Il bebè in braccio non più alla mamma ma al medico che l’ha realizzato in laboratorio. È la nuova icona della generazione umana, imposta dai tecnoscienziati. E la vita diventa «cosa»
di Assuntina Morresi
Tratto da Avvenire dell’8 luglio 2010

Un medico con il camice e la ma­scherina,  che sol­leva fra le mani un neonato: è la nuo­va icona della ma­ternità, quella del dottore – anziché della mamma – con il figlio in braccio. Un’immagine ricorrente quando si tratta della fecondazione in vitro, che spuntava qua e là fra le centinaia di diapositive proiettate durante il recente convegno internazio­nale dell’Eshre, la Società europea di riproduzio­ne umana ed embriologia, che si è tenuto a Roma.

È un’istantanea che riassume bene il conte­nuto del congresso, e che ne dà una poten­te chiave di lettura. I numeri presentati, gli argomenti affrontati, le tecniche illustrate e le pro­spettive suggerite per il futuro: tutto ciò di cui si è parlato non si può capire fino in fondo se non si tiene conto della rappresentazione simbolica del­la maternità data da quell’immagine. È il medico da solo che mostra al mondo il bambino. Non è ritratto insieme ai genitori, e non potrebbe esser­lo, visto che con le nuove tecniche i ‘padri’ e le ‘madri’ sono molteplici, sempre più sfuggenti e difficili da individuare: possono essere sociali, bio­logici, donatori o, più spesso, venditori di game­ti, affittuari di uteri, single, coppie omosessuali… E come chiamare quelle donne che ricevono l’o­vocita ‘fresco’ dalle figlie o dalle nipoti (la pro­cedura è descritta come donazione intergenera­zionale di gameti)? Ma potremmo continuare a lungo nell’elenco dellle ‘forme parentali’ oggi possibili in laboratorio…

In altre parole, le tecniche di fecondazione in vi­tro disegnano un nuovo percorso di maternità, nel quale l’attore principale è il medico/tecno­scienziato, ma dove all’inizio ci sono solo cellule, ‘progetti di vita’ o ‘vite potenziali’, embrioni che acquisteranno valore solamente se diventeranno bambini in braccio, possibilmente sani. Non a ca­so viene specificato con insistenza, da una parte del mondo scientifico, che la gravidanza inizia con l’annidamento dell’embrione nell’utero, e non con il concepimento: una distinzione di cui si capisce il senso se si fa riferimento alla fecondazione in vitro. Riesce difficile, infatti, pensare a una gravi­danza iniziata guardando qualche embrione di poche cellule attraverso l’obiettivo del microsco­pio, difficile anche per chi quel figlio lo sta dispe­ratamente cercando. Ma se gravidanza non è, al­lora quello in corso può solamente essere un pro­cesso di sviluppo cellulare, che acquisterà impor­tanza solo se andrà avanti correttamente.

Un concepimento in laboratorio implica poi l’uso di termini da addetti ai lavori per indi­care i nuovi esseri umani, che in una gravi­danza naturale non ci sarebbe bisogno di defini­re. Si parlerà di pre-zigoti, zigoti, morule, blasto­cisti: le immagini al microscopio non riescono a rendere conto dell’enorme complessità – per lar­ghissima parte ancora misteriosa – di quanto sta accadendo. Il problema principale in questa fase è produrre un numero di embrioni tali da poter­ne scegliere i migliori, per poi trasferirli in utero. Che senso ha allora cercare di formare il numero minimo di embrioni, per perderne il meno pos­sibile, come indica la legge 40? L’obiettivo è inve­ce averne a disposizione a sufficienza per garanti­re la scelta del migliore (il «best embryo», come ormai si usa dire), e poter essere liberi di dispor­re degli altri come meglio si crede. Non acaso il verbo utilizzato più spesso dagli addetti alla pro­vetta accanto alla parola ‘embrioni’ è ‘produrre’. Come un oggetto.