’intervento. Dopo ha iniziato a sparire. Più stavo male io, più si allontanava lui. Eravamo amici da 16 anni, avevamo alle spalle una storia di 2, credevo ci fosse un legame forte fra noi. Non l’ho più sentito.

Cosa ti ha fatto rinascere?
La mia rinascita è avvenuta nelle mani di Dio, che si è manifestato in più persone e in più momenti. Di questo non sarò mai grata abbastanza. Un ruolo chiave l’hanno avuto, in modi diversi, un amico sacerdote, una psicologa, e soprattutto le donne e gli uomini de “Il Dono”. Con loro sono stata aiutata a fare verità, non solo sul mio aborto, ma sulla mia vita, perché ho capito che il mio “no” a quel figlio inatteso veniva da lontano. Non era un fulmine a ciel sereno, ma l’esito di tanti altri rifiuti, il gesto logico di una mentalità che, fino ad allora, non sapevo appartenermi.

Il Papa ha invitato i medici a non ingannare le madri con l’aborto. Anche per te l’aborto è un inganno?
Sì, perché a chi lo compie sembra l’unica strada percorribile e invece c’è sempre un’altra via. È un inganno perché chi lo compie pensa di riportare le cose come prima, ma un figlio cambia sempre la vita. E un figlio che ti entra sempre più nel cuore e nell’anima, ma che non potrai mai veder crescere e abbracciare, e questo per tua scelta, è qualcosa che la stravolge la vita.

Quanto potrebbero fare i medici e quanto avrebbero potuto fare per te?
Potrebbero fare molto. Anche indirizzando le donne che si rivolgono a loro verso associazioni ed enti in grado di ascoltarle con pazienza e attenzione. Nel mio caso, anche se alla visita piangevo come una fontana, la risposta glaciale che ebbi al mio «non sono sicura di volerlo fare», fu un secco «non è un mio problema». Il medico che avviò l’iter non mi chiese neppure i motivi del mio rivolgermi a lui. Penso che sarebbe stato importante sentirmi accolta e ascoltata con i miei timori e i miei dubbi.

A una madre che oggi si trova nella tua situazione di allora cosa diresti?
Prima di tutto le farei le congratulazioni! Cercherei di spostare la sua prospettiva: dal considerare quella novità come un problema da risolvere al vederla un’opportunità di gioia. E prima di qualunque consiglio, la ascolterei, mi metterei al suo fianco, le direi: “Parliamone. Come ti senti, cosa ti preoccupa, quali sono i tuoi pensieri?”. Promettendole che non resterà sola…

La sindrome post-abortiva è poco studiata, ma esiste. Come stai “sopravvivendo” al tuo aborto?
Dopo l’aborto avrei voluto morire. Provavo un dolore, un senso di vuoto e un senso di colpa così grandi che pensavo che continuare a vivere fosse un inferno. Il cammino umano e di fede co “Il Dono” e col mio padre spirituale ha accompagnato la mia conversione: mi hanno insegnato che con il dolore, e con un’altra morte, benché non fisica, non avrei rimediato al mio sbaglio, non avrei restituito la vita a mio figlio, né avrei onorato la memoria della sua breve esistenza. Mettere in pratica invece tutto quello che grazie a lui ho imparato e imparo ogni giorno, mettermi in gioco per diventare una persona migliore, mettermi alla scuola dell’Amore per vivere una vita piena e autentica, questo posso farlo, e farlo per lui. Perlomeno ci provo. Il sacramento della Riconciliazione è stato una tappa fondamentale perché si compisse la trasformazione del mio sguardo.

Etiopia: l’1% di cattolici gestisce il 90% dell’assistenza sociale

Intervista al Vicario apostolico di Soddo-Hosanna

ROMA, lunedì, 28 febbraio 2011 (ZENIT.org).- Gli Atti degli Apostoli raccontano che uno  dei primi convertiti al Cristianesimo è stato un etiope. Già nel quarto secolo l’Etiopia aveva adottato la fede cattolica come religione ufficiale; uno dei primo Paesi ad averlo fatto. Oggi, tuttavia, i cattolici sono meno dell’1% della popolazione. Ma nonostante l’esiguo numero gestiscono ben il 90% dei programmi sociali del Paese.

