Afferma il direttore dell’African Jesuit Aids Network

di Roberta Sciamplicotti

ROMA, lunedì, 30 marzo 2009 (ZENIT.org).- Le parole pronunciate da Benedetto XVI all’inizio del suo viaggio in Africa sull’uso del preservativo nella prevenzione dell’Aids hanno provocato una tempesta mediatica, ma i commenti papali rappresentano “un appello al risveglio umano e spirituale” e non sono affatto “irrealistici e inefficaci”, sostiene p. Michael Czerny SJ, direttore dell’African Jesuit Aids Network (AJAN).

In un articolo pubblicato su Thinking faith, la rivista online dei gesuiti britannici, p. Czerny spiega che il Papa ha sottolineato un contrasto fondamentale tra l’approccio della Chiesa e quello tipico dei Governi e delle organizzazioni internazionali: “La politica di salute pubblica ha a che fare con figure e trend, non con volti e persone umane. La visione cristiana include tutto questo, ma allarga e approfondisce questa politica”.

“Con una visione olistica, la Chiesa vede ogni persona come un figlio di Dio, come un fratello o una sorella, ciascuno capace sia di peccato che di santità”. “Di fronte non solo all’Aids ma alle molteplici crisi in ogni angolo del continente, gli africani hanno un buon motivo, basato sull’esperienza, per credere nella coraggiosa visione della Chiesa per loro”.

Circa l’affermazione del Pontefice secondo cui i preservativi non sono una risposta alla malattia, ma a volte aumentano il problema, p. Czerny sottolinea che bisogna considerare “due questioni distinte: lo status morale degli atti individuali e la possibilità di una strategia che inquadra intere popolazioni”.

Sugli atti individuali, il gesuita osserva che secondo gli esperti il preservativo, quando viene usato correttamente, può ridurre la possibilità di infezione. “Fare qualcosa di sbagliato potrebbe essere più sicuro con un preservativo, ma la sicurezza non rende l’atto giusto”, ha commentato.

Quanto alla strategia per intere popolazioni, secondo Czerny il fatto che l’uso del preservativo abbia ridotto i tassi di contagio è vero solo fuori dall’Africa e in sottogruppi identificabili, come prostitute e uomini omosessuali, “non per una popolazione generale”.

“In realtà, la maggiore disponibilità e il maggiore uso di preservativi sono consistentemente associati a più alti (e non più bassi) tassi di infezione da Hiv, forse perché quando si usa una ‘tecnologia’ che riduce il rischio come i preservativi si perde spesso il beneficio (la riduzione del rischio) perché si colgono più situazioni rispetto a una situazione senza tecnologia”.

A livello pubblico, quindi, “una politica aggressiva basata sui preservativi aumenta il problema perché allontana l’attenzione, la credibilità e le risorse da strategie più efficaci come l’astinenza e la fedeltà”, che “godono di poco sostegno nei discorsi occidentali dominanti, ma sono sostenuti da una solida ricerca scientifica e sono sempre più inclusi, e perfino favoriti, nelle strategie nazionali contro l’Aids in Africa”.

P. Czerny dichiara che la promozione dei preservativi come strategia per ridurre le infezioni da Hiv a livello di popolazione generale “si basa sulla probabilità statistica e sulla plausibilità intuitiva”, “ma ciò che manca è il sostegno scientifico”.

“Un preservativo è più di un pezzo di lattice – aggiunge –; rappresenta anche una dichiarazione sul significato della vita. Se in Europa e in Nordamerica l’idea è abbastanza accettabile (anche se non del tutto), in Africa la fertilità è lodata e il preservativo sembra straniero e strano, e i valori che incarna estranei”.

Un gesuita in Sudafrica, ricorda, gli ha detto che “la maggior parte degli africani pensa che ‘il Papa e i preservativi’ sia un’attrazione montata dai media e non una questione per la quale vogliamo versare altro inchiostro o distruggere più foreste”.

Come ha ricordato Benedetto XVI, la soluzione alla questione deve comprendere due elementi: sottolineare la dimensione umana della sessualità, che deve essere “basata sulla fede in Dio, sul rispetto per sé e per l’altro e sulla speranza per il futuro”, e “una vera amicizia offerta soprattutto a quanti soffrono”.

Questo servizio “compassionevole e generoso” è quello che viene vissuto in Africa “praticamente dall’inizio”: “i malati di Aids hanno in genere trovato accettazione, sollievo e assistenza da parte della Chiesa indipendentemente dal fatto che ne siano membri”.

“La formazione della coscienza e la cura disinteressata vanno di pari passo”, sottolinea. “Una Chiesa che serve instancabilmente i bisognosi è anche credibile nell’insegnamento e nella formazione che offre”.

P. Czerny conclude ricordando che “la maggior parte degli africani, cattolici o meno, è d’accordo” con le parole del Papa, perché ritiene ciò che ha detto “profondo e vero”.