Medjugorje, l’attesa per il verdetto

Ecco le norme più recenti (1978) sulle apparizioni mariane: prevedono solo due formule, una per il riconoscimento del fatto soprannaturale, un’altra negativa

ANDREA TORNIELLI da Vatican Insider

Un articolo di Vatican Insider dedicato ai lavori della commissione sulle apparizioni di Medjugorje presieduta dal cardinale Camillo Ruini ha provocato diverse reazioni, come ad esempio quella che si può leggere a questo link

Nell’articolo si affermava che oltre alla formula positiva («constat de supernaturalitate», risulta il fatto soprannaturale) e a quella decisamente negativa («constat de non supernaturalitate», risulta la non soprannaturalità), esiste anche una formula intermedia («non constat de supernaturalitate», cioè non risulta la soprannaturalità).

In realtà, le ultime norme disponibili pubblicate dalla Congregazione per la dottrina della fede nel 1978, frutto di una decisione dell’ex Sant’Uffizio discussa quattro anni prima, contemplano soltanto la prima e la terza delle formulazioni appena esposte. Nel primo caso si dà una risposta affermativa alla domanda sulla soprannaturalità dell’evento, nel secondo caso («non constat de…») si dà risposta negativa.



È stato ricordato che l’allora segretario della Congregazione per la dottrina della fede, l’arcivescovo Angelo Amato, nel 2008, alla vigilia della nomina a Prefetto del dicastero dei santi, rilasciò sull’argomento un’intervista al quotidiano cattolico Avvenire. E alla domanda se il «non constat de…» potesse essere considerato un giudizio attendista, mentre il «constat de non…» rappresenterebbe il parere decisamente negativo, Amato rispose: «Nelle norme di cui stiamo parlando si parla solo di “constat de” e non “constat de”. Non si fa cenno al “constat de non”».

Dalle norme del 1978, spiegate da Amato, si deduce quindi che l’unica formula negativa contemplata è «non constat de» e dunque che appare improprio presentarla come una sorta di giudizio sospensivo. Si tratta, invece, della risposta negativa alla domanda se la presunta apparizione sia o meno soprannaturale.

Detto questo, però, bisogna chiarire che la formula «constat de non supernaturalitate» (cioè quella che accertava con decisione la prova della non soprannaturalità), non si può considerare scomparsa a causa della mancata menzione nelle norme – mai pubblicate – del 1978.

È vero che non viene contemplata (anche se lo era fino all’ultima stesura), ma appartiene comunque alla prassi della Chiesa. Venne usata per esempio nel caso di Heroldsbach in Germania: la dichiarazione «constare de non supernaturalitate» del 18 luglio 1951 fu allora approvata da Pio XII e resa pubblica dall’«Osservatore Romano».

Un altro caso, problematico, nel quale la formula venne usata è quello di Amsterdam, riguardanti le apparizioni e le rivelazioni della «Signora di tutti i popoli». Il 5 aprile 1974 Paolo VI approvò la decisione della Congregazione di pubblicare il giudizio negativo «constat de non supernaturalitate». La notificazione del 1974 ed è stata di nuovo riproposta nella raccolta «Documenta Congregationis pro Doctrina Fidei» pubblicata nel 2006 (Documento 22, p. 90). È interessante notare che le apparizioni di Amsterdam saranno in seguito approvate dal vescovo locale.

Ora però l’unica formula negativa citata nelle norme del 1978 è dunque «non constat de…», ed è la risposta alla domanda se nell’apparizione presa in esame vi sia qualcosa di soprannaturale. Il «non constat de…» può dunque indicare la mancanza di certezza morale nei giudici  chiamati a pronunciarsi, o la mancanza di prove convincenti che fanno propendere per un giudizio negativo. Nel caso ci si trovi però in presenza di prove certe che escludano la natura soprannaturale, ciò potrebbe essere ancora affermato la formula «constat de non supranaturalitate», come spiegano a Vatican Insider autorevoli esperti della materia che lavorano Oltretevere.

