Intervista al docente della Statale ed ex assessore alla cultura di Milano Stefano Zecchi, che approva la riforma universitaria e dichiara che la Finocchiaro non sa che cosa sia l’università e dovrebbe andarla a conoscere
di Giuseppe Sabella, Luigi Degan
Tratto da Tempi del 27 dicembre 2010

Intervista a Stefano Zecchi, Ordinario di Estetica presso l’Università degli Studi di Milano. Già presidente dell’Accademia delle Belle Arti di Brera, ha sperimentato le funzioni gestionali assegnate oggi dalla riforma “Gelmini” al Consiglio di Amministrazione, distinte da quelle scientifiche del Senato Accademico. E’ stato anche assessore alla Cultura tra il marzo 2005 e il maggio 2006, nominato dall’allora sindaco Gabriele Albertini.

Zecchi apprezza la riforma dell’università e afferma che «La riforma Berlinguer/De Mauro è stata un disastro, semmai la Gelmini sta mettendo a posto qualche cosa di importante nel clientelismo e nel nepotismo baronale. Queste figure dei ricercatori a vita sono un fenomeno abnorme che credo non esista neanche nel Congo. Le fughe dei cervelli sono il risultato dell’operato di Berlinguer e De Mauro. Se la Finocchiaro vuole questa Università, quella che funziona adesso, veramente non sa cosa sia l’università. Allora se la vada a conoscere».

Professor Zecchi, l’università in questi ultimi 10 anni si è caratterizzata per un proliferare della specializzazione scientifica e della frammentazione dell’istruzione. Ritiene che questa tendenza abbia aiutato lo studente, che è più libero nella scelta, o lo abbia disorientato?
Intanto bisognerebbe capire che questa proliferazione di corsi di laurea e di insegnamenti è funzionale più che altro ai docenti. Sono state fatte verifiche che hanno messo in luce che ci sono corsi universitari con due studenti. Il fatto che la riforma preveda un numero accettabile di studenti per corso di laurea è significativo per dare un riordino. Si tratta quindi di una finta specializzazione.

Il prof. Aldo Schiavone, intervistato da il Giornale, ha dichiarato: «Non demonizziamo la legge “Gelmini”, non è vero che consegna l’università ai privati. I governi che si sono succeduti – sarebbe ingeneroso dire che è tutta colpa di Berlusconi – hanno lasciato l’università nell’abbandono. E di questa situazione, se è colpevole il centrodestra, non è immune dalle colpe la sinistra».
Infatti. Il sistema del Cda è stato sperimentato nelle Accademie di Belle Arti e in particolare l’ho sperimentato io come presidente del Cda dell’Accademia di Brera; il direttore era De Filippi. Il Cda aveva il compito di effettuare un controllo gestionale indipendente dalla struttura didattica. Nel Cda entravano anche il direttore e altri membri del consiglio accademico. Secondo me è molto utile, c’è meno ricattabilità del corpo docente sul rettore, che è uno di loro; mentre una figura di competenza esterna ha più possibilità di valutare con oggettività tutte le problematiche. Il Cda è fondamentale per evitare quei clientelismi che hanno costruito l’università in questi ultimi tempi, quando il rettore è diventato anche il controllore del controllato. Il Cda si preoccupa di valutare la congruità delle decisioni dei professori e del rettore. Ad esempio, se il rettore propone di tenere aperto il corso sul “benessere dei cani e dei gatti”, che esisteva davvero, dove sono iscritti due studenti, a quel punto il Cda si interroga sul valore del corso e lo valuta con un gruppo scientifico. E se la valutazione è negativa, si pronuncia sulla cancellazione del corso. Quest’idea che l’università viene consegnata ai privati è ideologica, è stupida.