In questa intervista rilasciata al programma televisivo “Where God Weeps”, realizzato da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre, il Vescovo Rodrigo Mejía Saldarriaga, Vicario apostolico di Soddo-Hosanna, spiega qual è il lavoro portato avanti dalla Chiesa.

Lei è nato, cresciuto ed è stato ordinato in Colombia. Come mai si trova in Europa?

Mons. Mejía: Sono arrivato in Africa nel 1963. Non in Etiopia, ma in Congo, all’epoca in cui era ancora annesso al Belgio, dove ho lavorato per circa 20 anni. Poi mi sono trasferito in Kenya dove sono stato missionario per 14 anni e ora sono più di 10 anni che mi trovo in Etiopia.

Qual è la cosa più difficile a cui si è dovuto adattare quando è arrivato in Africa?

Mons. Mejía: Direi che la sfida più grande è stata quella di adattarsi a due mentalità allo stesso tempo: quella africana da un lato e quella dei missionari europei dall’altra, perché ero praticamente l’unico dell’America latina e dovevo lavorare con gli europei, per gli africani.

Come descriverebbe la mentalità africana?

Mons. Mejía: La gente africana è aperta, allegra e diretta nel comunicare. È facile capire cosa pensa un africano. Gli europei, invece, sono più riservati e sono orientati più dalla testa che dal cuore.

Avendo vissuto in così tanti Paesi diversi, cosa trova di originale nella fede degli etiopi?

Mons. Mejía: Il Cristianesimo in Etiopia è fortemente segnato dalla tradizione ebraica, perché in Etiopia, prima del Cristianesimo, c’è stata una presenza ebraica. E ancora oggi vi sono tradizioni e usanze che risalgono all’Antico Testamento. Per esempio, non mangiano maiale e digiunano due volte a settimana.

Qual è il panorama religioso nell’Etiopia odierna?

Mons. Mejía: L’Etiopia è il più antico Paese cristiano e quello più convintamente cristiano di tutta l’Africa. Il 45% è ortodosso, il 4-5% è protestante, circa il 30% è musulmano e il restante appartiene alle religioni africane tradizionali. Questa è, grosso modo, la composizione religiosa del Paese.

Sebbene i cattolici rappresentino meno dell’1% della popolazione, la Chiesa cattolica gestisce più del 90% dei programmi sociali in Etiopia. Come è stato possibile?

Mons. Mejía: Credo che questo sia dovuto al generale orientamento della Chiesa cattolica alle missioni: e cioè al fatto che non andiamo ad evangelizzare solo le anime, come in passato, ma le persone. L’Etiopia è un Paese molto povero, con grandi carenze sociali, nel campo dell’istruzione e della sanità.

Di che tipo di povertà si tratta? Qual è il salario medio?

Mons. Mejía: Secondo l’indice di sviluppo umano elaborato dalle Nazioni Unite, l’Etiopia è il quarto Paese più povero al mondo, con carenze nell’istruzione, nell’alimentazione e nell’occupazione. La popolazione ammonta a più di 70 milioni di persone, il che rende l’Etiopia il secondo Paese più popoloso dell’Africa, dopo la Nigeria.

Ma non è un Paese povero di risorse agricole: ne ha in abbondanza ed è ricco di minerali. Perché non è in grado di svilupparsi?

Mons. Mejía: La terra è buona, è vero, ma l’agricoltura è gestita in modo molto, molto tradizionale. È una sorta di agricoltura di sussistenza. L’Etiopia è il Paese più montuoso dell’Africa e quindi dipende molto dall’acqua piovana. La siccità è infatti un dramma per i contadini.

Che tipo di programmi ha messo in atto la Chiesa?

Mons. Mejía: La Chiesa cattolica è riconosciuta per le sue istituzioni scolastiche, dall’asilo alla scuola secondaria e, più di recente, esiste un progetto per avviare una università cattolica nella capitale ed eventualmente nelle altre città, con diversi campus. La Chiesa cattolica è nota per il suo impegno nell’educazione perché siamo convinti che l’istruzione sia il primo passo per uscire dalla povertà.