Quanto al pronunciamento su Medjugorje, i lavori della commissione guidata da Ruini termineranno prima della fine del 2012. La commissione produrrà un documento, un parere riservato, che sarà preso in esame dalla Congregazione per la dottrina della fede. Si tratterà di un parere motivato e documentato – non di una decisione – che dopo il vaglio dell’ex Sant’Uffizio verrà sottoposto al Papa. Sarà Benedetto XVI a decidere il da farsi, e cioè se pubblicarlo, facendo pronunciare su Medjugorje il dicastero dottrinale, oppure se attendere ulteriormente, anche a motivo del fatto che il fenomeno delle apparizioni non è concluso.

Appare però francamente difficile da immaginare che dopo aver nominato una commissione chiamata a esaminare il caso e a esprimersi, le sue conclusioni vengano tenute chiuse in un cassetto. Tanti devoti di Medjugorje, come pure molti di coloro che non credono all’autenticità di quelle apparizioni, attendono una parola della Chiesa a questo proposito.

Mercoledì della I settimana del Tempo di Quaresima

dal Vangelo secondo Lc 11, 29-32

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona. Poiché come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
La regina del sud sorgerà nel giudizio insieme con gli uomini di questa generazione e li condannerà; perché essa venne dalle estremità della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, ben più di Salomone c’è qui.
Quelli di Nìnive sorgeranno nel giudizio insieme con questa generazione e la condanneranno; perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, ben più di Giona c’è qui».

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Giona, un predicatore. In ebraico il nome proprio Ionah vuol dire “colomba”. Giona semplice come una colomba, poche parole, taglienti come una spada. Il tempo è breve, tre giorni e tutto sarà distrutto.

“Fu rivolta a Giona figlio di Amittai questa parola del Signore: Alzati, và a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me”. Amittai in ebraico è verità, quindi figlio di Amittai significa figlio della verità. “La verità, la realtà stessa, si sottrae all’uomo, egli appare sottoposto ad anestesia locale, capace di cogliere solo brandelli deformati del reale.” (J. Ratzinger, Fede e futuro). Gli abitanti di Ninive, la “città sanguinaria” (Nahum 3,1), sono l’immagine di quantivivono anestetizzati, in una sorta di “impermeabilità della coscienza” (Dominum et vivificantem, 47): essi “non sanno distinguere la destra dalla sinistra” secondo le parole di Dio rivolte a Giona. La loro malizia è dunque la mancanza di “sensibilità e capacità di percezione” (Reconciliatio et Poenitentia,18) della verità:

Dicono fra loro sragionando:
«La nostra vita è breve e triste;
non c’è rimedio, quando l’uomo muore,
e non si conosce nessuno che liberi dagli inferi.
Siamo nati per caso
e dopo saremo come se non fossimo stati….
La nostra esistenza è il passare di un’ombra
e non c’è ritorno alla nostra morte,
poiché il sigillo è posto e nessuno torna indietro….
Su, godiamoci i beni presenti,
facciamo uso delle creature con ardore giovanile!
Lasciamo dovunque i segni della nostra gioia
perché questo ci spetta, questa è la nostra parte.
La pensano così, ma si sbagliano;
la loro malizia li ha accecati.
(Sap. 2)

Giona, il figlio della Verità, è inviato ai niniviti figli della malizia che è inganno e menzogna, a quanti”non conoscono i segreti di Dio; non sperano salario per la santità né credono alla ricompensa delle anime pure” (Sap. 2). Giona, come un segno. L’unico. Secondo l’esegesi rabbinica il nome di Giona e di Ninive sono composti, in ebraico, con le stesse lettere (Giona si scrive IVNH, e Ninive NINVH), e si assomigliano. Scopriamo così che agli abitanti di Ninive immersi nella malizia Dio invia un loro fratello, uno che ha le loro stesse radici. Con la discesa nel ventre del pesce e la sua salvezza miracolosa, il Signore ha preparato Giona per annunciare ai suoi fratelli la parola di Verità, facendogli condividere il loro stesso destino. Veniva a loro dallo stesso inferno, parlava con un’esperienza capace di giungere al loro cuorePer questo è stato un segno, e la sua predicazione è risuonata nel cuore dei niniviti come un’eco di verità a cui aggrapparsi per salvarsi.

