da Baltazzar | Giu 14, 2011 | Chiesa, Testimonianze
Apertura ufficiale del processo di beatificazione di Marta Obregón
di Patricia Navas
BURGOS, lunedì, 13 giugno 2011 (ZENIT.org).- Il processo diocesano della causa di beatificazione della giovane Marta Obregón, assassinata a Burgos nel 1992 per aver resistito a una violenza carnale, inizierà questo martedì nella cappella della Facoltà di Teologia di Burgos (Spagna).
Un tribunale ecclesiastico cercherà di provare la sua santità attraverso il martirio per aver difeso la virtù della castità, ha reso noto a ZENIT il postulatore diocesano della causa, Saturnino López.
López ha sottolineato il coraggio di Marta, studentessa del 5° anno di Giornalismo, al momento della morte, difendendo i valori e le virtù cristiane e non cedendo di fronte all’aggressione.
“La santità è per le virtù o per il martirio”, ha spiegato. “E il martirio è per aver difeso la fede sotto due aspetti: per odio alla fede o per difesa di virtù, come nel caso di Santa Maria Goretti”.
Sono molte le persone che si affidano a lei chiedendole favori di ogni tipo. Tra le testimonianze raccolte sulla web della causa, la sua amica Rosi scrive: “Il tuo martirio non è qualcosa di vano, ma è un grido di Dio al mondo che non valorizza più la grandezza della Santa Purezza”.
Avviando la sua causa nel 2007, l’Arcivescovado di Burgos ha dichiarato: “Sottoponendo i dati al parere di Santa Madre Chiesa, tutto ci suggerisce che la giovane studentessa di Giornalismo Marta Obregón ci abbia lasciato un bell’esempio, sia in una vita grata all’amore e alla misericordia di Dio che nella sua morte coraggiosa”.
Marta Obregón nacque a La Coruña il 1° marzo 1969. Era la seconda di quattro sorelle di una famiglia cristiana. A causa del lavoro del padre, la famiglia visse un anno a Barcellona, e nel dicembre 1970 si stabilì definitivamente a Burgos.
Ragazza spontanea, di carattere aperto e di bell’aspetto, Marta studiò con profitto presso il Colegio de Jesús María. Nell’infanzia frequentò insieme alla sorella il Club Arlanza di Burgos, della prelatura dell’Opus Dei.
Debolezza e riconversione
Nel 1988 iniziò la sua prima relazione con un ragazzo “con il quale sperimentò la debolezza di fronte alla passione, fino a che una volta arrivò il pericolo nello stesso luogo in cui in un altro pomeriggio offrì la sua vita piuttosto che offendere Dio e permettere che la sua dignità venisse degradata”.
Saturnino López lo spiega in una breve biografia pubblicata nel bollettino dell’Arcivescovado di Burgos nel 2007.
Marta iniziò gli studi universitari a Madrid sperando di diventare una giornalista famosa. In seguito modificò le sue aspirazioni e confessò apertamente che pensava solo a Dio e a fargli piacere.
Durante le vacanze estive del 1990 partecipò a un viaggio a Taizé organizzato da un gruppo neocatecumenale.
A Taizé ebbe luogo una prodigiosa riconversione di Marta, che al ritorno decise di confessarsi. Si sentiva ancora “sporca” per ciò che era avvenuto più di due anni prima.
Per motivi sconosciuti, però, il confessore non l’assolse, il che le provocò una grande sofferenza e una lotta tra la sua volontà di donarsi a Dio e il suo sentimento di abbandono da parte Sua.
Poco dopo, un incontro casuale con un sacerdote del Cammino Neocatecumenale che l’ascoltò le permise di sperimentare il perdono e la misericordia di Dio.
Da quel momento iniziò a difendere i valori cristiani con coraggio, in privato e in pubblico, con gli amici, all’università e nei mezzi di comunicazione.
Conobbe un altro giovane cattolico, con cui intrattenne un bel rapporto e con il quale volle essere missionaria itinerante, ma poco dopo egli ruppe la relazione senza darle spiegazioni.
Dopo la morte di Marta, il ragazzo ha riconosciuto: “Dio l’allontanò affettivamente da me, perché la mia sofferenza non fosse maggiore”.