I cristiani rappresentano il 45% della popolazione, ma esiste anche un buon numero di musulmani. Cosa pensano i musulmani del lavoro della Chiesa e della sua forte presenza, soprattutto in relazione a questo tipo di programmi?

Mons. Mejía: Storicamente l’Etiopia è sempre stata considerata – anche agli albori dell’Islam – un Paese cristiano in Africa, e loro lo hanno accettato. Durante la persecuzione contro i musulmani, e anche ai tempi di Maometto, l’Etiopia accoglieva i musulmani come rifugiati. Sin da allora, i musulmani sono stati fedeli alla promessa di rispettare l’Etiopia. È una tradizione, una tradizione orale, che vige ancora oggi.

I cristiani e i musulmani lavorano insieme in questo modo anche per il bene del Paese?

Mons. Mejía: Generalmente, sì. I musulmani non sono aggressivi e sono rispettosi. E le nostre istituzioni sociali sono aperte a tutti: ortodossi, musulmani e africani di diverse religioni.

Per esempio, nelle scuole, qual è la percentuale di studenti musulmani?

Mons. Mejía: Non ho i dati precisi. Con i più piccoli, i musulmani hanno avviato le proprie scuole coraniche. Nelle nostre scuole secondarie, direi che il 10-15% è musulmano.

Lei vede nel panorama politico delle ripercussioni dovute a questo aspetto? Ovvero, che i musulmani, essendo passati attraverso un’educazione cattolica, sono più aperti al Cristianesimo, non per convertirsi, ma certamente per collaborare insieme?

Mons. Mejía: Questo è un punto interessante, perché anche se abbiamo istituzioni cattoliche, non le utilizziamo per l’educazione cattolica in quanto tale. Almeno esplicitamente. La religione non è neanche insegnata nelle nostre scuole cattoliche.

Non vi è permesso?

Mons. Mejía: No, insegniamo religione ai cattolici delle nostre scuole, ma al di fuori del tempo scolastico e del programma scolastico, e dobbiamo seguire il programma ufficiale prescritto dal Paese.

Lei è Vescovo della diocesi di Soddo-Hosanna. Qual è per lei la sfida più grande come pastore di questa diocesi?

Mons. Mejía: La sfida più immediata è quella della siccità. Dopo essere stato nominato, abbiamo avuto cinque mesi senza pioggia. La terra è buona ma queste persone vivono sempre al livello di sussistenza e di povertà. Quando arriva una siccità come questa, sono costretti a mangiare i semi e quindi in quei momenti non hanno nulla da mangiare. Questa è la povertà vera e questa siccità è stata una delle prime sfide che ho dovuto affrontare.

Qual è l’impegno della Chiesa in questo ambito? Collabora con gli aiuti alimentari?

Mons. Mejía: Anzitutto dobbiamo lavorare con il governo locale ed essere in sintonia con loro: chiedere autorizzazioni ufficiali per importare cibo e per distribuirlo. Poi possiamo contare con la generosità della gente all’estero da cui riceviamo cibo o denaro per comprare cibo localmente. Talvolta la siccità è molto localizzata ed esiste cibo nelle altre parti del Paese. In questi casi non dobbiamo importarlo dall’estero.

Che appello si sente di fare ai cattolici sparsi nel mondo, in qualità di pastore di questa diocesi e per l’Etiopia in generale?

Mons. Mejía: L’appello più ovvio è quello di essere sensibili e di conoscere l’Etiopia molto meglio, perché sembra che l’Etiopia appaia in TV e sulla radio solo quando vi sono dei problemi: quando vi è una carestia o quando ci sono guerre e conflitti, cosa che purtroppo tende a dare un’immagine negativa dell’Etiopia. Questo è invece un Paese fantastico, che offre una varietà di culture ed è un luogo molto bello con tante cose da contemplare e ammirare.

Per i cristiani, la parola chiave è solidarietà. Solidarietà con gli etiopi, nella loro sofferenza e nella loro povertà, perché sentiamo che dopo la Guerra fredda e il crollo del Muro di Berlino, l’Europa sia più orientata verso l’Est europeo, dove vi sono nuovo mercati in cui investire, mentre l’Africa in generale e l’Etiopia vengono dimenticati.

Sul piano pastorale, quali sono le sue necessità quotidiane?