Ninive, la nostra vita oggi. Gesù, il nostro Giona oggi: “Tre giorni e Ninive sarà distrutta”. Il terzo giorno era noto alla tradizione ebraica antica. Nella Scrittura il terzo giorno è quello nel quale si risolve una situazione critica, disperata. Il terzo giorno appare sempre come quello del dono della vita. “Mai il Santo, benedetto egli sia, lascia i giusti nell’angoscia per più di tre giorni” (Gen. R. 91,7 su Gen. 42,18). L’esperienza di Giona salvato dalle fauci della balena proprio al terzo giorno. Allo stesso modo il Kerygma – l’annuncio – più antico proclama che Gesù “è risuscitato il terzo giorno secondo le scritture” (1 Cor. 15,4). Non a caso il Vangelo di oggi termina con la conversione degli abitanti di Ninive alla predicazione di Giona, dove predicazione traduce proprio l’originale greco Kerygma. Per Rabbì Levi il terzo giorno ha una virtù particolare, è benedetto a causa del dono della Torah sul Sinai (cfr. Es. 19,16). A Ninive, come nella nostra vita, si rinnova il dono della Torah, la Parola incarnata nella misericordia apparsa in Cristo. Egli, come Giona lo fu per quelli di Ninive, è fratello di ciascuno di noi, ha condiviso il destino di morte che l’uomo si è attirato peccando. Tre giorni, il riposo del Signore nel sepolcro dell’umanità, della nostra vita, il tempo favorevole per lasciarci raggiungere dal Suo amore e farci trascinare con Lui nel passaggio dalla morte alla vita. Solo Lui può annunciarci il Kerygma autentico, quello che attende e desidera il nostro cuore ormai da tre giorni, la Parola di Verità che il nostro cuore può comprendere e accogliere. E’ Lui l’unico segno offerto ad una generazione malvagia, l’unico che può salvarla. Lui attraverso la sua Chiesa, madre e maestra dell’umanità.

Indossiamo allora il sacco e ricopriamoci di cenere, i segni della debolezza e della caducità bisognosa che tutti ci accomuna, della realtà che ci definisce quali peccatori, sine glossa e senza giustificazioni; disponiamoci al digiuno e alla preghiera, i segni della Grazia che prende vita nelle nostre esistenze, che si fa fiduciosa risposta all’amore di Dio. Inginocchiamoci in questa quaresima, in attesa della mano del Signore tesa a salvarci, della sua Parola di vita. Un Segno per convertirci.

Dio si impietosì. Il Card. Ratzinger sulla predicazione del profeta Giona nella città di Ninive

Cardinale Joseph Ratzinger [Papa Benedetto XVI]
Ritiro predicato al Vaticano 1983

« Non gli sarà dato nessun segno fuorché il segno di Giona »

“Questa generazione cerca un segno”. Anche noi aspettiamo la dimostrazione, il segno del successo, tanto nella storia universale quanto nella nostra vita personale. Pertanto ci chiediamo se il cristianesimo abbia trasformato il mondo, se abbia dato quel segno del pane e della sicurezza di cui parlava il diavolo nel deserto (Mt 4,3s). Secondo l’argomentazione di Karl Marx, il cristianesimo ha disposto di un tempo sufficiente per dimostrare i suoi principi, per provare il suo successo, per dimostrare che ha creato il paradiso terrestre; seondo Marx, dopo tanto tempo, sarebbe ormai necessario appoggiarsi su altri principi.

Questa argomentazione non manca di impressionare numerosi cristiani, e molti ritengono che sia per lo meno necessario inventare un cristianesimo molto differente, un cristianesimo che rinunci al lusso dell’interiorità, della vita spirituale. Ma proprio in questo modo, impediscono la vera trasformazione del mondo, che si origina in un cuore nuovo, un cuore vigilante, un cuore aperto alla verità e all’amore, un cuore liberato e libero.

Alla radice di tale richiesta sviata di un segno, c’è l’egoismo, la mancanza di purezzza di un cuore che non aspetta nulla di Dio se non il successo personale e un aiuto per affermare l’assoluto dell’io. Tale forma di religiosità è rifiuto fondamentale di conversione. Eppure, quante volte anche noi dipendiamo dal segno del successo! Quante volte chiediamo il segno e rifiutiamo la conversione!