“Fiat”
Per il postulatore, è molto importante il fatto che Marta ripetesse spesso “Signore, fiat”. “Era la sua ricerca della vocazione, lo ripeteva molto emozionata”, spiega.
Nel suo ultimo anno di vita, si recava ogni pomeriggio a studiare al centro dell’Opus Dei che aveva abbandonato per qualche anno. Terminava sempre la giornata con mezz’ora di preghiera in ginocchio davanti al Santissimmo.
Il giorno del suo sacrificio, chiese che lasciassero i libri sul tavolo di studio con l’intenzione di tornare la mattina dopo per seguire la Messa, comunicarsi e continuare la preparazione per gli esami di febbraio.
Non tornò più. Verso le 22.00, una sua vicina sentì un grido lacerante, ma visto che non si ripeteva non uscì a vedere cosa fosse accaduto.
Cinque giorni dopo, il cadavere della Serva di Dio Marta Obregón venne rinvenuto coperto di neve a circa cinque chilometri da Burgos. Aveva 22 anni.
Il rapporto forense indica che Marta morì nelle prime ore del 22 gennaio, festa del martirio di Santa Agnese, cercando di sottrarsi a una violenza.
Il suo corpo presentava numerosi colpi e 14 ferite di arma bianca tipo bisturi, una delle quali le penetrò il cuore.
Colui che è stato condannato per il crimine, ancora in carcere, ha fatto capire che se avesse ceduto all’aggressione, come varie vittime precedenti, non l’avrebbe uccisa.
Serenità e perdono
Moltissime persone, profondamente commosse, parteciparono all’ultimo saluto a Marta. Il dolore si mescolava a gioia e pace.
Alcuni testimoni che videro il volto della ragazza affermano colpiti che era sereno e dolce, come se non avesse subito il terrore dei colpi e le pressioni che apparivano sul suo corpo.
Molti altri rimasero profondamente colpiti dalla serenità della famiglia di Marta e dalle parole di perdono della madre.
“E’ la forza dello spirito”, sottolinea il postulatore. “Chi non ha sofferto umanamente per la morte di una persona cara e allo stesso tempo si è sentita più vicina di prima a quella persona?”. Per López bisogna “continuare a pregare per l’aggressore perché è colui che ne ha più bisogno”.
Quanto alla testimonianza dei familiari di Marta, sottolinea che la ragazza “è stata loro sottratta per un tempo determinato, ma per fede hanno la certezza che è già passata per il mistero pasquale”.
“Se è morta per essere fedele a Cristo e difendere una virtù”, afferma, “questo dà forza ai suoi genitori”.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
da Baltazzar | Giu 3, 2011 | Chiesa, Testimonianze
da il Foglio
Invece la verginità mi ha regalato un’infinita paternità
Figlio della rabbia da ’68, ho scoperto che per essere preti serve esattamente quel che serve per sposarsi, essere uomini. Testimonianza appassionata di un missionario.
Al direttore – Ringrazio il cardinal Piacenza per la “lectio magistralis” impartita ai seminaristi del Piemonte sul tema della affettività e il suo nesso con il celibato che ogni sacerdote è chiamato a vivere come dono e modalità per essere davvero un “amministratore dei divini Misteri”. E’ la prima volta che sento un prefetto della congregazione per il Clero parlare in termini così pieni di realismo.
Leggere quelle parole è stato ripercorrere il mio cammino di 40 anni di sacerdozio, cioè di continua e immutata predilezione da parte di Dio nei miei confronti. “Figlio”, come molti della mia età, della rabbiosa contestazione del ’68, ho conosciuto nei primi anni di sacerdozio la ribellione verso una formazione sacerdotale in cui l’umano era visto più come un ostacolo, che l’unico cammino che porta a Cristo. Più volte molti di noi avrebbero sottoscritto la prima parte del titolo che il suo giornale ha messo per introdurre la “lectio” del cardinale: “Maledetti genitali”.
da Baltazzar | Mag 26, 2011 | Cultura e Società, Testimonianze
di Vincenzo Andraous
E’ trascorso qualche anno, acqua ne è passata molta sotto i ponti che accolgono e accompagnano i riesami, i mutamenti, le nuove condotte sociali.