Mons. Mejía: Nel nostro vicariato abbiamo 34 asili che appartengono alla Chiesa cattolica. Questi asili non godono di rette scolastiche da parte dei bambini o delle famiglie. E oltre all’istruzione, gli forniamo anche una piccola porzione di cibo ogni giorno a metà mattinata.

Questo è l’unico pasto che ricevono?

Mons. Mejía: Praticamente, sì. Se non diamo questo pasto, gli insegnanti vedono che i bimbi si addormentano e sono molto affamati. Quindi è un grande servizio e i genitori mandano i figli all’asilo non tanto per l’educazione che ricevono ma per il cibo. Abbiamo quindi bisogno di sostegno per mantenere questi istituti e talvolta i nostri benefattori ci dicono: “vi aiutiamo all’inizio ma non per le spese correnti”. Sembra molto logico che un istituto debba essere autosufficiente, ma nel nostro contesto è molto, molto difficile, anche se cerchiamo di sensibilizzare la gente perché diano il loro contributo localmente. E lo fanno per quanto possono, ma le difficoltà restano.

————-

Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per “Where God Weeps”, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Where God Weeps: www.WhereGodWeeps.org

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org

“Desidera morire soltanto chi non si sente amato”

di Raffaella Frullone
Tratto da La Bussola Quotidiana il 24 febbraio 2011

“Chi chiede di morire, in fondo, non si sente amato, si sente un peso, non vede affetto attorno a sé. Lo capisco stando accanto a mio marito, basta un giorno in cui mi percepisce un po’ più stanca, leggermente distante e lui diventa triste. L’amore si trasforma in vita per queste persone”.

Riusciamo a parlare con Mariagrazia Corno solo in tarda serata, dopo averla cercata un giorno intero al cellulare “Sono stata in fiera ad aiutare mio figlio – racconta – poi sono tornata a casa per accudire mio marito e solo ora sono riuscita a rispondere”. Dalla voce si percepisce la stanchezza di una vita spesa per gli altri, ma insieme l’entusiasmo di chi non potrebbe o non saprebbe fare altro. Madre di 3 figli, nonna di 5 nipoti, Mariagrazia è soprattutto la moglie di Piergiorgio Corno, 67 anni, da 17 malato di sclerosi laterale amiotrofica. Ex giocatore di calcio, Piergiorgio vive con la moglie nel comasco. La chiamiamo per farci raccontare la loro vita, la lotta che ogni giorno conducono insieme, per sapere cosa pensano delle parole di chi, come Roberto Saviano e una certa parte politica, vorrebbe introdurre in Italia una legislatura di tipo eutanasico per giungere, infine, alla legalizzazione dell’ eutanasia. Ma parlare di scelte di morte con Mariagrazia ci risulta quasi impossibile perché veniamo travolti dalla sua vitalità che ci fa percepire quando le sue giornate, insieme a quelle di suo marito, siano straordinariamente intense.

Eppure stiamo parlando di sclerosi laterale amiotrofica, malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose cerebrali e del midollo spinale che permettono i movimenti della muscolatura volontaria. Una malattia invalidante, che nella sua forma più avanzata costringe il paziente a stare allettato, con gravi difficoltà di movimento, impossibilità all’uso della parola oltre che a deglutire.

“I primi sintomi – racconta Mariagrazia – sono stati legati alla parola. Mio marito faceva il rappresentante per la nostra attività vinicola e cominciava a non articolare bene i vocaboli, una cosa per lui decisamente inusuale. Quando abbiamo accertato che non si trattava di un fastidio passeggero è iniziata la trafila dei controlli, da un medico ad un altro da uno specialista all’altro fino alla diagnosi: sclerosi laterale amiotrofica. Un termine che a noi non diceva nulla, che al momento non ci ha spaventato poiché nessuno ci aveva spiegato il decorso della malattia e soprattutto, anche se lo avessero fatto non ci avremmo creduto”.

