L’Odio massonico verso la Chiesa. La Repubblica Romana del 1849

di Angela Pellicciari

II potente gran maestro della massoneria italiana Adriano Lemmi, alla fine dell’Ottocento, riteneva che la scomparsa del potere temporale dei papi fosse il «più memorabile avvenimento della storia del mondo».
Per capire i fatti, per capire cosa è successo durante la breve vita della Repubblica Romana del 1849, per capire soprattutto l’eco che di quei fatti ancora oggi si respira, non sarà inutile ricorrere a qualche breve citazione della stampa massonica di allora. Questa la prosa del gran maestro Mazzoni: «A Roma sta il gran nemico della luce. Lo attaccarlo ivi di fronte, direi quasi a corpo a corpo, è dover nostro». E questi erano gli auspici della Rivista della Massoneria nel 1871: «facciamo sì che dalla Eterna Città nostra la luce si diffonda per l’Universo, che il mondo ammiri, a canto del nero ed avvilito Gesuita, il libero gigante potere della Massoneria […] È in Italia, è a Roma, ove il nostro eterno avversario raccoglie le sue ultime forze. Noi siamo gli avamposti dell’esercito massonico universale». La rivoluzione che scoppia, violentissima, a Roma, nel 1849, passata alla storia col nome di Repubblica Romana, di romano ha in effetti ben poco. Si va dal genovese Mazzini, al nizzardo Garibaldi, al genovese Avezzana, ministro della guerra, al friulano Dall’Ongaro, direttore del giornale ufficiale Monitore Romano, al napoletano Saliceti, redattore della Costituzione: l’elenco è lungo. Come mai rivoluzionari di tutta Italia, ed anche stranieri, chiamano romana la repubblica che proclamano? Il perché lo spiega Giuseppe Mazzini, anima di quel tentativo totalitario, condotto, manco a dirlo, nel nome della libertà e della costituzione. A chi dice «Roma è dei Romani», scrive Mazzini, bisogna rispondere: «No; Roma non è dei Romani: Roma è dell’Italia». E la popolazione romana sbigottita dalla violenza rivoluzionaria? «I Romani che non lo intendono non sono degni del nome». I romani non degni del nome sono, come ovvio, in primo luogo i cattolici: praticamente tutta la popolazione. La gnosi, nelle sue varie incarnazioni settarie, è convinta di saperla molto più lunga della Rivelazione e del Magistero che la interpreta. Mazzini, e con lui tutte le società segrete, si ripropongono di farla finita con la Chiesa cattolica: è un ostacolo al progresso incarnato dalle loro scientifiche convinzioni politiche. Il mito della Terza Roma, che prepotentemente si afferma durante l’Ottocento, persegue proprio questo obiettivo: mettere la parola fine alla Roma cristiana che ha oscurato (così si ritiene) la bellezza e la forza di quella pagana, riportando l’orologio della storia indietro di millecinquecento anni e tornando ai fasti del paganesimo. Terza Roma, per l’appunto. Questa è l’IDEA – come si diceva allora scrivendola in maiuscolo ed idolatrando il pensiero di chi tanto ideale aveva concepito – che trionfa a Roma nel 1849. Ebbri di gioia per la fine del potere temporale, i rivoluzionari governano da ubriachi, ovvero da briganti. Chi lo dice? Non solo il papa Pio IX, costretto a fuggire a Gaeta dove è ospite di Ferdinando II di Borbone, ma le stesse fonti liberali dell’epoca che descrivono le gesta del potere rivoluzionario. Varrà la pena di citare qualche testimonianza, a cominciare, come ovvio, dal Papa. Il 20 aprile 1849 da Gaeta, nell’allocuzione Quibus, quantisque malorum, Pio IX descrive in una lunga lettera cosa succede a Roma in nome della libertà e della costituzione.