Il ministro Sacconi, dopo il voto al Senato, si è espresso dicendo che «è finita la ricreazione del sistema educativo iniziata nel ’68». E’ davvero così?
Da noi il ’68 non è mai finito. La riforma Berlinguer/De Mauro è stata un disastro, semmai la Gelmini sta mettendo a posto qualche cosa di importante nel clientelismo e nel nepotismo baronale. E soprattutto queste figure dei ricercatori a vita sono un fenomeno abnorme – che credo non esista neanche nel Congo – frutto di una logica sindacale per cui è più importante dare lo stipendio a un ricercatore che non vedere come quello stipendio viene usato. La legge “Gelmini” per me è sacrosanta. Certo, la grande scommessa di questa riforma è per prima cosa la valutazione del merito di professori ordinari, associati e ricercatori; in secondo luogo, i risparmi sui tagli che devono essere fatti nei corsi di laurea e nei corsi didattici che non hanno nessun senso di essere. Dipenderà molto dai decreti applicativi.

Durante la discussione al Senato, la senatrice Finocchiaro si è arrabbiata molto e ha invitato l’assemblea a riflettere sul futuro delle nuove generazioni e dei nostri figli. E’ così buio il futuro degli studenti?
Alla Finocchiaro avrei chiesto: «A lei piace questa università che ha fatto il suo collega di partito Berlinguer? Questa è stata buona? Queste fughe di cervelli sono colpa della Gelmini o dei suoi colleghi comunisti Berlinguer e De Mauro?». Avrei proprio voglia di parlare a quattrocchi con la Finocchiaro. Parla politicamente contro i nostri figli, perché se questa università, quella che funziona adesso, è quella che lei vuole, veramente la Finocchiaro non sa cosa sia l’università. Allora se la vada a conoscere.

Recentemente la Repubblica ha pubblicato un sondaggio dell’Osservatorio sul Capitale Sociale di Demos-Coop, da cui emerge che il malcontento degli studenti non è causato dalla riforma “Gelmini”: secondo il 60% degli intervistati, infatti, l’università italiana, negli ultimi dieci anni ha subito un significativo peggioramento. L’81 % si lamenta per i tagli alla ricerca. Ma allora a cosa è dovuta la protesta a cui abbiamo assistito?
La questione della carenza dei fondi è un qualcosa che lo studente non riconosce. E’ importante, ma lo è dal punto di vista della valutazione del Cda dell’università. Uno studente non ha questa percezione, non è difatti in grado di capire nemmeno che differenza c’è tra un ricercatore, un professore associato e un professore ordinario. Al limite, lo studente di una facoltà scientifica può percepire qualcosa rispetto a questo problema. Altra questione è ciò che sostengono gli studenti in merito alle borse di studio: si vada a vedere come vengono distribuite le borse di studio, ovvero soltanto guardando il 740 e senza valutare ciò che conta davvero, il merito dello studente. Il vero problema è che bisognava fare una vera riforma federalista.

Quindi, secondo lei, questa riforma soffre ancora in un certo senso di centralismo?
Se devo trovare un difetto alla riforma “Gelmini”, è che non si è voluto federalizzare le università – cosa che sarebbe stata a costo zero – in modo tale che ognuna di queste fosse compos sui responsabile dei soldi che mette e distribuisce. Si è voluto invece mantenere un certo centralismo. E allora ecco che il diritto allo studio viene regolato attraverso dei meccanismi automatici. Invece bisognerebbe avere più tempo per valutare chi fa la domanda, e valutare anche le cartelle dei redditi, onde evitare, come spesso capita, che vengano premiati gli evasori fiscali.

Tornando ai finanziamenti, la ricerca potrebbe essere finanziata anche attraverso la partecipazione dei privati?
Ma certo, soprattutto nelle discipline di natura scientifica. Anche qui, se comparativamente guardiamo quello che succede in Europa, nelle università italiane i finanziamenti pubblici non sono inferiori a quelle delle altre Università europee. Quello che è assolutamente basso e fuori misura rispetto all’Europa è che non ci sono finanziamenti privati, perché in Italia un privato non investe i suoi soldi nell’università, perché questa è considerata un sistema scalcinato. In una università che funziona, pensiamo quanto interesse può avere un’azienda privata a finanziare lo studio per un brevetto.