Il delitto è chiaramente un crimine odioso, inaccettabile, per cui occorre una Giustizia giusta, ma che rappresenti la pena come un tragitto di vita, che al suo declinare espliciti forza e umanità sufficienti, per ricomporre quell’inalienabile istanza che lega e salda le persone: la solidarietà sociale.
Giustizia come trasformazione che coinvolge l’interezza della persona, dell’ultimo degli uomini, dalla sua colpa e dal suo rimorso, quale anticamera di ben altra dimensione.
Giustizia che non veste l’abito del mito, ma consente di aiutarmi e farmi aiutare, e possibilmente di essere di aiuto agli altri, ai meno fortunati, affinché non abbiano a scavarsi la fossa con le proprie mani.
Forse quel prete conosciuto tanti anni fa intendeva dire proprio questo, richiamando la nostra attenzione alla necessità di una cultura della legalità, nel rispetto di tutte le persone.
In quella sorta di terra di nessuno che è il carcere, Don Giuseppe Baschiazzorre è stato un movimento lento, ma inarrestabile, soprattutto inalienabile, nonostante le contorsioni perverse prodotte dai meccanismi spersonalizzanti che si sprigionano da quel pianeta sconosciuto.
Don Giuseppe ha dimesso gli abiti di Cappellano del carcere di Voghera, non lo incontri più nelle sezioni, a colloquio nei corridoi, nelle celle, oppure nei passeggi cementati.
Da qualche tempo Don Giuseppe non c’è più, è finalmente a riposo, in una di quelle stanze confortevoli in Paradiso.
Ricordo quell’uomo con le croci degli altri ben cucite addosso, tanto da farle proprie.
Rammento l’uomo e poi il Sacerdote; l’uomo con lo sguardo in alto, sebbene tra l’incudine e il martello; dei vertici penitenziari distanti, dei detenuti inchiodati alle loro colpe.
Ancor oggi ritrovo intatta la sua capacità di credere e sperare nell’uomo nuovo, insieme agli antichi insegnamenti: “occorre riesaminare continuamente il passato per approdare a un mutamento interiore che costruisca civiltà nell’amore”.
Patrimonio, questo, di quella sua cristianità che non regala facili ammende, o percorsi illusoriamente in discesa.
Rimangono le sue parole che non sono mai di ieri, parole di Giustizia, anche per gli ultimi, in un carcere ancora troppo lontano dalla parabola evangelica del figliol prodigo, ancora troppo a misura (o peggio dismisura) di una mentalità che considera il pagare una regola che va onorata, ma disinteressandosi dell’assenza e dello spirito della Costituzione, quindi dello stesso Vangelo.
Mentre rimango ad ascoltarmi ed a parlare con l’Uomo, rivivo i giorni in cui il Papa ha messo insieme come una Trinità: PACE-GIUSTIZIA-PERDONO.
Persino all’interno di una prigione, di una solitudine imposta, di uno spazio angusto, non c’è solo l’eternità della penitenza, ma il bisogno di un aiuto, la necessità di un recupero che riconduca alla propria dignità tra gli uomini.
E’ con questi pensieri che oggi saluto Don Giuseppe, con la gratitudine di chi sta imparando che Giustizia e Perdono vanno conquistati e meritati, con cura e attenzione, nella fatica e negli impegni assunti in tutti i giorni.
da Baltazzar | Mag 25, 2011 | Cultura e Società, Testimonianze
Giorgio Perlasca nel ricordo di suo figlio
di Franco Perlasca
Tratto da L’Osservatore Romano del 25 maggio 2011
Anticipiamo uno degli articoli pubblicati sul numero in uscita di “Pagine Ebraiche” il mensile dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
Ho saputo cosa mio padre aveva fatto tanti anni prima solo nel 1988, quando venne ritrovato da alcune donne ebree ungheresi e precisamente quando la signora Lang e il marito si presentarono a casa sua. Telefonarono qualche giorno prima per fissare un appuntamento; avevano studiato un po’ d’italiano apposta per il viaggio in Italia, ancora non semplice perché il muro di Berlino pur scricchiolante era ancora lì. Vennero in rappresentanza di decine di famiglie salvate a suo tempo da uno strano console spagnolo, Jorge Perlasca.
Raccontarono la loro storia umana e compresi che mio padre li aveva salvati; ma andarono avanti con il loro racconto e cominciai ad intravedere oltre a loro decine, centinaia, forse migliaia d’altre persone. E devo confessare che entrai in crisi chiedendomi se conoscevo realmente la persona con cui avevo vissuto per oltre trent’anni, la mia età di allora.