I liberali affermano di agire per il bene della Chiesa che vogliono purificata dall’incombenza del potere temporale? I liberali desiderano che la Chiesa diventi più aderente ai voleri di Cristo e, quindi, più povera, pura e libera? Analizziamo i fatti, suggerisce il Papa, e vediamo se sono davvero queste le intenzioni dei rivoluzionari. I fatti sono i seguenti: è impedita qualsiasi comunicazione del Papa con i vescovi, il clero, i fedeli; Roma si riempie di uomini (apostati, eretici, comunisti e socialisti, come si definiscono) provenienti da tutto il mondo, pieni di odio nei confronti della Chiesa; i liberali si impossessano di tutti i beni, redditi e possedimenti ecclesiastici; le chiese sono spogliate dei loro ornamenti; gli edifici religiosi dedicati ad altri usi; le monache maltrattate; i religiosi assaliti, imprigionati ed uccisi; i pastori separati dal proprio gregge ed incarcerati.
La conclusione che Pio IX trae dall’analisi delle imprese del potere rivoluzionario è inequivocabile. La mitica Repubblica Romana ha un unico, vero, obiettivo: il fine delle società segrete (che non esitano ad utilizzare a questo scopo lo stesso nome di Cristo) è la totale distruzione della Chiesa cattolica. Proprio come convintamente sostenuto dai gran maestri e dalla rivista della la massoneria.
Gli agitatori di popolo calati a Roma nel 1849 agiscono da briganti non solo nei confronti della Chiesa e delle sue proprietà. Pio IX documenta come i liberali mettano in pericolo l’ordine e la prosperità dell’intera società civile: l’erario pubblico è dissipato e ridotto a nulla; il commercio interrotto e quasi inesistente; i privati derubati dei loro beni da coloro che si definiscono guide della popolazione; la libertà e la stessa vita di tutti i sudditi fedeli messa in pericolo.
Le fonti liberali contraddicono le affermazioni del Papa? Niente affatto. Luigi Carlo Farini, futuro presidente del Consiglio del Regno d’Italia, ne Lo stato romano dall’anno 1814 al 1850, scrive: «Fra gli inni di libertà, e gli augurii di fratellanza erano violati i domicilii, violate le proprietà; qual cittadino nella persona, qual era nella roba offeso, e le requisizioni dei metalli preziosi divenivano esca a ladronecci, e pretesto a rapinerie». Quanto all’eroe dei due mondi, il generale Garibaldi, nelle sue Memorie, così racconta cosa capita – e cosa fanno – i bravi garibaldini: «mossomi da Tivoli verso tramontana per gettarmi tra popolazioni energiche e suscitarne il patriottismo, non solo non mi fu possibile riunire un sol uomo, ma ogni notte […] disertavano coloro che mi avean seguito da Roma». Cosa facevano i disertori? «I gruppi dì disertori si scioglievan sfrenati per le campagne e commettevano violenze d’ogni specie».
Stando così le cose – e le cose stanno così – viene spontaneo domandarsi come mai, caduti tanti miti, infrante tante ideologie, nessuno, ma proprio nessuno, abbia neppur lontanamente cominciato a mettere in discussione la leggenda creata intorno alla Repubblica Romana. Da destra come da sinistra tutti danno per scontato che l’esperimento ideato da Mazzini abbia costituito un effettivo passo in avanti verso la libertà, la costituzione, il progresso, la giustizia. Basti ricordare che all’epoca della giunta guidata da Storace, solo pochi anni fa, la Regione Lazio spese parecchio denaro per diffondere capillarmente in tutte le scuole un opuscolo a fumetti dal titolo Mazzini e il Risorgimento. In una delle vignette comparivano tre personaggi, all’apparenza contadini (erano accompagnati da vanghe e cazzuole), contadini che però indossavano una bella coccarda tricolore. Il primo gridava: «Hanno confiscato le terre del clero»; il secondo ribatteva: «e ora le distribuiscono ai contadini». Il terzo tirava le conclusioni: «Viva la repubblica».
La verità è che, a destra come a sinistra, più o meno mascherata, più o meno avvertita, è sempre viva un’incrollabile ostilità, che in alcuni casi è più esatto definire odio, verso la Chiesa cattolica. In questo panorama, va detto perché rappresenta un’assoluta novità, il presidente Berlusconi ha pubblicamente suggerito a tutti la lettura del mio primo libro: Risorgimento da riscrivere. Cambierà qualcosa?

