La rivoluzione è avvenuta nelle generazioni più giovani che sono numerossime in questi paesi • Lo riconosce, per la prima volta, Bernard Lewis, il più celebre studioso del mondo musulmano
di Diego Gabutti
Tratto da Italia Oggi il 26 marzo 2011

Professore emerito a Princeton, autore di testi fondamentali e ormai classici sulla storia dell’Islam e del medio oriente, da L’Europa e l’Islam, Laterza 2005, alla Costruzione del medio oriente, Laterza 2006, da Gli arabi nella storia, Laterza 2006, a I musulmani alla scoperta dell’Europa, Rizzoli 2005, Bernard Lewis ha deciso di scommettere un caffè sulla rivoluzione nordafricana e si dichiara infatti assai meno pessimista dei commentatori che in questi giorni, con grandi occhiaie dubitose da scettici blu, scuotono la testa quando sentono qualcuno associare le parole «democrazia» e «libertà» alla parola «Islam». Se «in passato», dice Lewis in un’intervista apparsa qualche giorno fa sul Foglio di Giuliano Ferrara, «nel mondo islamico la parola libertà non aveva un significato politico ma era un concetto esclusivamente giuridico», nel senso che «un individuo era libero quando non era schiavo», oggi il termine «libertà» viene usato in senso proprio, cioè anche politico.

Libertà, sui blog nordafricani e negli slogan che giovani e meno giovani scandiscono nelle manifestazioni di piazza, ha lo stesso significato che nei nostri libri di storia e di filosofia. Quanto poi alla democrazia, anche se finora «non ha mai trovato alcun posto in tutta la storia del mondo arabo e musulmano», secondo Lewis è una carta tutta da giocare. Non fosse che perché «l’Islam non è contro la democrazia in quanto tale. Se si osserva la storia del medio oriente nel periodo islamico, e si esamina in particolare la sua letteratura politica, si nota che l’una e l’altra risultano contrarie a regimi autoritari e assoluti. I musulmani, fin dall’inizio della loro storia, hanno dato grande importanza a ciò che essi stessi definiscono “consultazione”. Lo stesso profeta Maometto, come attesta il Corano, diceva che, prima d’intraprendere un’azione, bisogna discuterne con tutta la gente interessata, ascoltarne il parere e cercare di raggiungere qualche tipo d’accordo». In realtà i moderni regimi autoritari che tengono in scacco la regione sono la traduzione in arabo dei totalitarismi fascisti e socialisti nati in Europa. Anche le teocrazie khomeiniste e talebane sembrano ispirarsi più al lato oscuro della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che al Corano. Non è vero, infine, dice ancora Lewis, che «l’esportazione della democrazia» voluta da Bush jr all’inizio del millennio sia stata un fallimento. Al contrario, spiega, l’esportazione della democrazia ha prodotto e «sta ancora producendo ottimi risultati», soprattutto in Iraq, dove «milioni di persone votano sapendo di rischiare la vita per questo» (mentre da noi, in Europa e negli Stati Uniti, difficilmente qualcuno si recherebbe tranquillamente alle urne se sapesse di rischiare un incontro ravvicinato con cecchini, accoltellatori e kamikaze a metà strada tra il proprio numero civico e la cabina elettorale). Grazie ai «media moderni», che hanno globalizzato il vocabolario della modernità e che «sono stati una delle principali ragioni del rovesciamento dei dittatori della Tunisia e dell’Egitto», non c’è più l’ambiguità d’un tempo riguardo al significato di parole come «libertà» e «democrazia». Così come la libertà, secondo gli studenti di Teheran, «is funny», è divertente, allo stesso modo la democrazia è comoda. Non c’è popolo che, dopo averla collaudata, torni a preferirle il colpo alla nuca dei tiranni. Vero che la situazione può sempre volgere al peggio (e che anzi, se può volgere al peggio, allora volgerà senz’altro al peggio, come recita la Legge di Murphy). Forse i Fratelli musulmani (che anche secondo Lewis, e non soltanto secondo la leadership leghista, è «un movimento islamico radicale estremamente pericoloso») riusciranno a impadronirsi dell’Egitto liberato. Forse Gheddafi, alla fine, la scapolerà; e forse l’opposizione libica medita davvero una nuova e peggiore tirannia. Ma non per questo l’Occidente può «addolorarsi» per la sorte dei tiranni. Simili astuzie (e smancerie) ci siano risparmiate.