Irpinia: il triste destino delle chiese “sconsacrate”

“Il mondo potrebbe stare anche senza sole, ma non può stare senza la santa Messa”. (San Pio da Pietrelcina)

GIOVANNI CORSO da Vatican Insider

E’ un fenomeno progressivo e preoccupante quello di assistere sempre di più alla “sconsacrazione” delle chiese, ed è un fenomeno desolante: è la secolarizzazione degli edifici adibiti al culto cattolico.

Cosa vuol dire sconsacrare una chiesa: non più adibita all’uso di funzioni religiose? Assenza del Santissimo Sacramento? O rimozione della pietra sacra?

 

E se fossero “sconsacrate”, cosa sarebbero? Non sono più chiese, e allora cosa sono pur conservando un’architettura di chiesa? Quello più triste è l’uso che ne viene fatto di queste chiese “sconsacrate”: musei, sale da studio, sede di convegni, biblioteche, anche sala consiliare di qualche municipio. Va bene tutto, tranne quello che potrebbe dare anche una parca idea di sacro.

 

La sferzata laicista non risparmia proprio nulla. Di fatto un altare consacrato dovrebbe avere incastonato nel marmo la pietra sacra a sua volta consacrata dal Vescovo e che contiene le reliquie dei martiri. Con questo articolo, voglio segnalare due chiese dette “sconsacrate” nel comune di Bagnoli Irpino in provincia di Avellino.

La chiesa settecentesca di santa Margherita, in uso fino a qualche anno fa’ come cappella funebre, in questo momento è stata adibita ad una pinacoteca: ahimè! Se fosse per un Cristo del Caravaggio o per opere sacre, potremmo anche lasciar passare, ma ovviamente non è così. Si deve notare che in questa chiesa non è mai stato costruito un altare (o meglio mensa) giustapposto all’originale come adesso va di moda; la chiesa infatti presenta un unico altare centrale posizionato ad Orientem, in marmo policromo; altare di pregevole valore e tuttora ancora consacrato! Durante le attuali mostre di pittura, saltuarie tra l’altro, sono stati posti anche dei quadri su questo altare ancora consacrato. Tutto questo è inaccettabile, oltre che di cattivo gusto; tutto questo passa sotto gli occhi dell’indifferenza della gente, perché la gente non sa che quell’altare è ancora consacrato e che potrebbe essere ancora celebrata la s. Messa.

 

Il valore spirituale di questo altare è molto elevato, perché non è consacrata solo la pietra, ma tutto l’altare, in quanto è costituito da un pezzo unico.

 

Sempre nel comune di Bagnoli Irpino, un’altra chiesa “sconsacrata” è la chiesa di un exconvento dove è stata adattata addirittura a sala consiliare e il sindaco durante la giunta comunale siede praticamente sull’altare maggiore, con qualche confusione di ruoli ovviamente. E questo è davvero disarmante…

 

A quanto pare, si prepara la sconsacrazione ufficiale di un’altra storica chiesa: quella dell’ex convento di san Domenico, tale edificio verrà utilizzato come sede di una mostra di artigiani. Già, artigiani, pittori, politici… celebrar Messa in queste chiese sarebbe un triste vintage.

Il Papa: “La maggiore tentazione dell’uomo è rimuovere Dio”

Nell’Angelus domenicale Benedetto XVI ha ricordato come per il cristiano siano necessari penitenza e preghiera e come il Padre si rivela in modo inaspettato. Parte la settimana di esercizi spirituali per la curia
Tratto da Vatican Insider

«Affido alla vostra preghiera la settimana di esercizi spirituali che inizierò con i miei collaboratori della Curia romana».

Benedetto XVI si è rivolto così ai fedeli prima dell’Angelus, annunciando l’inizio, dalle 18 di oggi e fino a sabato prossimo nella cappella Redemptoris Mater del Palazzo apostolico, del ritiro di Quaresima cui parteciperà con i presuli di Curia. Per predicare le meditazioni sul tema «La comunione del cristiano con Dio», quest’anno il Papa ha scelto per la prima volta un cardinale africano, il congolese Laurent Monsengwo Pasinya, arcivescovo di Kinshasa, come anticipato da Vatican Insider.