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«Comandiamo ai nostri buoni e fedeli sudditi dl non resistere, per non moltiplicare quegli odi civili, a estinguere i quali daremmo volentieri la vita in olocausto. Quando a Dio piaccia, ben potrà Egli sen’alcuna forza umana riedificare mediante l’amore dei popoli questo temporale dominio della Santa Sede, che dall’amore dei popoli ebbe origine». (Pio IX, manifesto scritto prima di fuggire da Roma, in Angela Pellicciari, Risorgimento da riscrivere. Liberali & massoni contro la Chiesa, Ares, 1998, p. 89).

IL TIMONE n.88 – Dicembre 2009

Massoni e cattolici, alleanza impossibile

Dan Brown nel Simbolo perdu­to allude spesso ai nemici del­la massoneria come perso­naggi patologici, fondamentalisti cri­stiani vittime di assurde «teorie del complotto». Si potrebbe osservare che la predica viene da uno strano pulpito, dal momento che alcune delle più bizzarre teorie del com­plotto sono state divulgate con gran­de entusiasmo proprio da Brown in Angeli e Demoni e nel Codice da Vin­ci . Ma in verità l’anti-massonismo na­sce molto prima del fondamentali­smo protestante o della destra reli­giosa statunitense così poco simpa­tica a Brown.

Prima ancora che la massoneria moderna sia fondata, nel 1717, si manifestano già reazioni an­ti- massoniche. Nel 1698, per esem­pio, un certo M. Winter (di cui non ho reperito ulteriori dati biografici) fa diffondere un volantino indirizzato «A tutte le persone timorate di Dio nella città di Londra» in cui si mette in guardia dal «male perpetrato di fronte a Dio dai cosiddetti Massoni»: «Essi sono l’Anticristo che viene ad al­lontanare gli uomini dal timore di Dio. Perché mai certi uomini do­vrebbero incontrarsi in luoghi segre­ti e con segni segreti, stando attenti che nessuno li veda, se fosse per com­piere l’opera di Dio? Non sono que­sti i modi degli operatori d’iniquità?. Non mescolatevi con questa gente corrotta – consiglia il volantino – per non trovarvi con loro quando verrà la consumazione del mondo». Come si vede, l’anti-massonismo è almeno antico quanto la massone­ria. Tuttavia, come è più opportuno parlare di massonerie, al plurale, co­sì esistono diversi tipi di anti-masso­nismo. Si deve almeno distinguere fra un anti-massonismo «politico», che spesso reclama leggi anti-mas­soniche e interdizioni civili per i mas­soni, e un anti-massonismo di tipo «dottrinale» che critica la massone­ria sul piano filosofico e culturale.

L’anti-massonismo «politico» trae i suoi argomenti da specifici risultati del metodo massonico in questo o quel Paese, in questa o quell’epoca storica, sostenendo che essi sono no­civi o pericolosi per la società. L’anti-massonismo «dottrinale» con­centra invece la sua critica sul meto­do massonico come costante nella storia delle massonerie, a prescinde­re dagli specifici risultati che dal me­todo sono di volta in volta derivati. Naturalmente, l’anti-massonismo «politico» e l’antimassonismo «dot­trinale » sono, per usare un termine sociologico, «idealtipi» o «tipi idea­li », che l’interprete può ricostruire ma che raramente s’incontrano allo stato puro. Spesso ci si trova di fron­te a forme ibride di anti-massonismo, che presentano elementi dell’uno e dell’altro tipo ideale. Tuttavia è im­portante sottolineare due aspetti im­portanti della storia degli anti-mas­sonismi. Anzitutto, l’anti-massonismo «poli­tico » non presuppone necessaria­mente l’anti-massonismo «dottrina­le ». Per esempio, forze d’ispirazione marxista potranno reclamare prov­vedimenti legali contro la massone­ria ritenendo che sia, in una deter­minata situazione storica, global­mente nociva e nello stesso tempo esprimere apprezzamento per il me­todo massonico e per il ruolo «progres­sista » che, in altre e­poche, ha avuto. In secondo luogo, l’anti-massonismo «dottrinale» potrà mantenere ferma la sua critica della massoneria a pre­scindere dalle posi­zioni concrete che le singole obbedienze massoniche a­dottano su questo o quel problema. Nel mondo cattolico il magistero e­sclude, si può dire da sempre, la «doppia appartenenza » dei fedeli in­sieme alla Chiesa Cattolica e alla massoneria: e lo fa sulla base di una rigorosa critica dottrinale del meto­do massonico, che rimane sempre incompatibile con la fede cattolica quali siano i risultati cui l’applica­zione del metodo di volta in volta porta.