Ma un piccolo grande fatto mi aprì gli occhi, mi fece ragionare e pensare a quanto successo: la signora, assieme ad altri piccoli regali, portò tre pacchetti che aprì con grande attenzione ed emozione. All’interno un cucchiaino, una tazzina e un piccolo medaglione: gli unici oggetti, aggiunse, che la famiglia aveva salvato dal disastro della seconda guerra mondiale. Voleva darli a mio padre che però non li voleva prendere: “Signora, deve darli ai figli e poi i figli li daranno ai nipoti a ricordo della famiglia”. La signora se ne uscì con una frase che ancora oggi mi emoziona: “Signor Perlasca, li deve tenere lei perché senza di lei non avremmo avuto né figli né nipoti”.
Quei tre piccoli oggetti, è inutile dirlo, li conserviamo ancor oggi con un amore particolare per la sofferenza, il dolore e il sangue che vi stanno dietro. Prima nulla aveva raccontato, né in famiglia né fuori, salvo qualche singolo episodio che non dava di certo l’idea della vicenda nella sua interezza.
Al ritorno in Italia mai pensò di “vendere” la sua storia e ottenere qualcosa in cambio. Non ebbe undopoguerra semplice, aveva perso il lavoro e dovette ricominciare tutto daccapo.
Quando a inizio degli anni Ottanta andai da turista a Budapest, l’unico commento che fece si riferì al fatto che era una città che conosceva e in cui era vissuto. Quando la morte a causa di un ictus lo sfiorò ci indicò il suo memoriale affinché lo leggessimo, comprendendo che qualcosa di buono l’aveva fatto nel corso della vita.
Non ne avemmo il tempo o la voglia e quando si rimise in piedi una delle prime cose che fece fu di riprendersi quelle carte. La morale: pensava di morire e riteneva giusto che quantomeno i familiari sapessero. Comprendendo che l’appuntamento con la morte era rinviato a data da destinarsi, si riprese le carte nell’attesa d’eventi. Che arrivarono nel 1988. Il destino decise così.
Dopo non cambiò assolutamente; fu la stessa persona “semplice” di prima, nel senso più alto del termine, perché non riteneva d’aver fatto nulla di particolare ma solo il proprio dovere di uomo. Ai giornalisti che ripetutamente gli chiesero il perché del suo comportamento eroico rispondeva semplicemente: “Lei cosa avrebbe fatto al mio posto, vedendo donne, bambini e uomini massacrati e sterminati solo per un diverso credo religioso?”.
A un giornalista che voleva fargli dire, suggerendogli la risposta, che aveva fatto il tutto perché cattolico rispose semplicemente ma seccamente: “No, l’ho fatto perché sono un uomo”.
Il destino poi ha voluto che la storia di Giorgio Perlasca, nel dopoguerra, s’intrecciasse in maniera forte con la storia italiana stessa. Anni della completa dimenticanza anche se tante persone persino importanti sapevano chi era realmente Jorge Perlasca. Basta citare proprio dalle memorie di mio padre, ma è solo un esempio, il nunzio apostolico monsignor Angelo Rotta che tutto sapeva ma nulla mai disse. Da De Gasperi a Sanz Briz, il console spagnolo vero e tanti altri.
Quando fu riscoperto in Italia, senza due grandi giornalisti di allora e di oggi, Giovanni Minoli ed Enrico Deaglio, il silenzio sarebbe continuato. Lo stesso film ebbe una lunga e travagliata storia, oltre dieci anni d’incubazione, in quanto come ci riferirono alla fine del percorso all’interno della Rai, questa storia allora politicamente non corretta stentava a superare le barriere ideologiche del secolo scorso.
Ora le cose sono cambiate e la storia di Giorgio Perlasca ha accompagnato, favorito e stimolato questi cambiamenti. Giorgio Perlasca fu una persona assolutamente normale, uno di noi, un uomo con i suoi dubbi, le sue incertezze, i suoi difetti, ma fu soprattutto una persona che seppe mettere al primo posto la coscienza e la giustizia. Un Giusto nel senso più alto del termine.
