La grande “lezione” del nostro Maestro

Il 25 gennaio è arrivata in redazione una bellissima lettera da Montreal scritta da Teresa, una suora Marcellina che da trent’anni (dopo dieci in Italia) svolge il ruolo di educatrice fra i giovani della “sua” terra di missione. Abbiamo pubblicato quella lettera perché ci aveva impressionato la passione educativa che traspariva a ogni rigo. Sino all’affermazione che ci è rimasta nel cuore: “E’ bello vivere tra i giovani, ma bisogna amarli, perché solo se li si ama li si può educare”.

Riflettendo su come introdurre questo secondo approfondimento sugli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il decennio (“Educare alla vita buona del Vangelo”) non sono riuscito a scovare, nei miei ricordi, parole più significative. Anzi, mi è parso che potessero offrire, nella loro immediatezza e semplicità, una griglia di ricomprensione di tutte le nostre varie esperienze educative: genitori e figli, insegnanti e allievi, educatori, soggetti della comunicazione, responsabili delle politiche pubbliche e amministrative. Un ampio ventaglio di soggetti, perché il tema dell’educazione, anzi l’emergenza educativa, oggi investe settori sino a ieri meno decisivi, ma che nel tempo hanno acquisito un ruolo centrale nei processi educativi. Basti pensare alla tv e ai nuovi media per avere netta la sensazione che sono molteplici le fonti educative e che nella costruzione dei valori di riferimento, i vecchi luoghi di interazione (vedi l’oratorio) hanno perso peso, autorevolezza e spessore, a vantaggio di non luoghi (vedi i social network) con la loro potenza esponenziale.
Ma proprio questa realtà nuova ci deve far tornare all’essenziale. In questa puntata approfondiamo il secondo tema che ci viene offerto dagli Orientamenti: “Gesù Maestro”. Ovviamente abbiamo chiesto aiuto agli esperti per scandagliare un tema oggettivamente difficile. Pensiamo che queste riflessioni ci possano aiutare ad ancorarci all’essenziale. E l’essenziale sta nella figura del Maestro buono che sceglie di educare amando. Dinanzi a tanta effusione di tecnicalità, a tanto disagio esistenziale che si manifesta in forme le più diverse, a tanta difficoltà nell’apprendere, a tanto abbandono della relazione, ci chiediamo se ciascun educatore non debba riscoprire innanzitutto la spinta dell’amore. L’unica in grado di aprire la mente e di scaldare il cuore.
Ora, sarà meglio non nasconderci il problema: anche i credenti che educano sembrano aver perso quel punto di riferimento certo. Ognuno di noi ha certamente molti fallimenti educativi da raccontare e di cui farsi perdonare, eppure solo la consapevolezza che il Maestro ce l’ha fatta ci dà la certezza inossidabile per riprendere un cammino che si è fatto molto più faticoso. Si dice che ogni generazione abbia i suoi problemi e le sue angosce. Le nostre ultime generazioni, alle quali sono state risparmiate le guerre ed è stato assicurato un lungo periodo di pace e di progresso, anche economico, si ritrovano oggi a dover fronteggiare una gigantesca sfida educativa. Prive, però, della memoria dei tempi più difficili e che funge da trampolino verso il futuro. Ora, sarebbe gravissimo, se fra le mille cose negative (prime fra tutte la fine del lavoro e della sicurezza sociale) che lasceremo sulle spalle delle prossime generazioni, ci sarà anche l’emergenza educativa con tutte le sue conseguenze. Ovvero, un quadro di deresponsabilizzazione personale, di instabilità sociale, di crollo della solidarietà, di depauperamento delle culture specifiche, di impoverimento complessivo del nostro umanesimo. Ecco la responsabilità che sta in capo ai cattolici. Almeno noi, non possiamo tirarci indietro.

Domenico Delle Foglie