di Domenico Bonvegna

Qualcuno mi ha suggerito che se si studiasse veramente come è stata fatta l’Unità d’Italia e il cosiddetto Risorgimento, probabilmente la voglia di festeggiare verrebbe meno. Comunque andiamo avanti con la lettura del testo di Francesco Pappalardo, L’Unità d’Italia e il Risorgimento, D’Ettoris Editori (pag. 76, euro 7,90), nel 3 capitolo, affronta il tema del Federalismo e del Neoguelfismo.

Il dibattito tra i cosiddetti “democratici”che aspiravano a soluzioni radicali, anche con metodi violenti, e il movimento liberale moderato. “L’orientamento predominante nella prima metà del secolo XIX, anche fra i democratici, è dunque quello di adottare – come nell’area germanica – una struttura confederale, cioè un ‘abito politico’ ritagliato su misura e adeguato alla nuova situazione, più realistico rispetto alla prospettiva unitaria e comunque da realizzare gradualmente, salvaguardando l’autonomia del regno delle Due Sicilie, di cui nessuno quasi fino all’ultimo immagina la dissoluzione, e dello Stato Pontificio, in modo di garantire la necessaria libertà d’azione al Papa”.

L’autore non può non menzionare Vincenzo Gioberti, poi Antonio Rosmini con il saggio Sull’Unità d’Italia, infine Carlo Cattaneo, più o meno federalisti. I loro progetti spariscono completamente, viene adottato per l’Italia non un ordinamento federale, ma quello dello Stato rivoluzionario francese, con una centralizzazione e un’omogeneizzazione delle istituzioni. Da questo momento nasce la questione istituzionale. Intanto prendono corpo le rivolte del cosiddetto 48, un’esplosione che poi si è rivelata prematura per i rivoluzionari, visti i fallimenti. A questo punto i cospiratori puntano alla rivoluzione in un solo paese, cioè nel Regno di Sardegna, diventato punto di riferimento del movimento liberale.

Entra in scena Camillo Benso conte di Cavour, lontano dalla tradizione culturale italiana, che si mette al servizio dell’unificazione politica italiana e delle ambizioni di Casa Savoia. Per fare questo spalanca le porte del regno ai dissidenti politici di tutto il paese, tecnici, militari, intellettuali, che formano i quadri della nuova Italia e preparano una vera e propria Rivoluzione culturale all’insegna del laicismo e dell’anticlericalismo.

Ma soprattutto con Cavour inizia una campagna di persecuzione contro la Chiesa cattolica con l’approvazione delle leggi Siccardi nel 1850, con l’arresto dell’arcivescovo di Torino, mons. Luigi Fransoni, di Sassari, mons. Alessandro Domenico Varesino e l’espulsione dell’arcivescovo di Cagliari, mons. Giovanni Marongiu Nurra. Nel 1857 addirittura vengono annullate le elezioni perché i cattolici raddoppiano i consensi.

Intanto Cavour riesce a tessere una serie di rapporti soprattutto con l’Inghilterra, per avere poi il suo appoggio nell’eventuale conquista-annessione dei vari stati della penisola. Da questo momento inizia pure, la campagna denigratoria nei confronti dell’Austria. Il totale fallimento dell’avventura dei trecento rivoluzionari di Carlo Pisacane che intendevano far sollevare il popolo meridionale contro i borbonici, convince molti a convergere sulla Società Nazionale, fondata da Giuseppe La Farina, ora i rivoluzionari capiscono che hanno bisogno della monarchia sabauda.

Nel 1860 Garibaldi viene scelto come l’uomo adatto per guidare la spedizione per la conquista del regno delle Due Sicilie, si parte dalla Sicilia, il punto debole del Regno. Ci pensa a tutto la Società delle Nazioni, armi, le navi, ma anche la massoneria del Grande oriente d’Italia fa la sua parte. I mille non sono degli sprovveduti patrioti per Pappalardo, ma rappresentano il nerbo del volontariato garibaldino, cioè esperti veterani, vero e proprio esercito di quadri pronti ad assumere il comando di reparti sempre più consistenti e destinati, in molti, a veloci carriere nell’esercito sardo.

Da Marsala fino a Napoli, Garibaldi e le sue camice rosse vincono tutte le battaglie, quasi senza combattere, grazie agli ufficiali borbonici che tra tradimenti e inettitudini non hanno fatto nulla per bloccare gli eserciti rivoluzionari. Soltanto a Gaeta l’esercito borbonico riesce ad esprimere il proprio valore, Francesco II e sua moglie Maria Sofia di Wittelsbach, resistono fino al 13 febbraio ai continui bombardamenti della flotta piemontese.

Negli anni successivi al 1860 scoppia in tutto il meridione la rivolta antiunitaria del popolo che si manifesta in forme molto articolate, dalla opposizione parlamentare, all’astensionismo elettorale, al rifiuto della coscrizione obbligatoria, fino alla resistenza armata, che coinvolge tutta la società del tempo. E’ una guerra spietata che insanguinerà per anni il Mezzogiorno, fino a diventare una vera e propria guerra civile, chiamata impropriamente brigantaggio. Siamo alla questione meridionale. E poi nell’ultimo capitolo, la questione romana, che non può essere risolta per via diplomatica, nemmeno per insurrezione popolare, il popolo romano non è mai insorto contro il Papa; l’unica via è quella delle armi, attraverso la breccia di Porta Pia, Roma viene invasa dall’esercito sabaudo il Pontefice, Pio IX, aveva ordinato agli zuavi una simbolica resistenza, per dimostrare al mondo che non rinuncia ai suoi diritti.

Da questo momento la questione cattolica: la Chiesa e i cattolici subiscono una lunga emarginazione dalla vita politica, tra le varie conseguenze, Pappalardo sottolinea quella di una mancanza di una classe politica integralmente cattolica.

Il testo della D’Ettoris Editori, adotta una tesi fondamentale: distingue l’ Unità dal Risorgimento. La prima, un fenomeno di natura politica, il secondo di natura culturale. E su questo aspetto che Pappalardo pone l’attenzione: il Risorgimento, è stato una vera e propria Rivoluzione culturale, che ha accompagnato e seguito il processo di unificazione con l’obiettivo di ‘modernizzare’il Paese, cioè di costruire una nazione nuova caratterizzata da una nuova cultura. In pratica si intendeva snaturare l’identità cristiana del Paese.

Concludiamo con il commento che fa sull’unità dell’Italia, lo scrittore russo Fedor Michajlovic Dostoevskij, dopo aver affermato che i popoli italiani vissuti in questi duemila anni erano consapevoli di essere portatori di un’idea universale, tutto intorno dall’arte alla scienza, avevano un significato mondiale. Ammesso che questa idea mondiale, si sia esaurita o logorata, “ma che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? E’ sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del su essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”.

Domenico Bonvegna
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