Come dice lei, il finanziamento della ricerca non può prescindere dalla qualità della ricerca stessa, e in questa direzione la legge “Gelmini” detta nuove norme in materia di valutazione a proposito della qualità del sistema universitario e della ricerca. Ritiene che tali novità siano efficaci?
Ci sono delle università che vanno oltre il loro budget e così penalizzano le Università virtuose alle quali viene, quindi, ripartito il finanziamento rimanente. Quindi sono d’accordo che le Università che non stanno dentro i loro bilanci vengano riprese in un modo o nell’altro, anche attraverso l’amministrazione controllata. Per di più, anche qui, c’è uno spreco di soldi indecente per ricerche finanziate che non stanno né in cielo né in terra, ricerche che non hanno un senso. Quindi il problema di riportare l’università a una sua virtuosità è decisivo.

Parlando di virtuosità da recuperare, l’università e la cultura italiana hanno conosciuto momenti di gloria, anche in questo secolo.
Teniamo conto di questo: l’università Italiana si è deformata a partire dalla riforma Berlinguer/De Mauro, con questo ampliamento sconsiderato di corsi di laurea, insegnamenti, docenti e ricercatori… si è tenuto conto non dello studente, ma del docente. Questa logica va completamente ribaltata, va tenuto conto dell’interesse della ricerca e della didattica. La docenza deve essere funzionale a questo. In secondo luogo, come tutte le università europee, quella Italiana si è massificata forse malamente a partire dal ’68. Prima le università erano veri e propri centri di élite culturali, basta pensare agli anni ’50, agli Istituti di Fisica dove venivano fuori gli allievi di Fermi… poi ci sono anche i grandi ricercatori della medicina, anche nel mondo delle Lettere… certo oggi la cultura universitaria così massificata patisce la qualità, e questo diventa inevitabile.

Il tentativo di eliminare favoritismi, clientelismi, eccetera, guarda giustamente anche all’apparato amministrativo dell’università e non solo al corpo docente. In particolare sono state disegnate alcune norme in relazione agli organi interni (durata e funzioni, nonché organizzazione) e sul reclutamento del corpo docente (stop ai concorsi, abilitazione scientifica nazionale, ingresso con contratto a tempo determinato della durata di massimo sei anni). Lei cosa ne pensa?
Trovo opportuno questo cambiamento nel modello gestionale che – come dicevo – ho sperimentato quando ero presidente dell’Accademia delle Belle Arti di Brera. Resta un fatto: purtroppo ho assistito ad una caduta libera e verticale dell’eticità del docente. Quindi nessuna legge fermerà mai tutta questa parentopoli, questo clientelismo e nepotismo. Tutto questo può essere fermato dalla consapevolezza di essere docenti e insegnanti: il corpo docente deve essere responsabile del proprio ruolo.

In particolare sul punto del nepotismo c’è stata convergenza di vedute tra destra e sinistra, anche se la sinistra poi non ha votato a favore del ddl. E’ stato infatti presentato un emendamento “antiparentopoli” dall’onorevole Mazzarella (Pd): le università non potranno assumere dalla lista nazionale professori parenti di chi già insegna o è rettore o è nel Cda di un ateneo.
Sì. A parte questo, trovo anche significativo che la riforma vada nella direzione di una migliore valutazione dell’ingresso dei docenti. I concorsi, per come si sono svolti fino ad ora, sono una cosa spaventosa. Io ho denunciato delle vere e proprie truffe. Adesso è probabile che venga un po’ meglio calcolato il valore dei docenti. E’ significativo anche il fatto che, d’ora in poi, un docente non possa insegnare nella stessa università dove insegna suo padre o suo zio. Io credo che, in un intervento riformatore, sia molto importante che la questione del merito dei docenti e degli studenti sia al primo posto: la riforma del ministro Gelmini offre un percorso in questa direzione.

Secondo lei, il presidente della Repubblica firmerà questo provvedimento o lo rinvierà alle Camere?
Napolitano firmerà di sicuro perché è un uomo molto realista e sa che questa è una riforma che non può risolvere tutto ciò che c’è da risolvere ma che migliora certi aspetti come sono quelli del merito e delle baronie; certamente non peggiora la situazione.