Italiani terrorizzati dalle malattie: pronto soccorso intasati e troppi medicinali assunti

Italiani ipocondriaci, terrorizzati dalle malattie. Tutti in fila al pronto soccorso dove ogni anno, in media, avvengono circa 350 accessi ogni mille abitanti, con un totale di circa 1.200.000 prestazioni (fonte Ministero della Salute). Ma le vere urgenze, quelle contrassegnate coi codici giallo o rosso, non superano il 15% del totale. E si sopportano pure file snervanti: a Roma e Napoli, per esempio, occorrono 4-5 ore di attesa per un codice bianco, ovvero per problemi che il medico di casa può risolvere tranquillamente. Gli italiani esagerano, insomma, abusando del servizio di pronto intervento medico, come passano la misura anche nell’assunzione di medicine: dal rapporto Osmed dell’Istituto Superiore di Sanità emergono dati sconcertanti. Ai pazienti tricolori vengono somministrate 954 dosi di farmaci ogni 1.000 abitanti al giorno, con un incremento di oltre il 20% di pastiglie ingurgitate rispetto al 2009, mentre in dieci anni risultano poco meno che raddoppiate le quantità di medicinali assunte: nel 2000 erano 580 le pillole buttate giù ogni mille italiani.
E la spesa farmaceutica 2010 vola oltre i dieci miliardi di euro complessivi. Attraverso le farmacie pubbliche e private sono state acquistate l’anno scorso circa 1,8 miliardi di confezioni medicamentose e consumare farmaci è diventato come bere il caffè la mattina, un’abitudine. È un record di cui non andare troppo fieri, ma i risultati del Rapporto confermano quello che in parte già si sospettava: la crisi ha tagliato i consumi di quasi tutti i generi, persino le spese per il cibo, ma il farmaco è un prodotto che, da noi, non conosce recessione. Siamo terzi in Europa per abuso di antibiotici, dopo Grecia e Cipro, indebolendo le difese immunitarie e facendo diventare sempre più resistenti germi e batteri.

Calabria la più “spendacciona”
Nei primi dieci mesi del 2010 sono stati spesi in Italia per i farmaci 9,7 miliardi di euro, il 4% in più rispetto al 2005, con una concentrazione maggiore nelle regioni meridionali: in ogni regione del Sud in media si spendono oltre 180 milioni, col picco registrato in Calabria dove i cittadini ne hanno spesi 201. L’area d’Italia più virtuosa è stata la Provincia Autonoma di Bolzano con una spesa farmaceutica di “appena” 113,5 milioni di euro, seguita dalla sorella Trento, quindi in fila tra i parsimoniosi il Friuli Venezia Giulia, il Veneto e la Liguria.

Pharmashopping non griffato
In crescita dunque il feeling tra gli italiani e i farmaci e, se in nome della crisi bisogna proprio fare qualche rinuncia, la si fa scegliendo il marchio meno “trendy”, cioè i farmaci equivalenti ma di case farmaceutiche non conosciute o prodotti affatto marchiati, che costano sino al 40% in meno. Lo rivela un’interessante ricerca condotta da Research International per Ratiopharm su un campione di abituali consumatori compresi tra i 18 e i 64 anni, residenti in tutta la Penisola. Mentre nel 2007 il 73% degli intervistati aveva sentito parlare di farmaci generici o equivalenti e solo il 30% dichiarava di farne uso, nel 2009 queste percentuali sono salite rispettivamente al 94% e al 77%. Non solo, dunque, il termine generico risulta essere identificativo della categoria dei farmaci unbranded, senza marchio, ma comincia ad affiancarsi il più appropriato termine di equivalente. Emergono inoltre una fiducia sempre maggiore verso questa tipologia e la predisposizione alla sostituzione del prodotto griffato con l’anonimo, specie tra i soggetti con livello di istruzione medio-alto. Nel 2009, il 45% degli intervistati ha chiesto esplicitamente la sostituzione al farmacista che proponeva il prodotto “famoso”, contro il 24% del 2007.

Siamo tutti dottori
Nell’ultimo anno, inoltre, 3 italiani su 4 hanno usato medicinali di automedicazione. Sono i farmaci prêt à porter, i prodotti da banco di cui siamo diventati grandi consumatori: contro il mal di testa o il mal di denti, per l’attacco alla schiena o la crisi di allergia. Il 55% degli utilizzatori di tali prodotti ha un’età compresa tra i 18 e 44 anni e possiede un’istruzione media superiore o una laurea. Si portano in tasca come un tempo si portavano i vecchi amuleti, servono a calmare il dolore improvviso, ma soprattutto ad esorcizzarlo. Pillole che aiutano a star meglio, ma che spesso sono solo un supporto psicologico, una stampella contro la paura: sembra che gli italiani non escano mai senza portare una pasticca magica in tasca o in borsetta.
Il medico mette in guardia, ma…
I medici non fanno altro che – a parole – ammonire dall’uso indiscriminato e facile dei prodotti farmaceutici, ma alcuni di loro, spesso per ragioni poco ortodosse (leggi: profitto), fanno esattamente il contrario, distribuendo farmaci anche laddove non ce ne sarebbe bisogno. Eppure gli allarmi contro i medicinali inutili sono sempre più numerosi ed autorevoli, come quello recente dell’organismo nazionale sanitario inglese, che ha lanciato un vero e proprio anatema contro gli antibiotici, oggetto di abusi sfrenati ed usi scorretti e che costituiscono un vero boomerang per il nostro organismo.
Sempre fatti salvi i casi di effettiva necessità, assumendo medicinali in modo improprio e superficiale, immettiamo nel nostro corpo sostanze estranee, create in laboratorio, che non sempre si rivelano amiche, anzi. Siamo sicuri che il problema non sia altrove, ad esempio nella nostra testa?