Mariagrazia e Piergiorgio decidono di consultare un cugino medico ed è allora che cominciano a intravedere il cammino lungo e difficile che avrebbero percorso: “Quando ho visto l’espressione nei suoi occhi ho intuito che la nostra vita sarebbe cambiata”. E in effetti è stato così. Mariagrazia e Piergiorgio fanno avanti e indietro dai più importanti ospedali italiani, consultano medici, scrivono a specialisti, si recano a convegni, divorano libri e navigano sul web in cerca di una cura che, inevitabilmente, non arriva. Ma non si arrendono e non escludono nemmeno la medicina alternativa, la riflessologia, nessuna strada rimane intentata ma ogni speranza – racconta oggi Mariagrazia – si trasformava inevitabilmente nell’ennesima, terribile, delusione.

Quando Piergiorgio si ammala la più giovane dei loro tre figli ha solo 15 anni, va alle scuole superiori metre i due fratelli maschi sono universitari. Accanto alle cure, si rendeva quindi necessario continuare a provvedere alle esigenze della famiglia ed ecco che Mariagrazia decide di affiancare il marito nell’attività lavorativa “Piergiorgio aveva difficoltà a camminare quindi io, piano piano, a braccetto lo accompagnavo dai clienti che nel frattempo cominciavo a conoscere”. Sarà stato un periodo molto duro, osserviamo, e Mariagrazia ci sorprende “L’anno più bello della mia vita. Stavamo sempre insieme, incontravamo clienti, andavamo a trovare gli amici. Era una cosa inusuale perché la nostra vita era stata del tutto diversa fino ad allora. Piergiorgio era fuori tutto il giorno per lavoro, il week end era impegnato con il calcio ed io sempre presa con la casa e tre figli da crescere. L’anno della malattia è stato difficile ma al contempo meraviglioso perché ci siamo presi un anno tutto per noi e lo abbiamo vissuto a pieno”.

Non sono mancati i momenti difficili. La malattia comincia presto il suo decorso, arriva la sedia a rotelle, poi la tracheotomia, il sondino naso-gastrico e con essi la necessità di strutturare meglio la casa, di rivedere le priorità della vita quotidiana, di familiarizzare con la malattia, di iniziare a comunicare in maniera diversa. Come era prevedibile Piergiorgio si scoraggia. Riesce a comunicare grazie ad un pannello trasparente sul quale sono fissati simboli, lettere o numeri e grazie a questo scrive numerose lettere. In una di queste si legge: “Nella primavera ’99 avevo deciso che non valeva la pena di continuare a lottare, anche se, nel mio intimo non ne ero convinto. Avevo i polmoni vuoti che cercavano disperatamente aria che non arrivava, ma in casa respiravo tanta aria speciale fatta di presenza di affetto e tanto amore dei tre figli e di mia moglie Mariagrazia, anche dei tanti amici, che mi hanno fatto rivedere i miei programmi. Le suppliche accorate dei miei cari: “Rimani con noi”, mi hanno commosso. In un attimo ho rivisto la vita passata assieme, con le tante gioie che Dio ci ha donato e ho deciso di continuare a vivere sottoponendomi alla tracheotomia, consapevole di aver rubato la libertà a mia moglie e ai miei figli. Non è stato facile accettare di vedere spegnersi progressivamente la vita nei miei muscoli. Ma come sono riuscito a distaccarmi dal mio corpo, ormai inutile, ho avuto il conforto di una inaspettata e pacata serenità, che pian piano si è impadronita, senza che me ne rendessi conto, di tutto il mio essere. Da quel momento è iniziata per me una vita nuova”.

Anche per Mariagrazia è iniziata una vita nuova, ma in un altro momento. “Ho cominciato a stare bene quando ho smesso di sperare nella guarigione. Quando ho smesso di cercare disperatamente di riportare mio marito in piedi. Ecco, allora ho cominciato a vedere quello che ancora avevo, e a gustarmelo. In questi anni è vero abbiamo lottato molto insieme, ma abbiamo anche continuato a vivere la vita di tutti i giorni insieme. Abbiamo visto i nostro 3 figli laurearsi, sposarsi, abbiamo visto i nostri cinque nipoti nascere e crescere, abbiamo lavorato insieme perché, nonostante tutto, in casa è mio marito che comanda”. Si commuove a tratti Mariagrazia, ma non perde la voglia di scherzare “Non ho mai visto una persona che non parla, chiacchierare quanto mio marito. Commenta la politica, il calcio, esterna le sue opinioni, ci chiama, si arrabbia, reclama attenzione, racconta, descrive, a volte sono io quella esausta”.