Intanto nel corso dell’Angelus il Papa ha commentato il Vangelo della domenica il brano evangelico di Gesù tentato da Satana nel deserto: «La tentazione di rimuovere Dio, di mettere ordine da soli in se stessi e nel mondo contando solo sulle proprie capacità, è sempre presente nella storia dell’uomo».

Un luogo, il deserto, ha detto il Papa ai fedeli riuniti in Piazza San Pietro, che «può indicare lo stato di abbandono e di solitudine, il ’luogò della debolezza dell’uomo dove non vi sono appoggi e sicurezze, dove la tentazione si fa più forte».

Ma esso, ha proseguito, «può indicare anche un luogo di rifugio e di riparo, come lo fu per il popolo di Israele scampato alla schiavitù egiziana, dove si può sperimentare in modo particolare la presenza di Dio».

L’episodio evangelico, per Ratzinger, insegna che «l’uomo non è mai del tutto esente dalla tentazione finchè vive», ma «è con la pazienza e con la vera umiltà che diventeremo più forti di ogni nemico»: «la pazienza e l’umiltà – ha spiegato, con grande intensità, – di seguire ogni giorno il Signore, imparando a costruire la nostra vita non al di fuori di Lui o come se non esistesse, ma in Lui e con Lui, perchè è la fonte della vera vita».

Con l’invito «ad avere fede in Dio e a convertire ogni giorno la nostra vita alla sua volontà, orientando al bene ogni nostra azione e pensiero», Benedetto XVI ha sottolineato poi che «il tempo della Quaresima è il momento propizio per

rinnovare e rendere più saldo il nostro rapporto con Dio, attraverso la preghiera quotidiana, i gesti di penitenza, le opere di carità fraterna».

Martedì della I settimana di Quaresima

dal Vangelo secondo Mt 6, 7-15 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così: 
Padre nostro che sei nei cieli, 
sia santificato il tuo nome; 
venga il tuo regno; 
sia fatta la tua volontà, 
come in cielo così in terra. 
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 
e rimetti a noi i nostri debiti 
come noi li rimettiamo ai nostri debitori, 
e non ci indurre in tentazione, 
ma liberaci dal male. 
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe». 

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Chiacchieriamo e ci piace intrattenerci con le parole. Talk-show e salotti, il piacere della parola. Soprattutto gridata, brandita come un’arma, la regina di questa società travestita come uno show, apparenza pura spacciata per “reality”. Mentre la Scrittura ci rivela che il reale nasce sì da una Parola, ma dall’unica autentica, la Parola di Dio. “Sia la luce”. E la luce fu. Una Parola che si compie, fatta carne nella pienezza dei tempi. Una Parola, l’unica, che salva smascherando le vuote parole di tutti noi, quelle mai pensate, sempre buttate.

Purtroppo le infiliamo spesso alla rinfusa anche nelle preghiere che sembrano sgorgare da cuori impazziti di orfani senza certezze. Per pregare davvero occorre una certezza. Una sola. Che siamo figli. «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia» (Charles Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri). Per sperare e pregare senza dubitare è necessaria l’esperienza di avere un Padre nel Cielo che ci ama infinitamente, e sa tutto di noi. “Niente è più decisivo in una vita delle proprie origini. Per questo il padre rappresenta molto di più di un uomo in carne e ossa che ci ha generati. Ci dà un nome.[…] La nostra individualità, così concreta, è legata al nome che riceviamo da nostro padre, per noi sigillo, segno distintivo. Prima che esseri di ragione o di coscienza, d’istinto o di passione, siamo infatti figli” (Maria Zambrano, Verso un sapere dell’anima).

Alla nostra origine vi è il perdono che ha cancellato il peccato d’origine. Siamo figli della misericordia, e questo è il nome che ci distingue, il nome stesso di Dio sigillato in noi, sorgente inesauribile della nostalgia di Lui. Perchè Dio è Padre soprattutto perdonando. Basta alzare gli occhi del cuore e sussurrare “Papà”, il perdono è lì. Come ha sperimentato il figliol prodigo che s’era preparato un bel discorso, parole da dire, parole per spiegare, parole per implorare. E il Padre, già da tempo alla finestra, aspetta suo figlio con il cuore traboccante di compassione, sapendo già ciò di cui il figlio aveva bisogno, il suo perdono gratuito e rigenerante. Il Padre che gli corre incontro, lo accoglie in un abbraccio e gli permette una sola parola: “Padre”. L’abbraccio spegne ogni altra parola. Padre, che declina perdono, per ciascun figlio.

