di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 4 marzo 2009 (ZENIT.org).- Francesco Miceli testimonia come l’amore cura e lenisce il dolore e la sofferenza.

Aveva 41 anni, sposato con due figli, un buon lavoro, aveva acquistato una casa e pensava di continuare a vivere serenamente.

Ma un giorno accadde il dramma: un incidente stradale, è gravissimo, si salva ma a quali condizioni?

Completamente paralizzato, riesce a muovere solo la testa, il midollo è lesionato all’altezza della cervicale. Ha difficoltà a respirare e quindi vive solo grazie ad uno stimolatore diaframmatico. La sua condizione è molto peggiore di quella di Eluana.

Eppure, dopo la disperazione Francesco Miceli ha ritrovato il senso della vita. Non ha cercato più la morte, non si è più lamentato della sua condizione, non ha più pensato solo a sé.

Ha cominciato a dedicarsi alla consolazione degli altri. Ha offerto la sua testimonianza per suscitare speranza. Ha scoperto la fede e con essa ha capito di poter fornire aiuto a chi dispera.

Francesco ha raccontato che nei primi sei mesi dopo l’incidente non ha pensato altro che a come suicidarsi. Era accecato dalla disperazione e vedeva solo quello che aveva perso. Finché un giorno non ha incontrato Paolo Rosini, un conoscente della moglie, un diacono permanente di Modena.

Paolo era venuto a trovarlo all’ospedale ma Francesco non aveva voglia di parlare, voleva solo morire. Paolo però gli disse che la vita non era solo sua, che gli era stata data e non poteva disporne a piacimento. E poi, se era ancora vivo, di certo il Signore aveva un disegno.

Francesco rimuginò quelle parole per tutta la notte, ed il giorno dopo chiese a Paolo di aiutarlo a fare un cammino di fede. Prima dell’incidente Francesco al massimo andava a messa con i bambini, ma la religione non incideva per nulla nella sua vita.

Da allora la vita di Francesco è cambiata radicalmente, è diventata segno e testimonianza di speranza. Francesco ha scoperto quel Dio Buono che non conosceva. Ha scoperto di essere parte di un progetto, ha capito che la sua vita ha un significato per tante altre persone. Lui che pensava di essere consolato ora è compatito, ora consola gli altri.

La sua forza è quello di una persona che ha trovato attraverso le fede una ragione di vita profonda. E intorno a lui si sono raccolti tanti amici che lo vanno a trovare, a chiedergli consiglio, a raccontargli di sofferenze e dolori, ma anche di gioie, gente che va a rinnovarsi nella speranza.

“L’infermità non mi ha tolto la libertà di amare”, ha scritto nel libro “Correre … sulle ali del pensiero”. Centotrentasei pagine che raccolgono le poesie, i racconti e le lettere di Francesco, tutti fatti reali e concreti, corredati anche da altre testimonianze di amici e persone che hanno conosciuto e condiviso la sua vicenda ma anche di persone che hanno avuto esperienze simili.

Il libro testimonia quanto le persone disabili o rese disabili da incidenti possano contribuire a rafforzare l’attaccamento alla vita, l’amore gratuito tra le persone che cura più di qualsiasi altra medicina.

Insomma oggi Francesco è convinto che Dio lo abbia tenuto in vita per portare e comunicare speranza alle persone toccate dalla sofferenza.

Francesco ha sofferto moltissimo per come si è conclusa la vicenda di Eluana Englaro. Per questo il 22 febbraio ha deciso di stilare un testamento per la vita. Un segno per tutti coloro che amano la vita e rifiutano ogni forma di eutanasia.

ZENIT è stata autorizzata a pubblicarlo:

“Sono un tetraplegico a causa di un incidente automobilistico fatto il 17 novembre 1998. Vivo e respiro grazie ad uno stimolatore iaframmatico collegato al nervo frenico (…).

Tenendo conto che qualora all’improvviso si dovesse fermare lo stimolatore mi resterebbero 4 minuti di vita e quindi andrei in coma con grosse lesioni cerebrali e dopo 13-15 minuti subentrerebbe la morte perché non potrei respirare dato che la mia lesione è altissima (cervicale C1-C2, quindi oltre alla tetraplegia ho anche i polmoni paralizzati), sono costretto a vivere nell’istituto di riabilitazione di Montecatone nel quale, all’interno, è presente un reparto di terapia intensiva dove potrebbero prestare soccorso al mio coma collegandomi ad un respiratore ed alimentandomi con la nutrizione enterale tramite un sondino nasogastrico.

Alla presenza di due testimoni, dichiaro quanto segue: ‘non permetto a nessuno, né il mio procuratore e/o procuratrice o un mio eventuale amministratore di sostegno di chiedere o autorizzare il famoso ‘distacco della spina’ e la chiusura del sondino d’alimentazione. Una sola cosa chiedo ai sanitari: non riversare sul mio corpo l’ormai famoso accanimento terapeutico ma usare le parole del loro giuramento e, secondo scienza e coscienza, fare tutto il possibile per tenermi in vita perché essendo io molto religioso dirò il mio volere: il Signore mi ha dato la vita e il Signore me la dovrà togliere”.

[Per poter avere il libro “Correre … sulle ali del pensiero”, basta scrivere all’autore all’ospedale di Montecatone, via Montecatone 37, 40026 Imola, tel. 0542/632811]