La sua incredibile storia sta a dimostrare che chiunque tra noi può fare qualcosa se non rimane indifferente al dolore altrui, se vuol vedere quello che succede intorno e accetta di mettersi in gioco anche con rischi personali.
Cosa ha lasciato Giorgio Perlasca con questa sua incredibile storia ungherese e con i successivi 45 anni di silenzio? Un grande insegnamento, far del bene senza aspettarsi qualcosa in cambio. E un grande testamento spirituale, rappresentato dalle poche parole con cui rispose ad una domanda di Giovanni Minoli che nel corso della trasmissione Mixer del 1990 gli chiese: “Ma lei, signor Perlasca, perché vorrebbe che questa storia fosse ricordata?”.
Mio padre rispose in maniera semplice, diretta, senza giri di parole: “Vorrei che questa vicenda fosse ricordata dai giovani perché, sapendo quanto è successo, sappiano anche opporsi a violenze del genere, se mai dovessero ripetersi”. Un pensiero, una riflessione assolutamente
da Baltazzar | Mag 23, 2011 | Cultura e Società, Libri, Testimonianze
di Domenico Bonvegna
Ho appena inviato l’articolo a tutti i siti dove collaboro, che apprendo dai tg televisivi che oggi è previsto il primo ciak del film “Romanzo di una strage” di Marco Tullio Giordana, proprio sulla strage nella Banca dell’Agricoltura del 12 dicembre 1969 a Milano.
E’ tutto pronto, le auto d’epoca davanti alla banca, le autoambulanze, le moto e naturalmente gli interpreti, il commissario Calabresi è interpretato da Valerio Mastandrea. Giuro che non l’ho fatto apposta a scrivere il pezzo, soltanto una fortunata coincidenza. Il film riaprirà ferite mai rimarginate? Io penso di sì.
Il 17 maggio scorso ricorreva il trentanovesimo anniversario della barbara uccisione del commissario Luigi Calabresi a Milano. Il 13 dicembre 2009 dopo l’attentato al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a Milano, avevo evocato la figura del commissario Calabresi e mi ero proposto di ricordarlo in occasione dell’anniversario della sua morte, lo faccio ora. Di Luigi Calabresi me ne ha parlato per la prima volta mio fratello che in quegli anni (1968-72) ha visto e sentito tutto quello che accadeva politicamente a Milano. Soprattutto ha seguito la campagna di odio di cui è stato oggetto Calabresi. Sono i cosiddetti anni di piombo, quando il movimento studentesco milanese di Capanna e Co, metteva a ferro e fuoco la città, tempi che per Giampaolo Pansa potrebbero ritornare dopo l’elezione a sindaco di Milano di Giuliano Pisapia.
Per presentare questo eroe e soldato cristiano utilizzo il documentato libro di Giordano Brunettin, Luigi Calabresi. Un profilo per la storia. Pubblicato da Scuola d’Arte “Beato Angelico”di Milano Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, Milano – Roma 2008).
“Luigi Calabresi ha vissuto in pieno le ‘assurdità’ cristiane – scrive monsignor Angelo Comastri nella prefazione – non si è preoccupato del potere ma del dovere, non si è preoccupato della carriera ma della fedeltà alla coscienza, non ha cercato onori ma ha cercato di far onore alla verità e all’onestà. Per questo è stato ucciso; e, dopo l’uccisione, è stato più volte crocifisso da una campagna di menzogne che, finalmente, ora si stanno sciogliendo come la nebbia al sole”.
Luigi Calabresi, è stato ucciso in Via Cherubini, sotto casa sua, al mattino del 17 maggio 1972 a Milano, con due colpi di pistola alle spalle da un commando di Lotta Continua, movimento extraparlamentare comunista. “Una cosa è certa – aveva predetto – se qualcuno vorrà ammazzarmi mi colpirà alle spalle, perché non avrà il coraggio di guardarmi negli occhi”. Prima di essere ucciso il commissario è stato oggetto di una lunga campagna di aggressione e di odio da tutto il movimentismo di sinistra italiano, complice quasi tutto il mondo politico, eccetto quello di destra. Il libro parla di una vera e propria persecuzione mediatica che lo crocifisse per due anni. Due momenti da ricordare, i due articoli apparsi sul giornale Lotta Continua, il primo nel maggio 1970, dove praticamente si preannuncia l’omicidio di Luigi Calabresi che è indicato come futuro “imputato e vittima” di un processo e di una “esecuzione” da parte della giustizia del proletariato, dove si afferma che “l’eliminazione di un poliziotto è un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino”. Il secondo articolo è stato pubblicato il giorno dopo l’assassinio di Calabresi e si ricollega al primo, già nel titolo: “Ucciso Calabresi, il maggiore responsabile dell’assassinio Pinelli”, inoltre si afferma che si è trattato di un “omicidio politico” nel quale “gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”: in pratica, l’assassinio di Calabresi, viene presentato come atto della cosiddetta “giustizia proletaria”.