“Amare un essere è sperare da esso qualcosa di indefinibile, di imprecisabile, e, nello stesso tempo, è dargli, in certo modo, il modo di rispondere a tale aspettativa” (Gabriel Marcel). Attraverso la preghiera del Padre nostro Gesù ci insegna ad offrire a Dio il modo di rispondere alle nostre aspettative più profonde. Più dell’aria che respiriamo abbiamo bisogno d’amore, di misericordia e di perdono. Nostro Padre attende uno sguardo per donarci quanto ci appartiene per natura, quella nuova conquistataci dal Figlio, l’eredità che spetta ai figli. Sì, la preghiera del Padre Nostro ci svela quale sia l’immensità della nostra elezione, i tesori di Grazia preparati per i figli di Dio. E’ per noi la santità del nome di Dio, la vita celeste, divina che si incarna nella nostra vita terrena, povera, fragile: ogni istante ci è dato perchè in esso sia santificato il nome di Dio, perchè ogni aspetto della nostra vita sia strappato alla corruzione e rivestito di incorruttibilità, separato dal mondo pur essendo nel mondo. E’ per noi il pane quotidiano imprescindibile per vivere, la croce ricolma dell’amore di Dio, il cibo della fede adulta, la storia trasformata in un altare dove donarsi per la salvezza del mondo; il cibo sconosciuto di cui si è nutrito il Signore, compiere l’opera del Padre suo, consegnarsi per amore senza difendere nulla, nella certezza che al di là della croce vi è il cuore di Dio, l’intimità eterna con Lui. E’ nostra eredità il suo Regno che giunge tra noi, il suo potere su ogni demonio, sul peccato, sul regno del male; è per noi la dignità regale,  una nuova forma di pensare, di guardare, di studiare, di fidanzarsi, di sposarsi, di vivere la sessualità, il rapporto con il denaro e i beni di questo mondo, con la salute e la malattia: il Regno di DIo viene ad estendere il suo dominio sul giorno che ci attende oggi, perchè la nostra vita sia un frammento di Cielo, perchè passa la scena di questo mondo. Così è nostra eredità di figli il compiersi della volontà di Dio in noi, che fa della terra il Cielo: la casa, la famiglia, la scuola, il lavoro, l’ospedale, ogni angolo di questo mondo nel quale siamo chiamati a vivere trasfigurato nel compimento dell’originaria volontà del Padre, note di amore che compongono la sinfonia celeste anticipo della contemplazione eterna; è nostra parte di eredità la liberazione dalla tirannia del maligno; è nostra sorte deliziosa il perdono; è nostra proprietà la forza capace di abbattere la tentazione.

Come i leviti siamo nati per non possedere nulla in questo mondo, per vivere nella precarietà totale che spinge ad alzare lo sguardo e chiedere a nostro Padre la nostra eredità, la vita celeste, l’intimità con Lui, il suo Figlio: è Lui la nostra eredità, la parte che ci è riservata; è Cristo nascosto in ciascuna domanda del Padre Nostro, il Figlio nel quale si compie ogni pensiero del Padre. Quando preghiamo non sprechiamo parole solo quando imploriamo di vivere con Gesù, di essere in Lui, per Lui, con Lui. E’ vera e autentica solo la preghiera che bussa al cuore di Dio, di un Padre con le viscere di madre. Abbà, papà era l’invocazione con la quale i piccoli bambini ebrei si rivolgevano al loro padre, come ricorda il Talmud: “quando un bambino gusta il sapore del grano (cioè, quando comincia a farfugliare le prime parole), impara a dire Abbà e imma, (mamma)”. Papà, si compia in me il tuo volere, è la preghiera del Figlio nel Giardino dell’angoscia, l’obbedienza fatta amore confidente. Il Padre nostro ci conduce nella stessa obbedienza del Figlio, la consegna di tutto noi stessi alla Verità che ci fa liberi. “Castificantes animas nostras in oboedentia veritatis (1 Pt. 1,22). L’obbedienza alla verità dovrebbe “castificare” la nostra anima, e così guidare alla retta parola e alla retta azione” (Benedetto XVI,omelia nella messa con i membri della Commissione Teologica Internazionale, 6 aprile 2006). Il Padre Nostro è la preghiera che ci fa casti nel cuore, nella mente e nella carne, per vivere rettamente, quali figli di Dio che rimangono sempre nella casa di loro Padre, liberi nel suo amore.