Siete credenti? Chiediamo a Mariagrazia. Lei tentenna. “Mio marito più di me… io sì, ma meno, non come lui. Io sono un po’ come Marta, che nel Vangelo si occupa di rassettare la casa e sistemare”. “Che non è certo un ruolo di poco conto” obiettiamo. Ma percepiamo che la generosità di questa moglie è così grande da essersi trasformata in umiltà. “Io credo sia insita nel cuore di ogni donna. Quando avevo 20 anni mi sentivo molto vicina al femminismo, rivendicavo la mia libertà, la mia indipendenza come donna, lavoratrice e madre, non volevo un ruolo secondario rispetto a quello di mio marito, la Sla mi ha condotto pian piano alla riscoperta del mio essere donna, essere madre. Credo che il prendersi cura non sia solo un atteggiamento naturale della donna, ma anche una predisposizione dell’animo. Non che l’uomo non ne sia capace, tutt’altro, però in questi anni ho visto e sperimentato come si riscopre e si trasforma l’istinto materno”.

Prima di congedarci da Mariagrazia torniamo sul tema eutanasia. “Per me non esiste e non è mai esistita un’altra scelta. Non le posso raccontare lo strazio di chi è combattuto tra voler vivere o voler morire, perché se mio marito l’ha provata, io, per lui, mai. Sono sposata con lui da una vita, tutto quello che ho affrontato e che affronto, per difficile che sia, è frutto dall’amore che provo, nient’altro. La malattia da sola non conduce al desiderio di morte, ma la mancanza d’amore sì”.

Se i ragazzi si ribellano e difendono il più debole

di Isabella Bossi Fedrigotti
Tratto da Il Corriere della Sera del 24 febbraio 2011

Grazie a voi ragazzi di quella terza media di Catanzaro che siete stati più generosi, più civili, più veri uomini e vere donne della vostra preside.

Grazie per aver detto no a uscite, no a gite, no a giornate di orientamento fuori sede se uno dei vostri compagni di classe avesse dovuto, per ordini superiori, rimanere a casa: il compagno più debole, tra l’altro, con «sindrome di Down», non dunque una di quelle disabilità che implicano spostamenti problematici, carrozzina, incapacità di muoversi e camminare. Non siete stati soltanto amici e fratelli per lui, ma anche padri e madri perché l’avete protetto, l’avete difeso come solo i migliori genitori sanno fare: senza molti discorsi e con tranquilla, sicura determinazione.

La scena è degna di un grande film, e pare di vederla. La preside entra in classe e, approfittando dell’assenza del ragazzo handicappato, raccomanda alla scolaresca di non mettere al corrente il compagno di future, progettate gite, per evitare problemi alla scuola (l’ultima volta, per imporre la partecipazione — ostacolata dalla stessa dirigente — del figlio down a una giornata di orientamento in un altro istituto della città, i genitori avevano dovuto chiedere l’intervento della polizia); e perché — aggiunge — tanto, lui non capisce. Non vola una mosca, in classe, al discorso della preside, poi si alza una ragazzina e dichiara — chissà se con un filo di voce timida o se con caparbia forza — che in tal caso nessuno di loro avrebbe mai più preso parte a una uscita. E i compagni, uno dopo l’altro, confermano l’annuncio della portavoce.

Tanto spazio per una piccola buona notizia? Sì, perché dà speranza, perché confuta i luoghi comuni che, di questi tempi, vogliono i giovani in maggioranza cinici, crudeli, egoisti, superficiali e con la testa vuota, se non peggio, qualche volta molto peggio. E perché rinsalda una convinzione non così diffusa secondo la quale, pur con tutte le eccezioni, i ragazzi sono, come è giusto che siano, quasi sempre migliori degli adulti. Spiace perciò molto per la preside che non l’aveva capito nonostante la probabilmente assai lunga frequentazione con i giovanissimi, e spiace per le sua proposta con la quale ha tentato di farsi complici i suoi trenta piccoli grandi bravi ragazzi, ma che a loro è sembrata indecente.