Quelli scaduti non si buttano al secchio…
I medicinali non sono spazzatura qualunque, paragonabili alla vaschetta mezza vuota di un formaggio scaduto. Eppure il loro corretto smaltimento è ancora un’utopia. Per questo l’associazione di difesa dei consumatori “Altroconsumo” ha lanciato un appello: i farmaci sono rifiuti speciali, contengono sostanze attive in grado di interagire con l’ecosistema. Ogni anno le famiglie italiane si liberano di circa un miliardo di compresse, una quantità che può alterare i normali ritmi biologici dell’acqua e del suolo. Questo esercito di pastiglie, creme, fiale dovrebbe finire negli speciali contenitori posti al di fuori delle farmacie, ma ciò avviene solo in misura minima. Questo riguarda esclusivamente i medicinali usati delle famiglie, che rappresentano il 70-75% della spesa farmaceutica italiana, mentre quelli scaduti o invenduti lungo la catena produttiva, dai produttori alle farmacie, vengono recuperati direttamente lungo la filiera.


Abbasso il mal di denti!
Il rapporto Osmed stila la classifica dei tre dolori più comuni, quelli di cui gli italiani hanno più paura: al primo posto viene il mal di denti (28%) seguìto dal mal di testa (24%); al terzo posto il mal di schiena (17%). Nella maggior parte dei casi (36%) basta solo l’avvisaglia del malessere, il suo primo sintomo, a pronunciare la resa immediata e ad assumere il farmaco. è appena il 15% a prendere la pillola solo quando il dolore ostacola concentrazione e sforzi, il 7% lo fa “quando il dolore persiste”, il 28% “quando diventa insopportabile”. Un 14% di stoici non prende nulla.


Dottor internet riceve sempre… con diagnosi da panico
Ogni volta che lo si chiama, lui è pronto a fornire risposte, su qualsiasi argomento di tipo medico: dai tumori agli attacchi di panico, dalle diete anticolesterolo sino alle malattie più rare. Siti, chat, forum, blog brulicano di informazioni sulle patologie più disparate. Un vero eden per gli ipocondriaci: anzi, il termine coniato per battezzare i navigatori compulsivi in cerca di notizie mediche è cybercondriaci. In Italia ammonterebbero addirittura a 16,6 milioni. A metterlo in evidenza è il Censis, che rivela anche che il 34% di chi si connette lo fa per trovare dati di tipo medico. Non solo: per il 18% degli italiani il web rappresenta la prima fonte in questo campo. L’attenzione maniacale al benessere del corpo e l’avvento di Internet – continua il rapporto – non ha fatto che enfatizzare un fenomeno diffuso, ma che magari si limitava alla lettura maniacale dell’Enciclopedia Medica. Oggi, con migliaia di informazioni reperibili nei siti, siamo alle prese con un disturbo vecchio, ma che il web ha amplificato, portandolo in alcuni casi a degenerare in forme psicopatologiche con tratti ossessivo – compulsivi. Così un’emicrania si trasforma in un tumore, il male al braccio in un infarto e via discorrendo. Non sottovalutare i sintomi va bene, ma il medico resta l’unico in grado di fare diagnosi.


Il cuore prima di tutto
Sono i farmaci cardiovascolari i più prescritti in Italia col 47% del totale. Tra i primi trenta principi attivi (pari alla metà delle dosi di medicinali
consumate), 19 rientrano infatti nei farmaci studiati per questo apparato. Seguono quelli relativi al sistema gastrointestinale (16%) e del metabolismo (14%). Nell’ultimo anno è anche aumentato il ricorso ai farmaci dermatologici (+9,3%), articolari (+7,7%) e del sistema nervoso centrale (+4,3%).


Ipocondria innocua? Chiedetelo a Gould
Ne hanno sofferto artisti, scrittori e scienziati, da Andy Warhol a Michael Jackson, da Charles Darwin a Marcel Proust. Ma emblematica è la vicenda che vide coinvolto il grande pianista statunitense Glenn Gould. Quando l’8 dicembre 1959 un tecnico della fabbrica di pianoforti Steinway espresse la gioia di incontrarlo, dandogli un’amichevole pacca sulla spalla, non immaginava certo la reazione che avrebbe provocato. Gould, allora ventisettenne, lo apostrofò duramente, anche se poi parve dimenticarsene. Qualche settimana dopo, però, cominciò a cancellare concerti e nel giro di due mesi incontrò cinque diversi medici  sostenendo che la pacca aveva compresso un nervo della vertebra cervicale. Per curarsi portò un gesso integrale per sei settimane e nei mesi successivi si sottopose a 117 manipolazioni ortopediche. A quel punto denunciò per danni la Steinway. Glenn Gould era un ipocondriaco: terrorizzato dai germi, tanto da indossare abiti pesanti anche d’estate, e dalle strette di mano, che avrebbero potuto danneggiare le sue abili dita. Se non si fosse imbottito di antidolorifici, probabilmente non avrebbe avuto il collasso che nel 1982 lo stroncò a cinquanta anni.

da www.ioacquaesapone.it