Benedetto XVI: Il Padre Nostro. Da ‘Gesù di Nazaret’

Emiliano Jimenez. Il Padre Nostro.

Beata Teresa di Calcutta (1910-1997), fondatrice delle Suore Missionarie della Carità
No Greater Love

La preghiera dei figli di Dio

Per essere feconda, la preghiera deve venire dal cuore e poter toccare il cuore di Dio. Vedi come Gesù ha insegnato a pregare ai suoi discepoli. Ogni volta che diciamo “Padre nostro”, Dio, ne sono sicura, rivolge lo sguardo sulle sue mani, proprio dove ci ha disegnati: “Ti ho designato sulle palme delle mie mani” (Is 49,16). Egli contempla le sue mani, e ci vede, qua, accucciati fra di esse. Che meraviglia, la tenerezza di Dio!

Preghiamo, diciamo il “Padre nostro”. Viviamolo e allora saremo dei santi. Qui c’è tutto: Dio, io, il prossimo. Se io perdono, allora posso essere santo, posso pregare. Tutto viene da un cuore umile; se avremo tale cuore, sapremo come amare Dio, amare noi stessi e amare il nostro prossimo (Mt 22,37s). Non c’è in questo nulla di complicato, eppure noi complichiamo tanto le nostre vite, gravandole di tanti sovrappesi; una sola cosa conta: essere umili e pregare. Quanto più pregherete, tanto meglio pregherete.

Un bambino non incontra nessuna difficoltà ad esprimere la sua intelligenza candida in termini semplici che dicono molto. Gesù non ha forse fatto capire a Nicodemo che occorre diventare come un bambino (Gv 3,3)? Se pregheremo secondo il Vangelo, permetteremo a Cristo di crescere in noi. Prega dunque con amore, come un bambino, con l’ardente desiderio di amare molto e di rendere amato colui che non lo è.

Charles Péguy. Chiedete a un padre….

“Chiedete a un padre se il miglior momento non è quando i suoi figli cominciano ad amarlo come uomini, lui stesso, come un uomo, liberamente, gratuitamente. Chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a un padre se non ci sia un’ora segreta, un momento segreto, e se non sia quando i suoi figli cominciano a diventare uomini, liberi, e lui stesso trattato come un uomo, libero! L’amano come uomo, libero, chiedetelo a un padre i cui figli stiano crescendo. Chiedete a quel padre se non ci sia una elezione fra tutte, e se non sia quando la sottomissione precisamente cessa, e quando i suoi figli, divenuti uomini, l’amano, lo trattano per così dire da conoscitori, da uomo a uomo, liberamente, gratuitamente, lo stimano così. Chiedete a quel padre se non sa che nulla vale uno sguardo d’uomo che incontra uno sguardo d’uomo. Ora io sono il loro padre, dice Dio, e conosco la condizione dell’uomo, sono io che l’ho fatta, non chiedo loro tropo, non chiedo che il loro cuore, quando ho il cuore trovo che va bene, non sono difficile. Tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo non valgono un bello sguardo da uomo libero, o piuttosto tutte le sottomissioni da schiavo nel mondo mi ripugnano ed io darei tutto per uno bello sguardo da uomo libero, per una bella obbedienza e tenerezza e devozione da uomo libero, per uno sguardo di San Luigi IX e anche per uno sguardo di Joinville, perché Joinville è meno santo, ma non è meno libero, e non è meno cristiano e non è meno gratuito, e mio figlio è morto anche per Joinville, A questa libertà, a questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio, al gusto che ho di essere amato da uomini liberi, liberamente, gratuitamente, da dei veri uomini, virili, adulti, fermi, nobili, teneri ma di una tenerezza ferma. Per ottenere questa libertà, questa gratuità ho sacrificato tutto, per creare questa libertà, questa gratuità, per far agire questa libertà, questa gratuità, per insegnare all’uomo la libertà…”