Nel frattempo vi sono state vignette offensive, volgarità, telefonate e lettere minatorie alla famiglia del commissario, manifesti diffamatori e minacciosi affissi a Milano, con scritte presso l’abitazione di Luigi Calabresi e a Roma presso l’abitazione dei suoi genitori, cortei nei quali si gridava che Calabresi è un assassino e che la sua vita sarà breve, in pratica le minacce scritte sul giornale “Lotta Continua”. A completare l’opera di linciaggio politico morale e psicologico, un documento pubblicato sul settimanale “L’Espresso” il 13 giugno 1971, firmato da ben 800 persone, gente che appartengono al “mondo della cultura”, (filosofi, scienziati, scrittori, poeti, politici, storici, critici, musicisti, giornalisti, personaggi dello spettacolo, del cinema ed altri) nel quale Luigi Calabresi viene condannato senza appello, definito “commissario torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. Pinelli, un anarchico, sospettato di essere coinvolto nella strage alla Banca dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, durante un interrogatorio cade dalla finestra della questura e muore, secondo Lotta Continua, il colpevole di questa morte è il commissario.
Luigi Calabresi reagisce da buon cristiano all’alluvione di ingiurie e minacce. Confida nel trionfo finale della verità, trova conforto nella fede, si conforma all’esortazione di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”(Lc 9, 23).
Qualcuno gli suggerisce il trasferimento in qualche altra città, ma lui risponde, che l’attacco è rivolto allo Stato non a me, quindi, “lo Stato non può fuggire. Non voglio che domani a qualcuno dei miei figli possano dire: tuo padre è fuggito”. Mario Càristo, paragona la vicenda Calabresi a quella di don Andrea Santoro, il sacerdote ucciso in Turchia, “entrambi rigorosi e pacifici testimoni di Cristo in ambienti fortemente ostili e aggressivi, entrambi colpiti alle spalle dall’odio cui essi contrapponevano la civiltà dell’amore”. Sia per don Santoro che per Calabresi era difficile stare in quegli ambienti, ma bisognava stare era il Vangelo che l’imponeva.
Giovanni Paolo II in occasione del XXX anniversario del sacrificio di Calabrese, lo definisce, “generoso servitore dello Stato, fedele testimone del Vangelo, costante nella dedizione al proprio dovere pur fra gravi difficoltà e incomprensioni, esempio nell’anteporre sempre all’interesse privato il bene comune”.
Il cardinale Fiorenzo Angelini definisce Calabresi una figura esemplare di servitore dello Stato, di marito e di padre, di credente convinto e credibile, e per chi non lo ha conosciuto, egli è un personaggio che è doveroso scoprire nella sua straordinaria levatura morale e spirituale. Il libro di Brunettin, ha un particolare merito per il cardinale, “presentare il Commissario Calabresi quale modello ideale anche per le giovani generazioni, che oggi, travolte da un vortice di informazioni approssimative che si riversano in tempo reale sugli schermi informatici, sono costrette, loro malgrado, ad ignorare il passato, sia pur recente, nel quale possono scoprire le radici di valori autentici degni di essere abbracciati e vissuti fino all’eroismo”. E in una stagione di emergenza educativa come la nostra, mi sembra un invito da prendere in considerazione.
E un altro cardinale, Andrea Cordero L. di Montezemolo, dopo averlo indicato come esempio eroico del compimento del dovere e come testimone del Vangelo, si augura che il profilo fatto in questo libro, “venga letto da sempre più vaste cerchie di giovani, specie se essi sono a servizio della Legge e dello Stato, a dimostrazione dei perfetti fondamenti dell’educazione civile e delle ragioni indefettibili della speranza cristiana in qualunque situazione storica”. Anche se bisogna obiettare che probabilmente un lavoro del genere meritava essere pubblicato da case editrici più conosciute e presenti nel grande mercato dell’editoria.