La posizione attuale e vigente della Chiesa Cattolica è espressa dalla Di­chiarazione sulla massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 1983, firmata dal suo pre­fetto di allora cardinale Joseph Rat­zinger ma sottoscritta anche dal pa­pa Giovanni Paolo II, così che dev’es­sere considerata magistero vinco­lante per tutti i fedeli. Secondo que­sto documento, benché il nuovo Co­dice di diritto canonico del 1983 non parli più di «scomunica» per i mas­soni, in realtà «rimane […] immuta­to il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni mas­soniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconcilia­bili con la dottrina della Chiesa e per­ciò l’iscrizione a esse rimane proibi­ta. I fedeli che appartengono alle as­sociazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono ac­cedere alla Santa Comunione». Quando qualche massone argo­menta che dal fatto che nel nuovo Codice non si usi più la parola sco­munica si può evincere che i cattoli­ci oggi potrebbero diventare tran­quillamente massoni esprime dun­que la posizione della massoneria, non quella della Chiesa cattolica. E quale comportamento debbano te­nere i cattolici lo determina ovvia­mente in modo vincolante la Chiesa, non la massoneria. La massoneria è libera di pensare che i massoni pos­sono essere cattolici.

Ma la Chiesa in­segna con assoluta chiarezza che i cattolici non possono essere masso­ni. Se pure manca la parola «scomu­nica » rimane la sostanza: i cattolici che sono massoni «non possono ac­cedere alla Santa Comunione». E il documento precisa pure che singoli vescovi non possono modificare una decisione che è stata pre­sa in modo formale e de­finitivo dalla Santa Sede. Importante, nella stessa prospettiva, è un testo pubblicato da L’Osserva­tore Romano il 23 feb­braio 1985, non firmato ma di cui è comunemente conside­rato autore l’allora cardinale Ratzin­ger. Il testo costituisce per così dire la «motivazione» della «sentenza» del 1983. Secondo questo testo, anche nel caso – da esaminare obbedienza per obbedienza, caso per caso, Pae­se per Paese – in cui non vi siano spe­cifici risultati ostili alla Chiesa, «l’in­conciliabilità dei princìpi» rimane ferma, in quanto – qualunque siano i suoi risultati – è sempre il metodo massonico a essere incompatibile con la fede cattoli­ca. Qualcuno, osserva la nota del 1985, po­trebbe obiettare che è improprio parlare di «inconciliabilità dei princìpi» perché «essenziale della massoneria sarebbe proprio il fatto di non imporre alcun “principio”».

Ma proprio questo a­spetto «essenziale» è incompatibile con la fede cristiana sul piano meto­dologico: «Anche se si afferma che il relativismo non viene assunto come dogma» – proprio perché non ci so­no né dottrine né dogmi – «tuttavia si propone di fatto una concezione simbolica relativistica, e pertanto il valore relativizzante di una tale co­munità morale-rituale, lungi dal po­ter essere eliminato, risulta al con­trario determinante. In tale contesto, le diverse comunità religiose, cui ap­partengono i singoli membri delle logge, non possono essere conside­rate se non come semplici istituzio­nalizzazioni di una verità più ampia e inafferrabile». Così, «anche quando […] non vi fos­se un’obbligazione esplicita di pro­fessare il relativismo come dottrina, tuttavia la forza relativizzante di una tale fraternità, per la sua stessa logi­ca intrinseca, ha in sé la capacità di trasformare la struttura dell’atto di fede in modo così radicale da non es­sere accettabile da parte di un cri­stiano “al quale è cara la sua fede”». Il rito di iniziazione degli affiliati a una loggia massonica secondo un’incisione del XVIII secolo

Massimo Introvigne

© Avvenire – 19 gennaio 2010