Qualche anno fa monsignor Giovanni D’Ascenzi sollecitava di valutare tutti i documenti e verificare se siamo di fronte ad un credente che ha vissuto la fede e l’amore del prossimo in maniera eroica e quindi si augurava che l’autorità ecclesiastica avviasse un processo canonico, perché sia riconosciuta l’eroicità delle virtù del commissario di Polizia Luigi Calabresi.
Il professore Giuseppe Maria ha scritto che Calabresi ha “vissuto la vita nella imitazione di Cristo (…)il mondo, anche oggi, ha bisogno più di santi che di eroi. E Calabresi, uomo del nostro tempo, ha vissuto come sacrificio la sua vita, che è appunto l’eroismo della santità”.
Chiudo ma bisogna ritornare sulla straordinaria figura del commissario Calabresi, per riflettere sulla sua vita professionale, l’apostolato, la sua spiritualità ignaziana, la vita matrimoniale, come ha affrontato le insidie del mondo.
da Baltazzar | Mag 23, 2011 | Cultura e Società, Testimonianze
di Antonio Socci
Tratto da Libero del 19 maggio 2011
Tramite il sito Lo Straniero, il sito web ufficiale di Antonio Socci
Un albero che cade – com’è noto – fa più rumore di una foresta che cresce. I telegiornali sono pieni di alberi che cadono: lotte di potere, una serie infinita di omicidi, gli scandali sessuali, le guerre.
Ne viene fuori ogni giorno una rappresentazione mostruosa della realtà.
Una desertificazione umana dove sembra non ci sia più speranza. I media sono una fabbrica gigante di angoscia.
Eppure c’è anche altro. C’è molto altro. C’è l’eroismo quotidiano della gente semplice, di tantissimi padri e di madri, c’è la grandezza di persone che portano amore e speranza, ci sono vite che cambiano e che – magari dall’abisso – ritrovano significato e verità, uomini che rinascono, il Male che batte in ritirata.
E’ la storia di Bledar, un albanese di 37 anni, detenuto nel carcere “Due Palazzi” di Padova dove sta scontando addirittura l’ergastolo.
Con una tale gravame sulle spalle – “fine pena mai” – questo giovane uomo deve avere un passato molto cupo, segnato da tragici errori e – secondo il giudizio umano – dovrebbe essere disperato e incattivito.
Invece ha incontrato la salvezza in carcere ed è rinato. Un uomo nuovo che da sabato scorso si chiama Giovanni, come il discepolo a cui Gesù voleva più bene.
Infatti Bledar-Giovanni, che viene dal Paese dove il comunista Hoxa aveva imposto l’ateismo di stato obbligatorio, cancellando Dio con la tirannia più cupa e sanguinaria d’Europa, ha scoperto Gesù e il cristianesimo, ha chiesto il battesimo e – dopo un percorso di catecumenato – sabato scorso, 14 maggio, nella commozione generale, ha ricevuto dal vescovo di Padova il battesimo e i sacramenti della Comunione e della Cresima.
Ora Giovanni è un altro uomo, destinato a un futuro (e già anche un presente) divino “infatti il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio” (S. Atanasio).
Entrare a far parte della Chiesa non è una questione associativa come prendere la tessera di un club o di un partito, ma è un cambiamento ontologico, cambia cioè la natura stessa dell’uomo che viene liberato dalla signoria di satana e diventa “figlio di Dio”, parte del Corpo vivo di Cristo. Ogni battezzato in quanto “figlio” acquista i titoli di “re, sacerdote e profeta”.
I sacramenti agiscono in profondità (come mostrano i bellissimi romanzi di Graham Greene) e sono la più grande potenza attiva nella storia, perché sono il segno fisico della potenza invincibile di Cristo.
Cambiando il cuore umano cambiano la storia. Infatti la vicenda di Bledar-Giovanni non è affatto isolata. I casi simili sono ormai tantissimi.
Ieri “Avvenire”, dandone notizia, riferiva che il giovane albanese aveva come padrino di battesimo un italiano, Franco, che anch’esso sta scontando in carcere l’ergastolo.
Inoltre quella cronaca dell’evento ci dice che altri due detenuti, Umberto e Ludovico, hanno ricevuto i sacramenti della Cresima e della Prima Comunione.
“Avvenire” accenna anche alla storia del ventottenne cinese Wu, che ha scontato sempre al carcere di Padova una pena per omicidio e ora – tornato in libertà – ha chiesto il battesimo, l’ha ricevuto nella notte di Pasqua prendendo il nome di Andrea e – durante la recente visita del Papa a Venezia – con immensa emozione ha ricevuto la Comunione dalle sue mani.
“Non si può descrivere la gioia di questo momento” ha detto Bledar-Giovanni. “Per me Gesù è amore, è tutto. E grazie a quanti mi hanno accompagnato, una grande famiglia”.
E’ straordinario vedere che l’amicizia di Gesù può portare la felicità perfino nella vita di un giovane che è chiuso in una galera e che – presumibilmente – dovrà consumare il meglio della sua esistenza fra quelle quattro mura, dietro le sbarre.
E’ questo il cielo in una stanza.
La madre di Giovanni, venuta dall’Albania per il battesimo del figlio, con i lucciconi agli occhi, ha ringraziato per la festa e ha detto: “sono felice che mio figlio, dopo tante brutte avventure, abbia potuto incontrare Dio”.
Infatti sono vite che erano perdute e che il Buon Pastore è andato a cercare e che si è caricato sulle spalle, sono esistenze che il mondo giudicava maledette e che Dio ha benedetto e fatto rifiorire.
Dietrich Bonhoeffer, un grande cristiano ucciso in un lager nazista, scriveva:
“Dio non si vergogna della bassezza dell’uomo, vi entra dentro, sceglie una creatura umana come suo strumento e compie meraviglie lì dove uno meno se le aspetta.
Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l’insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono ‘perduto’, lì Egli dice ‘salvato’; dove gli uomini dicono ‘no!’, lì Egli dice ‘sì’! Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì Egli posa il Suo sguardo pieno di un amore ardente e incomparabile. (…).
Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, lì Egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il Suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del Suo amore, della Sua vicinanza e della Sua Grazia”.
Nulla è di ostacolo per lui: non certo i peccati e nemmeno i crimini.
Solo l’orgoglio dell’intellettuale, la strafottenza del peccatore impenitente e la presunzione ipocrita del moralista gli legano le mani.
Al contrario i peccati, le cadute umilianti, la vergogna rendono più appassionata la sua Misericordia. Così accade che le ferite della vita siano spesso le feritoie attraverso le quali lui raggiunge il cuore e resuscita una creatura.
La tradizione cristiana ha sempre saputo che “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia”. Perché così Dio mostra che nulla a lui è impossibile.
E mostra che gli uomini si salvano per la sua misericordia paterna e non per la loro presunzione. Si salvano attraverso la propria debolezza e non per la loro forza. Anzi, sono le loro presunte capacità a fregarli.
E’ la loro presunta giustizia. Un altro grande convertito, Charles Péguy, diceva che nulla rende impermeabili alla grazia come “la morale”, o meglio la pretesa moralità di coloro che si sentono “perbene” e che – come gli scribi e i farisei – giudicano e condannano gli altri.
A costoro Gesù diceva: “i peccatori e le prostitute vi stanno passando avanti nel Regno dei Cieli”.
Quelli che si ritengono giusti o quelli che si rotolano soddisfatti nel loro peccato, pretendono di autoassolversi e di non aver bisogno della misericordia di Dio, si perdono.
Non hanno ferite della vita e non hanno peccati (o meglio li hanno, ma ben nascosti o non confessati, non brucianti) e così Dio non può raggiungerli nel loro intimo pianto, nel grido del loro cuore.
Vedendo la storia di questi carcerati si resta impressionati dalla facilità con cui Dio salva i cuori umili (perché umiliati).
E così un ergastolano albanese può dire di aver trovato quel Dio e quella felicità che tanti intellettuali pieni di sé e intristiti dicono di cercare e non trovare.
Perché non lui ha trovato la Verità, ma è stato trovato dalla Verità fatta carne. E ben volentieri lui si è lasciato trovare, confortare e abbracciare. Iniziando una vita nuova.